Il salone – Taina Dogo Parte 3

Il salone di Taina Dogo

Parte 3

Prima della guerra Palazzo Giusti lo conoscevo appena: uno dei numerosi palazzi antichi di cui è ricca la mia città. Ma lo devi cercare nella stretta e ondulante via in cui si affaccia, per ammirarne la nobile e severa architettura. Ora il numero 55 di via San Francesco è diventato un punto d’orientamento geografico e mentale. Alzando lo sguardo alle piccole finestre delle soffitte, mi par sempre di scambiare un messaggio d’intesa con qualcosa di me rimasto dietro a quelle persiane non più aperte da quando Carità le fece sprangare, bontà sua, per proteggerci dal freddo . . Ci siamo dati convegno li, nel 25° anniversario della Liberazione, per ricordare i nostri Morti, anche quelli scomparsi dopo il 1945, che sono molti rispetto al numero dei sopravviventi. Varcato il portone di Palazzo Giusti si accede in un grande androne chiuso da una vetrata che dà sul giardino. A destra lo scalone ampio e luminoso. Lo ricordavo benissimo: ora manca solo la lapide che Carità aveva fatto murare tra le due finestre con l’elenco dei suoi morti. . Al primo piano, il « salone ». L’inattesa suntuosità del vasto ambiente mi stupisce. ~ davvero una bella sala delle feste con ricchi tendaggi, molti specchi e grandi lampadari accesi. Allora erano spenti, le finestre nude e i vetri rotti. Gli specchi? Certamente c’erano, ma non li ricordo. Il nostro «salone» era diverso: immenso, vuoto, freddo e buio. Non ricordo di averlo visto illuminato dalla luce del sole: sempre in penombra. Eppure anche allora il sole deve aver brillato. Dalle finestre che danno sul giardino, cerco gli alberi. Ma oggi è un giorno d’estate e sono verdi, non spogli e ischeletriti come in quel lontano gennaio quando sembravano morire della nostra pena. Là in fondo a sinistra, il «mio» angolo, semibuio. Da. , . quell’angolo la notte spingeva avanti la sua ombra che lasciando cancellava i rettangoli chiari delle finestre, inghiottiva tutti dividendoci e lasciandoci soli. Il salone diventava allora vasto deserto, buio, come il buio deserto degli incubi infantili, in cui avverti la paura di un pericolo non definito, ma presente. Improvvisi squarci di luce violenta si confondono nella mia memoria con le grida dei compagni torturati. Luci e urla che ferivano l’oscurità e la nostra mente, venivano sempre da un lato del salone, dove si aprivano gli usci dei locali usati dagli inquisitori: gli «uffici ». Poi buio, silenzio, qualche rantolo. Le prime notti l’oscurità appariva vaporosa per il riflesso della neve. Eravamo in pochi allora, raccolti accanto alle finestre centrali su due stretti divani. Inutilmente cercavo di cogliere un messaggio nello sguardo dei miei compagni. Tutti .distaccati, freddi, quasi ostili. Avevo cercato una parola amica, e questa era venuta da un giovane che mi sedeva accanto che io credevo un condannato a morte. Lo rividi giorni dopo salire lo scalone ed entrare senza scorta negli uffici: era una spia di Carità. Poi quel messaggio umano che cercavo, giunse inaspettato. Una notte avvertii un lento muoversi di passi che si avvicinavano. Poi silenzio. Mi giro e una mano mi accarezza i capelli mentre una voce calma dice: « Anche tu qui! Coraggio, cara, sii brava! •. La riconosco subito ed è come il concludersi di un lungo discorso iniziato pochi anni prima sui banchi del liceo, quando il nostro professar Zamboni aveva cominciato la sua lezione di filosofia con queste parole: «Ragazzi, oggi Hitler ha occupato l’Austria ». E, cancellata dai suoi occhi quell’espressione bonaria che noi gli conoscevamo, aveva preso a leggere un brano di Croce. L’aula era piccola e luminosa, e le sue parole, afferrate dalla nostra mente di adolescenti, avevano stimolato l’intuizione di una calamità che sovrastava il mondo, facendo germogliare nelle nostre coscienze il seme dell’antifascismo. Ed ora la stessa voce, nel buio salone di Palazzo Giusti, si rivolgeva solo a me, affettuosa e ferma: «È solo un momento difficile. È giusto che sia cosi ». Più che l’incertezza per il futuro o la paura del dolore fisico o della morte, mi turbava quell’aspetto violento della natura umana, che non ero preparata ad affrontare. Le poche parole di Zamboni, in cui avevo avvertito un’ansia controllata e la volontà di non cedere, mi aiutarono, in quel fluttuare del pensiero nel dormiveglia inquieto per il freddo e la stanchezza, nel silenzio dei miei compagni, a trovare una ragione della mia presenza nel salone.

Il 7 gennaio il salone si era rianimato alle luci dell’alba. Gli uomini di guardia passavano rapidamente dagli alloggi agli uffici. Nonostante il pesante « lavoro» notturno svolto da Carità e dai suoi sgherri, l’attività aveva ripreso frenetica quel mattino. Si avvertiva nell’aria qualcosa d’inquietante, che noi cercavamo invano di interpretare. Sembrava che si fossero dimenticati di noi. Solo Corradeschi, nel suo vestito nero e con la smorfia più sprezzante del solito, passandoci accanto, s’era fermato un attimo dicendo: « Tra poco vedrete il vostro Renato! ,.. Sapevo chi era Renato e con quanto coraggio e abilità stava lottando. Era l’uomo astuto e imprevedibile, che volevano nelle loro mani, vivo o morto. Nessuno poteva ancora immaginare quanto funesto per la Resistenza veneta sarebbe stato quel 7 gennaio 1945. La neve caduta abbondante nei giorni precedenti, aveva imbiancato gli alberi del giardino e i tetti di via della Pieve. Il cielo era coperto e la sera era scesa presto. C’era una strana calma nel salone, come nei momenti che precedono il formarsi di un ciclone. Poi, un brusio di passi affrettati, un correre confuso e molte voci: avevano portato Renato colpito a morte e, con lui, molti altri, i migliori, caduti nella rete di appostamenti tesi dagli sgherri di Carità. Alcuni di essi vengono spinti negli uffici e solo più tardi ne sappiamo i nomi: Meneghetti, Ponti, Casilli, Martignoni, Palmieri ecc. Il salone si riempie di uomini, donne di ogni età. Con loro dei sacerdoti e persino un ragazzetto.

Cominciano subito gli « interrogatori », proseguono notte e giorno. Le grida dei prigionieri, i loro volti tumefatti, lo sguardo allucinato di alcune donne che hanno subito ogni sorta di ingiurie, si mescolano alle urla eccitate degli inquisitori in un’atmosfera da incubo. Quanti giorni, quante notti il salone è stato stretto nella morsa del dolore, della paura, della pazzia? Non lo so. Alla fine – è un mattino – mi guardo attorno: i divani sono disposti a cerchio; siamo in molti e tra noi riconosco degli amici. Vedo alla mia sinistra Meneghetti con le mani livide chiuse nelle manette troppo strette. È senza occhiali e guarda lontano, oltre il giardino. La sua figura eretta e il suo volto nobile sembrano racchiudere tutto il significato di quanto ciascuno di noi ha dato in quei giorni. Tutti, io credo, abbiamo perduto qualcosa in quella tragica esperienza; ma non ne siamo usciti vinti. L’inquietante alternarsi del dolore e della paura si è placato alla fine in un disteso sentimento di profonda comprensione umana, che supera i limiti degli ideali entro i quali avevamo agito fino allora. Il momento più difficile è passato; i pensieri si ricompongono e possiamo cominciare a guardarci sorridendo.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 29 aprile 2017 su La Repubblica di Salò - La Banda Carità. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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