Mario Pacor – Le orde cosacche invadono il Friuli – Capitolo 1

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I cosacchi inquadrati nell’esercito nazista, che un anno prima si erano riversati in Carnia come in una terra promessa, dilagano nel 1945 con violenze e soprusi. Ben presto la curiosità con la quale la popolazione aveva accolto i « mongoli » – co­sì venivano soprannominati i cosacchi – si trasforma in un incubo quotidiano.

MARIO PACOR

LE ORDE COSACCHE

INVADONO IL FRIULI

Capitolo 1

Si presentavano per lo più nei paesi del Friuli e della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando primiti­ve urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole, quelli che le a­vevano. Erano infatti vesti­ti e armati nei modi più vari, molti in uniformi gri­gio-verdi tedesche con ap­pena qualche variante co­sacca, ma armati di mo­derni fucili e mitra, altri in più pittoresche quanto as­surde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con gran­di colbacchi di pelo in te­sta, cartuccere intrecciate sul petto, larghe bande az­zurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali e pistoloni varia­mente istoríati.

Ai drappelli di militari fa­cevano seguito carovane di carriaggi sui quali viaggia­vano donne, vecchi e bam­bini, e tra un carro e l’al­tro o al loro fianco caval­li, qualche mucca, qualche capra, a volte perfino cam­melli o dromedari. Sulle prime i friulani furono un po’ atterriti e un po’ di­vertiti da quella che ave­va tutta l’aria di essere – e in un certo senso anche era – una trasmigrazione di popolo, di strane tribù no­madi e guerriere venute da lontano. Ma ben presto non ne sorrisero più, l’oc­cupazione cosacca fu per mesi e mesi fonte solo di sofferenze, di terrore e di sangue, solo raramente in­frammezzata da singoli epi­sodi se non di fraternizza­zione almeno di distensio­ne.

Era l’estate del 1944, le ar­mate tedesche ripiegavano da mesi dal fronte orienta­le sotto i colpi incessanti delle massicce offensive so­vietiche. Sin dal 1942 Rosenberg, nella sua qualità di ministro nazista per gli affari orientali, aveva cerca­to di suscitare nelle popolazioni dei territori occupati e nei prigionieri o diser­tori delle varie nazionalità dell’URSS sentimenti sepa­ratístí, aveva promosso la costituzione di « Comitati nazionali », di « unità terri­toriali nazionali » da impie­gare come ausiliarie nei ser­vizi e in azioni contro i partigiani. Poco più di 300 mila uomini avevano ade­rito fino al 1943, quando un generale sovietico fatto prigioniero, Andrej Andre­jevic Vlasov, aveva lanciato da Smolensk un « program­ma nazionale russo » e cer­cava di mettere insieme una sua Ruskaja Cisvoboditel­naia Armija, cioè un « e­sercito di liberazione rus­so » in funzione antisovie­tica.

Hitler inizialmente aveva guardato con poca simpa­tia a codeste iniziative di Rosenberg e dei russi dei quali egli si serviva, Vlasov e altri passati come lui al collaborazionismo durante questa guerra, ma anche generali, e altri ufficiali, a­ristocratici e borghesi rus­si che, vinti nella guerra ci­vile del 1919-21, erano e­migrati in Jugoslavia, in Francia e anche in Germania, il più noto dei quali era il principe e atamano Pjotr Nikolaevic Krasnov. II Fúhrer, ancora in un rapporto al suo Quartier Generale del giugno 1943, aveva detto che i prigio­nieri sovietici era meglio mandarli al lavoro e nei campi di sterminio in Ger­mania, piuttosto che cerca­re di organizzarli militar­mente come truppe ausilia­rie, e che Vlasov doveva es­sere impiegato principal­mente per la propaganda disfattista oltre le linee, ma dopo l’inizio del ripiega­mento aveva consentito al­la formazione di unità co­sacche e georgiane, e così un Corpo di cavalleria co­sacca era ora impiegato in Jugoslavia contro i parti­giani di Tito, agli ordini del generale Helmut von Pann­witz e di altri ufficiali tede­schi, altri cosacchi e geor­giani erano stati impiegati in altri paesi occupati, spe­cialmente in Polonia.

Da noi giunsero cosacchi del Don, dei Kuban, dei Terek, alcuni anche dal Ka­zakistan, dagli Urali e dal­la Siberia, montanari del Caucaso, georgiani, insie­me con emigrati che ave­vano combattuto in Russia con le formazioni bianche nella controrivoluzione, in gran parte ufficiali, che a­vevano riesumato le loro vecchie uniformi con le pompose spalline dorate, i loro colbacchi, gli sciaboloni e i pugnali.

Ma tutti, i vecchi controri­voluzionari e i nuovi colla­borazionisti, portavano sul colbacco o sul berretto non più l’aquila imperiale ma un’altra aquila, quella na­zista con la croce uncinata. Quelli destinati al Friuli e alla Carnia giungevano per la maggior parte dalla Po­lonia e dalla Prussia orien­tale, dove molti di loro a­vevano portato con sé, in fuga di fronte all’avanzata sovietica, anche le proprie famiglie, con le masserizie accatastate sui tipici carri della steppa, trainati da ca­valli. Decine e decine di treni avevano scaricato tra il luglio e l’agosto a Sta­zione per la Carnia (l’attua­le Carnia) circa 20.000 ar­mati e alcune migliaia di vecchi, donne e bambini, oltre 6.000 cavalli e altri capi di bestiame, i carri e le masserizie.

Venivano come in una ter­ra promessa sulla quale in­sediarsi da padroni. E in­fatti Kosakenland in Nord Italien fu per essi definito dai tedeschi il Friuli set­tentrionale e « Terra dei cosacchi » fu la testata di un loro giornale che co­minciarono a pubblicare in Carnia.

La provincia di Udine, in­sieme con quelle di Gori­zia, Trieste, Pola, Fiume e con la « provincia di Lu­biana » che era stata an­nessa all’Italia dopo l’in­vasione della Jugoslavia, e­rano state a loro volta sot­tratte alla giurisdizione ita­liana, della R.S.I., alla fine di settembre del 1943 ed erano diventate l’Adriati­sches Kústeniand, il litora­le adriatico, che – se la guerra fosse stata vinta dai tedeschi – sarebbe stato de­finitivamente aggregato al Reich. Siamo infatti nei pressi dell’incrocio dei vec­chi confini concordati a Versailles e a Rapallo tra Italia, Austria e Jugoslavia, confini che la guerra ha cancellato e sconvolto, co­sì che in tutto o in parte questa regione mistilingue è ora rivendicata dall’Italia, dalla Germania e dalla Ju­goslavia.

La Germania prepara l’an­nessione attuando qui un tipo particolare di politica, tesa ad equiparare (non certo per amore di demo­crazia ma solo strumental­mente) le popolazioni di lingua italiana, slovena e croata e ad attrarle verso il mondo germanico anche solleticando nei più anziani nostalgie per i « bei tem­pi » dell’Impero austriaco. La Jugoslavia, sia quella del governo regio in esilio a Londra e sia quella nuova che si sta formando nel fuoco della guerra di libe­razione, reclama non solo le zone compattamente sla­ve ma anche quelle miste e prevalentemente italiane, fi­no all’Isonzo e oltre.

Mussolini e il suo governo non osano più pronunciar­si, mentre – per i democra­tici italiani – Salvemini e Sforza affermano che la vecchia « linea Wilson », a metà della Venezia Giulia, rappresenterebbe una spar­tizione equa. La contesa che sta per iniziare esclude di fatto la Germania che si avvia alla sconfitta, ma si inserisce nell’ancora laten­te antagonismo tra l’URSS e gli occidentali, le cui fu­ture sfere d’influenza qui non sono ancora ben defi­nite, antagonismo che si fa­rà sempre più acuto dal 1945 in poi e che nella Ve­nezia Giulia condizionerà i problemi, le lotte e le so­luzioni.

Qui perciò il 1945 sarà di una drammaticità estrema per decine di migliaia di italiani, di jugoslavi e an­che per questi cosacchi, i quali sconteranno nel mo­do più impietoso la loro breve avventura al servizio dei Reich.

Erano venuti in Friuli pro­prio mentre, prima intorno a Nimis e Faedis e poi nel­la Carnia, si stavano for­mando due zone libere completamente controllate dai partigiani delle brigate « garibaldine » dai fazzolet­ti rossi (erano promosse dal PCI) e di quelle di Osoppo dai fazzoletti verdi (erano promosse dal Partito d’A­zione e dalla DC). La Zo­na libera della Carnia sarà, fra le tante che si formaro­no in quello scorcio d’esta­te nell’Italia occupata, la meglio organizzata, quella in cui l’embrione di regime democratico riuscirà a svi­lupparsi con il massimo di partecipazione popolare e di compiutezza d’autogo­verno. Vennero e cancella­rono ben presto, se qual­cuno le aveva avute, le im­pressioni di divertita curio­sità, che si tramutarono in pochi giorni per tutti in un incubo quotidiano.

I partigiani che; valle dopo valle e villaggio dopo vil­laggio, stavano eliminando i presìdi nazifasciste e libe­rando prima il Friuli orien­tale e poi quello settentrionale, la Carnia, si trovarono improvvisamente di fronte non più solo i tedeschi e i repubblichini, ma anche questi diavoli scatenati giunti dall’oriente. L’auto­governo delle due zone li­bere durò tuttavia sino alla fine di settembre e a metà ottobre, quando le forze del Corpo volontari della libertà che le presidiavano dovettero gradualmente ri­piegare in montagna, di fronte a massicce offensive nazifasciste, condotte non più solamente con i norma­li reparti anti-guerriglia, ma con artiglierie, mezzi co­razzati, aviazione e tutta la strapotenza di mezzi che venivano impiegati sui grandi fronti di guerra, e per di più con migliaia di questi nuovi combattenti, in buona parte a cavallo.

Ma più che i partigiani eb­bero a soffrire della pre­senza cosacca, già prima della temporanea libera­zione della Carnia, e parti­colarmente dopo la rioccu­pazione, le popolazioni ci­vili. In alcuni paesi tutte le case, per ordine dei co­mandi tedeschi, furono fat­te sgomberare per ospitare le famiglie cosacche, altro­ve lo furono per metà, co­stringendo i contadini a co­abitare con i cosacchi. Per chiunque mostrasse Contra­rietà o cercasse di opporsi ai soprusi, erano bastona­ture, sevizie, spesso il piombo.

Decine e decine di don­ne furono violentate. Que­sti « mongoli », come li chiamò per lo più la gente qui come nel Goriziano, in Emilia e altrove, parevano approfittare di un atavico diritto di conquista. Inizial­mente qua e là pagavano quanto dovevano, special­mente tabacco e alcool, con lire e marchi che ri­cevevano dai loro padro­ni nazisti e che in parte avevano depositato in una loro Feidbanki « ban­ca di campo », oppure barattando con qualche cavallo, qualche icona o qualche oggetto artigia­nale. Ma ben presto furono furti e rapine, che si susseguivano di giorno e di notte.

I loro cavalli e altri ani­mali pascolavano su tutti i prati e campi attorno ai villaggi, devastandoli. E durante l’inverno quasi tutto il foraggio che i car­nici avevano messo da parte per il loro bestiame, fu portato via dai cosac­chi per alimentare i lo­ro cavalli. Altrettanto ac­cadde per quasi tutta la legna da ardere. Talvolta scendevano dai loro rifu­gi i partigiani per qualche azione di guerra, e spes­so ne seguivano sanguinose rappresaglie, che si ag­giunsero ai numerosi spie­tati eccidi compiuti du­rante le offensive, quel­la dell’estate 1944 al loro arrivo e quella che seguì in aprile-maggio del 1945 al loro esodo verso l’Au­stria.

Proseguivano intanto sul fronte orientale — che or­mai non era più in Russia ma nel cuore dell’Europa, dai Balcani all’Ungheria e alla Polonia — l’avanza­ta del rullo compressore sovietico e il ripiegamen­to delle orgogliose arma­te tedesche. il fronte in Italia era sugli Appennini (la « Linea Gotica ») e in Jugoslavia sullo Srem, po­co a sud di Zagabria. Co­me la Carnia, così anche la Venezia Giulia di là dall’Isonzo acquistava per i te­deschi un particolare valo­re strategico, essendo un passaggio obbligato per le truppe che si sarebbero ri­tirate verso l’Austria dalla Jugoslavia e dall’Italia nord-orientale.

Sulle Prealpi Giulie esisteva sino dal 1943 una zona libera che, a seconda dei movimenti nemici, poteva fluttuare a volte un po’ più a sud o un po’ più a nord, ma che aveva sempre una notevole estensione territo­riale ed era presidiata da ogni lato dalle brigate del IX Korpus, un Corpo d’ar­mata dell’esercito partigia­no di Tito. Contro questo pericoloso ostacolo sulle vie di comunicazione per l’ormai imminente ritirata si scatenò nella seconda metà di marzo del 1945 un’offensiva condotta, co­me già in Carnia, con for­ze dieci volte superiori a quelle dei partigiani.

Contro i circa 5.000 uomi­ni del IX Korpus, alle cui dipendenze operative si e­ra aggiunta da qualche me­se la Divisione garibaldina friulana « Natisone », so­prattutto per dimostrare ai vicini che l’Italia vera non era quella dell’aggressione ma questa che nasceva nel­la lotta di liberazione e che combatteva contro il nemi­co comune, furono scaglia­ti circa 40.000 militari ne­mici: SS e truppe speciali, tedesche di montagna, mi­liti, alpini e bersaglieri del­la RSI, cetnici (i monarchici serbi che collaboravano con i tedeschi) e bela gar­da (la « guardia bianca » collaborazionista slovena), perfino reparti della « Le­gione Azzurra » spagnola che aveva combattuto in Russia, e anche qui reparti di cosacchi.

Il 1° aprile — era il giorno di Pasqua – le forze parti­giane riuscirono a spezzare l’accerchiamento, con per­dite sanguinosissime da en­trambe le parti, e a portarsi su nuove posizioni.

Nei giorni successivi i co­sacchi furono, fra tutta quell’accozzaglia fascista, i più feroci nelle rappresa­glie contro gli abitanti dei paesi di quella zona, con saccheggi e incendi, assassini e violenze carnali. E tuttavia a metà aprile le brigate del IX Korpus, pur se decimate nell’ìmpari bat­taglia, tornarono a liberare quella loro zona di opera­zioni e a prepararvisi per l’offensiva finale contro te­deschi e fascisti.

Alla fine di febbraio del 1945 era giunto da Berlino in Carnia il principe e a­tamano Krasnov, con la mo­glie principessa Lidia Fedeo­rovna e una guardia del corpo a cavallo in sgargian­ti uniformi azzurre. Kra­snov aveva 82 anni, ma era ancora aitante, energico, a­mante del potere, del lus­so, della buona mensa. Prese il comando di tutti i cosacchi del Friuli, pose il suo Quartier Generale a Verzegnis, in una lussuosa villa nella quale, con gli ufficiali del comando e le loro consorti, viveva nel fa­sto e con l’etichetta dei tempi dello zar. Quando usciva per qualche ispezio­ne o qualche passeggiata, lo faceva su una elegante carrozza, preceduto e se­guito da drappelli di ca­valleggeri.

Una dolce vita che durò solo due mesi, turbati an­ch’essi dalle notizie del tracollo tedesco su tutti i fronti, della ripresa dell’at­tività dei partigiani, spe­cialmente dei garibaldini, ai quali si erano aggregati numerosi georgiani, che a­vevano costituito in mon­tagna un proprio « batta­glione Stalin ». Anche qui infatti, come altrove in Ita­lia, e a differenza dei co­sacchi, la maggior parte dei georgiani parlavano con amore della loro pa­tria sovietica, e passavano sempre più spesso nelle fi­le partigiane.

Alla fine di aprile la situa­zione diventava di giorno in giorno più esaltante per i partigiani e più dramma­tica per tedeschi, fascisti e cosacchi. Giunse da Berlino il gen. Vlasov e comunicò a Krasnov che bisognava abbandonare la Carnia (il 29 aprile i tedeschi firmavano a Caserta la resa delle loro truppe in Italia l’insurrezione popolare e l’ avanzata anglo-americana avevano liberato gran te dell’Italia settentrionale e portarsi tutti, le unita militari e le carovane di miliari, in Austria, dove il gen. Kaltenbrunner intendeva resistere fino a l’ultimo. Dalla hitleriana fortezza europea » di un anno prima, dopo il ripiegamento a est e dopo gli sbarchi anglo-americani Italia e in Francia, i più fanatici nazisti intendi ora barricarsi su quella « fortezza alpina ». Si associò all’idea anche il Gauleiter del Litorale Adriatico, gen. Rainer, suo braccio destro, il comandante delle SS e polizia Globocnik, che era giunto qui con lui dopo essere stato uno dei maggiori artefici della « soluzione finale » contro contro gli ebrei in Polonia.

Fine 1° Parte

“Storia Illustrata”

Numero Speciale

Arnoldo Mondadori Editore

N° 208 Marzo 1974

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 13 maggio 2017, in La Repubblica di Salò con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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