La Banda Carità – Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo

Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo
Quasi fotogrammi di una pellicola qua e là interrotta, qua e là sbiadita, riaffiorano alla mente nostra i ricordi, mentre tra l’una immagine e l’altra si creano vuoti incolmabili. Ma le immagini, pur isolate, rimangono vive perché ognuna di esse si identifica con una espressione dell’uomo: dell’uomo che ama, che soffre, che odia, che prega; di chi provoca in altri il dolore e di chi con tutte le forze sue mira a lenirlo … Immagini forse insignificanti a chi – non avendo vissuto la nostra esperienza – non può né potrà mai capire ciò che quella esperienza, profondamente umana, ha rappresentato per ciascuno di noi. Ma certo non insignificanti per noi, se solo per un istante facciamo rivivere nel nostro cuore (ancor piu che nella nostra mente) l’espressione di un volto, la parola appena sussurrata, la fugace stretta di mano … Perché di questo, soprattutto, ho parlato e parlo oggi ai miei figli: della grande scoperta dell’umanità che Palazzo Giusti mi ha permesso di fare. Al consorzio umano, pur nella belluinità dell’atto, appartenevano gli aguzzini che dimentichi del valore dell’uomo – percuotevano i propri simili sino a romper loro le ossa, irridendo al loro dolore (a quello della carne e a quello dello spirito), e maggiormente infierivano quanto maggiore era la resistenza. Come dimenticare l’estenuante attesa dell’interrogatorio, mentre dall’altra parte di qualcuna delle porte che davano sul « salone» giungevano le imprecazioni di chi interrogava e le grida soffocate di chi non si piegava? Come dimenticare la mano che pietosa bagnava il viso tumefatto di chi a mala pena tentava di aprire gli occhi lassù, nella «stanza del caminetto,. – cercando, dopo l’interrogatorio, un volto amico? E come descrivere il tormento della solitudine … Chi è costretto a vivere, giorno dopo giorno, solo con se stesso in una cella, sente quasi come una liberazione, quasi come un premio l’essere trasferito in una cella diversa, ove poter parlare con qualcuno … A questo punto mi rivedo fuori da una delle celle della nave, e portato in una delle … stanze della soffitta. Durante il trasferimento, ecco la «disumana,. impressione provocata in me dalla visione della « poltrona» riservata, nello stretto corridoio della « nave », a Sebastiano Giacomelli. Eccomi poi nella nuova", dimora »: c’è un posto libero, la branda accanto a don Giovanni Apolloni. Come dimenticare questa bella figura di uomo e di sacerdote, che ha saputo ridarmi fiducia nella vita anche nei momenti in cui pareva che tutto stesse crollando intorno? Sulla branda di fronte, proprio nell’angolo, ecco Adolfo Zambeni: era lui che mi faceva leggere qualche canto della Commedia, e poi, per la mia tendenza a cercare « la rifinitura della frase nella spiegazione », mi aveva definito il « retoricuzzo »! E Griso che, scherzando sul proprio cognome, rifaceva la scena del sogno di don Rodrigo? E spesso, ripetendo una frase di Churchill, esclamava: « Dateci le armi, e noi provvederemo alla bisogna! ». Le armi … oh, quel povero illuso, fanatico di BeneIli (uno dei carcerieri). Costui, più volte, come saluto serale, veniva sulla porta a dirci che « l’arma segreta dei tedeschi lui l’aveva vista passare per le vie di Padova; ed era lunga dal Prato della Valle all’angolo del Gallo». La sera: quando maggiore in tutti era un senso di malinconia, ecco – lungo il corridoio – un passo a noi noto. Era quello di Faccio, che si recava ai… servizi. E passando davanti alla porta della nostra stanza, faceva sentire la sua voce: « Don Giovanni, Iddio non paga il sabato! ». E don Giovanni, di rimando: «Ma quando el paga, el paga salàto. « E presto! », era la chiusa del breve dialogo da parte di Faccio. Ed ogni scusa era buona per rubare un po’ d’aria. «Chi viene a far pulizia in cortile? ». Vi ricordate, cari amici Filato, Agostini, Zancan, con quanta cura. raccoglievamo le foglie cadute dalle grandi magnolie del cortile del Palazzo? L’otto aprile: mentre si avvicinava la nostra «resurrezione alla libertà », ecco la celebrazione della Resurrezione del Cristo: lo conservo ancora il santino·ricordo donato a tutti noi da don Giovanni. Il volto del Cristo dolente sintetizzava la passione nostra, e soprattutto il sacrificio di coloro che non avrebbero goduto con noi il momento della riconquistata libertà. Un inno alla libertà fu l’abbraccio nel grande salone prima di lasciare, il 27 aprile, la nostra prigione: in quell’abbraccio, ancor oggi, a distanza di tanti anni, ci riconosciamo fratelli … Tutto qui? Si: piccoli momenti di una grande, irripetibile esperienza.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972
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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 18 maggio 2017 su La Banda Carità. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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