Il rastrellamento di Pasqua

 

 

Il rastrellamento di Pasqua

“L’Aprile del ’44 fu il più tragico periodo della nostra clandestinità partigiana. Vivemmo tutti un momento di smarrimento dopo i rastrellamenti del Lunedì di Pasqua che costarono la vita a molte persone. La domanda che risuonava nelle nostre teste era più o meno questa: La

nostra clandestinità quante vittime aveva causato? Se noi non fossimo quassù arroccati i fascisti e i tedeschi avrebbero mai causato tanti lutti tra le famiglie?”

Come appena detto, l’Aprile del ’44, per la Brigata e la popolazione fu un mese terribile. Non solo trenta giorni di lotta e fratellanza ma anche di lutti. La barbarie fascista culminò proprio nella giornata del 10 Aprile quando i comandi tedeschi fiancheggiati come sempre da qualche fascista di zona decisero di fare un rastrellamento esemplare; obiettivo principale era l’intera pendice orientale di Monte Morello.

Tale rastrellamento, che coinvolgeva un centinaio di uomini a “caccia” di Partigiani, iniziò nei rioni (come si chiamavano all’ora di Rifredi Castello e nel piccolo borgo di Serpiolle.

Il Commando era ben armato e organizzato. Testimoni della zona raccontarono in varie occasioni che furono presi dalle strade molti ragazzini per essere usati da “uomini di fatica” per portare sulla dorsale del Monte molte munizioni e bombe a mano di tipo “ananas”. Durante la risalita del Monte furono ispezionati casa per casa le località Castiglioni,

Ceppeto, Segalari e Cercina. Arrivati vicino alla Cappella di Ceppeto udirono dei

rumori provenienti da un bosco. Pensarono subito a qualche “bandito” partigiano e decisero di sparare raffiche di artiglieria in direzione di alcune baracche costruite per ospitare gli operai che lavoravano per il rimboschimento della zona. Purtroppo ne fece le spese un povero

operaio, Silvio Rossi, che se pure di giorno di festa, lavorava per terminare in miglior modo il suo compito. Dove fu ucciso Silvio Rossi è tutt’ora presente un piccolo cippo posto a memoria.

Ma la giornata di morte non si concluse così. Proseguendo verso la chiesetta di Ceppeto il commando decise di fare irruzione dentro la chiesa dove si stava celebrando la Messa per il Lunedì dell’Angelo. Entrarono in Chiesa e dopo aver mostrato le armi e spintonato alcuni presenti, decisero di prelevare dalla chiesa sette uomini. Non si sa su che base furono presi, forse su indicazioni dei fascisti della zona. Fatto sta che uscirono con sette uomini con le mani alzate poste dietro la nuca. Furono portati in Località Masseto, dove furono fucilati. Furono coperti sommariamente con dei ciottoli e della terra. I parenti delle vittime non furono avvisati della morte dei loro cari. Fu raccontato loro che i sette uomini erano stati portati a Firenze, per essere interrogati e detenuti presso il carcere della Fortezza. Per qualche giorno i parenti delle vittime andarono inutilmente a cercarli in carcere. I secondini dicevano loro,

sotto ricompensa di buone uova e polli che stavano bene e che sarebbero stati presto liberati. Solo dopo cinque giorni la madre di Renzo Lamporesi volle provare a cercarli nelle campagne circostanti. Fu così che furono ritrovati coperti da poca terra.

I loro nomi erano:

Angelo Covini,

Orlando e Olimpo Bruschi,

Romolo e Renzo Lamporesi,

Aurelio Bonaiuti e

Brunetto Fanelli.

Anche qui, in località Masseto, esiste tutt’oggi un cippo in loro memoria più comunemente conosciuto come cippo dell’eccidio del Lunedì di Pasqua.

Le notizie quindi non erano buone. Benché la Brigata era attiva, si trovava in un momento difficile. Troppe morti intorno a loro. Si decise allora di non farsi vedere troppo dalla popolazione per evitare loro azioni di repressioni. Fu una tattica giusta. Bisognava stringere i denti. Ormai da Firenze arrivavano notizie confortanti. La macchina della Resistenza iniziava a mietere successi verso la liberazione della zona.

Il Nonno ricordava che una volta ritornando in città per incontrare la “morosa”, tale Signora Aurora, merciaia del centro e sposata con un marito militare disperso chissà dove, si accorse che la città stava dando segni evidenti di malcontento verso gli eserciti invasori. Che il Fascismo fosse stato davvero un grande bluff? E il benessere dove era? E tutta la grandezza dell’Impero?

Si poteva notare la tristezza negli occhi della gente che sempre di più era affamata di pane e di libertà individuale e collettiva. Le persone non riuscivano più ad immaginarsi un futuro. Vedevano solo coprifuoco e vivevano con la perenne ansia di avere appoggiato “socialmente” il regime fascista.

Qualcuno fischiettando un’aria celebre del canzoniere fascista diceva:

-“E ora che si canta giovinezza…si more tutti dalla debolezza….

Camice nere, pantaloncini siete ‘na massa di bighelloni…

E con il grido Alì Alà ‘un cianno voglia di Lavorar…!!

Ma torniamo in montagna. A fine Luglio.

Il Comitato Toscano Di Liberazione Nazionale avvisa Gambalesta che a giorni tutte le Brigate che operano intorno a Firenze devono organizzarsi per la battaglia finale. Giungono notizie che gli alleati stanno avanzando riuscendo a liberare le città a sud di Firenze.

La Brigata, circa un centinaio di effettivi, iniziò a preparare le armi. C’era la consapevolezza che la clandestinità e la percezione del “Bandito sulla montagna” stava svanendo e faceva posto ad una organizzazione più militare grazie al coordinamento del CTLN.

Infatti il 2 Agosto arrivò l’ordine di preparare la discesa verso la città.

-“Fu un momento di euforia collettiva. Ci vollero un paio di ore per ritrovare dentro di noi lo spirito giusto e la disciplina per affrontare

l’ultima battaglia dopo tanti mesi di clandestinità e di anni sotto il giogo fascista.

Partimmo a piccoli gruppi con un imprecisato appuntamento nella zona di Careggi. Prendemmo il sentiero che conduceva a Cercina, fra i molti ciottoli e la poca erba appiattita da una giornata calda.

Ma successe un guaio grosso. Come sia successo non si è mai saputo. Forse un tradimento o una “soffiata” di qualcuno di esterno, ma “vicino” alla Brigata. Subimmo un’imboscata tedesca che fece fuoco su di noi con le terribili Pistole Machine. Ci fu un fuggi fuggi generale. La conoscenza capillare del luogo e l’addestramento ci permise di fuggire senza grosse

conseguenze. Ma la Brigata si disperse. Tornammo individui e non un collettivo capace di entrare a Firenze compatti per l’ultima battaglia”.

Purtroppo, quel giorno, fu ucciso anche Libero Mannelli detto lo “Zingaro” in località Fontebuona (Vaglia). Era un giovane di Rifredi, figlio di un fornaio, che si era unito alla lotta partigiana con la “Fanciullacci” nei primi mesi del ’44. Stava ritornando dalla città dove aveva ricevuto direttive importanti per iniziare la battaglia per Firenze. Come detto non riuscì mai a portare gli ordini ricevuti perché fu ucciso e gettato in un fosso senza scarpe. Come mi è stato raccontato, lo Zingaro fu arrestato a Cercina, e successivamente portato a Bivigliano per essere interrogato. Visto che non rilevò nessuna informazione sulla presenza partigiana sul Monte Morello fu condotto a Fontebuona e lì fucilato. Nel dopoguerra fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. Ancora oggi un piccolo cippo in sua memoria è situato nel punto dove è stato ucciso ( al numero civico 241 di via Libero Mannelli, sulla destra, seguendo il sentiero che porta nel bosco).

Fraiser sembra diventato “un tizzo di fuoco”.

-“La storia della Brigata finisce qui, ognuno di noi partecipò alla Liberazione di Firenze da singolo. Unico grosso rammarico di tutta la nostra esperienza.

Io cercai di tornare in San Frediano. Ci riuscì. Ho partecipato alla battaglia per Firenze in zona porta romana”.

Intanto…..

Gambalesta arrivò in zona Careggi. Molti suoi uomini si erano rifugiati dentro l’ospedale civile. Alcuni feriti e altri per beneficiare di pasti un po’ più sostanziosi di quello che si trovava in giro. Come racconta qualche testimone alcuni erano rifugiati nel reparto Tubercolosi definito il “Lazzaretto” . Questo reparto non era controllato capillarmente dai tedeschi vista l’infettività della patologia. Era espediente masticare della polvere di uovo, tenerla in bocca per poi far finta di espettorare l’impasto giallo per tenersi lontani i tedeschi.

In quel periodo l’ospedale era molto affollato di gente. Lì si era riversata molta di quella popolazione che sfollò dalle proprie abitazioni fra il 4 e 5 Agosto. L’ordine di sfollare fu dato dalle milizie tedesche che ormai sentivano vicina la Liberazione di Firenze e quindi la loro sconfitta. Si sentivano, forse per la prima volta, assediati e bersagli di un popolo finalmente unito a cacciarli.

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