Banda Carità – La visita del Vescovo di Giordano Campagnolo

La visita del Vescovo di Giordano Campagnolo

Dopo le lunghe ossessionami giornate trascorse nel salone di Palazzo Giusti (ed altri meglio di me descriveranno le allucinanti nottate nel dormiveglia o negli « interrogatori, Mariano Rossi ed io veniamo trasferiti sopra le scuderie, nel locale dove un tempo venivano riposte le fruste. È un ambiente di circa sedici metri cubi – quattro di lunghezza, due di altezza e due di larghezza – chiuso ermeticamente, con la luce sempre accesa e diviso in due scomparti, ognuno con due cuccette sovrapposte. Nello scompartimento anteriore ci sono già il ragioniere Randi e un cameriere del Pedrocchi; per loro fortuna nella porta c’è lo spioncino aperto, attraverso il quale entra un po’ d’aria. Nel nostro scompartimento troviamo una coperta e cerchiamo di dormire, ma il freddo intenso ce lo impedisce e allora ci sistemiamo tutt’e due nella cuccetta superiore; disposti con la testa vicino ai piedi dell’altro, per ragioni evidenti non respiriamo più. Sono due mesi che non ci laviamo! Ci mettiamo allora con le teste appaiate, ma la cuccetta è stretta, spigolosa; ogni tanto dobbiamo girarci, cambiare posizione. Impossibile farcela, anche perché Mariano si sente mancare l’aria ed ha il cuore con il battito irregolare. Finalmente viene giorno. Ce lo comunica Randi dalla cella accanto. Chiediamo a Gonelli, il carceriere, se ci fa fare qualcosa e siamo quasi subito accontentati. Evidentemente il nostro angelo custode si dà da fare per noi. Spacchiamo legna, facciamo le pulizie, portiamo il rancio agli altri detenuti ed in questo modo immagazziniamo ossigeno per la notte e possiamo dare utilissime informazioni agli amici. t un collegamento prezioso. Inoltre, un po’ rubacchiando e un po’ chiedendo, riusciamo a portare supplementi di viveri alle nostre donne. Abbiamo anche raccolto della paglia e dei trucioli per i nostri giacigli. Un giorno ci viene ordinato di andare a prendere il carbone in cantina, ma questa è allagata e noi, pur mettendocela tutta, non riusciamo a far gran che. Stiamo lavorando, quando nel buio della cantina entrano due persone con un grosso tubo; si sente un motore in azione e vediamo l’acqua abbassarsi lentamente. I due si avvicinano e vediamo che la loro non è la divisa delle SS. Sono vigili del fuoco di Padova. chiamati per questa operazione. Metto di guardia Mariano sulla porta della cantina e informo minutamente i due vigili su quello che avviene a Palazzo Giusti, faccio loro un dettagliato elenco delle personalità padovane imprigionate e torturate e raccomando di mettere in azione la catena orale di S. ‘Antonio, in modo che la cittadinanza ed il CLN siano messi al corrente della vicenda. Mi assicurano di farlo e se ne vanno molto commossi e consapevoli dell’importanza della loro missione. Mariano e io discutiamo il pro e il contro della questione e concludiamo che se il maggiore Carità viene a conoscenza della cosa, ci aspetta un’altra scarica di botte. Pazienza! Una scrollata di spalle e tutto finisce li. Circa otto o nove giorni dopo, Gino Cerchio è a colloquio (si fa per dire) col maggiore Carità e si accorge che sul tavolo c’è un manifestino del CLN. Carità infuriato fra una bestemmia e l’altra, glielo fa leggere: è una denuncia alla popolazione di tutto quello che avviene a Palazzo Giusti. Carità dice inoltre a Gino che il Vescovo di Padova ha chiesto di visitare i prigionieri proprio sulla base di quel manifestino e che la visita avverrà l’indomani. Ci vien dato l’avvertimento che guai a noi se dovessimo far parola di quello che abbiamo subito. Mi viene permesso di chiedere al Vescovo dei generi alimentari. Al mattino, poco prima dell’ora stabilita per la visita, tutte le porte delle celle vengono spalancate. Il Vescovo arriva, entra, parla con Randi, poi fa due passi avanti, si rende conto del genere di vita che conduciamo e istintivamente fa un passo indietro, come per far riserva di naso. Poi, deciso, rientra e cosi si presenta: « Sono il Vescovo di Padova e sono venuto a portarvi la mia benedizione ».

La visita del Vescovo ” lo pronto: « Grazie, Signor Vescovo, ma veda, noi siamo di Vicenza … ». « Si – mi interrompe – ma sono io che ho la giurisdizione su questo carcere ed è mia l’autorità di portare a tutti i carcerati il conforto della Fede ». «Ma, Signor Vescovo, io volevo dirle che, essendo noi di Vicenza, le nostre famiglie non ci possono portare da mangiare e qui noi ne abbiamo ben poco; perciò se Lei potesse mandarci qualcosa, noi tutti gliene saremmo riconoscenti ». «Ecco – mi risponde il Vescovo – il mio segretario vi darà qualcosa ». Lo ringrazio commosso, Mariano addirittura si precipita a baciargli l’anello o la mano, non so bene. Esce il Vescovo ed entra il segretario che ci porge … un santino per ciascuno. Non so di quale santo. Quel che è certo è che non avevamo fede abbastanza per renderlo commestibile. Due giorni dopo, però, il carceriere Gonelli mi chiama e mi consegna due pacchi di marmellata e formaggio. Mi faccio accompagnare in giro dai miei compagni di galera per avvertirli che il Vescovo si è ricordato di noi e tutti, dico tutti, mi rispondono che è roba mia perché io solo l’avevo chiesta. Inutile dire che, sotto la sorveglianza di Gonelli, tagliai quei tesori in parti eguali e li distribuii a tutti. Da quel giorno ci venne distribuito anche del pane in più, e questo lo dobbiamo pure al Vescovo, Monsignor Agostini Devo aggiungere che, dopo la guerra, egli venne mandato a reggere il Patriarcato di Venezia. A una nostra richiesta di fargli visita per esprimergli personalmente la nostra riconoscenza, ci rispose tramite Ida D’Este; ci ringraziava del gentile pensiero ma le sue condizioni di salute non gli permettevano di riceverci. Di li a poco ci lasciò per sempre. Noi lo ricordiamo con tanta gratitudine.

 

 

Tratto da

 

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 19 luglio 2017, in La Banda Carità con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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