Valentino Filato – Dal Grappa a Palazzo Giusti

Dal Grappa a Palazzo Giusti di Valentino Filato

La mia memoria cerca di ricordare quando, 25 anni fa, giovane, forte, entusiasta, puro, desideroso di combattere per la giustizia e la libertà, ero trasportato a vivere il momento, l’ora e il giorno tra compagni di lotta dei quali non conoscevo il passato, né mi interessava conoscerlo; erano con me, dividevano con me ed io con loro paure, sacrifici ed ansie. Il nostro nome, fosse vero o di battaglia, serviva solo per distinguerci alla voce, non era nelle carte e tanto meno nei documenti che, se c’erano, erano falsi. Ognuno di noi, oggi, ricorda l’altro per episodi di vita vissuta assieme, intensamente e per particolari attitudini che ci distinguevano. «Tutti per uno, uno per tutti» era il motto nei principali atti della guerriglia partigiana. La memoria era l’archivio di massima e ordinario dei comandanti e dei gregari, e pochi erano gli appunti, compilati per essere distrutti subito dopo. Il tempo non aveva importanza: passava. La necessità di una lotta era profondamente sentita, gli ideali erano nello spirito, la prudenza era la nostra forza. Ecco perché, oggi, la storia partigiana, che in ogni scritto, trova la sua ragione di essere in episodi di sacrifici umani, tali e tanti che da soli bastano ad illuminare di viva ed indiscussa luce la Resistenza italiana. Ecco perché è difficile a noi contemporanei fare la storia della Resistenza e pio ci si vanta di obiettività, meno, in genere, rendiamo servizio alla verità storica, anche per la passione di parte e la fantasia di singoli. Sono stato un partigiano di fede, un buon combattente italiano, resto uno dei pochi fortunati protagonisti della Resistenza armata sul Grappa, conclusa con l’eroico episodio, tragico, del grande rastrellamento dell’autunno 1944. Ho vissuto fin dall’inizio, intensamente, quella patte della storia della Resistenza; oggi cerco nel ricordo e mi fermo al pensiero che tutto possa essere stato solo azione di leggenda. La verità sulla guerriglia del Grappa trova la sua giusta espressione nel sacrificio dei suoi martiri e dei suoi eroi, in quel barbaro rastrellamento nazifascista. I pochi appunti rimasti nelle mani diversamente interessate, fra tutti quelli persi o distrutti nelle varie circostanze di quella lotta segreta, non sono sufficienti a completare quella pagina luminosa della storia partigiana. Nella memoria, i sentimenti ed i luoghi, confusi nella forma e nel tempo, restano raccolti per il rispetto di quei martiri che ci guardano e attendono. Gli alberi, soli, lungo i viali luminosi della città di Bassano, segnati profondamente attorno ai loro tronchi dal filo del telefono che servi da cappio, i monumenti ed i cippi, coperti di nomi, che coronano la pedemontana del massiccio, testimoniano una sublime, incancellabile verità.
Il 26 settembre del ’44 scendevo dal massiccio del Grappa, dopo i sei giorni di resistenza al tremendo e feroce rastrellamento nazifascista. La brigata « Italia Libera – Val Brenta » di Campo Croce era distrutta, il comandante Giorgi era stato ucciso in combattimento. Mi reggevo sulle stampelle, gravemente ferito, seguito da uno sparuto nucleo di partigiani stanchi ed affamati. Il 27 mi incontravo con il professar Girardi di Borso ed il giorno successivo con il professor Mantovani dell’Ospedale civile di Crespano. Riprendevo i collegamenti con il CLNR di Padova (Meneghetti) e con il CLN di Bassano. Rifiutavo un sicuro rifugio a Venezia, rinunciavo alla garanzia di una tessera della Todt e con volontà rinnovata, spinto da maggior spirito di sacrificio, continuavo sulla giusta strada indicata dai nostri martiri. Trovavo rifugio in qualche casa amica nella pianura bassanese e il 3 ottobre raggiungevo la sponda destra del Brenta ospite di una casa colonica isolata.

Mi incontravo con Noce (Aristide Nonis), con Pietro Marchesini e con Aquila (Toni Borsato). Prendeva vita la brigata alpina «Giovane Italia ». Il 12 ottobre il comando militare di Vicenza mi inviava, per ordini e disposizioni, il tenente Magrin e il giorno 14 Gino Cerchio con la sua staffetta Nerina (Alberta Caveggion). Il compito non si era presentato facile; incontravo gruppi di partigiani di pianura, formatisi nell’azione condotta in maniera autonoma. In qualcuno c’era già il pensiero politico. L’idea di un comando guida era visto con molta diffidenza. Alla fine convincenti proposte di riconoscimenti militari, di rifornimenti materiali e armi e di una sicura forma di assistenza riducevano i più agguerriti a seguirmi. Ritengo che anche il mio passato riconosciuto, la mia onesta fede manifestata, la mia decisione nella lotta siano valse a realizzare quella unione di forze. Aquila, comandante del gruppo partigiano di Cartigliano, mi era di massimo aiuto. Piero Marchesini con il suo gruppo di Marostica e Marsan con la staffetta Zaira furono miei infaticabili aiutanti. Nonis manteneva i collegamenti con i partigiani rifugiati nella campagna. Il 24 ottobre in una cava di lignite nelle colline di Pianezza mi incontravo con Schena e con il Negro, ottenevo la loro collaborazione e l’unione dei loro nuclei partigiani alla mia brigata. Il CLN di Bassano manteneva i collegamenti con me a mezzo di Dante Caffi, Cesco Finali e Giovanni Zonta. Questi mi prepararono per il 3 novembre incontri a Campese e Valstagna con i fratelli Cavalli; e con qualche difficoltà anche questi gruppi vennero ad unirsi alla mia brigata. Conobbi in questo periodo don Luigi Panarotto, parroco di Nove e magnifica figura di prete e di soldato; egli mise a disposizione della brigata, per gli incontri clandestini, la sua chiesa e la sua casa, e per la corrispondenza e la stampa la sua macchina da scrivere e quella tipogra6ca a mano, con i suoi due ottimi e giovani cappellani. Nella casa di don Luigi incontrai il comandante delle brigate nere di Nove, Manlio Rossi, il quale sapeva di avere nelle sue file molti giovani partigiani del luogo; devo riconoscere che mi è stato molto utile per la sua opera e per le sue informazioni.

Iniziava subito cosi intensa l’attività di propaganda a mezzo di volantini e di manifesti stampati la notte nella tipografia di don Luigi. Il movimento partigiano nella zona faceva nuovamente sentire in forma organica la sua presenza, continue le piccole azioni di disturbo. I comandi militari nazifascisti dimostravano una certa agitazione e riprendevano in pieno la loro attività antipartigiana e, con questa, purtroppo, i primi arresti. Fu una sorpresa per il tenente Perillo e il capitano Zilio risentire che Villa (mi credevano morto sul Grappa) era ancora contro di loro, al comando della nuova brigata. In quel periodo avevo la fortuna dalla mia parte. Ricordo che la sera del 15 dicembre mi incontravo con alcuni partigiani a Marchesana in casa di Elio Baggio per concordare un’azione di sabotaggio. All’una circa lasciavo la casa con gli altri e poco dopo capitava una squadra di fascisti e arrestava il Baggio. Un altro giorno del mese di gennaio del 1945, verso le 10, da Nove, lungo una strada di campagna, mi portavo sulla strada statale Bassano-Vicenza e incrociavo Piero Marchesini in compagnia di un borghese in bicicletta. Marchesini mi vedeva e non mi salutava; era scortato in stato d’arresto da un fascista di Perillo. In quella circostanza ero proprio diretto da lui per un incontro di lavoro. Purtroppo gli arresti creavano difficoltà al mio lavoro rivolto a portare nella migliore efficienza la formazione per le azioni di guerriglia che si prevedevano in forze all’inizio del 1945. Attraverso la missione Rocco chiedevo lanci di armi e munizioni e sollecitavo un bombardamento a Villa Ca’ Dolfin di Rosà dove agiva, con barbare torture sui nostri partigiani, un reparto di SS tedesche. Il bombardamento avveniva e i risultati relativi costringevano i tedeschi a modificare la loro sistemazione. Nel contempo tentavo, con piani che si sono sempre dimostrati difficili e alla fine impossibili, di catturare il tenente Perillo, ottima pedina per scambio con prigionieri. Intanto le prigioni fasciste continuavano a riempirsi di partigiani. La nostra lotta purtroppo era impari; non era possibile muoversi come sarebbe stato necessario. Il 6 gennaio, verso l’una di notte, mi incontravo con Masaccio, comandante della brigata «Martiri del Grappa» nella casa del colonnello Crestani a Bassano del Grappa. Si concordavano assieme azioni di sabotaggio e si definiva la zona di competenza delle due brigate: la « Giovane Italia» operava da Bassano su tutta la sponda destra del Brenta. A Bassano operava un gruppo di partigiani unitariamente ad operai delle Smalterie Venete, circa una ventina di unità male armate. Vivevano nelle loro famiglie; erano molto utili per informazioni, collegamenti e assistenza varia. A Cartigliano sul Brenta al comando di Aquila era una’ quarantina di partigiani discretamente armati e attivi. A Marostica c’era circa una ventina di partigiani, guidati dal tenente Piero Marchesini, modestamente armati, abitanti in zona collinare alle pendici dell’altipiano d’Asiago: buona attività. Il Negro guidava un gruppo più nutrito di partigiani sulla zona montana di Rubbio e di Valrovina; molti di essi erano mascherati nel lavoro con la Todt; discretamente armati, vivendo lontani dalle loro famiglie. Rappresentavano una forza di circa cinquanta uomini. A Nove, a disposizione del comando di brigata, c’era una decina di partigiani decisi e idonei alle operazioni più rischiose, abituati alla guerriglia e agli scontri armati. Vivevano nascosti nelle campagne. Nella località di Campese e Valstagna, lungo la Valsugana, agiva un altro gruppo di circa venti partigiani. La brigata nella zona d’azione poteva contare inoltre su un discreto numero di collaboratori e di famiglie amiche per ogni ospitalità e assistenza. La forza armata della brigata all’inizio del 1945 poteva essere considerata di circa 120-150 partigiani; l’armamento consisteva in moschetti di vario tipo: mitra e sten, pistole e bombe a mano; scarse le munizioni per le armi in uso. Si attendeva con urgenza il lancio alleato richiesto e intanto si recuperavano armi e munizioni dove ci venivano segnalate. Alla guida di queste forze armate c’erano ottimi ufficiali di complemento delle varie armi dell’esercito e sottufficiali ben preparati. Ero sicuro, nonostante la zona fosse infestata da nazifascisti, che non saremmo stati inferiori alle altre formazioni al momento ormai vicino della lotta finale per la liberazione. In attesa di questo momento, il comando militare di Vicenza mi faceva accompagnare dal tenente Magrin presso l’ambulatorio del professar Aslam di Vicenza per un controllo delle ferite che mi provocavano forti dolori alle gambe. Questo era anche dovuto al freddo umido patito durante l’inverno; ma la primavera era vicina. Si intensificavano direttamente o a mezzo delle staffette incontri con j CLN di Padova, Vicenza e Bassano. I miei continui spostamenti nella zona di comando e gli incontri con troppa gente, necessari per l’organizzazione, mi stavano chiudendo il cerchio di libertà e di movimento.
E cosi giunse il 4 febbraio, una domenica. Da qualche giorno avevo lasciato il mio rifugio a Nove e mi ero portato a S. Gaetano di Marostica, in una povera casa colonica di collaboratori, lungo la strada Vicenza-Bassano. Radio Londra aveva comunicato la frase convenzionale del lancio alleato di materiale ed armi da me richiesto attraverso la missione Rocco. La zona destinata al recupero del materiale paracadutato era compresa nella campagna circostante Villaraspa di Mason. Le squadre partigiane addette alle segnalazioni e al recupero delle armi erano già sistemate nei dintorni. Nel pomeriggio avevo mangiato nella stalla un piatto di minestra e polenta con formaggio. Aspettavo la sera, che doveva essere quella buona per il lancio. I contadini erano a curare il bestiame o in chiesa per le funzioni. Fuori rumore di passi e, attraverso i piccoli vetri appannati e sporchi, ombre di persone che si muovevano. Improvvisamente sulla luce della porta, aperta con violenza, un uomo con cappotto e cappello alla russa e con la pistola in mano mi intimava « mani in alto ». Era seguito da altri quattro. Mi alzavo dalla panca e uno di questi si affrettava a perquisirmi. Ero in maniche di camicia e senza pistola, che, come sempre quando ero ospite, avevo nascosta in una trave del porticato esterno. · La giacca era appesa ad un chiodo e purtroppo, nelle tasche, avevo un blocchetto con delle annotazioni, sia pure convenzionali, e in tre pacchetti distinti, ottantaduemila lire ricevute due giorni prima dalla staffetta Zaira.

La somma era stata assegnata alla brigata dal CLN, comando provinciale militare di Vicenza. Per fortuna, nell’eccitazione per avermi trovato e preso senza fatica, la giacca era passata inosservata. Nell’attesa mi avevano fatto sedere su una sedia con il petto appoggiato alla spalliera e le braccia penzoloni legate lungo le gambe della sedia. Erano arrivati da Vicenza in bicicletta ed erano preoccupati perché uno di loro era in ritardo e dovevano aspettarlo. Intanto il comandante della pattuglia cominciava a farmi delle domande e a darmi qualche violento schiaffo quando insistevo di non chiamarmi Villa ma Filato, di non essere partigiano e di trovarmi in quella casa di passaggio. Verso le sedici arrivava l’altro ciclista; allora, requisita per me una bicicletta ai contadini, si usciva sulla strada; mi legavano con una corda un polso al manubrio, mentre una donna, impietosita, usciva di corsa portandomi la giacca che io desideravo restasse appesa a quel chiodo. Naturalmente la giacca veniva subito controllata: il suo contenuto mi dimostrava non solo un bandito ma anche un rapinatore. Verso le diciassette il nostro gruppo si fermava in un bar in piazza a Sandrigo per bere qualcosa di caldo e un tè veniva offerto anche a me. Da questo momento iniziava per me una fase critica: li avevo sentiti dire che conveniva passare dietro il cimitero. Qualcuno aveva guardato con desiderio i miei scarponi e poi avevano recuperato tutti quei soldi. Un tremendo pensiero: questi mi ammazzano! Si riprendeva il viaggio; ero ben controllato. Avevo tanta paura: aspettavo sempre e speravo di non raggiungere mai quella zona, dove avrebbero potuto spararmi alle spalle durante il movimento. Non potevo scappare: mi sarei buttato contro un autocarro molto lento che venisse in senso contrario, e intanto pedalavo. Verso le diciotto si giungeva alla periferia di Vicenza; il cimitero non lo vidi mai. Venivo condotto, attraverso un cancello, nel cortile di una casa (la casa Penile), dove c’erano giovani in divisa della repubblica di Salò. Mi conducevano poi in un ufficio dove c’era un ufficiale in divisa di tenente. Sorpresa enorme per entrambi: era il tenente Bianchi della polizia ferroviaria di Firenze. Con lui mi ero incontrato tutti i giorni, per compiti in collaborazione alla difesa della stazione ferroviaria di Firenze, dal 25 luglio fino all’8 settembre del 1943, periodo in cui, ufficiale degli alpini, ero comandato a presidiare il complesso ferroviario con venticinque alpini. Molti ricordi e, forse, la sua indole onesta lo portavano a trattarmi bene ed a stringermi la mano. Venivo sistemato in una stanza confortevole, dove conoscevo Rizzoli. Ma successivamente mi accompagnavano in una villa vicina dove c’era l’ufficio politico del tenente Usai. Erano tutti piuttosto euforici e si limitarono a fare una distinta degli oggetti trovatimi addosso. Nella confusione riuscivo a togliere un foglietto che mi interessava e che infilavo lungo la caviglia nello scarpone e che poi in gabinetto facevo sparire. Ero così in qualche modo più. tranquillo. La prima notte passava senza note degne di rilievo. Solo nel pomeriggio del lunedì, dalla finestra che guardava la strada attraverso un giardino, vedevo scendere da una Lancia Ardea grigia il tenente Perillo e il capitano degli alpini Zilio; li conoscevo bene per averli sempre combattuti. Mi rendevo conto che erano venuti per vedermi. I due erano responsabili, con i tedeschi, del criminoso rastrellamento del Grappa e di azioni repressive nella zona di Bassano. Da quel momento vedevo la mia situazione cambiare. Mi conducevano ben scortato all’ufficio politico, dove i due ufficiali e il tenente Usai mi attendevano. Un breve interrogatorio, molte minacce. Venivo rimandato alla caserma, dove mi rinchiudevano solo in una umida cantina. La notte non riuscivo a dormire; il carceriere, un toscano, ogni tanto veniva a tenermi compagnia, chiacchierando attraverso la feritoia della porta. Al pomeriggio del martedì, condotto nuovamente all’ufficio politico, mi trovavo di fronte ad un vero tribunale: due colonnelli della SS tedesca, ancora Perillo e Zilio, Carità, Usai e due dattilografe. I due ufficiali tedeschi erano venuti per accusarmi di aver richiesto il bombardamento di Villa Ca’ Dolfin ‘ di Rosà, dove erano le carceri tedesche, e dell’uccisione di due loro collaboratori, mentre Zilio e Perillo erano venuti per riconoscermi. Zilio mi ordinava di scoprirmi il basso ventre e le gambe, e con una matita come indice, rilevava le sette cicatrici delle ferite da arma da fuoco subite sul Grappa, che dovevano confermare che io ero Villa, comandante di formazione partigiana sul Grappa e a Bassano. Carità non mi rivolgeva mai la parola e si limitava ad osservarmi attentamente. In tutto il tempo ho negato di aver richiesto il bombardamento ed ho potuto dimostrate che quando erano stati uccisi i due collaboratori tedeschi sul Brenta, nell’agosto del 1944, io ero ancora sul massiccio del Grippa. Rimanevo zitto quando Zilio declinava le mie generalità dopo avermi chiamato Villa. Conclusione: Perillo mi condannava a morte, stabilendo che sarei stato fucilato il mattino successivo, e che uguale sorte avrebbero subito i miei genitori. Ricordo che con ira dicevo a Perillo che io avevo scelto quella strada, mi era toccato il rovescio della medaglia, ma che nessun male fosse fatto ai miei genitori, che non c’entravano. Mi rivestivo e, sempre ben scortato, ritornavo nella cella in cantina. Notte tremenda; il carceriere mi portò mezza bottiglia di grappa che bevvi quasi d’un fiato. Così intontito aspettavo il mattino e la fine. Tutto invece andò bene, perché verso le nove il vecchio carceriere toscano veniva a comunicarmi che dovevo cambiar cella. Mi trasferirono in una stanza al primo piano con un poggiolo, un materasso asciutto per terra, dove, appena sdraiato, cadevo in un sonno profondo. Venivo svegliato, non so quanto tempo dopo, da un calcio sulla schiena: era Carità seguito da altri. Veniva a dirmi che si era opposto alla decisione degli altri, perché era sicuro che avrei accettato una sua proposta. Con questo se ne andava. Il giorno dopo, mercoledì, nel pomeriggio, su una Fiat 1500, insieme all’ingegner Griso di Schio, ammanettato, venivo scortato da Vicenza a Padova in via S. Francesco: entravo a Palazzo Giusti. Lungo una scalinata raggiungevo una soffitta con poca luce, dove si trovavano delle persone, alcune sedute, altre sdraiate su brande. Mi veniva incontro una figura alta, barba e capelli bianchi; era il professor Meneghetti che, abbracciandomi, mi diceva sottovoce: «Villa, stai attento a tutto, non parlare con nessuno, diffida di tutti e delle domande amichevoli che ti vengono rivolte ». Mi conosceva da quando ero al comando della brigata « Italia Libera » sul Grappa. Stavo cercando di addormentarmi quando, verso mezzanotte, ero prelevato e condotto in una sala molto illuminata. C’erano molte persone; qualcuno mi sembrava ubriaco. Cerano anche delle donne e. seduto dietro una scrivania, Carità, che mi fece sedere. La sua curiosità si indirizzava soprattutto su noi partigiani e sulla tattica usata dai nostri attaccanti durante il rastrellamento del Grappa. L’argomento mi era facile: potevo di· mostrare il valore e la volontà delle formazioni partigiane con i risultati della resistenza sostenuta e dei suoi martiri. Mi dava l’impressione, mentre gli altri stavano in silenzio, che, ascoltandomi, provasse ammirazione; capivo subito dopo che stava per farmi una proposta. Cominciò dicendomi che aveva stima degli alpini e che a La Longa di Sandrigo stava costituendo un battaglione con molti elementi ex partigiani. Diceva che mi avrebbe dato la libertà e il grado di capitano comandante quegli alpini. Risposi che non potevo accettare, perché La Longa era compresa nella zona della mia brigata partigiana e che se avessi fatto questo sarei stato ammazzato dai miei partigiani. Mi permettevo timidamente di dire che sarei andato piuttosto come alpino semplice alla «Monte Rosa)} sul confine francese. Quasi in coro, dietro di me, sentii la risposta: «Si, cosi puoi scappare con i partigiani francesi!» Nella confusione, credo sia stato Squilloni in stato di ubriachezza a tirarmi un violento pugno sul fianco sinistro. Carità mi rimetteva in libertà, consigliandomi di pensarci bene. Il pugno mi lasciava un forte dolore per diverso tempo: mi aveva rotto due costole che ancora oggi sporgono dal torace mal aggiustate. Non ritornavo più in soffitta; attraversato il giardino e il porticato delle scuderie, salivo una scaletta; giunto al primo pianerottolo, entravo in una piccola cella senza finestra, una forte lampada sempre accesa, due cuccette a castello, di cui quella superiore già occupata e l’altra libera per me. Il compagno di cella, con la testa rapata a zero, era Spartaco. Il letto di tavole era corto e stretto, con un materasso fatto di tela di sacco e riempito di segatura e trucioli di legno; lo spazio per camminare era sufficiente per uno dei due a turno. Il muro di tavole dove erano appoggiati i letti a castello nascondeva dei piccoli microfoni, installati per ascoltare le nostre conversazioni. Noi lo sapevamo; o stavamo zitti o facevamo discorsi generici o ci arrangiavamo con segni delle mani e della bocca. In queste condizioni rimasi fino alla liberazione. Qualche giorno dopo venivo chiamato ancora nell’ufficio di Carità, che mi rinnovò,", la proposta il comando del suo battaglione alpino, ed io insistevo sull’alternativa di essere trasferito alla divisione «Monte Rosa . sul confine francese. Questa volta Carità si irritava e Corradeschi iniziava a martellarmi contemporaneamente con le due mani aperte all’altezza delle tempie, orecchie e guance. Durò qualche minuto e poi fui riaccompagnato in cella. Carità non mi parlò più di questa sua idea. Una sera fui messo a confronto con Nino Bressan e con don Luigi Panarono dal tenente Castaldelli, detto «il prete »: ci siamo riconosciuti. Tutto finiva là ed ognuno di noi tornava scortato alla sua cella. Qualche paura e molti timori, ma oggi mi rendo conto di essere stato fortunato: la mia cattura era avvenuta quando per la banda Carità finiva il tempo della supremazia’ repressiva e dispotica, ed ognuno di loro pensava a crearsi delle posizioni di sicurezza e degli alibi per il momento della resa dei conti. Pochi giorni prima della liberazione, quando Carità preparava con altri la sua fuga verso il nord, temevo mi prendesse come ostaggio per superare le difficoltà dei blocchi e delle reazioni partigiane della pianura bassanese e della Valsugana.

Per fortuna la mia si rivelava una preoccupazione inutile: Carità partiva verso il nord con i suoi complici, mentre venivo liberato con tutti gli altri, uno degli ultimi giorni dell’aprile 1945. Uscito da Palazzo Giusti, ho visto, mescolato alla folla festante, con il tricolore al braccio e un salvacondotto del CLN, il tenente Usai, che passeggiava tranquillo. L’ho arrestato e trasportato a Vicenza consegnandolo poi alla Questura. Quindi raggiungevo Bassano in tempo per assumere nuovamente il comando della mia brigata partigiana. Molti ricordi di quel periodo trascorso con monotonia e con l’unico sostentamento della speranza: l’ora di aria su quella grande terrazza, i tristi canti alpini, le novità clandestine sull’andamento della guerra, l’alternarsi di delusioni e speranze, il nostro contegno dignitoso che metteva in imbarazzo i nostri peggiori carcerieri e, soprattutto, le meravigliose figure del professar Meneghetti, del professar Ponti, di Attilio Gombia, esempi per me indimenticabili di uomini che, al di sopra del valore della loro vita, avevano posto quella della loro fede in una lotta giusta e democratica.
Annunci

Informazioni su toscano

Io Nato Io fui nel secolo passato, circa ventinovemilacinquecentosettantacinque giorni o giù di li Città tu se’ la Venere Firenze Patria dell’Allighier, salve, e mia Patria Allor che a salutar venni col pianto La valle de lo giglio, ed alla vita De ‘l sole i raggi ailluminar lo mondo

Pubblicato il 3 agosto 2017, in La Banda Carità con tag , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: