La Banda Carità – Condannato all’astuzia di Aronne Molinari

La Banda Carità

Condannato all’astuzia di Aronne Molinari

Fin da ragazzo, dalla fine della prima guerra mondiale, partecipai attivamente alle lotte sindacali; poi, al sorgere delle squadracce fasciste, presi parte alle lotte politiche. Fui arrestato una prima volta a Parma, mia città natale, nel 1921; una seconda volta nel 1923 per «associazione a delinquere contro i poteri dello Stato »; quindi nel 1925 per aver reagito a un insulto del segretario federale di Parma; nel 1931 per distribuzione di manifestini antifascisti; e infine nel 1934 fui sottoposto a processo in seguito a una denuncia fatta per togliermi dalla circolazione e condannato a sette anni di carcere. Di questi ne scontai quattro, alla casa penale di Padova, dove, godendo di una certa libertà di movimento (all’interno del carcere, s’intende), mi fu possibile conoscere a fondo tutte le strutture della prigione e i punti dov’era possibile la fuga. Nel 1945, nuovamente arrestato e trasferito da Palazzo Giusti alla casa penale, riuscii cosi a fuggire quattro giorni prima della liberazione.

Ho fatto queste premesse autobiografiche non tanto per arrogarmi esaltazioni personali, ma perché sia meglio compresa la causa che mi portò a Palazzo Giusti e come mi servii delle amare esperienze acquistate per sfuggire, senza gravi danni, alle grinfie dei nostri aguzzini. È naturale che non fu solo per questo ch’ebbi la possibilità di uscirne. A ciò contribuii infatti la disorganizzazione delle informazioni dei nostri avversari e l’approssimarsi della fine del conflitto. Ai primi del marzo del 1945, per delazione di un certo Costante Miazzo abitante in via Belzoni a Padova, fui arrestato dalle Brigate Nere di Nello e Alfredo Allegro, Vivarelli, Prisco e Baracco di Camin. Dapprima mi portarono a Ponte di Brenta dove subii un interrogatorio e dove mi vennero contestate le accuse del delatore, ossia che ero commissario della brigata partigiana Garibaldi di Padova. Naturalmente negai. All’alba del giorno seguente fui condotto al Bonservizi (via Giordano Bruno) assieme a un altro arrestato, Sebastiano Marchesana. Qui le contestazioni ed il modo di condurre l’interrogatorio furono abbastanza duri: il Vivarelli mi bastonò. Comunque non parlai. Il giorno seguente fui messo a confronto con altri quattro detenuti e col delatore e potei rendermi conto di quanto delicata fosse la mia posizione, ma ebbi abbastanza tempo per prepararmi una linea di difesa: primo, perché la spia non aveva molti elementi di accusa al di fuori della propaganda sovversiva; secondo, perché gli altri partigiani dissero di non conoscermi con una fermezza tale da dar garanzia sulla loro sincerità (tre erano gappisti di Padova e precisamente Gastone Nalesso, Bruno Lazzareuo, Guido Franco); terzo, in gara Marchesana, agente del SIM promosso poi capitano per meriti partigiani. Dopo quattro giorni di confronti e interrogatori, fummo inviati tutti alla casa penale in attesa del processo, che venne celebrato dopo alcuni giorni da un tribunale militare straordinario. Dei componenti di quest’ultimo ricordo solo il nome del pubblico ministero, un certo maggiore Uderzo dell’esercito repubblichino. Fummo tutti condannati: il Marchesana a cinque anni di carcere, io a sette, mentre i tre giovani partigiani vennero condannati alla pena di morte. Dopo il processo fummo ricondotti alla casa penale messi in due celle separate, in una io e Marchesana, i tre condannati a morte nell’altra. Noi due eravamo abbastanza tranquilli, anche se sapevamo che c’era sempre la possibilità di essere uccisi come ostaggi, cosa che in quel momento rappresentava il pericolo maggiore; d’altra parte si capiva che la fine del convitto era vicina e che potevamo sperare nella nostra salvezza. Il mattino seguente, alle sei circa, quando cominciavamo ad assopirci, ci fecero alzare e fummo accompagnati in matricola. Qui, prelevati dagli sgherri della banda Carità, venimmo condotti a Palazzo Giusti e qui cominciò quel che si può chiamare il nostro Calvario. Fui ammanettato con il Marchesana, gli altri tre tra loro. Così passammo una lunga giornata d’attesa; non potevamo parlare; non ci dettero né da mangiare, né da bere o da fumare. A sera inoltrata cominciarono gli interrogatori. I primi chia mati furono ,i tre. giovani partigiani; dalle urla strazianti provenienti da l’ Ufficio del Carità potevamo capire com’era condotto l’interrogatorio e che si volevano da loro altre confessioni oltre a quelle poche rese davanti al tribunale militare. Nonostante Je sevizie subite, si mantennero sulle prime dichiarazioni senza mai dire di conoscersi o di aver avuto contatti con noi. Furono portati fuori pesti e sanguinanti, tanto da non reggersi più in piedi. Quindi toccò al Marchesana, che subì pressappoco il medesimo trattamento dei primi tre; ma egli se la cavò in circa mezz’ora dalla furia di quei banditi, anche perché era il meno accusato dalla spia. All’una o alle due circa, venne il mio turno. L’accusa sostenuta dal tribunale e da me confermata, in quanto era il meno che potessi fare, era di propaganda politica, dato che mi ero dichiarato comunista. Premetto che se gli arresti subiti prima mi avevano provocato danni materiali, mi erano serviti però ad affilare l’abilità nella schermaglia degli interrogatori ch’ebbi a sostenere nei lunghi anni di lotta. Ma torniamo a Palazzo Giusti. Come dicevo poc’anzi, restai ammanettato tutto il giorno e mezza la notte. Questo tempo mi servi per osservare tutto ciò che accadeva attorno a me anche nei minimi particolari. Per esempio, nella mattinata vidi un andare e venire di gente con valige e bauli e ne dedussi che c’erano preparativi di trasloco. Ravvisai persone che conoscevo, come Antonio Nicolè {Bandiera} Mario Berion (Curzio) e altri. Capii che gli aguzzini volevano prendere due piccioni con una fava, ossia, mentre si facevano servire, stavano attenti se tra noi vi fosse qualche segno di riconoscimento. Fecero anche un’altra prova: portarono Rino Gruppioni (Spartaco) a confronto con Marchesano, mio compagno di manette. lo guardavo da un’altra parte per non tradirmi col minimo segno, dato che io e Spartaco avevamo operato assieme nel comando delle brigate Garibaldi. Tutto questo susseguirsi di espedienti mi confermò che i repubblichini non avevano in mano nessuna prova concreta della mia attività di combattente partigiano. Quando fui fatto entrare nell’ufficio, il Corradeschi e il tenente Trentanove (cosi lo chiamavano) tentarono subito una provocazione perché reagissi; ma io rimasi esternamente calmo e dissi con fermezza: ~ Prima interrogatemi, poi prendete le vostre decisioni ». Questa mia ferma risposta piacque a una donna e ad un altro figuro seduto al suo fianco, che impedirono ai primi due di sfogare il loro bestiale livore. La donna (che poi seppi essere la figlia di Carità) mi chiese perché ero comunista, come risultava dai verbali processuali in loro possesso. Risposi alla buona, dicendo di non saperlo con precisione, ma che ero un operaio meccanico e che, ancora quand’ero giovane, se protestavo perché la paga non era sufficiente per mantenere la mia famiglia, i padroni mi denunciavano ai fascisti, questi ultimi mi mettevano in prigione, cosi come mi era successo a Parma, mia città di provenienza, e poi a Padova. Tant’è vero che quando nel 1939 venne a Padova il signor !Mussolini, mi arrestarono per quindici giorni; nel 1940 venne quel b … del re e mi misero dentro per dieci giorni; poi venne quel c … del principe Umberto e mi tennero in carcere per altri quindici giorni. Questi due ultimi epiteti, detti di proposito, sollevarono l’ilarità degli sgherri presenti. In quel preciso momento capii di avere in mano la situazione, per lo meno per quanto riguardava i presenti. A quel rumore di risa s’affacciò alla porta un uomo che avevo visto prima confabulate con un altro, evidentemente un informatore; capii che era il comandante della ciurma. Domandò cosa c’era da ridere a quel modo, e la figlia rispose: « Senti, papà, cosa dice quest’uomo! ,.. e mi fecero ripetere le affermazioni suddette. Il Carità mi ascoltò con viso calmo e compiaciuto, quasi per approvare, e capii che avevo colpito nel segno, sfruttando il contrasto fra monarchia e fascismo. Ma poi repentinamente, e quasi con durezza, il Carità prese a farmi domande inerenti il processo subito al tribunale militare. Sapevo ormai a memoria le deposizioni precedenti, sia degli interrogatori, sia del tribunale. Mi accorsi che era rimasto colpito dalla mia tranquillità (apparente, se vogliamo, ma pur sempre ben simulata). Mi fece riferire qualche discorso tra quelli che avevo confessato fare alla gente, cosa che feci alla buona. A un certo punto mi interruppe e mi chiese bruscamente cosa pensavo della guerra in corso e della sua fine. Risposi: «Comandante, mi perdoni, ma non posso rispondere. Se fossimo al caffè potrei farlo, ma qui, con questi signori alle spalle (vi erano sempre Corradeschi e Trentanove), mi rifiuto di rispondere ». Al che disse: ~ Ti garantisco che nessuno ti toccherà, purch6 tu mi dica sinceramente il tuo pensiero; e fa conto di essere al caffè ». Posso dire francamente che non sapevo decidermi. Comunque ormai il dado era tratto. Dopo alcuni attimi di silenzio, preso il coraggio a due mani, mi decisi: «La guerra che io considero ingiusta, l’avete persa, ormai ». E spiegai i motivi; bluff dell’arma segreta tedesca, superiorità ormai palese delle forze e degli armamenti anglo-americani e russi. È logico che non mi sentivo tranquillo e sicuro della parola datami da Carità, però compresi che anche questa volta avevo fano centro e che, vigliacchi com’erano, avevano una paura tremenda della fine. In quel momento avevo l’impressione di essere in una gabbia di iene, dove ciascuno aspetta il momento giusto per aggredire. Cosi si può immaginare con quale sforzo mentale cercavo di controllare la situazione. Si tenga pur conto della mia esperienza acquisita durante i precedenti arresti della famigerata polizia fascista (l’OVRA), che per condannarmi ha dovuto inventare una di quelle infami montature che erano nel suo costume. Ma torniamo ai fatti. Quando ebbi finito di parlare, Carità rimase alcuni minuti (che mi parvero ore) in silenzio, poi si alzò, mi venne vicino e chiese: «Cosa mi faresti, qualora m’incontrassi fuori dopo la sconfitta che tu prevedi? •. Risposi con calma: « Nulla, in quanto da parte mia diventerebbe una vendetta quasi personale e quindi più riprovevole dell’azione che lei sta conducendo ora. Caso mai sarà una giustizia legale a procedere, ma non certo io ». Mi mise una mano sulla spalla, dicendo: «Hai ragione. La tua sincerità ti salva~. Mi chiese se avevo sete; risposi di si. Fece portare del vermout e me ne versò un bicchiere. Poi mi diede una sigaretta che accettai anche per calmare la tensione nervosa che stava per raggiungere il limite di rottura.

Ero quasi incredulo d’essere riuscito a calmare quelle belve che poche ore prima avevano infuriato sulle carni dei miei compagni. Invece era proprio così. Diede ordine ai suoi sgherri di condurmi al secondo piano, dicendo: «Guai a voi se lo toccate! •. Capii che anche lui in parte giocava, dato che non era riuscito a scoprire interamente il mio vero pensiero. E cosi rimasi all’erta. Infatti, dopo circa un’ora che m’ero steso su una branda fingendo di dormire, fu condotto nella cella un uomo con catene ai polsi, lo slegarono e lo lasciarono lì. Questi, poco dopo, venne vicino alla mia branda cercando di conversare; io continuai a fingere di dormire, egli mi scosse chiesi cosa volesse. Mi domandò perché ero là e i motivi dell’arresto. Non risposi e dissi solo di lasciarmi dormire. Rimase seduto sulla mia branda per qualche tempo e, quando credette che veramente dormissi, piano piano se ne andò. Il mattino seguente fecero un’altra prova. Verso le otto mi accompagnarono al gabinetto per la pulizia, ma a metà scala ebbi la sorpresa di incontrare Attilio Gambia (Ascanio), anche lui comandante veneto delle brigate Garibaldi e mio diretto superiore. Ambedue abbassammo la testa senza il minimo gesto; così anche questa prova, per loro fallita, mi dette una certa tranquillità. Dopo tre giorni di ansiosa attesa, fui svegliato di mattina presto e mi fu annunciato che dovevo tornare alla casa penale per scontare la condanna inflittami dal tribunale, pur rimanendo sempre a loro disposizione. Non so dire che sollievo provai apprendendo questa notizia. Ebbi ancora la forza di dire: «Pregate il comandante Carità di lasciarmi li dove ero prima e dove mi ero trovato bene ». Ebbi un rifiuto e, accompagnato in un cortile, rividi i miei compagni sul camion. Fummo stipati assieme in una celletta d’isolamento, dove cominciammo subito a scambiarci le idee e i racconti su come eravamo stati trattati dalla banda Carità, e facemmo i pronostici sul nostro futuro. Il morale dei tre condannati a morte era abbastanza buono. Io e Marchesana facemmo tutto il possibile per incoraggiarli, prospettando loro la prossima fine della guerra ormai a tutti evidente. Così trascorremmo sette o otto giorni e il morale di tutti diventava sempre più allegro. Ma un mattino, alle quattro circa, fummo svegliati dai secondini che invitarono i tre giovani ad uscire e li consegnarono a quattro o cinque della banda Carità. I tre furono fucilati nelle caserme di Chiesanuova. Le preoccupazioni mie e di Marchesana aumentarono sapendo che la belva ferita è più pericolosa. Cominciai a studiare. il .modo di fuggire e riuscii a metterlo in pratica dopo alcuni giorni, il 22 aprile. Approfittando di un momento di disattenzione di un secondino che doveva condurmi agli uffici per conferire con il comandante del carcere salii di corsa sul cammino-ronda e mi gettai dalle mura. Fortuna volle che mi provocassi solo alcune escoriazioni alle ginocchia· attraversai di corsa il cortile della chiesa di S. Tommaso, uscii dalla chiesa stessa e, di buon passo, raggiunsi una casa amica a Porta Venezia. La sera stessa ebbi modo di mettermi a contatto col comandante di brigata e di riprendere la mia attività quale comandante delle brigate garibaldine di Padova e provincia.

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Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 24 luglio 2017, in La Banda Carità con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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