Francesco Isola – Ferito a morte per un pezzo di pane

Francesco Isola

Ferito a morte per un pezzo di pane

Francesco Isola racconta prigionia, cibo, fame, nemici, morti, torture a Darmstadt, Germania il 1917

I prigionieri italiani vengono condotti in Germania.

La sera del 29 ottobre si arrivò al concentramento dei prigionieri di Darmstad.
L’argomento che per primo veniva portato in campo era il cibo, si domandava pane, si domandava da mangiare.
Ed anche qui nulla di più che broda di rape, forse di questa in abbondanza; come lupi affamati, senza ritegno a trascendere ad azioni selvagge, ingoiavamo quella misera zuppa.
Ne vidi tanti ficcare il muso entro qualche grande recipiente e, come porcellini, inghiottire voraci.
La fame aveva annebbiato la ragione, l’etichetta.
Breve fu il soggiorno in questo concentramento per un certo numero di noi, poiché, dopo un terzo e più lungo viaggio, ci fecero raggiungere e ci concentrarono nel lontano campo di Friedrichfeld e precisamente nella Westfalia, in Germania.
Già in questo campo erano stati concentrati un numero stragrande di prigionieri dell’esercito interalleato e cioè francesi, inglesi, belgi, portoghesi, serbi, molti russi, neri delle Afriche, ecc. e proprio solo noi mancavamo: dunque eravamo noi i primi italiani a raggiungere quella cinta di esilio, di prigione.
Per prima cosa i tedeschi ebbero cura di dividerci dagli altri prigionieri racchiudendoci in un angolo del grande campo bene separati da una forte cinta di rete metallica; e così per 40 giorni ci sottoposero a molte visite mediche, punture, bagni e disinfezione panni. 
Giorni questi di grandi torture, riducendoci ben presto ad  un nuovo esaurimento per l’insufficiente alimento.
Quale era il nostro alimento quotidiano? Una broda nerastra insapora composta di pezzettini di carote ed acqua, acqua di fonte e null’altro assieme.
Qualche volta ci davano invece una bevanda con un miscuglio d’una farina color caffè, la qual farina, al par della sabbia, calava rapidamente sul fondo dei recipienti.
Un unico mestolo di questa denominata “sboba” era per due volte il nostro miglior cibo giornaliero.
Ci davan si alla mattina il caffè, un liquido color di tintura di jodio nauseante né più né meno dell’infuso di Vienna, tanto ripugnante che nessuno di noi nemmeno l’assaggiava.
Ed il pane! Mio Dio quale oltraggio alla miglior provvidenza della natura!
Il nostro pane non era altro che un conglomerato chissà di quali selvagge sostanze, una pasta cruda anch’essa color tabacco, attaccaticcia, tenuta insieme da una crosta nera in carbone, crosta bruciata superficialmente da una repentina cottura.
Capitava spesso di discernere tra questo ripugnante pane della pagliuccia, delle fibre di legno, oppure buccie di qualche frutto selvatico.
Ci davano delle grosse pagnotte da due chili e mezzo da dividere in dodici parti ed in queste divisioni scaturivano spesso delle lotte tremende a motivo di qualche ripartizione minimamente imparziale: la fame c’aveva reso selvaggi, impazienti, ogni senso di cameratismo era svanito di fronte alla cruda esistenza.
Basti dire che tra noi, in gruppo di dodici, ci numeravamo a sorte per fissare chi per primo e poi di seguito poteva prelevare la rispettiva razione: solo così si aveva pace.
Ecco il maggior alimento che il nemico poteva darci!
Ma questo cibo non era e non fu sufficiente a sostenere le nostre vite e solo con qualche altro espediente riuscivamo a sopravvivere in tanti, mentre tant’altri dopo lunghi mesi d’agonia, colpiti dall’orribile sventura dell’esaurimento, lentamente morirono invocando: “ pane!”.
Dopo qualche settimana dal nostro serraglio dei compagni più audaci, approfittando d’un momento di distrazione delle rassegnate sentinelle, tentarono, e parecchie volte riuscirono, a scavalcare la cinta metallica che ci separava dagli altri prigionieri alleati, portandosi così alla ricerca di cibo.
Ma una notte, una sentinella forse questa dal cuore più crudele, colse un compagno al varco: la baionetta dell’inumano si bagnò di sangue!
Cadde esamine a terra quell’infelice compagno; cercammo di raccoglierlo, ma fummo brutalmente ricacciati nella nostra baracca: solo attraverso la finestra potemmo vedere un gruppo di quegli armati raccogliere quel corpo e portarselo via;  una larga chiazza di sangue diceva che doveva esser stato ferito gravemente.
Morì esso? Nulla si potè sapere di quella povera vita così brutalmente straziata per una colpa il cui fine non era altro che l’elemosina di un po’ di pane.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 27 giugno 2017, in Ricordi della Grande Guerra 1915 - 1918 con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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