L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

9 L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

Da più di tre mesi mi trovavo a Palazzo Giusti: tanti momenti drammatici e angosciosi avevo passato, ma sempre grande era l’apprensione nel vedere, attraverso il piccolo finestrino della cella, passare i carcerieri; l’angoscia poi si faceva più forte quando qualcuno dei miei compagni veniva chiamato per essere interrogato. No, non riuscivo ad adattarmi! Sempre più vivo sentivo il bisogno della libertà, mentre una profonda tristezza m’invadeva l’anima. Ricordo però sempre quell’8 aprile 1945 che portò nel mio cuore: un soffio di serenità e di poesia: compivo quel giorno 21 anni. Ero addetta con il caro Giordano alla distribuzione del caffè e anche quel mattino il carceriere mi fece uscire per adempiere a1 mio compito. Affacciatami alla prima cella con il mestolo in mano, pronta il versare quella bevanda che del caffè aveva soltanto il colore, mi sentii fare gli auguri e qualcosa, quasi furtivamente, mi venne messa in mano. Via via che passavo, tutti, allegramente, festosamente, mi facevano gli auguri offrendomi qualcosa. Ed io, che ero uscita anche quel mattino con la gola serrata dalla tristezza, a poco a poco sentivo quel nodo sciogliersi e un calore nuovo, nato dalla solidarietà e dall’amicizia vera, mi prendeva tutta, rendendomi stranamente felice. Rientrata in cella con il mio tesoro, mi sedetti ancora tutta confusa sulla cuccetta: avevo in grembo delle caramelle, qualche frutto, vari pezzetti di dolce e di pane casalingo. Silenziosamente osservavo tutto ciò, pensando alle rinunce dei miei compagni per farmi passare quel giorno più lieto degli altri. Cari, indimenticati amici, quanti ne mancano ora, dopo venticinque anni! voi lo sapevate, nonostante le vostre gravi preoccupazioni, che con le vostre buone parole, con le vostre offerte, con i vostri chiassosi auguri, mi avreste ridato la forza di andare avanti, di superare le buie giornate piene di inquietudine e di incertezza che senz’altro avremmo dovuto ancora passare, prima di giungere al grande giorno della libertà. Ecco, cosi entrai nella maggiore età. Tutte le giovani festeggiano questa data con più o meno sfarzo, per poi averne sempre un caro ricordo. Ebbene, io, rinchiusa in una piccola cella, ricevetti un regalo di umanità che resterà impresso indelebilmente nel mio cuore.

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Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 6 giugno 2017, in La Banda Carità con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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