Carlo Della Corte – Di tetto in tetto per liberare Venezia (Parte Prima)

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CARLO DELLA CORTE

DI TETTO IN TETTO

PER LIBERARE VENEZIA

(Parte Prima)

La laguna è soffocata nella stretta nazifascista, poche decine di uomini organizza­no l’insurrezione. La beffa del teatro Goldoni, e le trattative per evitare una stra­ge. La prima scintilla nelle carceri di Santa Maria Maggiore. L’incontro tra il Comitato di Liberazione e i tedeschi che minacciano di far saltare la città.

Quando la miccia della Li­berazione comincia a bru­ciare lungo l’Italia del Nord, c’è una città alla quale tut­ti guardano con particolare apprensione: Venezia. Mili­tarmente parlando, Venezia è un cul de sac, dove non ci può essere sfogo per combattimenti in campo a­perto.

Tedeschi e fascisti la presi­diano saldamente: la città ne rigurgita, capi della Re­sistenza venuti da Milano per rendersi conto della si­tuazione confessano ai com­pagni veneziani che mai hanno visto nello stesso luogo tante divise naziste e repubblichine. La topografia della città, così chiusa e in­tricata, la delicatezza del suo tessuto urbanistico, il valore inestimabile dei suoi monumenti: tutti dati di fat­to di cui l’azione insurrezio­nale deve tener conto, che rischiano di trasformare la lotta partigiana in una stra­ge, in una, specie di massa­cro della popolazione civi­le, in un rogo divampante da San Marco alla Giudecca, da Cannaregio a Dorso-duro. Non è difficile appic­carlo, se i tedeschi lo vo­gliono..

In Francia ci si chiedeva: Parigi brucerà? Nell’Italia del Nord, mano a mano che viene liberata, la domanda angosciosa è: Venezia bru­cerà?

La zona portuale, per esem­pio, è capillarmente minata e si sparge la voce che le mine sono anche altrove, che la vendetta nazista può punire la città che mai ave­va risparmiato ai tedeschi e ai loro complici italiani av­venturosi colpi di mano, e­pisodi di guerriglia e per­sino una incredibile beffa, che aveva bruciato lunga­mente l’amor proprio dei despoti, mentre al teatro « Goldoni » si recitava Pirandello (« Vestire gli ignu­di »): nelle prime file, bo­riosi, ci sono i militi e gli ufficiali della Decima Mas, i tedeschi in gran montu­ra, pettoruti e mondani pur nelle loro tetre divise. Tre partigiani, tre gappisti, ap­paiono improvvisamente sul palcoscenico. Imbracciano il mitra, lo puntano sui ne­mici, che, armati come so­no, non osano muovere un dito. La beffa è stata idea­ta dal comunista Giuseppe Turcato ed ha la grazia di una recita goldoniana, per le parole ironiche pronun­ciate dai partigiani, che sfottono e dileggiano la re­pubblichina di Salò, per il loro muoversi quasi teatra­le, da attori, sulle tavole del palcoscenico. Se ne vanno nel nulla, dal quale sono venuti. E fascisti e tedeschi si guardano ammutoliti in faccia, a leggere il reciproco sbalordimento, mentre il pubblico della platea, dei loggione, dei palchi ha be­vuto una sorsata di libertà. Ma a Venezia non ci sono stati solo momenti distensi­vi (per la Resistenza) come questo. Prima dell’insurre­zione, la città piange i set­te martiri della riva degli Schiavoni, i tredici di Ca’ Giustinian, i cinque di Can­naregio. Zani, Pepi e Cafìe­ro sono i nomi dei fascisti più crudeli, quelli che infieriscono maggiormente sui patrioti caduti in loro ma­no. Ecco perché, all’alba della Liberazione, si teme il peggio.

Nonostante l’immigrazione di ministeri e di polizie po­litiche di ogni tipo, Venezia resta sostanzialmente anti­fascista. Ricordiamo, sui muri dell’Accademia di Bel­le Arti, appena giù dal ponte dell’Accademia, nei giugno del 1940, delle enormi scrit­te dipinte nottetempo da qualche ignoto, che maledivano i tedeschi e la no­stra alleanza con Hitler.

La città, pur risparmiata dai grossi bombardamenti, sal­vo qualche episodio spora­dico, fu considerata tacita­mente dagli Alleati una spe­cie di « città aperta »; ma arrivò all’insurrezione stre­mata e provata.

A condurre veramente la Resistenza a Venezia c’era­no poche centinaia di uo­mini (due o tre, dicono og­gi i superstiti capi): gli al­tri si aggregarono, trascina­ti dal Vento del Nord, ne­gli ultimi giorni, ingrossando smisuratamente le file di quella che era stata una pic­cola pattuglia, o poco più, di punta, sia pure agevola­ta dalla connivenza della città, ovattata nei lunghi mesi invernali dalla sua col­tre di nebbia, serrata nel suo gelo quasi nordico.

A queste poche centinaia di spericolati, costretti ad agire in una città che era un vicolo cieco, presidiata da imponenti forze nazifa­sciste che facevano svento­lare la bandiera con la sva­stica in piazza San Marco, toccò preparare uno dei piani insurrezionali più com­plessi e delicati, cercando complicità e aiuti dapper­tutto, perché alla fine non si dovesse gridare: Venezia brucia.

Quando gli Alleati dilagano finalmente nel Nord, libe­rando una città dopo l’al­tra, tutto il Veneto attende il suo momento, e in parti­colare Venezia, emarginata dalle grandi avanzate, dal­le più vistose operazioni belliche, collegata con la Terraferma solo dal ponte translagunare.

Il Comitato di Liberazione Nazionale e il Corpo Volon­tari della Libertà, in questo frangente, cercano di strin­gere i tempi: quinte colon­ne erano già state cercate nei gangli nevralgici della vita politico-amministrativa. Per esempio, il vice-podestà Salazar era stato contattato dagli uomini della Resisten­za e aveva lavorato d’inte­sa con i patrioti. Questi ten­gono una riunione decisiva nella notte del 27 aprile 1945: Venezia deve insorge­re? E giunto il suo momen­to?

Alle 23 della stessa notte viene stilato un proclama che dopo poche ore è già sui muri della città, firmato da Luigi Pasetti per il Par­tito d’Azione, da Pietro Be­nedetti per il Partito Comu­nista, da Eugenio Gatto (il futuro ministro) per la De­mocrazia Cristiana, da Pio Malgarotto per il Partito Li­berale e da Sante Listato, per il Partito Socialista.

In esso si dichiarava testual­mente che: « II Comitato di Liberazione della Provincia di Venezia, espressione uni­taria delle forze che hanno collaborato alla lotta di li­berazione nazionale, per volontà ed elezione di po­polo, in forza dei mandato conferito dal Governo de­mocratico Italiano al Comi­tato di Liberazione Nazio­nale per l’Alta Italia (C.L.N.A.I.)," rappresentante le­gittimo del Governo stesso e come tale riconosciuto dalle Autorità Alleate, as­sunti tutti i poteri di Go­verno e di Amministrazione nel territorio della Provin­cia di Venezia, dichiara ini­ziata da questo momento anche nella provincia di Ve­nezia l’insurrezione nazio­nale per la liberazione del Paese dal giogo degli inva­sori tedeschi e dei tradito­ri fascisti ». Il decreto, che portava il numero d’ordi­ne 1, proseguiva invitando la popolazione ad insorge­re compatta e decisa con­tro le forze nazifasciste.

Come a Milano, pochi gior­ni prima, anche a Venezia si erano condotte delle trat­tative per evitare inutili spargimenti di sangue. Nello stesso giorno del 27, il co­mandante del Corpo Volon­tari della Libertà Mario Coc­con, azionista, aveva contattato il comandante tedesco della piazza. Era presente, per il patriarcato, un sacer­dote, padre Giulio. Ma il crollo del fronte del Po, e­videntemente, non aveva ancora persuaso i tedeschi che si avvicinava l’ora del­la resa dei conti. La rispo­sta, da parte nazista, era sta­ta negativa: niente resa. Co­sì, nella stessa notte, era nato il decreto insurrezio­nale.

Già in quella del 26 c’era stato un assaggio di insur­rezione, nato nelle carceri di Santa Maria Maggiore, do­ve c’erano i detenuti politi­ci. Questi sapevano perfet­tamente quel che accadeva fuori. Si ribellarono. Tede­schi e fascisti cercarono con la forza di riprendere in pu­gno la situazione, ma furo­no respinti. Il tentativo, fu ‘-ripetuto invano, all’alba. il 27 i « politici » riuscirono a liberarsi e a unirsi ai parti­giani. Anche i prigionieri politici che si trovavano al­l’ospedale civile riuscirono a fuggire nel pomeriggio del 27. Il tallone nazifascista cominciava a gravare un po’ meno su Venezia. ‘Sempre nello stesso giorno, c’era stata da parte dei partigiani un’irruzione nella caserma di San Zaccaria, dietro la ri­va degli Schiavoni, e le for­ze comandate dal famige­rato capitano Zani, circa duecento uomini, s’erano lasciate catturare.

Ma, dopo il decreto che invitava la città intera, con la sua provincia, alla ribel­lione, il nemico cominciò a rendersi conto che aveva ormai il fiato corto: alla mattina del 28, alle 6, de­posero le armi il segretario federale e il comandante della guardia repubblicana. Tra i fascisti dilaga il caos: alcuni, convinti che il loro destino è comunque segna­to, non vogliono consegnar­si ai partigiani e danno ini­zio a una guerriglia feroce, fatta di cecchinaggi dai tet­ti, sparando contro tutto e tutti, colpendo anche civili inermi.

Si combatte in piazzale Ro­ma e in Marittima, due pun­ti chiave di Venezia: rispet­tivamente la possibilità di fuga via terra e quella via mare, la possibilità ad. ogni modo di distruggere ogni collegamento con il resto del Paese, dove i nazifascisti sono in rotta, incalzati dagli alleati; i più fanatici va­gheggiano ancora l’idea di una fuga in forze, lascian­dosi dietro macerie fumanti. Ma ormai il loro progetto si rivela impossibile. Anche al lido, dove i tedeschi a­vevano effettuato un tenta­tivo di blocco portuale, i partigiani hanno la meglio e salvano dalla distruzione la motonave Zara. Sempre al Lido, racconta in una sua relazione Gino Scarso, che fu uno dei comandanti militari dell’isola, nella quale fino a qualche anno prima, in occasione della mostra del cinema; approdavano, per consumarvi i loro ozii dorati, i gerarchi italiani e tedeschi, ancora il 30 apri­le mattina, e cioè a Venezia ormai liberata, c’erano « dei tedeschi che, malgrado gli accordi presi, circolavano con le armi pronte al fuo­co ». Allora Gino Scarso, con il suo gruppo di parti­giani, rastrellò la zona to­gliendo di mezzo gli irri­ducibili, circondando l’al­bergo Wagner e l’hotel Bortoli per impedire l’uscita di quanti d’essi vi erano anco­ra asserragliati, infine con­segnati alle sopraggiunte truppe inglesi.

Furono dunque giorni lun­ghi e insidiosi, tanto più se al quadro generale si ag­giungono episodi isolati ma non per questo di minor ri­lievo. Naturalmente, a mor­dere il freno più degli al­tri, erano stati i comunisti, che avrebbero preferito anticipare i tempi della Libe­razione per presentare alle forze angloamericane una Venezia già liberata. Il par­tigiano «Marco », al secolo Giuseppe Turcato, cioè l’uomo che abbiamo visto progettare e realizzare con altri compagni la beffa del teatro Goldoni, racconta che la brigata della quale era commissario, una briga­ta garibaldina, la Francesco Biancotto (che aveva preso il nome da un partigiano a­dolescente caduto nella lotta), già nel pomeriggio del 24 aprile – quindi con con­gruo anticipo sul decreto ufficiale di insurrezione – a­veva rotto gli indugi. Addi­rittura il 25 mattina forma­zioni partigiane avevano oc­cupato le sedi della Socie­tà Telefonica delle Venezie e delle Poste e Telegrafi. 1 garibaldini avevano inoltre disarmato, in Lista di Spa­gna, nei pressi della stazio­ne ferroviaria, alcuni militi della Decima Mas. ,

Nella notte tra il 25 il 26, anche se le decisioni ufficiali non erano ancor state prese, avvenne il coordina­mento tra le squadre di a­zione patriottica e i cittadi­ni, che cominciarono ad ar­ruolarsi presso le sedi di se­stiere. Il Partito Comunista dimostrò in questo il suo tempismo, che rispose cer­tamente a un preciso cal­colo politico (la speranza di precedere gli angloamerica­ni) ma anche una più orga­nica e decisa volontà di ap­piccare il fuoco alle pol­veri.

In questo dilagare di ini­ziative, mentre i fascisti, dopo l’iniziale arroganza, in parte si arrendono, in parte si abbandonano a una spa­ratoria disperata, i tedeschi, più forti anche come arma­mento, danno luogo a un genere di guerriglia atipico, non riscontrabile, per ovvi, motivi, nelle altre città che vengono liberate negli stes­si giorni. Servendosi di mi­cidiali pontoni armati di mi­tragliere e robustamente blindati, i nazisti iniziano a percorrere le principali vie d’acqua di Venezia, falcian­do chi passa lungo le rive con raffiche micidiali.Il di­segno essenziale è quello di raggiungere la zona por­tuale, la Marittima, per far­vi brillare le mine trasfor­mandola in una « tabula ra­sa ». Ai Magazzini Generali, si accende una lotta cruen­ta: i partigiani hanno la me­glio: i pontoni tedeschi so­no costretti a ritirarsi.

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Fine della Prima Parte

Tratto da

La Storia Illustrata

Arnoldo Mondadori Editore

Marzo 1975

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 4 maggio 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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