Edio Vallini I Giorni del castigo (1945) Prima Parte

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Edio Vallini

I Giorni del castigo

(1945)

Prima Parte

Diciotto aprile 1945, a Torino viene proclama­to uno sciopero generale che si estenderà a tutta la regione, il 19 insorge Bo­logna e l’Emilia. Il 23 i ferrovieri dei Comparti­mento di Milano, che in­teressa tutta la Lombar­dia, parte del Veneto e del Piemonte, entrano in sciopero. E uno sciopero ad oltranza a chiaro ca­rattere insurrezionale, tra le rivendicazioni: « … la fine della guerra ».

Il 24 aprile l’epilogo, con l’insorgere di Milano.

Il 25 aprile consacra la definitiva vittoria degli insorti ma i fascisti ed i nazisti resistono ancora: sia in caposaldi fortifica­ti sia attaccando con ve­re e proprie azioni di commando e di franchi tiratori.

A Milano, ad esempio, il 30 aprile nella città ormai liberata dai patrio­ti sotto il controllo della Quinta armata del gene­rale Clark, il piccolo Ho­tel Regina dì via Santa Margherita ed il grande albergo Touring di piaz­za Fiume, sono occupa­ti dalle forze tedesche. Protetti da alti cavalli di Frisia e da massicci carri armati, i soldati del Ter­zo Reich sembrano in­tenzionati a non cedere. Solo il primo maggio, al­lo scadere dell’ultima­tum, cominceranno ad uscire disarmati dal loro fortilizio e, dopo lunghe ore di tensione, non op­porranno resistenza al drappello di soldati an­glo-americani che entra­no negli alberghi per ar­restare i comandanti.

Un cronista del tempo racconta, un poco pitto­rescamente, l’uscita dal Regina di un ufficiale te­desco armato di una bot­tiglia di champagne ed accompagnato da alcune

donne italiane, le famo­se « ausiliarie », che of­friranno in olocausto al­la grande Germania le loro chiome.

Reparti dell’esercito te­desco che non si sono arresi ai partigiani, ven­gono segnalati un po’ ovunque nell’Italia del nord. Il Popolo, organo della Democrazia Cristia­na, informa, nel suo nu­mero del 1° maggio, che nel mantovano fascisti e tedeschi hanno preso in ostaggio donne e bam­bini proteggendo così la loro resistenza ormai senza speranze.

Notizie di nuclei di sol­dati della Wehrmacht an­cora in armi ad insurre­zione già’ conclusa, si hanno nel cremonese, nel Veneto e, naturai­ment~, nell’Alto Adige. In questa regione anche la popolazione di lingua tedesca non sembra vo­ler accettare pacifica­mente la realtà della sconfitta se L’Unità del 27 aprile pubblica, con il rilievo del neretto, il se­guente comunicato:

« Attenzione. Risulta che la popolazione civile del­l’Alto Adige e le truppe tedesche che si ritirano verso la Germania, com­piono atti ostili contro gli internati civili italiani nei campi di concentramen­to. Si avvertono le truppe tedesche e i civili di de­sistere senz’altro da tale atteggiamento se non si vuole provocare la giu­sta rappresaglia contro i numerosi soldati e civili già in mano delle truppe del Corpo volontari del­la libertà ».

L’attività militare dei na­zi-fascisti non si limiterà però alla sola presenza di piccoli gruppi di truppe regolari ancora in armi, agivano in quasi tutto il settentrione anche fran‑

chi tiratori o veri e pro­pri « manipoli di arditi » per usare una terminolo­gia appropriata.

Il 26 aprile mentre Mila­no è in festa per la libe­razione e « …le porte dei tetro carcere di San Vit­tore si aprono per lascia­re uscire dalla lugubre prigione i detenuti politi­ci… Da una macchina » è sempre L’Unità che in­forma « si spara contro i garibaldini in vari punti della città ».

« Motta Visconti, 27 apri­le. Una autoambulanza della Croce Rossa forza un posto di blocco della 170a Brigata Garibaldi. Viene ucciso il patriota Gino Borgomaneri ». 29 aprile, arrivano a Milano « quelli della Val Sesia », li guida il popolare co­mandante Cino Mosca­telli. L’accoglienza di Mi­lano è entusiasmante, ali di folla applaudono al lo­ro passaggio. In piazza Firenze i patrioti delle formazioni di montagna incontreranno Piero Sec­chia e Moscatelli abbrac­cerà Gallo (Luigi Longa). Poi il corteo delle mac­chine e degli autocarri si dirigerà verso piazzale Loreto dove si sta svol­gendo un comizio fem­minile alla presenza dei familiari dei quindici fu­cilati dai fascisti.

A poca distanza dalla or­mai storica piazza è I’ agguato. Quando già gli oratori hanno annuncia­to ai presenti, tra le più alte ovazioni, l’arrivo dei « partigiani di Moscatel­li », dalle finestre dell’al­bergo Titanus inizia una fitta sparatoria. Dalla strada si risponde e il fuoco dura sino a quan­do dall’hotel escono te­deschi e fascisti con le mani sul capo.

Ma le notizie di questi attacchi sono in genere scarse e difficile è formu­lare un panorama gene­rale della situazione.

Da il Popolo del 30 aprile apprendiamo: « Ultimi aneliti della reazione fa­scista. La vita milanese ri­prende gradualmente il suo volto normale e no­nostante le apparenze, tuttora tumultuose, la reazione fascista è in as­soluta fase di esaurimen­to anche se qua e là qualche criminale tenta, con azioni isolate, di tur­bare l’atteggiamento di tranquilla serenità ormai assunto dalla cittadinan­za. Anche ieri qualche sparatoria si è verificata. Durante i funerali di tre giovani patrioti, la spara­toria è stata particolar­mente intensa in piazza del Duomo provocando panico tra la folla numerosa che faceva ala al corteo. I giovani patrioti caduti per la liberazione di Milano sono Giorgio Valiani, Solari e Luciano Santagostino ».

Effettivamente la città sta tornando – come afferma l’organo della Democra­zia Cristiana – alla nor­malità, ma la reazione fascista è un po’ ovun­que rabbiosa tanto che il 29 aprile il P.C.I. emet­te il seguente comunica­to: « Denunciate ai Co­mandi i fascisti annidati nelle case. La Federazio­ne del Partito Comunista Italiano invita energica­mente i portinai e tutti i cittadini a denunciare ai Volontari della Libertà gli ultimi cecchini anni­dati nelle case che per dar sfogo al loro rancore non esitano a mettere in gioco la nostra vita ». Sparatorie improvvise dalle finestre si registra­no in quei giorni a Mi­lano in via Botticella, in piazza Guardi a Porta Lo­dovica, a Porta Ticinese, a Giambellino ecc., ma la guerriglia fascista non si limita alle città. Nelle campagne si segnala l’a­zione di un gruppo fa­scista « Gabriele D’An­nunzio » che attacca sin­goli partigiani, sezioni di partiti democratici e, u­nendo l’utile al dilettevo­le, fa razzia nelle cascine. Anche dal lecchese e dal comasco giungono noti­zie simili.

Anche se i giornali del tempo (uscivano solo quotidiani di partito) ten­dono a minimizzare la reazione dei fascisti, a Torino il 9 maggio una ulteriore aggressione fa scrivere a Giancarlo Pajetta un articolo che vale la pena di riprende­re:

« Sono i banditi delle Brigate nere che hanno buttato una bomba contro la sede Matteotti, che hanno attaccato un ac­cantonamento garibaldi­no uccidendo tre dei no­stri ragazzi. Sono gli as­sassini fascisti che hanno sparato uccidendo da u­na automobile a pazza corsa, che hanno attac­cato più volte macchine partigiane. Sono i delin­quenti di Mussolini che hanno compiuto i loro delitti qui a pochi passi da noi. Due garibaldini, due comandanti di quel­le SAP che hanno salvato Milano, sono stati truci­dati proprio in questi giorni. « Erano appena giunti a casa, dopo il lavoro che prende ogni momento di ognuno di questi giorni affannosi, che fascisti tra­vestiti da partigiani li hanno strappati con l’in­ganno alle famiglie e li hanno gettati assassinati ad un angolo di strada.

« Sono casi singoli di di­sperati?

« No, noi non esageria­mo denunciando la so­pravvivenza della delin­quenza fascista Organiz­zata. Ne abbiamo le pro­ve nelle confessioni del federale repubblichino di Torino che, prima di es­sere impiccato, ha con­fessato l’esistenza di una vasta rete predisposta per agguati e delitti.

« Le case coi muri forati per passare da un appar­tamento all’altro, i docu­menti falsi, i depositi di

armi, i gruppi di cinque, tutti gli accorgimenti di una vasta associazione a delinquere non sono rac­conti da romanzo. « D’altra parte erano a nostra conoscenza le or­ganizzazioni fasciste di sabotaggio e di omicidio, attive nell’Italia centrale e meridionale,, dove la polizia è ancora troppo viziata di reazione per intervenire efficacemen­te.

« Noi non esageriamo, non vogliamo creare un mito di spavento e di ter­rore, noi sappiamo che i residui fascisti sono forti e pericolosi solo se le forze della democrazia sono deboli ».

E un discorso di sconcer­tante attualità questo di Pajetta. Evidentemente la democrazia italiana non fu troppo debole se an­cora sopravvive, ma il tessuto sociale e politico della nazione non si è de­purato dalle tossine che lo avvelenavano.

Lo scontro armato, l’in­surrezione modificò solo in piccola parte le strut­ture dello Stato se il 25 maggio del ’46 il Corrie­re d’Informazione pub­blica una corrispondenza da Roma dalla quale si apprende che nell’Istitu­to San Giuseppe, in Via Nomentana, la polizia ha scoperto un deposito di bombe di un’organizza­zione neo-fascista e tra gli arrestati vi erano uffi­ciali dell’esercito e della marina. L’elenco delle connivenze tra fascismo

E macchina dello Stato potrebbe continuare ma vogliamo chiudere con un ultimo esempio: il

processo contro Filippo Anfuso, processo che è, per molti versi, emble­matico di tutta la situa­zione italiana: « Il pro­cesso contro Filippo An­fuso è generalmente no­to come "`processo Roat­ta", dal nome del gene­rale Mario Roatta che fu capo del SIM, ossia del servizio informazioni mi­litari, nel periodo fasci­sta ». Fu il quarto pro­cesso, in ordine di tem­po, che si svolse dopo la Liberazione dinanzi alla Alta Corte di Giustizia per la punizione dei cri­mini fascisti. Lo avevano preceduto il processo Ca­ruso contro l’ultimo que­store fascista della capi­tale, corresponsabile del­l’eccidio delle Fosse Ar­deatine; il processo Az­zolini, contro il governa­tore della Banca d’Italia responsabile di non aver impedito ai nazisti di im­padronirsi della riserva aurea; e il processo Pentimalli e Del Tetto, con­tro i generali dell’eserci­to italiano cui risaliva la responsabilità di non a­ver difeso la città di Na­poli contro i nazisti.

I tre processi si erano svolti tra il settembre e il dicembre 1944, i pri­mi due nell’aula di pa­lazzo Corsivi, il terzo nell’aula magna della Sa­pienza: si erano conclusi il primo con una con­danna a morte subito e­seguita, il secondo con una condanna a trent’an­ni di reclusione che do­veva poi essere amnistia­ta, il terzo con due con­danne a vent’anni di reclusione militare per « abbandono di coman­do »: amnistiata, succes­sivamente, quella del ge­nerale Pentimalli, e con­clusasi quella del gene­rale Del Tetto con la morte del condannato in carcere.

L’Alta Corte di Giustizia pareva procedere per gradi verso una minor se­verità. Il terzo processo era stato caratterizzato da una esasperante len­tezza. Ancor più lento fu il processo Roatta, inizia­to alla presenza dell’ex capo del SIM e concluso dopo la sua clamorosa fuga dall’ospedale Virgi­lio.

Roatta fu, dalla Repubbli­ca democratica, « riabili­tato » ed indennizzato ma non tutti gli uomini compromessi con il Regi­me hanno avuto un de­stino così favorevole. In­fatti le notizie di arresti e di esecuzioni Aì fasci­sti, in quei primi giorni post-insurrezionali, non solo si affollavano sui ta­voli delle redazioni ma, persino, si contraddice­vano.

Tipica in questo senso è l’informazione del 29 a­prile sulla cattura e il sui­cidio di Renato Ricci. « Il capo della gioventù fa­scista, il fondatore dell’ Opera Nazionale Balilla -si scrive in una corri­spondenza del 30 aprile – si è ucciso ieri con un colpo di rivoltella per sottrarsi all’arresto. » Ma da Lecco, il 29 giugno ’45, si informa che a Tor­re dei Busi è stata cattu­rata una banda di fasci­sti che, oltre ad aver at­taccato le guarnigioni partigiane e darsi a rapi­ne, esercitava la borsa ne­ra. Arrestato il comando del gruppo si scopre che il capo, celato dallo pseu­donimo di « Ludovisi », è il « suicida » Renato Ric­ci. Altro particolare inte­ressante di questa corrispondenza è che per la prima volta il termine “neo-fascismo.”

Tratto da Storia Illustrata

La Repubblica di Salò

Arnoldo Mondadori Editore

Luglio 1974

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 10 maggio 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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