Giorgio Bocca – Il Terrore nelle città 1943

Giorgio Bocca

Il Terrore nelle città
1943
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A ben guardare dietro questa filosofia sommaria di Valerio Borghese c’è anche la convinzione che a un principe di tanto nome tutto è consentito, persino di costituire nel secolo ventesimo una compagnia di ventura. La conclusione è che il 14 settembre 1943 Borghese si presenta a La Spezia al comandante di vascello tedesco Berninghaus e stipula il suo patto di alleanza con il Terzo Reich: ai cento uomini rimasti con il comandan­te se ne aggiungono pre­sto altri, la X’ apre uffici di arruolamento in ogni città, la sua propaganda
arditesca colpisce i gio­vani: presto 4000 marò sono alle armi.
«Voleva fin dagli inizi » scriveranno i suoi biogra­fi « che la X’ fosse italia­nissima, per togliere ai giovani di trincerarsi die­tro una scusa politica per non fare il loro dovere. » La distinzione tra politica e dovere è sempre stata una specialità dei regimi autoritari, ciò che voglio­no lo ottengono o come adesione ideologica o come adempimento di un dovere non meglio specificato.
Siamo a una edizione, in piccolo, del petainismo: no agli stranieri, no ai partiti politici, alleanza con il tedesco ma tem­poranea, per forza mag­giore, il pensiero fisso al­la patria di domani libe­rata dai politicanti cor­rotti e governata non si sa bene da chi, forse da una oligarchia di tipo veneziano.
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La X’ si compone di tre sezioni; quella Mare è af­fidata al capitano Arillo, di quella Terra si occupa direttamente il principe, che sorveglia anche la terza, Informazioni. La canzone della X’ raccon­ta la sua trasformazione da marinara a terrestre:
«Vittoriosa ad Alessan­dria / Malta Suda e Gibil­terra /
vittoriosa già sul mare / ora pure sulla ter­ra / vincerai ».
Con pre­ciso riferimento alle im­prese compiute dai mez­zi di assalto della X’ MAS nel corso della guerra contro la flotta inglese.

Per la guerra terrestre si formano i battaglioni
«Barbarigo », « Fulmi­ne », « Freccia », « Va­langá », « Sagittario » e «Lupo », i quali potreb­bero aumentare di nu­mero e dare alla X’ una indiscussa supremazia militare nella repubblica di Salò se non intervenis­sero le gelosie dei parti­to e le diffidenze di Gra­ziani. Si ottiene così che il principe prima sia de­stituito dalla carica di sottosegretario alla mari­na e poi addirittura arre­stato in seguito all’accusa che « ha un numeroso servizio di informazioni, svolge attività non nota
E agisce di sua iniziativa ». Ma i tedeschi inter­vengono in suo favore, e ogni desiderio tedesco è un ordine.
Ma che tipo di guerra terrestre conduce la X? Una prima idea dei prin­cipe è di creare una ri­dotta italiana al confine fra Venezia Giulia e Ju­goslavia: fra tante assur­dità del fascismo repub­blicano sembra un pro­posito concreto. li ten­tativo abortisce, i tede­schi non lo gradiscono, essi hanno praticamente annesse al Reich le pro­vince orientali ribattez­zate Adriatisches Kusten­land, Borghese se ne stia con i suoi al di là dei Ta­gliamento, se proprio vuole mandi a Trieste due piccoli reparti, sim­bolici.
Secondo progetto: ripor­tare un reparto italiano « sul campo dell’onore » cioè al fronte. A febbraio del 1944 il battaglione « Barbarigo » viene schie­rato ad Anzio in località Fogliano, ma bastano due mesi a convincere i te­deschi che è meglio de­stinarlo all’unica guerra che è in grado di com­battere, la repressione antipartigiana.
Non è la guerra ambita dai marò e il comandan­te lo sa talmente bene che fa dire: andremo a rastrellare in valle d’Ao­sta reparti gollisti. Si tratta invece di partigiani del Canavese che catturano alcuni marò e fanno ca­dere in una imboscata il capitano Bardelli segnan­do l’inizio di una lot­ta feroce. La guerra par­tigiana spezzetta la for­mazione e attribuisce ai comandanti minori au­tonomie larghissime. « I vari dirigenti dei grup­pi » dice un rapporto se­greto pervenuto a Mus­solini « invece di esaltare la figura del comandan­te Borghese hanno lega­to gli uomini a loro stes­si al punto che conosco­no solo gli ufficiali del loro gruppo. La rivalità dei gruppi è qualcosa di veramente sconcertante. »
Un quarto proponimen­to di Borghese si manife­sta nell’autunno del 1944 quando si incomincia a pensare a resistenze e­streme in qualche ridot­ta alpina. « Faremo del Piemonte il nostro Alca­zar » dice Borghese, ma evidentemente esagera; nel Piemonte c’è una for­za partigiana almeno cin­que volte più numerosa e agguerrita della X’, l’at­tività della quale crea più guai che aiuti ai tedeschi, come riferisce il capo della provincia di Tori­no a Mussolini: « Il co­mandante Borghese ef­fettua guerra indipenden­te et incurante operazio­ni belliche germaniche provincia Aosta creando serie difficoltà. Secon­do comando germanico principe Borghese aveva tentato farsi riservare fa­scia confine svizzero sen­za collegamento alcuno con altre forze italiane e germaniche. Ad Aosta
tutti concordano nei se­ri dubbi sulla fedeltà del Borghese alla repubblica sociale italiana et temo­no sorprese. »
Verso la fine della guer­ra Borghese tornerà alla prima idea, farà agli an­glo-americani questa pro­posta strabiliante: stiano fermi dove sono per con­sentire alla X’ di portarsi a difesa di Trieste; il du­ce finisce con il mettere la X’ alle dirette dipen­denze di Graziani con il quale si arrenderà nei giorni della insurrezione di aprile.
Diciamo dunque che le due formazioni più ideo­logiche della repubblica di Salò, le Brigate nere e la X MAS, hanno un pe­so relativo nella repres­sione del movimento partigiano. Le grandi stra­gi, le più sanguinose sconfitte partigiane sono opera dei nazisti. La pri­ma avviene in Val Casot­to dove regna il militare Enrico Martini detto Mauri, personaggio miti­co del partigianato pie­montese. Mauri coman­da i partigiani come un ufficiale di stato maggio­re, fa dei piani, concepi­sce delle strategie, preve­de che il nemico attac­cherà con mille uomini. Ma il comando tedesco ne manda seimila, i par­tigiani sono accerchiati, 50 muoiono in combat­timento, 150 catturati sa­ranno quasi tutti fucilati. Altra grossa sconfitta quella della Benedicta. Il terreno è di mezza mon­tagna, fra Piemonte e Li­guria, con bosco scarso e scarsissimi rifornimenti; il movimento operaista ligure non è riuscito a fondersi con i contadini piemontesi, i quadri sono modesti. Seppure avver­titi in tempo del grande rastrellamento che si pre­para, non prendono alcu­na precauzione, non al­lontanano neppure dalla zona i 140 partigiani di­sarmati, le reclute dell’ul­tima ora. I tedeschi sal­gono da Voltaggio, da Campomorone, da Serravalle; c’è fra i partigiani un gruppo di ex-prigio­nieri russi, esperti di fac­cende militari. Insistono perché le forze partigia­ne si sgancino fin che si è in tempo, ma non ven­gono ascoltati. Appena il nemico attacca lo schie­ramento eterogeneo e di­scontinuo è il caos, si rompono i collegamenti fra gli autonomi e i gari­baldini, in ventiquattro ore l’accerchiamento è compiuto. Se le forma­zioni partigiane fossero esperte la situazione sa­rebbe comunque recupe­rabile: di notte un repar­to partigiano addestrato passa dovunque. Ma nes­suno si sgancia, i ragaz­zi si lasciano prendere dal panico, alla Benedic­ta vanno a chiudersi co­me topi in una grotta do­ve i tedeschi li catturano. Settantacinque sono fu­cilati sul posto. La strage continua: i pattuglioni te­deschi (che usano i fa­scisti solo come guide e come interpreti) conti­nuano a fucilare, 150 partigiani in totale ven­gono finiti, altri fatti pri­gionieri. Un simile disa­stro è avvenuto sulle montagne di Bassano del Grappa sul finire del ’43. I fascisti parlano molto del partigianato ma lo combattono poco. Essi conoscono bene la situa­zione partigiana, hanno spie in ogni valle, spesso dentro le bande; dei re­sto il partigianato non può nascondersi, deve occupare i villaggi di montagna e le voci cor­rono facilmente, arrivano agli orecchi degli infor­matori. Però al momen­to in cui le informazioni passano dalle spie alla autorità politica esse ven­gono manipolate e quasi sempre ingigantite a fini politici e militari: per a­vere delle giustificazioni, per ottenere armi, aiuti.
Mussolini al convegno di Klesseim, nell’aprile del 1944, parla di 60.000 uo­mini armati di tutto pun­to mentre non sono che la metà.
1 fascisti conoscono an­che il paesaggio politico della Resistenza; anche se sui loro giornali li de­scrivono come« banditi e ladri comuni », sanno le diversità che esistono fra garibaldini autono­mi e giellisti, anche se preferiscono definirli ge­nericamente come « ba­dogliani » o « sovversi­vi ». Risulta comunque dai documenti che il fa­scista vive nel terrore del­la presenza partigiana, della forza partigiana e che lo confessa.
Dice Pavolini ai fascisti di Cuneo nel marzo del 1944: « Voi vedrete arri­vare qui, bene equipag­giati, bene armati gli uo­mini della nostra ripresa che finalmente, con i ca­merati germanici, libere­ranno a poco a poco le nostre vallate e scioglie­ranno la cintura di ferro che assedia la bella Cu­neo ». Ma a maggio il comandante provinciale della G.N.R. di Torino Spallone riferirà da To­rino: « Abbiamo l’im­pressione di essere asse­diati ». E da Pesaro gli fa eco il comandante del­la Guardia nazionale: « Compio il dovere di prospettare la estrema gravità della situazione nella quale è caduta la provincia di Pesaro in virtù della simultanea at­tività sviluppata dalle bande ».
Che i fascisti siano sulla difensiva e subiscano do­vunque la presenza par­tigiana lo si capisce an­che dalla loro propagan­da. Conoscendo la dif­fidenza dei giovani per il partito, tutte le forma­zioni militari puntano sul­l’onore e sul patriottismo generico. Dice o si fa di­re a un ragazzo: « Po­chissime parole per spie­gare le mie idee e il mio sentimento. Sono figlio di Italia di anni 21. Non sono di Graziavi e nem­meno di Badoglio ma so­no italiano e seguo la via che salverà l’onore del­l’Italia ».
Poi interviene la lode dell’azione: l’importante è battersi, reagire comun­que alla disfatta, non sta­re alla finestra attenden­do da altri la ricostruzio­ne della patria. Per con­fondere i giovani si cer­ca di mettere sullo stesso piano partigianato arma­to e combattentismo fa­scista. Naturalmente non si nominano i partigiani e non si fanno accenni espliciti alle loro forma­zioni ma si lascia capire che, in un campo come nell’altro, ci sono giova­ni che appartengono alla aristocrazia delle armi e che è la stessa cosa stare con gli uni e con gli al­tri, l’importante è di prendere un’arma e di combattere.
Non si esita a ricorrere alla propaganda ipnotica che predica la vittoria contro ogni previsione logica, che parla di armi segrete. Si cerca di toc­care il sentimento popo­lare italiano, la sua anti­ca paura delle invasioni moresche: « Oltre il Ga­rigliano », dice Mussolini in uno dei suoi primi di­scorsi, « non bivacca sol­tanto il crudele e cinico britannico, ma l’america­no, il francese, il polac­co, l’indiano, il nordafri­cano e il negro. Voi a­vrete quindi la gioia di far fuoco su questo mi­scuglio di razze bastarde e mercenarie ».
Sui bollettini della Guar­dia nazionale appariran­no citazioni inventate dal « Nigger post » organo inesistente (i bravi fasci­sti ignorano che il termi­ne nigger in America è altamente spregiativo e che non verrebbe mai u­sato da un foglio di pro­paganda militare), cita­zioni di poesie che sen­tono lontano un miglio la cultura umanistica del­la nostra provincia: « O di Sicilia desiati fiori, bru­ne fanciulle dai procaci seni… ».
Ma soprattutto bisogna opporre al mito partigia­no quello di un fascismo che resiste nei territori occupati dal nemico. Nel novembre del 1943 si in­venta una fantomatica «radio Muti » che, a sen­tire i fascisti, trasmette­rebbe da località impre­cisate del Sud: con quale apparecchiatura non si sa, evidentemente poten­tissima, se la sua voce arriva al Nord come e­messa da una stazione di Torino o di Milano, co­me di fatto avviene nella realtà.
Nell’inverno del 1944 il ridicolo trucco viene a­dattato a un personaggio fantomatico: « lo scugniz­zo », « il giovanissimo uf­ficiale italiano » scrivono i giornali di Salò « che semina lo sgomento e il terrore nelle retrovie del­l’invasore. Questo nostro soldato, la cui figura è un simbolo, non dà tre­gua al nemico. Nei bo­schi e nelle montagne dell’Italia occupata le pattuglie della fede agli ordini dello scugnizzo scrivono le più vivide pa­gine dell’eroismo italia­no ».
Non manca, si intende, il ricatto del terrore. I bandi fascisti prometto­no ora perdono e ora sterminio anche dei pa­renti. Senza riuscire a trattenere _nelle città i ragazzi che vogliono sa­lire alla montagna e sen­za farne scendere quelli che già vi operano.

Giorgio Bocca

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Tratto da ”Storia Illustrata”
Arnoldo Mondadori Editore
Luglio 1974
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 29 aprile 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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