Sebastiano Favare – Banda Carità

Le armi della fratellanza di Sebastiano Favare

Fui arrestato ai primi di gennaio del 1945 e più tardi condotto a Palazzo Giusti con l’imputazione di essere un organizzatore di bande partigiane e perciò un sovversivo pericoloso. Vi stetti fino al 16 marzo, quando fui trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Posso dire che a Palazzo Giusti constatai subito che il morale dei prigionieri era altissimo, pieno di fede e di .speranza. Credo che non vi siano parole adeguate e sufficienti per descrivere la brutalità del mostro Carità e dei suoi sbirri. Desidero citare, a questo proposito, qualche fatto e descrivere la cella dove vivevo assieme ai miei compagni. Verso la fine di febbraio venne rinchiuso a Palazzo Giusti don Luigi, parroco di Nove. Fu subito ridotto in condizioni strazianti (come del resto era la sorte di tutti i reclusi); .alla fine fu relegato in una piccola cella di isolamento al piano superiore, proprio di fronte alla nostra. Questo vero sacerdote rimase senza nutrimento per quasi quattro giorni (tutte le novità ci venivano portate dai cari nostri compagni Campagnolo e Rossi, che giornalmente distribuivano la minestra ed il pane). Allora noi decidemmo all’umanità che don Luigi non doveva essere lasciato morir di fame, come voleva Carità. Perciò la mattina seguente, essendo di. guardia un nostro piano un agente, padre di una decina di figli, e si vantava di essere più umano dei suoi colleghi, riuscimmo naturalmente dietro ricompensa, a farci aprire la cella di don Luigi e a soccorrerlo. L’agente era quello stesso che giornalmente ci procurava, facendoselo pagate profumatamente, il «Gazzettino », dandoci così la possibilità di avere sempre le ultime notizie, anche se di marca fascista. Nostro compagno di cella era il professor Nicoletti, molto esperto in geografia. Egli disegnò in una parete, quella ricoperta dai nostri pastrani, uno schema geografico dei vari teatri di guerra; e cosi con le notizie riportate dal «Gazzettino,. e con la vasta cultura del Nicoletti sapevamo che gli avvenimenti precipitavano ovunque e che la resa dei conti si avvicinava inesorabile. Naturalmente tutto questo serviva a rialzare, se ve ne fosse stato bisogno, sempre più. il nostro morale.

Fra i personaggi celebri che davano lustro al movimento antifascista e per noi preziosi consigli, vi era anche Egidio Meneghetti. Ai primi di marzo egli fu chiamato dal maggiore Carità che gli fece un discorso improntato di patriottismo; gli disse che riconosceva in lui un’ispirazione politica che era italiana e abbastanza giusta, ma che non ammetteva però la ribellione armata degli antifascisti. Meneghetti rispose che la dittatura e la violenza fascista dovevano essere combattute e annientate in tutti i modi ~ restaurare in Italia la pace e la giustizia. A queste nobili parole Carità non rispose, ma cercò di persuaderlo che ambedue agivano per il bene della patria e fece il gesto di tendere la mano, in segno di pace, verso Meneghetti. A questo punto il Professore scattò in piedi indignato, dicendo: «Maggiore, quella mano mi offende! Guardia, mi riporti in cella ». Altro nostro compagno di cella era l’avvocato Ettore Gallo. Anch’egli fu chiamato ai primi di marzo per un interrogatorio. Fra gli sgherri che facevano degna corona a Carità, c’era anche un maresciallo tedesco. L’interrogatorio ebbe inizio, come sempre, con parolacce minacce e accuse. Gallo negò ogni addebito e aggiunse di non essere d’accordo con la politica fascista imperniata sulla violenza. Quegli energumeni si scagliarono tutti, compreso il tedesco, sulla vittima menando calci e pugni. A un tratto Gallo si ribellò e sferrò un poderoso pugno in pieno viso al maresciallo tedesco, facendogli un occhio nero. A questo punto, come per incanto, il tafferuglio cessò, troncando l’interrogatorio e le sevizie. L’avvocato rientrò nella cella molto serio e pallidissimo. A noi, che stavamo attoniti a guardarlo, disse queste precise parole: «Miei cari amici, non so come andrò a finire. Ho commesso un gravissimo reato: mi sono ribellato e ho picchiato con energia il maresciallo tedesco provocandogli un occhio nero. Forse, amici miei, verranno questa notte stessa a prelevarmi per farla finita per sempre ».

Nell’ultima decade di febbraio, verso la mezzanotte, sentimmo aprirsi la porta della nostra cella: apparve sulla soglia un uomo sulla trentina, con la camicia e il pullover a brandelli, la faccia gonfia e insanguinata, un vero «ecce homo ». Dopo le nostre domande (Chi sei? perché sei qui? chi ti ha arrestato? quando, dove?) – era il professor Amleto Sartori – ci chiese se qualcuno di noi sarebbe stato fucilato all’alba. lo rassicurammo; ma egli disse calmo: «Voi dite che nessuno verrà fucilato per il momento; però anche se ciò si verificasse, ci vuol pazienza. Saremo uno di meno ». lo capii e risposi: «Sta certo, ne rimangono vivi ancora molti . Egli rise: « D’accordo!

Per riempire le lunghe ore, per distogliere i nostri pensieri dalla preoccupazione della nostra sorte e per aumentate la nostra cultura, i vari professori che si trovavano nella nostra cella ci davano al pomeriggio un’ora di lezione della materia di loro competenza. Il professar Nicoletti ci illustrava la storia e la geografia, il professor Sartori la storia dell’arte, il dottor Miraglia la medicina, l’avvocato Gallo ci metteva al corrente delle leggi allora in vigore, don Giovanni Apolloni ci dava lezioni di matematica e di religione, il professar Zamboni ci spiegava i vari sistemi filosofici dalle antiche civiltà fino ai giorni nostri, io illustravo i più famosi ricami a mano nei vari stili per l’arredamento della casa. Il più seguito però era il professar Ponti, insigne letterato veneto. Dico «veneto » perché Ponti, grande ammiratore di Dante, di cui conosceva le opere alla perfezione, citava la Divina Commedia in dialetto chioggioto affinché potessimo afferrare più facilmente il senso dei versi. Assicuro che noi tutti lo ascoltavamo con grande entusiasmo, avvinti da un’oratoria e da una mimica che ci facevano passare qualsiasi umore triste.

Durante il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Bolzano, il professor Meneghetti e io fummo dirottati alla sede delle SS di Verona. lo per l’ennesimo interrogatorio condito di pugni e calci, Meneghetti per una revisione dei verbali e, credo, per uno scambio di prigionieri. Ci siamo poi rivisti nel campo di Bolzano, su lui mai potrei parlare, salvo qualche bigliettino, giacché Meneghetti era stato destinato al reparto dei pericolosissimi ,., guardato a vista dalla guardia permanente. Quando uscivamo al mattino per la cosiddetta ora di aria », giravamo intorno al suo box come tanti pianeti intorno al sole, senza mai voltarci indietro. Sapevo che era in condizioni di salute molto precarie, anche perché il vitto dei « pericolosissimi era proporzionalmente scarso. Approfittavo di questa passeggiata mattutina e pur sapendo che era proibito avvicinarsi e tanto più fermarsi intorno al suo box, facevo ruzzolare per terra qualche mela che mi ero procurata con immensa difficoltà, studiando il momento preciso in cui la guardia girava l’angolo. Meneghetti, con una mimica tutta sua, raccoglieva rapidamente quanto gli avevo gettato. Dopo una ventina di giorni, forse vedendo che gli avvenimenti bellici incalzavano inesorabilmente, gli aguzzini destinarono Meneghetti come medico all’infermeria del campo. Pochi giorni prima della nostra liberazione, il professore mi chiamò per informarmi che stavano entrando nel nostro campo i banditi della banda Carità. Si afferro alla mia cintola, quindi montò sulle mie spalle: per vedere meglio chi fossero e disse: «Caro Favaro, vedo distintamente le loro facce; vedo Linari, Gonelli, Trentanove e molti altri. Quando scese a terra, la sua faccia irradiava di gioia come non mai. Il giorno seguente la figlia maggiore di Carità, Franca, si presentò all’infermeria di Meneghetti lamentandosi per dolori a un dente. Egli le chiese se ricordava chi fosse: e, alla sua risposta negativa, la apostrofò in termini piuttosto brutali, dicendole di andar a farsi estrarre il dente da uno dei tanti macellai del campo.

Nei limiti delle mie possibilità di memoria _ e di stile ho voluto anch’io ricordare il periodo più intenso della mia vita, quando l’antifascismo in armi era teso a dare democrazia, libertà, giustizia e fratellanza al nostro popolo.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 12 giugno 2017, in La Banda Carità con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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