La banda Carità – Taina Dogo – 2 parte Padova

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La banda Carità di Taina Dogo

2 parte

Padova

Questo « tesoro» ricompare, secondo la deposizione rilasciata da Umberto Usai il 5 maggio 1945 dopo il suo arresto, nella storia delle ultime giornate del distaccamento di Vicenza, quando Carità darà l’ordine di caricare sui camion in fuga le grandi casse sigillate e j sacchi di documenti che non era stato possibile distruggere, nel tentativo di portarli con sé in Germania.

Fuggito da Firenze, Carità raggiunge Bergantino, un paese sul Po in provincia di Rovigo, luogo d’origine dell’aiutante Giovanni Castaldelli, e vi si stabilisce, continuando ad operare come comandante dell’Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) di Firenze. In tale veste partecipa a rastrellamenti, arresti, interrogatori in collaborazione con le forze di polizia della zona. Bergantino è considerata «sede di riposo» in attesa di una più adeguata destinazione e sistemazione. Per questa ragione e per la brevità della « vacanza », non sono emersi crimini gravi a carico della banda. Da segnalare un fatto che getta luce sulla psicologia e sui « valori morali» di questi avventurieri. In località Casaleone il farmacista del luogo era stato scoperto in possesso di armi; durante la perquisizione eseguita nella sua abitazione, il denaro e i gioielli scomparvero. L’autore del furto, il sottotenente Manzella, aveva condotto quindi il farmacista a Bergantino sottoponendolo a torture. Qualche giorno più tardi, lo stesso Manzella organizzò, dietro compenso in denaro, la fuga di un membro del CLN di Milano, il maggiore Argenton, precedentemente arrestato dalle Brigate nere di Mantova e poi trasferito presso Carità. Successivamente, fatti e particolari relativi al furto ai danni del farmacista e alla fuga del maggiore Argenton essendo venuti alla luce, una commissione d’inchiesta aveva deciso di deferire il sottotenente Manzella al Tribunale Militare. Temendo di essere coinvolto come corresponsabile delle azioni di ManzelIa, Carità decide di sopprimerlo. Su questa oscura vicenda così riferisce F. Bacoccoli:

Egli (Carità) acconsente alla nostra richiesta di far passare alle camere di sicurezza di Rovigo il Manzella, ordinando a me, al capitano Gentili e al sottotenente Faedda di scortare l’ufficiale. Poiché era da aspettarsi un tentativo di fuga da parte dell’ufficiale incriminato che era fra l’altro dotato di molta astuzia e di una forza erculea, viene dato l’ordine ad altri militi di appostarsi per misura di sicurezza preventiva. A tergo dell’ufficiale vi era anche un tale Ciulli, comandante della Brigata nera di Bergantino, ex appartenente al reparto Carità in Firenze. Da notare che il Ciulli prima di scortare il Manzella fu chiamato dal maggiore Carità col quale ebbe un breve e segreto colloquio. Giunta la scorta con l’ufficiale arrestato nei pressi delle camere di sicurezza, il sottotenente Manzella con un atto di impeto fa per scagliarsi sul Ciulli .. Questi però gli scarica. addosso alcuni colpi di pistola che lo feriscono gravemente. Il ferito Invoca il maggiore Carità. io corro a chiamarlo. Intanto si dispone per una macchina che accompagni il ferito al più vicino ospedale. Il maggiore Carità si reca presso il Manzella, ha con lui un breve colloquio a quattr’occhi. Ne esce esterrefatto. Alcuni uomini mi hanno poi riferito che il maggiore Carità avrebbe parlato ancora appartatamente col Ciulli. Giunge la macchina, il ferito viene caricato e accompagnato a Trecenta (ospedale civile) sotto la scorta di Valentino Chiarotto, Otello Carlotti e il Ciulli. Al ritorno della macchina da Trecenta è stato raccontato che il ferito sarebbe vissuto alcune ore in ospedale, dopo di che sarebbe deceduto. Tuttavia alcuni miei uomini di sicura onestà, Lanei e Fontanelli, mi dissero più tardi che il Manzella sarebbe stato finito con due colpi di pistola alla testa, mentre veniva portato in macchina all’ospedale di Trecenta, per volere di Carità, che temeva troppo le eventuali confessioni dell’ufficiale ferito.

Quando la linea di resistenza tedesca sull’Appennino tosco-emiliano mostra i segni di una profonda usura, Carità decide che è giunto il momento di cercare riparo più a Nord. Dapprima sceglie Vicenza e invia il maresciallo Linari ad organizzare la nuova sede. Ma poi, accogliendo l’invito del prefetto Menna, preferisce trasferirsi a Padova, pur mantenendo la filiale distaccata di Vicenza. Carità si insedia, alla fine di ottobre del 1944, in un palazzo di proprietà dei Conti Giusti del Giardino, in via San Francesco 55. Nel frattempo Umberto Usai organizza la sezione di Vicenza, il cui comando sarà affidato in un primo tempo al tenente Bruno Bianchi e più tardi al capitano Ferdinando Bacoccoli. Alla fine di novembre la sezione è pronta a funzionare, con una trentina di uomini collegati ai vari organi di polizia fascisti e tedeschi del Vicentino. Una villa di via Fratelli Albanese serve da sede ufficiale e da carcere; gli interrogatori si svolgono in una villa vicina, requisita al prof. Potoschnig. A Palazzo Giusti in Padova Carità ricostituisce rapidamente il reparto. Un’ala dell’imponente edificio viene usata per gli alloggiamenti suoi, delle sue due giovani figlie e della cinquantina d’uomini che l’hanno seguito dalla Toscana. Al piano terra le cucine. Il lavoro sì svolge nella sezione più rappresentativa dell’edificio. I prigionieri appena arrestati vengono ammucchiati nel salone. In quattro salotti sono sistemati gli uffici dove si svolgono gli interrogatori. Le vecchie scuderie, trasformate in piccolissime celle senz’aria, vengono chiamate dai detenuti, per la disposizione a castello dei tavolacci, « la nave ». Anche le soffitte, dove una stanza è adibita ad infermeria, servono per la custodia dei prigionieri. La banda Carità è pronta a funzionare. La posizione ufficiale di Carità è di « Comandante supremo la pubblica sicurezza e servizio segreto in Italia: reparto speciale italiano ». La corrispondenza porta la dicitura in italiano ed in tedesco ed è sotto firmata da un ufficiale tedesco delle SS; porta il timbro della SSN e Carità si firma « S.S. Sturmbannfuhrer ». Palazzo Giusti diverrà nel giro di poche settimane la Villa Triste dei partigiani veneti.

In ottobre la guerra, che sembra avviata alla fine, si arresta sulla linea gotica; Alexander nel suo proclama del 13 novembre invita i patrioti italiani a cessare ogni attività per prepararsi ad affrontare l’inverno che si preannuncia molto duro. Il rifornimento di viveri e di armi si fa critico. Le sorti della guerra e le nuove disposizioni di Kesselting, relative ad un rastrellamento globale dell’Italia del Nord, danno nuova forza alla banda Carità, di fronte alla quale la Resistenza veneta viene a trovarsi nel momento psicologico e organizzativo più difficile. Molti partigiani, buttatisi allo sbaraglio in autunno, sono già segnalati e braccati dalle polizie locali, sono già « bruciati » come si diceva allora. Palazzo Giusti comincia ad ergersi come un’ombra nera nel pensiero di molti uomini della Resistenza. Vengono compiuti i primi arresti. Così Giorgio Bocca nella sua Storia dell’Italia partigiana, rifacendosi alle testimonianze raccolte presso l’Istituto Storico della Resistenza di Padova, parla di Carità e di Palazzo Giusti:

La banda si sistema a Padova in Palazzo Giusti, nell’ufficio e la caserma, e il luogo di vizi e di ferocie inconfessabili. Vi si fa uso di droghe, il sangue e gli urli dei prigionieri sono anch’essi droga; il piacere sadico di veder soffrire si mescola alla paura, a volte anche a un senso di rimorso, di rimpianto: il prete spretato Castaldelli visto, da uno dei prigionieri, mentre si prende il viso fra le mani e geme come una bestia ferita. Ma il pentimento non dura, nessun rimorso è decisivo, nessuno ce la fa a togliersi dall’impatto di sangue e di orrore in cui si ritrova ogni mattina quando riprende gli interrogatori degli arrestati … Una vicenda nota in tutti i luoghi di tortura: il carnefice che si trasforma in protettore, la vittima che legge sul suo volto, nei suoi occhi, un barlume di pietà e vi si attacca; il carnefice assapora questi momenti, si sente Quasi buono e magnanimo, ma ecco proprio qui si rinnova la perfidia, il piacere di troncare la speranza nascente, di ricominciare il ciclo, fino alla fine del mondo. … Carità entra in una sala di tortura mentre i suoi sono al lavoro: .. Ma no, cosa fate. dice, ma gli fate male •. il torturato si volge a guardarlo come un salvatore, lui si avvicina. Ma è pallido questo ragazzo, su bisogna fargli coraggio ». E gli rovescia sul viso le sue dure mani, e mentre picchia si esalta, si eccita, è sopra la vittima, urla. . .. Ma è con le donne che ci si sfoga meglio: « Non sai niente? Dici che non sai niente? Ci avevo una zietta cosi che mi raccontava le favole, lurida puttana •. «Ecché, troia, ci ho scritto qui in fronte sali e tabacchi? ». Che risate a vederle confuse e avvampate se le costringono a denudarsi. Poi gli spengono le sigarette accese nel ventre, o le mettono a ponte su uno sgabello, gambe in giù da una parte, testa in giù dall’altra, in modo che non possano schermirsi. … Certe notti nel silenzio, quando si ode solo il gemito di qualche sofferente, uno dei torturatori torna a visitare le sue vittime e cerca il discorso, interroga, sembra voler riannodare un colloquio umano:

Vuoi una sigaretta? Su, non aver paura, dillo pure cosa pensi di noi ». La vittima tace, il colloquio non è piu poso sibile, il violento Baldini che lo capisce, esce fuori con la sua risoluzione da disperato: «Si, un giorno forse mi farete la pelle, ma intanto sono io che comando •. … Fino alla fine, dietro la violenza che è diventata un vizio: far passare scariche elettriche nei genitali, strappare le unghie con le pinze, mettere al lavoro i picchiatori ebeti che bevono e mangiano mentre bastonano, passare le notti ubriachi ballando nel salotto accanto alle celle in modo che i prigionieri ascoltino.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 29 aprile 2017, in La Banda Carità con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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