Giuseppe Cordano – Corpo a corpo con il nemico–

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Guerra 15-18

Corpo a corpo con il nemico

Giuseppe Cordano racconta combattimenti, assalti, morti, feriti, corpo a corpo, uccidere, nemici, cattura di prigionieri, resa a Monte Zebio (VI) il 27 giugno 1916

La battaglia degli Altipiani è conclusa, gli austriaci, ripiegando, si sono assestati su posizioni di forza che solitamente coincidono con le cime montuose. L’esercito italiano cerca subito di strappare qualche roccaforte.

6 – Tempo bello. Sono le ore quattro del mattino, le nostre artiglierie iniziano un bombardamento sulle linee avanzate nemiche. Il cannoneggiamento è continuo, serrato, un tambureggiamento infernale. Le trincee nemiche vengono martellate palmo per palmo con una precisione millimetrica.

Verso le otto del mattino il comando di settore, visto l’effetto positivo eseguito dalla nostra artiglieria, dà l’ordine di attaccare e avanzare. La 10.a Compagnia è ora in prima linea.


Approfittando della esperienza dei giorni passati e della conoscenza del terreno, a sbalzi, carponi, strisciando sul terreno, si esegue una manovra alquanto fortunata, anche in collegamento con gli altri reparti in azione. Si riesce così, sempre con l’aiuto delle nostre artiglierie (sono un ausilio prezioso), a portasi sotto il pendio roccioso del Monte Zebio. Una prima buona manovra è stata eseguito malgrado parecchie perdite di soldati in morti e feriti.

A mezzogiorno la nostra artiglieria leggera, piazzatasi su posizioni avvicinate alle linee nemiche, inizia un micidiale tiro serrato e preciso sulle loro trincee. I proiettili passano sibilando appena sopra le nostre teste.

Ora ci spostiamo un poco a destra, dove esistono più massi di pietra per appigliarsi meglio.

Poi animati da un solo desiderio, o soli o a gruppetti, si cerca di guadagnare terreno avvicinandosi alla trincea austriaca. Il fante pensa che qualche cosa di nuovo sta avvenendo in meglio. Seguendo la solita manovra, protetti del tiro di copertura della nostra artiglieria, sfruttando ogni asperità del terreno, arriviamo a pochi metri dall’austriaco.

La sua difesa ora è sporadica perché oramai con fucili e mitraglie non può offenderci. Solo con le bombe a mano può causarci disturbo o perdite di soldati. Ma anche qui non può fare molto perché le nostre artiglierie lo tengono inchiodato nei suoi rifugi.

Sono attimi questi che non si dimenticheranno facilmente. anche l’austriaco ora batte con feroce accanimento, con grossi calibri, le retrovie e le strade di accesso. Con le bombarde batte i rinforzi e i rincalzi nostri. Lo scoppio tonante, il sibilìo dei proiettili causano un frastuono che stordisce ed annichilisce.

Intanto le nostre artiglierie allungano i tiri oltre la linea nemica. Le granate passano a pochi metri sopra le nostre teste, così possiamo vedere i reticolati nemici che sono tutti sconvolti e devastati dalle nostre grosse bombarde. Ecco che ora si compie l’evento: come se qualcuno ci avesse spinto, i soldati tutti, chi prima chi dopo, saltano nella trincea nemica, dove la troviamo ancora presidiata da parecchi austriaci che, visto come vanno le cose, si arrendono prigionieri e si fanno così scendere verso le nostre zone.

Io e un soldato, compagno d’occasione, ci troviamo insieme nella trincea austriaca. Vogliamo percorrere un camminamento cercando altri soldati austriaci da snidare, lui davanti, io dietro.

D’improvviso escono da un ricovero due soldati austriaci. Il primo tenta un tiro con la baionetta per colpire il mio compagno. Però io, con un salto, faccio in tempo a darci un colpo alla testa con il calcio del mio fucile. Il secondo austriaco, non visto, tenta a sua volta di colpirmi con la baionetta alle mie spalle. Ma  il mio compagno ebbe la prontezza di sparargli una fucilata a bruciapelo, freddandolo.

L’altro austriaco rimane a terra stordito dal mio colpo. Noi due, con  altri, passiamo oltre verso un tronco di trincea posto sul ciglio di un cocuzzolo in mano ancora al nemico che di là ci mitraglia rabbiosamente. I collegamenti con i comandi nostri ora sono un poco confusi, è difficile avere un orientamento sul da farsi. In questi momenti ognuno agisce per istinto personale. Il mio compagno si decide, con molto ardire esce dal camminamento e avanza in direzione del cocuzzolo, da  noi distante circa trenta metri. Ma visto dall’austriaco viene mitragliato senza misericordia e rimane morto fulminato.

Arrivano altri soldati nostri di rinforzo, viene così completata la conquista della trincea austriaca del Monte Zebio. Ora si cerca di sistemare la trincea occupata e di ritirare fucili, mitraglie, bombe a mano lasciate dal nemico. Si trasportano i feriti gravi per medicarli al posto di medicazione, sia nostri che austriaci. E’ strano eppure si trasportano e si curano i feriti nostri e austriaci con eguale considerazione. Ai morti si penserà dopo.

Intanto le artiglierie austriache iniziano un cannoneggiamento continuo e micidiale sulla trincea da noi occupata, costringendoci a cercare riparo. Tutto viene martellato e sconvolto con gravi perdite tra i nostri soldati. I rincalzi, le retrovie , le strade, tutto è battuto inesorabilmente da ogni calibro di proiettile, granate, shrapnel, bombarde. E’ un finimondo che paralizza ogni movimento di accesso ai rinforzi nostri. Ecco che ora il nemico tenta un attacco alla trincea che ha dovuto abbandonare. Vediamo gli austriaci che avanzano a gruppi da un avvallamento, forse per prenderci di fianco. Ce la vediamo un poco brutta ma con un  nutrito fuoco di fucileria e le bombe a mano, dopo vari tentativi, riusciamo a convincere l’austriaco a ritirarsi, abbandonato ogni azione e lasciando vari morti sul terreno. Durante queste fasi della battaglia, il Generale Berardi, comandante della Brigata Milano, viene colpito a morte da una granata austriaca mentre, con il suo Stato Maggiore di Ufficiali, guidava le truppe che combattevano durante gli assalti alle posizioni austriache. Feriti furono anche i colonnelli comandanti il 159° e il 160° Reggimento Fanteria, come pure dei maggiori e dei capitani comandanti di Battaglioni o di Compagnie. Al trombettiere della Brigata Milano, uno dei due fratelli Pirelli al 160° Reggimento Fanteria, amici e compaesani di Varenna sul Lago di Como, che era con il Generale Berardi, una granata gli troncò una gamba. In questa azione viene ferito ad un occhio, che poi perderà, il mio caro amico e compaesano, un Sala, detto “Paela”, di San Giovanni in Bellagio. Durante l’avvicinamento alle trincee nemiche per l’attacco, mi incontrai con lui, ci salutammo di sfuggita, lui era alla 11.a Compagnia.
Nella notte la Brigata Barletta ci dà il cambio in trincea e noi ci ritiriamo in seconda linea come rincalzi. Notte calma.

Traggo e Ringrazio

L’Espresso e Finegil editoriale con

l’Archivio diaristico nazionale

di Pieve Santo Stefano
LA GRANDE GUERRA 1914-1918
I diari raccontano

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 6 giugno 2017, in Ricordi della Grande Guerra 1915 - 1918 con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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