Giovan Battista Garattini – Compagnie di morte

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Giovan Battista Garattini

Compagnie di morte

Giovan Battista Garattini racconta prigionia, nemici, morti, fame, cibo, odio, torture a Marchtrenk, Austria il dicembre 1917

Giovan Battista Garattini è prigioniero nel campo di concentramento austriaco di Marchtrenk da più di un mese, le torture e i decessi sono all’ordine del giorno.

Terminato così il lavoro di registrazione e d’immatricolazione dei prigionieri, incominciò la preparazione dei “Transport” e delle “Arbeiter Kompany” (Compagnie di lavoratori). Si procedeva a questo lavoro, preparando in primo luogo, gli elenchi dei partenti, in base ai ruolini delle Baracche (della forza organica, queste, di 250 uomini ciascuna, su quattro plotoni comandata da un sott’ufficiale). Poi bisognava adunare i prigionieri della baracca o delle baracche, destinate a partire, per fare loro l’appello col nuovo ruolino così compilato.  Il servente austriaco, per tale operazione, adunava gli uomini di scorta, che armati come lui dell’indivisibile nervo, si precipitavano nella baracca, ed urlando come pazzi, costringevano quei disgraziati, sempre in preda alla paura, ad uscire nel modo più celere a loro consentito dalle condizioni fisiche in cui si trovavano. E finché non erano adunati, fioccavano certe nervate da abbattere delle bestie! Poi , incominciava l’appello , e guai a quei disgraziati che non si trovavano presenti. Il giorno poi della partenza, dopo l’adunata, eseguita nel modo suddetto, dovevano subire una visita ovvero una rivista, per cura sempre del sergente Wille. Questa consisteva nel togliere, a quegli infelici, quel poco servibile che fosse loro rimasto; per esempio: a chi aveva due camicie e due paia di mutande, o, caso raro, due paia di scarpe, anche in condizioni cattive, veniva ritirato un capo, che poi doveva servire, specialmente se di qualche valore, alle speculazioni infami di quel soggetto da forca. A coloro pio, che avevano un capo solo (di indumenti, s’intende), ma di qualità discreta, come farsetti, o mutande, o camicie di lana, ecc. venivano loro ritirati tali oggetti e ricevevano in cambio indumenti spesse volte di carta, o comunque di nessun valore, come ad esempio: scarpe colle suole di legno. Venivano così sfruttati sino all’ultimo, senza che quelle vittime dell’egoismo e della malvagità tentassero di reagire o pronunziassero una parole di protesta, d’altronde era prudenza, perché evitavano, almeno, le percosse! A rivista ultimata, si incamminavano verso lo scalo ferroviario, esistente nel concentramento; venivano caricati sui vagoni bestiame …e partivano…lasciando in noi una profonda tristezza ed impressione, come se si fosse assistito ad una partenza di forzati, ingiustamente condannati, per bagno penale! Qualche giorno dopo giungeva l’elenco di quelli, per i quali i disagi di simile odissea erano stai superiori alla loro resistenza fisica, ed erano morti pel viaggio od appena giunti; seguito poi, ad intervalli, da altri elenchi…., e non erano pochi…!
Ed ogni volta, bisognava inviare altri disgraziati, a riempire i vuoti, in tal modo prodotti, nelle compagnie di lavoro. Qualcuno, fortunato, veniva concesso pei lavori dei campi, presso qualche colono, ed aveva così la possibilità di avere vitto a sufficienza, e di passarsela, anche per rimanente, alla meno peggio. Allettati da tale prospettiva, anche fra noi scritturali vi fu qualcuno che volle tentare la fortuna, come si diceva noi, e che consisteva sempre, nel cercare un’occupazione fuori del concentramento, ove si potesse avere un vitto migliore. Era la fame, sempre, il problema più difficile a risolvere, e che naturalmente occupava costantemente le nostre menti. E qualcuno, con nostro piacere, vi riuscì. Ma ben diversa era la fortuna che volevo tentare io, che ormai non potevo più resistere al campo, dove ero costretto ad assistere a tutte le crudeltà, che venivano commesse, nell’Ufficio stesso, dal Wille.
Quel tristo soggetto, unitamente a qualche suo degno amico, quale il sergente addetto al bagno, si permetteva ogni sorta di vigliaccheria, ed ogni qualvolta un sorvegliante accompagnava in Ufficio un prigioniero, che si pretendeva avesse commesso una mancanza, (spesse volte consisteva nell’aver scavato delle radici d’erbe, per ingannare la fame; ma tanto, tutti i pretesti erano buoni), il Wille dava di piglio al nervo e con gioia selvaggia, in atteggiamento che faceva prevedere una bufera, si precipitava sul malcapitato, che, o non aveva neppure il coraggio di pronunciare una parola a sua difesa e fingeva di rassegnarsi alla punizione, docilmente, colla speranza di ridurre alla mitezza l’aguzzino, oppure si metteva a supplicare perché gli venisse perdonato. Ma era perfettamente inutile; era come chiedere pietà alla tigre! Dopo poche domande pronunciate dal Wille in tedesco, appositamente per non farsi comprendere ed evitare la possibilità di una risposta giustificativa (mentre quando gli faceva comodo, sapeva farsi intendere in italiano), il malcapitato doveva subire la tortura di un certo numero di nervate, date con una violenza tale dallo stesso Wille, da far trasalire dallo sdegno Ed a me, in particolare, che divenivo pallido per la bile, quell’infame, compiuta la sua bell’opera, rivolgeva lo sguardo sorridente, pieno di sarcasmo.
E tralascio di narrare altre sevizie commesse da quell’uomo, che, infine, a danno dei prigionieri italiani, si appropriò in pochi mesi di una somma che secondo i nostri calcoli, s’aggirava intorno alle diecimila corone!
Tutto denaro tenuto indebitamente sulla cinquina degli italiani, ovvero ricavato dalla vendita degli oggetti tolti ai prigionieri. A che si meravigliasse o giudicasse esagerata tale somma, faccio osservare che dalla vendita di un solo pezzetto di sapone italiano, si potevano ricavare anche più di trenta corone. Qualcuno dirà: E perché non reclamare?- Valga, quale risposta esauriente a questi tali, la narrazione del seguente episodio:-un giorno, mentre si stava preparando una compagnia di partenti e si stavano cambiando loro gli zoccoli, intervenne il Colonnello austriaco, Comandante del Concentramento, urlando come un indemoniato. Noi, naturalmente, non comprendemmo nulla di quanto disse, ma ci venne dato l’ordine di portare in magazzino gli zoccoli. Poi si seppe dal caporale trentino Guarnieri, che le parole pronunciate dal Colonnello e dirette ai soldati austriaci, erano di questo genere:- Che cosa fate, bestie: perché cambiate le scarpe a questi cani? Mandateli via come sono e bastonateli!….Tali erano i superiori ai quali avremmo dovuto rivolgere i nostri  reclami

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 4 luglio 2017, in Ricordi della Grande Guerra 1915 - 1918 con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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