Carlo Della Corte – Di tetto in tetto per liberare Venezia ( Seconda Parte )

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Carlo Della Corte

Di tetto in tetto per liberare Venezia

( Seconda Parte )

Adesso questi « carri arma­ti acquei » sono ancorati davanti alla riva degli Schia­voni, alla Dogana, all’im­bocco del Canal Grande. La minaccia su Venezia è ancora grave, perché i tede­schi insistono: faranno sal­tare i ponti minati, le pol­veriere, il grande comples­so dell’Arsenale, le navi che sono rimaste in porto. Non vogliono arrendersi, chie­dono un lasciapassare.

L’incubo è spaventoso: lo sarebbe per qualsiasi altra città, ma a Venezia esplo­sioni di questo tipo, con le case a ridosso l’una dell’al­tra, potrebbero cancellare l’intera faccia della città. In compenso, Chioggia è già stata liberata. Oltre ai tele­foni e alle poste, i partigia­ni hanno già in mano la

radio e la stazione ferro­viaria. Anche l’isola di Pel­lestrina, poco lontana dal Lido, è insorta con successo. Sempre il 28, prosegue la liberazione delle isole lagu­nari: a Murano vengono catturati da partigiani e pa­trioti gli equipaggi tedeschi delle petroliere Mantova I e Mantova II.

Anche la Decima Mas, as­serragliata nel collegio na­vale di Sant’Elena, finalmen­te si arrende: senza condi­zioni. Se si calcola che a Venezia, durante l’occupa­zione, esistevano ben quat­tordici tipi diversi di poli­zie politiche e militari tedesche e fasciste, ci si rende conto come l’azione parti­giana abbia dovuto contem­poraneamente fare i conti con forze molteplici, ciascu­na delle quali, in quei gior­ni di emergenza, tendeva a comportarsi come un picco­lo esercito autonomo: do­ve uno cedeva, l’altro, per l’ottusa tenacia o ferocia di un comandante, continuava a rimanere in armi, a osta­colare seriamente e dram­maticamente il setacciamento della città, opponen­do improvvise sacche di re­sistenza, con rapide ma non per questo meno pericolo­se fiammate di estrema bel­licosità.

Il distaccamento del batta­glione partigiano Vivian e­spugna assieme agli uomini di punta del P battaglione un distaccamento di polizia tedesca rimasto alle Zatte­re, nella pensione « Calci­na ». Intanto i prigionieri nazifascisti vengono con­dotti nelle aule dell’Acca­demia di Belle Arti.

Sono queste, anche a Vene­zia, giornate plumbee, gri­gi, come in quasi tutto il Veneto: piove sovente, la città è battuta da un’acque­rugiola fastidiosa, che in­tralcia le operazioni milita­ri. Ogni tanto il cielo sca­tena acquazzoni torrenziali: la primavera bella e soleg­giata può sembrare lontana, anche se siamo alle soglie di maggio. E in questa città tetra e aggrondata si gioca una delle ultime partite con il nazifascismo.

All’albergo Regina conti­nuano intanto frenetiche le trattative tra il Comitato di Liberazione Nazionale e i tedeschi. Dicono le crona­che che fu un incontro spossante, con punte di al­ta drammaticità. Quando già pareva che i tedeschi fossero disposti a cedere, eccoli opporsi alla consegna della mappa sulla quale e­rano segnalate punto per punto le mine del porto. Ciò rischia di far ricadere Venezia in quella zona o­scura in cui era vissuta per un anno e mezzo, con le calli trasformate in budelli` micidiali, luoghi da agguati, dove si sparava e moriva, mentre le fondamenta, sfer­zate dall’acqua, erano tra­sformate in palcoscenici per la fucilazione di cittadini, e la popolazione veniva costretta dai mitra degli a­guzzini, come una platea, ad assistere al massacro.

Eppure i fatti stavano roto­lando verso il loro più natu­rale epilogo, che se le for­ze della Liberazione paga­rono assai salato (non era­no soldati professionisti, ed erano anche male armati), i nemici pagarono più onero­samente. Nelle giornate in­surrezionali, le perdite del Corpo Volontari della Liber­tà dipendenti dal Comando di Piazza di Venezia assom­marono a 21 morti e 118 feriti. Per contro, i tedeschi, che si opposero più concre­tamente dei disperati cec­chini della repubblica di Sa­lò, ebbero 139 morti, 69 fe­riti e lasciarono 819 prigio­nieri, 57 dei quali erano uf­ficiali. Il numero dei fascisti caduti nella rete fu comun­que ancora più rilevante: 2930, a quanto risulta. Le fonti discordano lievemen­te: però le cifre rispon­dono sostanzialmente alla verità.

Ma prima della firma della resa tedesca, le scaramucce si susseguono: nella notte del tormentatissimo 28 apri­le, altri pontoni tedeschi vorrebbero impadronirsi di una nave, la Sergio Laghi. Tuttavia i partigiani li met­tono in fuga. Anche la na­ve Gradisca è nelle mani dei patrioti, ma uno di que­sti, nello scontro, perde la vita.

Poi le trattative dell’hotel Regina arrivano ad essere perfezionate: viene stabilito che sulla notte del 28 e nel­le prime ore del 29, a parte i prigionieri già lasciati sul campo, i nazisti leveranno le tende. Ma, mancando alla parola data, ancora essi dis­seminano di altre mine i punti strategici, continuan­do, nelle ore dell’esodo, a compiere selvagge anche se limitate distruzioni.

I partigiani sono ben deter­minati a non lasciare im­puniti questi ultimi crimini, e nelle prime ore del 29, quando ormai la svastica, che aveva sventolato per tanti mesi in piazza San Marco davanti alla Platz­kommandantur, è stata ri­mossa, quando l’ultimo pre­sidio tedesco su due moto­velieri armati con mitraglie­re da venti millimetri a can­na multipla e cannoncini, più due motobarche, tre grandi motoscafi e altre im­barcazioni, lascia definitiva­mente la zona dell’Arsena­le, i partigiani decidono di far pagare gli ultimi misfat­ti, sbarrando il passo ai fug­giaschi tra il Macello e il forte di San Secondo. Gli insorti sono pochi, con po­che armi, ma ormai anche il tedesco più fanatico si ren­de conto che è meglio ri­nunciare a resistere.

Venezia è veramente libera solo il mattino del 30 aprile,

anche se ancora qualche fa­scista ostinato, deciso a con­sumare fino in fondo il suo destino sbagliato, si nascon­de sui tetti per sparare al­la gente che si riversa nelle strade a festeggiare la fine del lungo incubo imposto dai persecutori. Il docu­mento della resa era stato firmato esattamente alle 4 del mattino dei 29, presente Il capo della missione mili­tare inglese. Il 30 entrano in città le forze alleate, pre­cedute nel pomeriggio dei giorno avanti da alcuni nu­clei neozelandesi, arrivati in una Venezia che tornava ad essere rallegrata, dopo tan­ta pioggia, dal sole. Era ter­minato l’incubo di quella Venezia trasformata dai fa­scisti e dai tedeschi in una città di faide e delazioni.

Qualche giorno dopo, un messaggio dei generale Mark Clark, destinato al po­polo veneziano, suggella questa lunga vicenda: « In­vio ai cittadini di Venezia le mie congratulazioni per l’insurrezione, coronata da pieno successo, che ha por­tato alla liberazione della loro città dalla morsa e dal controllo degli invasori. Possiamo dichiarare, per la verità, che la vostra città è stata liberata dall’interno, da forze armate del Corpo Volontari della Libertà, con l’aiuto e l’incoraggiamento dell’intera popolazione… ».

In realtà le forze del Quin­dicesimo Gruppo di Arma­te quando raggiunsero Ve­nezia, poterono passeggiare sul velluto. Un anno e mez­zo di lotta spesso miscono­sciuta, crudele, apparente­mente senza remunerazio­ne, permise agli alleati un ingresso incruento in una città che molti soldati vide­ro solo con gli occhi dei turisti. E fu in piazza San Marco che essi cominciaro­no a scattare le prime foto ai colombi e alle biondine.

Carlo della Corte

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Tratto da “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori Editore

Marzo 1975

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 4 maggio 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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