Mario Pacor – Le orde cosacche invadono il Friuli – Capitolo 2

clip_image002

Mario Pacor

Le orde cosacche invadono il Friuli

“ Parte 2”

E per questo la resistenza tedesca nella Venezia Giulia accanita e tenace che altrove, contro i partigiani locali e contro la 4° armata di Tito che veniva Croazia (dalla Valle padana gli anglo-americani giunsero a liberazione avvenuta).

C’era probabilmente che, tra le ragioni di tale resistenza e nel progetto « fortezza alpina » in Austria, la speranza che si avverasse il sogno di Hitler e dei suoi successori, quello di un armistizio con anglo-americani e un capovolgimento di fronte che li unisse contro l’Unione Sovietica.

L’esodo cosacco dalla Carnia verso l’Austria e verso il passo di Monte Croce si svolse negli ultimi giorni di aprile e i primi di maggio, dapprima sotto la pioggia e poi in una tor­menta di neve. Fu una tre­menda odissea dal tragico epilogo: decine e decine di chilometri di marcia e­stenuante sotto quelle in­temperie, i continui attac­chi dei partigiani, i cavalli che sempre più numerosi si accasciavano al suolo e dovevano essere ammazza­ti, l’incognita circa la sor­te cui si andava incontro… Eppure, anche in quelle condizioni, non mancaro­no gli episodi di efferatez­za: a Ovaro, dove i par­tigiani avevano tentato di bloccare la colonna cosac­ca, ingaggiando una bat­taglia alla fine della quale però, data la sproporzione numerica e di armamenti, dovettero ripiegare, i co­sacchi si vendicarono as­sassinando ventisei inno­centi paesani e, prima di riprendere il cammino, se­viziarono e massacrarono cinque prigionieri (un par­tigiano italiano e quattro georgiani) e in segno di di­sprezzo ne disposero i ca­daveri orribilmente sfigura­ti a forma di stella a cin­que punte in mezzo alla piazza.

Giunsero alfine in Carinzia, dove si ricongiunsero ai cosacchi del Corpo di Von Pannwitz in fuga dalla Ju­goslavia, e si accamparono sulla sponda sinistra della Drava, fra Lienz e Ober­drauburg. La zona era già sotto occupazione inglese e i cosacchi si considera­rono prigionieri degli in­glesi e sotto la loro prote­zione. Ma a Yalta era stato concordato che i collabo­razionisti dei tedeschi fatti prigionieri sarebbero stati consegnati alle loro nazio­ni d’origine. Per qualche settimana gli inglesi tem­poreggiarono, ma il 25 maggio requisirono tutti i cavalli, il giorno dopo 20 milioni di lire e marchi della Feldbank, il giorno 27 si fecero consegnare le armi è convocarono « a rapporto » a Spittal i due­mila ufficiali, che furono invece incarcerati per esse­re trasferiti nei giorni suc­cessivi a Graz, scortati da mezzi corazzati, e qui con­segnati ai sovietici.

Così decapitata, l’armata cosacca fu qualche giorno dopo circondata da reparti inglesi in armi e avviata al­la più vicina guarnigione sovietica. Sia alcuni degli ufficiali sia centinaia di co­sacchi tentarono la fuga, che a molti riuscì, mentre altri furono uccisi dai mi­litari di scorta o si ucci­sero gettandosi nella Dra­va, piuttosto che subire ciò che li attendeva in Russia. Infatti in processi che si svolsero nei primi anni del dopoguerra i maggiori re­sponsabili, tra cui Vlasov e Krasnov, furono condan­nati a morte, mentre la maggior parte dei cosac­chi finì in Siberia. La noti­zia dell’esecuzione di Kra­snov fu data nel 1947 dalla Pravda, ma in Friuli c’è an­cora chi sostiene che egli fu giustiziato da una pat­tuglia partigiana durante la ritirata nei pressi del vil­laggio di Chiassis, mentre secondo altri il generale ucciso o suicida a Chiassis sarebbe stato un certo Diakonov.

Come i cosacchi dal Friu­li, così dalla Croazia era­no arrivati a marce forza­te in cerca di scampo in Carinzia, per consegnarsi agli inglesi, oltre 200.000 ustascia, i fascisti del Po­giavnik Pavelic che, al ser­vizio dei tedeschi, si erano spesso resi responsabili di efferatezze nella lotta con­tro il movimento popolare di liberazione.

Nei pressi di Klagenfurt fu­rono disarmati dagli ingle­si e successivamente accer­chiati nei loro accampamenti‑ dai partigiani di Tito ( che nell’inseguimento dell’esercito tedesco in rotta avevano già fatto migliaia di prigionieri, tra i quali il comandante tedesco per l’Europa sud-orientale, gen. Lóhr, e il Gauleiter di Trie­ste Rainer, e avevano libe­rato la Carinzia meridiona­le, dove vive una mino­ranza slovena), furono ri­portati in Croazia e anche qui i maggiori responsa­bili furono condannati a morte.

Miglior sorte toccò alle centinaia di cetnici serbi che negli stessi giorni sfug­girono alla resa dei conti attraversando la Venezia Giulia per arrendersi agli inglesi in Friuli. Furono di­sarmati parecchie settima­ne dopo il disarmo dei partigiani, effettuato in ba­se agli accordi tra il Co­mando alleato e il Comi­tato di liberazione nazio­nale.

Questo tardivo disarmo dei cetnici è uno dei tanti sin­tomi che fanno pensare come in quelle settimane incombesse, quasi come un « rischio calcolato », la possibilità d’una ripresa del conflitto, questa volta da parte degli Alleati con­tro l’URSS, stremata dalla guerra. La questione della Venezia Giulia, un even­tuale scontro qui fra gli anglo-americani e l’eserci­to popolare jugoslavo, a­vrebbe potuto essere il pretesto o l’inizio, come scrisse Stalin a Tito.

Alla fine di aprile vi furo­no intensi scambi di mes­saggi fra Churchill, Tru­man, che da poco era suc­ceduto a Roosevelt, e il lo­ro Comando per- il Medi­terraneo. Churchill esigeva nella Venezia Giulia il con­trollo, da parte degli occi­dentali, di Pola, Trieste e delle vie di comunicazione ferroviarie e stradali per l’Austria; Truman avrebbe preferito un governo militare alleato su tutta la regione fino al vecchio confine. Gli inglesi erano pronti, all’occorrenza, a u­sare la maniera forte con­tro Tito, gli americani in­vece non volevano saperne di eventuali « complicazio­ni balcaniche ».

E tuttavia, quando la 4a Ar­mata dell’esercito partigia­no jugoslavo raggiungeva Fiume, vi si scontrava duramente con i tedeschi, li­berava l’Istria e il 1° mag­gio giungeva a Trieste, già in gran parte liberata da­gli insorti e da unità del IX Korpus, le colonne co­razzate inglesi e neozelan­desi destinate alla Venezia Giulia stavano ancora in­dugiando tra il Veneto e la Bassa friulana, probabil­mente per l’incertezza dei comandi sul da farsi. Si incontrarono il 2 maggio nei pressi di Monfalcone con i « titini », e fu un .incontro cordialissimo, so­prattutto per la grande ammirazione che inglesi e a­mericani avevano per que­gli indomiti combattenti. La liberazione di tutta la Venezia Giulia fino all’Isonzo e oltre era avvenu­ta dunque ad opera dei partigiani jugoslavi, in con­comitanza con insurrezioni popolari a Fiume, Pola, Trieste, Muggia, Monfalco­ne, Gorizia e nelle altre lo­calità. Dappertutto i croati e gli sloveni furono al fian­co dei partigiani e li ac­colsero come liberatori, per un comprensibile sen­so di riscossa non solo so­ciale ma anche nazionale dopo il ventennio di op­pressione fascista, che su di essi aveva infierito in modo violento.

Ma furono con loro anche i comunisti di lingua italia­na, una parte notevole del­la classe operaia e un cer­to numero di intellettuali di sinistra, che in un’annessione della regione alla Jugoslavia vedevano un primo lembo d’Italia che sarebbe passato in un campo socialista, da dove essi avrebbero potuto dare un valido aiuto all’avvento del socialismo in Italia.

La maggior parte degli ita­liani invece, specie a Pola, Trieste e Gorizia e partico­larmente nei ceti privile­giati e medi, non poteva sopportare l’idea di finire sotto il dominio jugoslavo, così che nella contesa che seguì negli anni successivi molti di coloro che inizial­mente erano animati solo da un sano sentimento na­zionale, si lasciarono tra­volgere da un esasperato nazionalismo. Tra i due blocchi, che erano nazio­nali e di classe, si aggiunse un movimento di massa, quello indipendentista, che postulava uno « stato libe­ro » per Trieste e una par­te della regione.

L’urto si andava delinean­do già dall’autunno 1944, quando gli jugoslavi aveva­no cominciato ad afferma­re più decisamente le loro rivendicazioni territoriali, così che dal Friuli all’Istria lo stesso movimento di li­berazione ne fu incrinato, si accentuarono gli screzi tra filoslavi e antislavi, tra filocomunisti e anticomu­nisti nei partiti del CLN e nelle formazioni partigiane tra garibaldini e osovani. A Trieste e altrove i co­munisti e le masse che li seguivano aderirono a co­mitati di liberazione italo-slavi, mentre i CLN italiani, privi dei comunisti, si sbandavano’ a destra e in quel campo ci fu qualche frangia non del tutto in­sensibile alle profferte fa­sciste e collaborazioniste di fare un fronte unico ita­liano contro gli slavi.

Fortunatamente tale iattura fu evitata, grazie al preva­lere dei sentimenti democratici nella maggioranza jugoslava anche di Trieste; Pola e Gorizia e dopo che, il 12 giugno, in base all’accordo raggiunto a Belgrado fra il governo di Tito e gli occidentali, le tre città e una striscia di territorio alle loro spalle passarono all’amministra­zione militare angloameri­cana, pesò il fatto di tro­varsi in una zona di attrito (come sarà qualche anno dopo a Berlino e in Corea tra i due blocchi, quello occidentale e quello sovie­tico, del quale la Jugosla­via faceva ancora parte.)

Benché non tutti se ne rendessero conto, preso come era ciascuno princi­palmente dalle passioni e motivazioni proprie e del proprio gruppo, le aspre lotte di quegli anni a Trie­ste e nella regione fino al trattato di pace del 1947, furono essenzialmente e­spressione di quell’antago­nismo, ragione di fondo sulla quale si innestavano e si intrecciavano, come in parte era già avvenuto nel 1919-20, rivendicazioni ter­ritoriali italiane e slave, scontri nazionali, lotte di classe. La scomunica del 1948 dei comunismo jugo­slavo da parte di Stalin e del Cominform, se accese un nuovo elemento di conflitto (ma solo all’inter­no del movimento ope­raio) contribuì d’altra parte a ridurre la tensione.

Così che si poté giungere nel 1954, con la collabo­razione anglo-americana e con il beneplacito dell’U­nione sovietica, agli accor­di italo-jugoslavi di Lon­dra, che definirono i pro­blemi di frontiera ancora irrisolti e dettero l’avvio al­la normalizzazione dei rap­porti fra i due Paesi.

Mario Pacor

Tratto da “Storia Illustrata”

Numero Speciale

Arnoldo Mondadori Editore

N° 208 del Marzo 1974

clip_image003

Annunci

Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 13 maggio 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: