Anny Mayrhofer – Aiutate dai prigionieri italiani

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Anny Mayrhofer

Aiutate dai prigionieri italiani

Anny Mayrhofer racconta ospedali, feriti, pidocchi a Hubyn, Volyns’ka oblast, Ucraina il luglio 1916

Arrivammo finalmente dopo due notti e due giorni di viaggio alla nostra destinazione, quel luogo si chiamava Cubin. C’erano solo baracche con i prigionieri italiani, altre baracche vuote destinate a noi, solo i letti con i materassi riempiti di fieno, qualche tavolo costruito in modo molto primitivo e chiodi lunghi ai muri, che erano formati da tavole di legno a doppia parete. L’unica fortuna nostra era che in quel luogo vi erano solo boschi; alberi enormi con diametri fino ad un metro e mezzo. Noi eravamo quasi nascosti, che desolazione.
Ma torniamo alle nostre baracche. La prima cosa importante da fare era di requisire qualche stufa; i contadini erano lontani da noi uno-due chilometri ed erano russi, ma le case erano momentaneamente occupate dalle truppe tedesche. Ci vollero molti giorni di lavoro ma finalmente riuscimmo ad organizzarci. Cominciarono ad arrivare i feriti del vicino fronte, in condizioni pietose; oltre alle ferite infette, tutti erano pieni di insetti, da cui bisognava liberarli subito. Dopo una provvisoria medicatura, furono messi in casse di legno, primitive alte circa due metri e con del vapore d’acqua alla giusta temperatura  tutta la persona veniva chiusa lì dentro, solo la testa emergeva da una apertura tonda; non ricordo che cosa contenesse quel vapore di antiparassitario, ma dopo dieci minuti erano liberati da questo tormento, che li torturava da mesi. Tutto questo lavoro era organizzato in modo molto primitivo. La nostra fortuna erano i boschi che ci circondavano, non mancavamo di legno per riscaldare le baracche! I vetri delle piccole finestre furono requisiti ai contadini, togliendoli dai quadri che avevano in casa! I loro quadri rimasero senza vetri e nelle nostre baracche/ospedale furono applicati come finestre.
Avevamo nelle vicinanze una sorgente d’acqua che non fu mai analizzata perché ci mancavano i mezzi: per fortuna ci andò bene!!
Così, assicuratici l’acqua ed il caldo, cominciammo il nostro lavoro con abnegazione e pazienza.
Arrivavano di continuo dei feriti; tutti i prigionieri italiani marcarono visita, poveri ragazzi, portati via dal loro sole e luce, in questo di freddo e neve. Il mio servizio dalle tredici alle quindici ore al giorno non bastava. Quante volte tornai indietro, dopo cena, a confortare e medicare!
Le bende per fasciare erano di carta igienica a rolli, la ovatta quei famosi fili di biancheria che cominciai a tirare nel mio collegio che poi fu fatto da tutta la nazione. Mai sosta, lavoro man mano che i feriti erano trasportabili erano inoltrati verso l’hinter-land. Mesi, mesi di snervante lavoro, ogni giorno miserie nuove, nuove esperienze, nuovo dolore fisico e morale.
I prigionieri italiani erano comandati per il nostro aiuto, erano liberi, perché sarebbe stata cosa molto difficile evadere!

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 24 luglio 2017, in Ricordi della Grande Guerra 1915 - 1918 con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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