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La visita del Vescovo di Giordano Campagnolo – Banda Carità

La visita del Vescovo di Giordano Campagnolo

Dopo le lunghe ossessionami giornate trascorse nel salone di Palazzo Giusti (ed altri meglio di me descriveranno le allucinanti nottate nel dormiveglia o negli « interrogatori, Mariano Rossi ed io veniamo trasferiti sopra le scuderie, nel locale dove un tempo venivano riposte le fruste. È un ambiente di circa sedici metri cubi – quattro di lunghezza, due di altezza e due di larghezza – chiuso ermeticamente, con la luce sempre accesa e diviso in due scomparti, ognuno con due cuccette sovrapposte. Nello scompartimento anteriore ci sono già il ragioniere Randi e un cameriere del Pedrocchi; per loro fortuna nella porta c’è lo spioncino aperto, attraverso il quale entra un po’ d’aria. Nel nostro scompartimento troviamo una coperta e cerchiamo di dormire, ma il freddo intenso ce lo impedisce e allora ci sistemiamo tutt’e due nella cuccetta superiore; disposti con la testa vicino ai piedi dell’altro, per ragioni evidenti non respiriamo più. Sono due mesi che non ci laviamo! Ci mettiamo allora con le teste appaiate, ma la cuccetta è stretta, spigolosa; ogni tanto dobbiamo girarci, cambiare posizione. Impossibile farcela, anche perché Mariano si sente mancare l’aria ed ha il cuore con il battito irregolare. Finalmente viene giorno. Ce lo comunica Randi dalla cella accanto. Chiediamo a Gonelli, il carceriere, se ci fa fare qualcosa e siamo quasi subito accontentati. Evidentemente il nostro angelo custode si dà da fare per noi. Spacchiamo legna, facciamo le pulizie, portiamo il rancio agli altri detenuti ed in questo modo immagazziniamo ossigeno per la notte e possiamo dare utilissime informazioni agli amici. t un collegamento prezioso. Inoltre, un po’ rubacchiando e un po’ chiedendo, riusciamo a portare supplementi di viveri alle nostre donne. Abbiamo anche raccolto della paglia e dei trucioli per i nostri giacigli. Un giorno ci viene ordinato di andare a prendere il carbone in cantina, ma questa è allagata e noi, pur mettendocela tutta, non riusciamo a far gran che. Stiamo lavorando, quando nel buio della cantina entrano due persone con un grosso tubo; si sente un motore in azione e vediamo l’acqua abbassarsi lentamente. I due si avvicinano e vediamo che la loro non è la divisa delle SS. Sono vigili del fuoco di Padova. chiamati per questa operazione. Metto di guardia Mariano sulla porta della cantina e informo minutamente i due vigili su quello che avviene a Palazzo Giusti, faccio loro un dettagliato elenco delle personalità padovane imprigionate e torturate e raccomando di mettere in azione la catena orale di S. ‘Antonio, in modo che la cittadinanza ed il CLN siano messi al corrente della vicenda. Mi assicurano di farlo e se ne vanno molto commossi e consapevoli dell’importanza della loro missione. Mariano e io discutiamo il pro e il contro della questione e concludiamo che se il maggiore Carità viene a conoscenza della cosa, ci aspetta un’altra scarica di botte. Pazienza! Una scrollata di spalle e tutto finisce li. Circa otto o nove giorni dopo, Gino Cerchio è a colloquio (si fa per dire) col maggiore Carità e si accorge che sul tavolo c’è un manifestino del CLN. Carità infuriato fra una bestemmia e l’altra, glielo fa leggere: è una denuncia alla popolazione di tutto quello che avviene a Palazzo Giusti. Carità dice inoltre a Gino che il Vescovo di Padova ha chiesto di visitare i prigionieri proprio sulla base di quel manifestino e che la visita avverrà l’indomani. Ci vien dato l’avvertimento che guai a noi se dovessimo far parola di quello che abbiamo subito. Mi viene permesso di chiedere al Vescovo dei generi alimentari. Al mattino, poco prima dell’ora stabilita per la visita, tutte le porte delle celle vengono spalancate. Il Vescovo arriva, entra, parla con Randi, poi fa due passi avanti, si rende conto del genere di vita che conduciamo e istintivamente fa un passo indietro, come per far riserva di naso. Poi, deciso, rientra e cosi si presenta: « Sono il Vescovo di Padova e sono venuto a portarvi la mia benedizione ».

La visita del Vescovo " lo pronto: « Grazie, Signor Vescovo, ma veda, noi siamo di Vicenza … ». « Si – mi interrompe – ma sono io che ho la giurisdizione su questo carcere ed è mia l’autorità di portare a tutti i carcerati il conforto della Fede ». «Ma, Signor Vescovo, io volevo dirle che, essendo noi di Vicenza, le nostre famiglie non ci possono portare da mangiare e qui noi ne abbiamo ben poco; perciò se Lei potesse mandarci qualcosa, noi tutti gliene saremmo riconoscenti ». «Ecco – mi risponde il Vescovo – il mio segretario vi darà qualcosa ». Lo ringrazio commosso, Mariano addirittura si precipita a baciargli l’anello o la mano, non so bene. Esce il Vescovo ed entra il segretario che ci porge … un santino per ciascuno. Non so di quale santo. Quel che è certo è che non avevamo fede abbastanza per renderlo commestibile. Due giorni dopo, però, il carceriere Gonelli mi chiama e mi consegna due pacchi di marmellata e formaggio. Mi faccio accompagnare in giro dai miei compagni di galera per avvertirli che il Vescovo si è ricordato di noi e tutti, dico tutti, mi rispondono che è roba mia perché io solo l’avevo chiesta. Inutile dire che, sotto la sorveglianza di Gonelli, tagliai quei tesori in parti eguali e li distribuii a tutti. Da quel giorno ci venne distribuito anche del pane in più, e questo lo dobbiamo pure al Vescovo, Monsignor Agostini Devo aggiungere che, dopo la guerra, egli venne mandato a reggere il Patriarcato di Venezia. A una nostra richiesta di fargli visita per esprimergli personalmente la nostra riconoscenza, ci rispose tramite Ida D’Este; ci ringraziava del gentile pensiero ma le sue condizioni di salute non gli permettevano di riceverci. Di li a poco ci lasciò per sempre. Noi lo ricordiamo con tanta gratitudine.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La Banda Carità – Torture e champagne di Renzo Lorenzoni

 

 

La Banda Carità

 

Torture e champagne di Renzo Lorenzoni

La mattina del 3 gennaio 1945 verso le nove, tre agenti del comando di Palazzo Giusti suonarono il campanello della mia abitazione. Uno di essi rimase a far da palo davanti alla porta di casa; gli altri due, accampando un puerile pretesto di dovermi comunicare qualcosa per conto del Conservatorio di Milano, salirono sino al salotto e alla camera da letto. Dopo aver chiesto e avuto conferma che bisognava seguirli sino al Palazzo di via S. Francesco, mi vestii in fretta e alle 9,30 ero già arrivato a destinazione. A dire il vero non era la prima volta che varcavo quelle soglie in qualità di prigioniero. La sera del 20 dicembre 1944, quindici giorni prima, ero capitato in casa dell’amico Umberto Avossa, puro combattente dell’antifascismo, per informarmi della sua salute malferma; e vi ero capitato proprio mentre uno sbirro del maggiore Carità vi si trovava allo scopo di arrestarlo. Non parve vero al poliziotto di cogliere due piccioni con una fava. Dopo aver esaminato i miei documenti personali, mi ficcò dentro una automobile che sostava in quei pressi e in pochi istanti mi portò alla base. Quella sera le cose andarono molto lisce. Verso le nove e mezzo fui introdotto nell’ufficio del tenente Trentanove che mi sottopose a interrogatorio: si riesaminarono le mie carte, e, dopo qualche investigazione circa le mie relazioni personali con l’Avossa, gli inquirenti, tra i quali era attentissimo lo sbirro che mi aveva arrestato, si convinsero del «caso fortuito », e senza manco stendere un verbale dell’interrogatorio mi rilasciarono in libertà, dopo che ebbi firmato la regolare diffida di nulla rivelare di quanto avevo veduto ed udito nell’interno del Palazzo.

 

Questa facile risoluzione dell’incidente indusse erroneamente me, familiari ed amici a ritenere che altro pericolo mi incombesse almeno per il momento: ma non doveva pensarla cosi il maggiore Carità che provvide, in modo più efficace pochi giorni dopo, alla mia sistemazione. A gennaio erano giunti con me (tra i molti di cui non ricordo più il nome) ed erano stati riuniti nella stanza dei tenenti Baldini e Trentanove, il colonnello Maniano, il maggiore Marangalo e la dottoressa Baricolo. Le prime operazioni furono, naturalmente, la perquisizione e il sequestro di quanto avevamo con noi. La signorina incaricata, che seppi poi rispondere al nome di Renata Chicco (una biondina allampanata liquescente con due occhietti cisposi di sinistra civetta) stese a lapis un rapido inventario su di un quaderno: corrispondenza, oggetti personali, portafogli, portamonete, tutto fu accatastato in una grossa busta di carta e rinchiuso in un armadio a saracinesca. Vuotate le tasche e alleggeriti i rispettivi proprietari dei contenuti delle medesime, ci si rimandò nell’anticamera ad … aspettare. Aspettare che cosa? Mah! Probabilmente l’interrogatorio. Ci cullavamo tutti nella fiducia di un sollecito interrogatorio. Ma era un’illusione. Quella prima giornata passò, come le successive, lenta e funerea, rotta solo da un macabro episodio che doveva essere il primo di una tristissima serie. Poco dopo le tre del pomeriggio, dalla camera attigua a quella dove avevamo subito la perquisizione, si udirono dei singulti repressi, dei lamentij, interrotti da qualche grido di dolore. Verso le cinque si apri improvvisamente la porta, ne uscirono, passando in mezzo a noi e diretti al piano superiore ove si trovava un’insufficiente infermeria, prima un battistrada, poi uno dei carcerieri che reggeva sulle spalle lo sventurato uscito fresco fresco dalle torture. Era in stato evidente di pieno collasso fisico e aveva il capo riverso sulla spalla di colui che lo sosteneva: non riuscii perciò a vederlo in volto, ma, dai capelli che aveva foltissimi e da qualche altro particolare somatico, dedussi che dovesse essere giovane. Come finale di coda veniva poi il capitano medico che non si stancava di ripetere a coloro che lo precedevano: « Presto, presto: una branda, un materasso e una iniezione prima che succeda il peggio ». Assistemmo muti e sconvolti al passaggio del triste corteo: i presagi di sventura che vagavano nell’aria sembravano confermati dal tetro spettacolo offertoci. Un’altra conferma, teorica questa ma non meno impressionante, ci venne alla sera stessa, allorché intruppati e raccolti nella sala dove aveva avuto luogo la tortura diurna e dove passammo la notte, uno dei sorveglianti (alto nella persona, con un pellicciotto sino alle ginocchia e l’immancabile mitra a tracolla) usci a dire tra una parolina e l’altra

« Questo luogo è l’inferno per i colpevoli ». Come Dio volle la notte passò, e alle prime luci dell’alba fummo avviati al «salone », dove io rimasi sino al momento della scarcerazione. La seconda giornata, il 4 gennaio, fu contrassegnata da un avvenimento di tutt’altra natura. Verso il tocco si udì il sibilo delle sirene di allarme aereo e di li a pochi istanti gli apparecchi anglo-americani ci rombavano sulla testa. Entrò allora nel salone il tenente Trentanove, seguito da due o tre dei suoi scherani. Sghignazzando e schernendoci, gridava con quanto fiato aveva in corpo: «Sarete contenti, sono qui i vostri amici, i vostri fratelli… ». Ma le sue parole furono repentinamente sepolte da una formidabile esplosione che mandava in frantumi i vetri del palazzo, comprese tre finestre del salone che ci ospitava. Per rimettere un po’ d’ordine nello scompiglio che ne seguì, ci venne ordinato di scendere in giardino e di appostarci in una piccola trincea scavata di fresco. La trincea non aveva alcun riparo. Era stata prescelta per questo? Forse. Nulla essendo accaduto di grave, la conseguenza dell’esplosione fu che la temperatura del salone, già rigida, scese ancora e le notti divennero sempre più dure. La giornata memorabile coincise indubbiamente col 7 gennaio, una domenica. Di buon mattino, in seguito ad un forte attacco artritico, chiesi di essere visitato dal medico, il quale riconobbe l’esistenza del morbo, ma alla mia richiesta di avere un letto su cui riposare durante la notte obiettò che l’accoglimento dell’istanza dipendeva dal comandante. Non me lo feci ripetere due volte e me ne ritornai rassegnato nel salone, dove fervevano già i preparativi per l’imminente rapporto che si teneva nell’attigua sala dell’amministrazione. Al rito presieduto dal comandante, tutti indistintamente, ufficiali e sguatteri che fossero, dovevano convenire, e alla fine della cerimonia intonavano coralmente un refrain di cui non riuscii, per quanto aguzzassi le orecchie, a cogliere le parole, ad eccezione di tre: farabutti e maggiore Carità. I farabutti, si capisce, erano i prigionieri passati, presenti e futuri, e l’idoleggiato era il maggiore Carità. Nel tardo pomeriggio del medesimo giorno si poté notare che un avvenimento sensazionale stava allietando le inquiete anime dei carcerieri di Palazzo Giusti. Uno sbatacchiar confuso di porte, un andirivieni inconsueto di sbirri, un tramestio generale erano i segni infallibili che la cacciagione doveva essere stata eccellente e aver riportato qualche cospicua preda. Il rimbombo del portone di strada si faceva sempre più frequente: macchine entravano ed uscivano di continuo. E nella sbirraglia un mal celato senso di soddisfazione trapelava da ogni gesto. Il colpo era stato grosso per davvero. Era la cattura di Egidio Meneghetti, insigne farmacologo dell’Università, l’animatore del movimento padovano di resistenza. Ricercato da mesi era riuscito a sfuggire fino a quel fatale 7 gennaio, quando nella rete stesa attorno alla casa di cura Palmieri cadde anche lui. Ce lo trovammo cosi ospite del salone in pigiama e in pantofole e, siccome era un cliente di riguardo, ammanettato. La notte che segui (notte di tregenda, la definì il mio vicino di prigionia, il caro Luigi Faccio, ultimo sindaco di Vicenza libera prima dell’avventura fascista) fu movimentata tanto quanto lo era stata la sera. Il salone rigurgitava di facce nuove. Gli interrogatori si succedettero ininterrottamente agli interrogatori e la tortura funzionò implacabilmente sino al mattino, quando il tenente Baldini entrò ballonzolando in salone e gridò: « Li becco tutti, ormai li ho tutti nelle mani ». I« tutti» erano i componenti il CLN.

Evidentemente sorretta e foraggiata dai tedeschi (ogni sera due o tre ufficiali superiori tedeschi passavano dal salone ed erano introdotti nella stanza del Comandante con sonori « Heil Hitler») l’organizzazione poliziesca di Palazzo Giusti presentava, anche all’occhio di un superficiale osservatore, aspetti enigmatici. Uno di questi era l’impalcatura disciplinare sulla quale doveva reggere la struttura dell’organismo. A star a sentire qualche basso gregario (c’era ad esempio un piantone lucchese, tale Rustici, che quando si sentiva sicuro di non essere sorpreso dal comandante si lasciava trascinare dalla nativa loquacità a interessanti confessioni) doveva trattarsi di una iperdisciplina, nel senso più spietatamente militaristico. Episodi di brutalità non mancavano, a dire il vero. Di uno fu protagonista proprio il Rustici, il quale in un momento di debolezza accese con la propria sigaretta il mozzicone di un prigioniero. Proprio in quell’istante il Carità spalancò la porta e colse il Rustici nell’atto. Avvicinatosi, come una belva infuriata, al disgraziato piantone, gli urlò sul viso: «Quando mai imparerete a far i soldati? » e gli assestò due potenti ceffoni che lo fecero ruzzolare per parecchi metri. Per converso, non era difficile notare come i ragazzi diciottenni, i più umili nella scala gerarchica, stessero spesso a braccetto dei graduati e degli ufficiali in atteggiamenti di confidente dimestichezza. E gli interrogatori? Si svolgevano sempre

« coram populo », in un perenne viavai di gente che entrava ed usciva, talvolta sedeva accanto all’interrogato, ne ascoltava la deposizione, interferiva o se ne andava a seconda dei casi. In nome di quale autorità, codesti galantuomini, che certamente a casa loro avevano non pochi conti da regolare con la giustizia e che perciò l’avanzata degli alleati aveva sospinto dalla Maremma e dalla Garfagnana sulle rive del tranquillo Bacchiglione, si erano insediati a Palazzo Giusti per costituirvi una superiorità politica, che non doveva render conto a nessuno del proprio operato? ~ impossibile saperlo. Qualcuno potrebbe semplicemente commentare: «Cose della sepolta Repubblica Sociale» e con ciò probabilmente sarebbe detto tutto. Il fatto è che, una volta pescati e portati li dentro una volta chiuso alle spalle il pesante portone che ergeva sinistro come una pietra tombale, i poveri prigionieri sapevano solamente questo: che le alternative a loro disposizione erano o la fucilazione o tre campi di concentramento in Germania diversamente graduati a seconda della gravità dell’imputazione, o – ipotesi ultima ma quasi sempre da escludere – la scarcerazione. Garanzie di procedura? Norme di legge? Nessuna. Diritto di difesa? Nessuno. Tutto era abbandonato all’arbitrio dei facinorosi, governati da un turpe ,ossesso, a cui, per antitesi ironica, il destino aveva imposto il più. cristiano dei nomi: Carità. Discepolo prediletto del famigerato seviziatore Koch, di età e statura media, pallido e glabro nel volto, con occhi torvi e feroci, sempre in abito borghese, il maggiore Carità camminava col passo agitato del cane che sta braccando la preda. Aveva seco due figlie giovanissime, attive operanti e partecipanti della sua triste bisogna. Accanto a loro, parecchie altre femmine lavoravano o ai servigi più umili o negli uffici investigativi e di amministrazione in qualità di scenografe e dattilografe. Il gennaio del 1945, particolarmente rigido, non favoriva il soggiorno nel salone centrale del Palazzo, dove i prigionieri dovevano sostare in attesa di essere interrogati e poi rinviati alle celle, per le quali erano stati sistemati il piano terra ~ il piano superiore. (Il piano nobile era riservato agli uffici e alle stanze di abitazione del comandante e dei suoi diretti collaboratori quali il tenente Baldini e il tenente Trentanove). La sosta nel salone poteva durare anche qualche settimana, come è capitato a chi scrive, e le giornate che bisognava trascorrere seduti sui canapè, accanto alle camere di tortura ove si svolgevano gli interrogatori degli arrestati, erano orrendamente lugubri. Gli urli e i singulti degli sventurati pazienti, che talvolta non ebbero tregua dalla mezzanotte al mattino, rappresentavano la « berceuse» dei prigionieri raccolti nel salone e pareva ammonissero: « Ora ci siamo noi, ma domani toccherà a voi ». Di tanto in tanto, si spalancava la porta d’accesso sullo scalone i servi si facevano innanzi con vassoi ricolmi di bottiglie, bicchieri e panini imbottiti. Tra una tortura e l’altra i seviziatori e le seviziatrici si ristoravano con spumante, per riprendere con rinnovato vigore il loro lavoro, onde Franca Carità alla vista di una povera vittima sfigurata nel volto e nel corpo dalle percosse e dai supplizi operati con dispositivi elettrici, poteva esclamare: «Toh! guarda com’è buffo ». ‘Ma i tormenti fisici, a cui erano fatti segno i prigionieri più importanti, quelli cioè che avevano gravi rivelazioni da fare, si mescolavano con perversa abilità del comandante e dei suoi assistenti ai tormenti morali. Un sacerdote della diocesi di Treviso mi raccontava come alla fine del terzo interrogatorio fosse stato trattenuto al solo scopo di fargli ascoltare una sequela di barzellette oscene. Il degno sacerdote supplicava con gli occhi di essere rimandato nel salone, ma invano. Sadismo e ferocia: ferocia e sadismo si alternavano regolarmente a ispirare la condotta dei carcerieri di Palazzo Giusti. Uomini e donne, allorché entravano in mezzo ai prigionieri, non lo facevano se non fischiando, cantando, slittando sull’impiantito, in segno di perenne giubilo, che, nelle prime giornate di gennaio, s’era tramutato in baldanzosa fiducia nella vittoria della croce uncinata, auspice la controffensiva del maresciallo von Rundstedt nelle Ardenne. « Torniamo a Parigi » urlava una mattina il tenente Baldini. Infatti, s’è visto. Oggi il maggiore Carità ha chiuso la sua brava esistenza, ucciso da soldati americani sulle Dolomiti di Siusi i suoi collaboratori vagheranno raminghi e sperduti in cerca di quella pace che non scenderà sui loro spiriti esacerbati, né al di qua, né al di là del limite.

Sull’imbrunire del 15 gennaio potei lasciare Palazzo Giusti. Mentre stavo raccogliendo le mie cose dalle mani della signorina Chicco, mi si piantò improvvisamente dinanzi il maggiore Carità chiedendo se la mia istruttoria fosse completa. Mi affibbiò poi una patente di ex affiliato alla massoneria, diffidandomi dal frequentare i cattivi amici e gli ancor peggio ambienti che, a detta sua, frequentavo. Ma mi lasciò andare. Seppi poi che si era pentito di questo gesto magnanimo e che avrebbe voluto ripigliarmi, se altre cure più gravi ed assillanti non si fossero addensate sul suo capo. Al primo contatto coll’aria libera il passo vacillava. Guardai in alto. Le finestre erano illuminate. Si lavorava lassù. Continuava l’orrenda fatica. La gola era stretta, il cervello opaco. Cercavo, senza riuscirvi, di rimettere un po’ d’ordine nella somma di esperienze morali, anzi umane, che m’era venuta da quel pur breve soggiorno. Sentivo che la somma era grande e l’ammaestramento decisivo. Quei pochi giorni valevano bene più che tutta una vita. Mi incamminai, affrettando il passo. Mi sospingeva un puerile desiderio: rientrare a casa prima che annottasse del tutto.

Dal «Gazzettino,. Del 15 settembre 1947.

 

 

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Egidio Meneghetti – Ricordo di Renato

Ricordo di Renato di Egidio Meneghetti
In giorni comuni la cronaca avrebbe detto che, oggi, l’assistente alla cattedra di macchina, ingegnere Otello Pighin, è tornato per l’ultima volta alla sua Università e che la madre lo ha pienamente accolto fra le braccia del vecchio cortile, per l’antico rito, che tre volte innalza al cielo la bara, come per aiutare la liberazione dello spirito lieve dalla carne stanca. Ma oggi no. Con Otello Pighin, assistente capace e solerte, vi è un essere nuovo da lui nato: il partigiano proposto per la medaglia d’oro, il comandante della Brigata Silvio Trentin … e basta pronunciare il suo nome di battaglia perché d’intorno tutto magicamente si trasformi e si illumini. RENATO, e la cronaca diviene storia. RENATO, e i giovani compagni dall’emozione sobbalzano, il cuore si accelera., ancora una volta i corpi si tendono pronti all’azione. RENATO, e passano davanti agli occhi visioni che, pur recenti, hanno già colore di sogno: la Voce misteriosa attraverso lo spazio ha lanciato le attese parole: « il nido dell’aquila … la dottrina segreta e subito, nella notte colma di insidie, uomini silenziosi convengono al campo celato, in attesa che grandi corolle sboccino fra le stelle. RENATO: nelle soffitte, nelle cantine, fra le mura abbandonate delle case in rovina, strani alchimisti preparano le miscele che, per salvare la patria, dovranno lacerare le carni della patria stessa. RENATO: il ciclostile, nascosto nel silenzio della campagna o fra i rumori della città, imprime le parole .della ribellione, dell’incitamento, dello sdegno, della rivolta; RENATO, ed ecco lui in mezzo a noi ancora, lui che non può, non deve essere morto … La bara è forse vuota? Ci siamo lasciati prendere da una delle sue abituali astuzie di guerra?

Certamente egli è qui tra noi: non più camuffato con i grandi occhiali cerchiati che smorzavano la fredda audacia degli occhi azzurri; non più col cappello calato sull’onda dei capelli biondi, come quando passava impavido, in pieno giorno, nel cuore stesso di Padova, sfidando la taglia golosa e la immediata fucilazione; né lo sguardo ha più il rapido scrutare di chi si sente braccato, né hanno i muscoli il tono vigilante di chi è pronto all’attacco e alla difesa. È lui, ma più alto, pio sciolto, sollevato da sogno e da ogni fragilità, invincibile, invulnerabile, perfettamente libero. Perfettamente libero, ma non da ora soltanto: quando, trafitto dal piombo e più dal tradimento, fu portato nel palazzo delle torture, era già libero compiutamente. Vi fu uno che sali i gradini del tragico palazzo pochi istanti dopo di lui e vide, intorno alla barella insanguinata, la turba oscena dei sicari che insultavano, torturavano, inquisivano. Urlava, fra loro, l’immondo ossesso cui il destino, per sarcasmo, aveva dato il più cristiano dei nomi. Ma RENATO aveva ormai il volto sereno e pacato della completa liberazione, Urla, percosse, insulti, neppure lo sfioravano: uscivano dalle labbra esangui, sola risposta del morente alle vociferazioni, due dolci nomi, continuamente ripetuti: «Lina .. , Elena … Lina … Elena … Lina .. , Elena ». Invincibile, invulnerabile, perfettamente libero, allora, come ora che si presenta alla madre comune, alla nostra Università. E la madre, accogliendolo fra le braccia del vecchio incontaminato cortile, dice: mio Figlio ti ringrazio e ti benedico, So che molto ti devo, so che non soltanto per la salvezza’ d’Italia, per l’umana dignità, per una rinnovatrice fratellanza fra tutte le genti del lavoro, per la distruzione dei privilegi che sacrilegamente mutano la libertà in vana parvenza o in beffa crudele, non soltanto per questo hai combattuto, ma anche per me, per questa tua Università, che per merito tuo è riconsacrato massimo tempio di libertà e baluardo agli italiani e ai veneti contro chiunque, mutando benefica convivenza di culture e di popoli, voglia spegnere la luce del pensiero latino. Se nella lotta per la liberazione io fui prima fra tutte le Università italiane, se furono scritte pagine che, sfidando l’offesa del tempo, aumenteranno nel mondo il mio alto decoro, so che anche e soprattutto a te io lo devo ». Cosi parla la. Madre comune e alla sua voce secolare il rito pietoso si tramuta in solenne trionfo.

Compagni di Renato: sotto gli occhi lacrimosi di Lino, tre volte innalzate la salma del nostro migliore fratello, verso – il cielo della storia, della leggenda, della poesia che non muore.
Discorso pronunciato il 29 maggio 1945 nei Cortile Vecchio dell’Università.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Sebastiano Favare – Banda Carità

Le armi della fratellanza di Sebastiano Favare

Fui arrestato ai primi di gennaio del 1945 e più tardi condotto a Palazzo Giusti con l’imputazione di essere un organizzatore di bande partigiane e perciò un sovversivo pericoloso. Vi stetti fino al 16 marzo, quando fui trasferito al campo di concentramento di Bolzano. Posso dire che a Palazzo Giusti constatai subito che il morale dei prigionieri era altissimo, pieno di fede e di .speranza. Credo che non vi siano parole adeguate e sufficienti per descrivere la brutalità del mostro Carità e dei suoi sbirri. Desidero citare, a questo proposito, qualche fatto e descrivere la cella dove vivevo assieme ai miei compagni. Verso la fine di febbraio venne rinchiuso a Palazzo Giusti don Luigi, parroco di Nove. Fu subito ridotto in condizioni strazianti (come del resto era la sorte di tutti i reclusi); .alla fine fu relegato in una piccola cella di isolamento al piano superiore, proprio di fronte alla nostra. Questo vero sacerdote rimase senza nutrimento per quasi quattro giorni (tutte le novità ci venivano portate dai cari nostri compagni Campagnolo e Rossi, che giornalmente distribuivano la minestra ed il pane). Allora noi decidemmo all’umanità che don Luigi non doveva essere lasciato morir di fame, come voleva Carità. Perciò la mattina seguente, essendo di. guardia un nostro piano un agente, padre di una decina di figli, e si vantava di essere più umano dei suoi colleghi, riuscimmo naturalmente dietro ricompensa, a farci aprire la cella di don Luigi e a soccorrerlo. L’agente era quello stesso che giornalmente ci procurava, facendoselo pagate profumatamente, il «Gazzettino », dandoci così la possibilità di avere sempre le ultime notizie, anche se di marca fascista. Nostro compagno di cella era il professor Nicoletti, molto esperto in geografia. Egli disegnò in una parete, quella ricoperta dai nostri pastrani, uno schema geografico dei vari teatri di guerra; e cosi con le notizie riportate dal «Gazzettino,. e con la vasta cultura del Nicoletti sapevamo che gli avvenimenti precipitavano ovunque e che la resa dei conti si avvicinava inesorabile. Naturalmente tutto questo serviva a rialzare, se ve ne fosse stato bisogno, sempre più. il nostro morale.

Fra i personaggi celebri che davano lustro al movimento antifascista e per noi preziosi consigli, vi era anche Egidio Meneghetti. Ai primi di marzo egli fu chiamato dal maggiore Carità che gli fece un discorso improntato di patriottismo; gli disse che riconosceva in lui un’ispirazione politica che era italiana e abbastanza giusta, ma che non ammetteva però la ribellione armata degli antifascisti. Meneghetti rispose che la dittatura e la violenza fascista dovevano essere combattute e annientate in tutti i modi ~ restaurare in Italia la pace e la giustizia. A queste nobili parole Carità non rispose, ma cercò di persuaderlo che ambedue agivano per il bene della patria e fece il gesto di tendere la mano, in segno di pace, verso Meneghetti. A questo punto il Professore scattò in piedi indignato, dicendo: «Maggiore, quella mano mi offende! Guardia, mi riporti in cella ». Altro nostro compagno di cella era l’avvocato Ettore Gallo. Anch’egli fu chiamato ai primi di marzo per un interrogatorio. Fra gli sgherri che facevano degna corona a Carità, c’era anche un maresciallo tedesco. L’interrogatorio ebbe inizio, come sempre, con parolacce minacce e accuse. Gallo negò ogni addebito e aggiunse di non essere d’accordo con la politica fascista imperniata sulla violenza. Quegli energumeni si scagliarono tutti, compreso il tedesco, sulla vittima menando calci e pugni. A un tratto Gallo si ribellò e sferrò un poderoso pugno in pieno viso al maresciallo tedesco, facendogli un occhio nero. A questo punto, come per incanto, il tafferuglio cessò, troncando l’interrogatorio e le sevizie. L’avvocato rientrò nella cella molto serio e pallidissimo. A noi, che stavamo attoniti a guardarlo, disse queste precise parole: «Miei cari amici, non so come andrò a finire. Ho commesso un gravissimo reato: mi sono ribellato e ho picchiato con energia il maresciallo tedesco provocandogli un occhio nero. Forse, amici miei, verranno questa notte stessa a prelevarmi per farla finita per sempre ».

Nell’ultima decade di febbraio, verso la mezzanotte, sentimmo aprirsi la porta della nostra cella: apparve sulla soglia un uomo sulla trentina, con la camicia e il pullover a brandelli, la faccia gonfia e insanguinata, un vero «ecce homo ». Dopo le nostre domande (Chi sei? perché sei qui? chi ti ha arrestato? quando, dove?) – era il professor Amleto Sartori – ci chiese se qualcuno di noi sarebbe stato fucilato all’alba. lo rassicurammo; ma egli disse calmo: «Voi dite che nessuno verrà fucilato per il momento; però anche se ciò si verificasse, ci vuol pazienza. Saremo uno di meno ». lo capii e risposi: «Sta certo, ne rimangono vivi ancora molti . Egli rise: « D’accordo!

Per riempire le lunghe ore, per distogliere i nostri pensieri dalla preoccupazione della nostra sorte e per aumentate la nostra cultura, i vari professori che si trovavano nella nostra cella ci davano al pomeriggio un’ora di lezione della materia di loro competenza. Il professar Nicoletti ci illustrava la storia e la geografia, il professor Sartori la storia dell’arte, il dottor Miraglia la medicina, l’avvocato Gallo ci metteva al corrente delle leggi allora in vigore, don Giovanni Apolloni ci dava lezioni di matematica e di religione, il professar Zamboni ci spiegava i vari sistemi filosofici dalle antiche civiltà fino ai giorni nostri, io illustravo i più famosi ricami a mano nei vari stili per l’arredamento della casa. Il più seguito però era il professar Ponti, insigne letterato veneto. Dico «veneto » perché Ponti, grande ammiratore di Dante, di cui conosceva le opere alla perfezione, citava la Divina Commedia in dialetto chioggioto affinché potessimo afferrare più facilmente il senso dei versi. Assicuro che noi tutti lo ascoltavamo con grande entusiasmo, avvinti da un’oratoria e da una mimica che ci facevano passare qualsiasi umore triste.

Durante il viaggio di trasferimento al campo di concentramento di Bolzano, il professor Meneghetti e io fummo dirottati alla sede delle SS di Verona. lo per l’ennesimo interrogatorio condito di pugni e calci, Meneghetti per una revisione dei verbali e, credo, per uno scambio di prigionieri. Ci siamo poi rivisti nel campo di Bolzano, su lui mai potrei parlare, salvo qualche bigliettino, giacché Meneghetti era stato destinato al reparto dei pericolosissimi ,., guardato a vista dalla guardia permanente. Quando uscivamo al mattino per la cosiddetta ora di aria », giravamo intorno al suo box come tanti pianeti intorno al sole, senza mai voltarci indietro. Sapevo che era in condizioni di salute molto precarie, anche perché il vitto dei « pericolosissimi era proporzionalmente scarso. Approfittavo di questa passeggiata mattutina e pur sapendo che era proibito avvicinarsi e tanto più fermarsi intorno al suo box, facevo ruzzolare per terra qualche mela che mi ero procurata con immensa difficoltà, studiando il momento preciso in cui la guardia girava l’angolo. Meneghetti, con una mimica tutta sua, raccoglieva rapidamente quanto gli avevo gettato. Dopo una ventina di giorni, forse vedendo che gli avvenimenti bellici incalzavano inesorabilmente, gli aguzzini destinarono Meneghetti come medico all’infermeria del campo. Pochi giorni prima della nostra liberazione, il professore mi chiamò per informarmi che stavano entrando nel nostro campo i banditi della banda Carità. Si afferro alla mia cintola, quindi montò sulle mie spalle: per vedere meglio chi fossero e disse: «Caro Favaro, vedo distintamente le loro facce; vedo Linari, Gonelli, Trentanove e molti altri. Quando scese a terra, la sua faccia irradiava di gioia come non mai. Il giorno seguente la figlia maggiore di Carità, Franca, si presentò all’infermeria di Meneghetti lamentandosi per dolori a un dente. Egli le chiese se ricordava chi fosse: e, alla sua risposta negativa, la apostrofò in termini piuttosto brutali, dicendole di andar a farsi estrarre il dente da uno dei tanti macellai del campo.

Nei limiti delle mie possibilità di memoria _ e di stile ho voluto anch’io ricordare il periodo più intenso della mia vita, quando l’antifascismo in armi era teso a dare democrazia, libertà, giustizia e fratellanza al nostro popolo.

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

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Edizione 1972

L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

9 L’entrata nella maggiore età di Alberta Caveggion Baldisseri

Da più di tre mesi mi trovavo a Palazzo Giusti: tanti momenti drammatici e angosciosi avevo passato, ma sempre grande era l’apprensione nel vedere, attraverso il piccolo finestrino della cella, passare i carcerieri; l’angoscia poi si faceva più forte quando qualcuno dei miei compagni veniva chiamato per essere interrogato. No, non riuscivo ad adattarmi! Sempre più vivo sentivo il bisogno della libertà, mentre una profonda tristezza m’invadeva l’anima. Ricordo però sempre quell’8 aprile 1945 che portò nel mio cuore: un soffio di serenità e di poesia: compivo quel giorno 21 anni. Ero addetta con il caro Giordano alla distribuzione del caffè e anche quel mattino il carceriere mi fece uscire per adempiere a1 mio compito. Affacciatami alla prima cella con il mestolo in mano, pronta il versare quella bevanda che del caffè aveva soltanto il colore, mi sentii fare gli auguri e qualcosa, quasi furtivamente, mi venne messa in mano. Via via che passavo, tutti, allegramente, festosamente, mi facevano gli auguri offrendomi qualcosa. Ed io, che ero uscita anche quel mattino con la gola serrata dalla tristezza, a poco a poco sentivo quel nodo sciogliersi e un calore nuovo, nato dalla solidarietà e dall’amicizia vera, mi prendeva tutta, rendendomi stranamente felice. Rientrata in cella con il mio tesoro, mi sedetti ancora tutta confusa sulla cuccetta: avevo in grembo delle caramelle, qualche frutto, vari pezzetti di dolce e di pane casalingo. Silenziosamente osservavo tutto ciò, pensando alle rinunce dei miei compagni per farmi passare quel giorno più lieto degli altri. Cari, indimenticati amici, quanti ne mancano ora, dopo venticinque anni! voi lo sapevate, nonostante le vostre gravi preoccupazioni, che con le vostre buone parole, con le vostre offerte, con i vostri chiassosi auguri, mi avreste ridato la forza di andare avanti, di superare le buie giornate piene di inquietudine e di incertezza che senz’altro avremmo dovuto ancora passare, prima di giungere al grande giorno della libertà. Ecco, cosi entrai nella maggiore età. Tutte le giovani festeggiano questa data con più o meno sfarzo, per poi averne sempre un caro ricordo. Ebbene, io, rinchiusa in una piccola cella, ricevetti un regalo di umanità che resterà impresso indelebilmente nel mio cuore.

Erminia Gecchele – Il silenzio

Il silenzio di Erminia Gecchele
Parlare di cose tristi, a grande distanza di tempo, rinnova nello spirito la sensibilità di allora. Con orrore, come una visione di sogno in un mondo di fantasia, passa davanti a noi la nostra storia, a colori marcati, a tinte lugubri, a visioni raccapriccianti; passa chiara e viva. Ci fa pensare, soffrire, godere, amare e disprezzare, e qualche volta spinge anche il nostro io a un’ardita ribellione all’opera dell’uomo, che a volte sa innalzarsi al di sopra delle stelle, a volte si abbassa al di sotto dei bruti. Se può essere alta soddisfazione conoscere profondamente la psicologia umana, non è altrettanto piacevole doverla studiare attraverso un’esperienza pratica cosi amara, da riportarne per la vita indelebili i segni delle sue opere. Ricordo un episodio da me vissuto nel tempo più infelice e disonorante della storia del popolo italiano. Entusiasta di un ideale e orgogliosa di portare il mio umile granello alla grande causa della libertà soffocata, ero entrata nelle file partigiane cercando di fare tutto quello che potevo. Alle ore 14 del 31 dicembre 1944, su una sgangherata bicicletta, transitavo in località Alte di Montecchio, dove dovevo consegnare a una staffetta un messaggio per il comando della divisione -II earemi •. La mia mansione stava per concludersi, quando alcuni colpi di pistola crepitarono al mio fianco e due voci, in tono risoluto e minaccioso, mi intimarono l’alt. I due fascisti buttarono nel fosso la mia bicicletta e puntarono l’arma alla mia testa. In quel momento ho perso la speranza della vita e ho visto intorno a me il buio. Ma mi sono subito ripresa e sono riuscita a ingoiare il biglietto del messaggio.

Al pressante interrogatorio che ne è seguito, ho provato a fingere di non saper niente, ma inutilmente. Ero stata tradita, e cosi, dopo un’abbondante porzione di legnate, venni portata alle carceri di Vicenza. Qui cominciò il calvario: l’alternarsi di interrogatori e torture. Per me il mondo si era rimpicciolito alle pareti della cella, e la speranza del sole, della libertà e della salvezza era completamente scomparsa. Mi sentivo definitivamente perduta, rassegnata a sentivo di minuto in minuto stritolare dagli artigli di quegli inumani briganti senza dio e senza legge, dalle mani insanguinate e dalla bocca sporca. Dopo due giorni di tale trattamento, mi portarono a Palazzo Giusti, alla scuola del maggiore Carità e delle sue degenerate figliole, solerti e instancabili ideatrici e operatrici delle più vergognose, barbare operazioni, prodotti indimenticabili di esclusiva marca fascista. A Palazzo Giusti non ero più sola; avevo con me altri disgraziati, persone di alto e universale valore letterario e scientifico, come i professori Meneghetti, Palmieri, Volpara, Ponti, «Ascanio», Faccio e tanti altri, che con le loro sagge parole sapevano rinforzare la nostra tempra, rinsaldare la nostra volontà, riaccendere la speranza, risollevarci al di sopra del fango nel quale dovevamo vivere, trascorrendo con profondi sospiri i lenti e lunghi minuti degli snervanti interrogatori e delle torture sempre nuove e perfezionate, fatte per strapparci nello spasimo del dolore qualche indicazione, qualche nome, qualche piano. Sarebbe bastato pronunciare un nome per provocare la catastrofe di un paese, per gettare nel rogo della rappresaglia persone, famiglie, paesi. L’enorme responsabilità della segretezza pesava sulla nostra coscienza e ci rendeva più forti della ferocia fascista. Tutto finiva nell’assoluto silenzio, unica sperimentata salvezza. Quello che ho passato a Palazzo Giusti fino al 27 aprite del 1945, giorno in cui per opera del Patriarca di Venezia, del Vescovo e del Questore di Padova venni portata al collegio delle Suore Canossiane, mi è sempre vivo e presente. Due giorni dopo, il 29 aprile, potei tornare libera al mio paese, riabbracciare i miei cari e testimoniare agli amici con i segni profondi e indelebili della tortura la mia sofferenza, la mia fede e il mio contributo alla causa della libertà.
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La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

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A cura di Taina Dogo Baricolo

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La Banda Carità – Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo

Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo
Quasi fotogrammi di una pellicola qua e là interrotta, qua e là sbiadita, riaffiorano alla mente nostra i ricordi, mentre tra l’una immagine e l’altra si creano vuoti incolmabili. Ma le immagini, pur isolate, rimangono vive perché ognuna di esse si identifica con una espressione dell’uomo: dell’uomo che ama, che soffre, che odia, che prega; di chi provoca in altri il dolore e di chi con tutte le forze sue mira a lenirlo … Immagini forse insignificanti a chi – non avendo vissuto la nostra esperienza – non può né potrà mai capire ciò che quella esperienza, profondamente umana, ha rappresentato per ciascuno di noi. Ma certo non insignificanti per noi, se solo per un istante facciamo rivivere nel nostro cuore (ancor piu che nella nostra mente) l’espressione di un volto, la parola appena sussurrata, la fugace stretta di mano … Perché di questo, soprattutto, ho parlato e parlo oggi ai miei figli: della grande scoperta dell’umanità che Palazzo Giusti mi ha permesso di fare. Al consorzio umano, pur nella belluinità dell’atto, appartenevano gli aguzzini che dimentichi del valore dell’uomo – percuotevano i propri simili sino a romper loro le ossa, irridendo al loro dolore (a quello della carne e a quello dello spirito), e maggiormente infierivano quanto maggiore era la resistenza. Come dimenticare l’estenuante attesa dell’interrogatorio, mentre dall’altra parte di qualcuna delle porte che davano sul « salone» giungevano le imprecazioni di chi interrogava e le grida soffocate di chi non si piegava? Come dimenticare la mano che pietosa bagnava il viso tumefatto di chi a mala pena tentava di aprire gli occhi lassù, nella «stanza del caminetto,. – cercando, dopo l’interrogatorio, un volto amico? E come descrivere il tormento della solitudine … Chi è costretto a vivere, giorno dopo giorno, solo con se stesso in una cella, sente quasi come una liberazione, quasi come un premio l’essere trasferito in una cella diversa, ove poter parlare con qualcuno … A questo punto mi rivedo fuori da una delle celle della nave, e portato in una delle … stanze della soffitta. Durante il trasferimento, ecco la «disumana,. impressione provocata in me dalla visione della « poltrona» riservata, nello stretto corridoio della « nave », a Sebastiano Giacomelli. Eccomi poi nella nuova", dimora »: c’è un posto libero, la branda accanto a don Giovanni Apolloni. Come dimenticare questa bella figura di uomo e di sacerdote, che ha saputo ridarmi fiducia nella vita anche nei momenti in cui pareva che tutto stesse crollando intorno? Sulla branda di fronte, proprio nell’angolo, ecco Adolfo Zambeni: era lui che mi faceva leggere qualche canto della Commedia, e poi, per la mia tendenza a cercare « la rifinitura della frase nella spiegazione », mi aveva definito il « retoricuzzo »! E Griso che, scherzando sul proprio cognome, rifaceva la scena del sogno di don Rodrigo? E spesso, ripetendo una frase di Churchill, esclamava: « Dateci le armi, e noi provvederemo alla bisogna! ». Le armi … oh, quel povero illuso, fanatico di BeneIli (uno dei carcerieri). Costui, più volte, come saluto serale, veniva sulla porta a dirci che « l’arma segreta dei tedeschi lui l’aveva vista passare per le vie di Padova; ed era lunga dal Prato della Valle all’angolo del Gallo». La sera: quando maggiore in tutti era un senso di malinconia, ecco – lungo il corridoio – un passo a noi noto. Era quello di Faccio, che si recava ai… servizi. E passando davanti alla porta della nostra stanza, faceva sentire la sua voce: « Don Giovanni, Iddio non paga il sabato! ». E don Giovanni, di rimando: «Ma quando el paga, el paga salàto. « E presto! », era la chiusa del breve dialogo da parte di Faccio. Ed ogni scusa era buona per rubare un po’ d’aria. «Chi viene a far pulizia in cortile? ». Vi ricordate, cari amici Filato, Agostini, Zancan, con quanta cura. raccoglievamo le foglie cadute dalle grandi magnolie del cortile del Palazzo? L’otto aprile: mentre si avvicinava la nostra «resurrezione alla libertà », ecco la celebrazione della Resurrezione del Cristo: lo conservo ancora il santino·ricordo donato a tutti noi da don Giovanni. Il volto del Cristo dolente sintetizzava la passione nostra, e soprattutto il sacrificio di coloro che non avrebbero goduto con noi il momento della riconquistata libertà. Un inno alla libertà fu l’abbraccio nel grande salone prima di lasciare, il 27 aprile, la nostra prigione: in quell’abbraccio, ancor oggi, a distanza di tanti anni, ci riconosciamo fratelli … Tutto qui? Si: piccoli momenti di una grande, irripetibile esperienza.

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La Banda Carità – Le nostre donne – Giordano Campagnolo

Le nostre donne di Giordano Campagnolo
Le staffette partigiane, queste capaci, silenziose, ubbidienti nostre collaboratrici, hanno dovuto anche loro pagare lo scotto per conquistare la libertà, passando parecchio tempo nelle celle di Palazzo Giusti, ospiti di Carità e della sua banda criminale. Anche a loro furono inflitte torture, frustate, sevizie di . ogni genere. Ed è con quell’amaro ricordo che qui voglio rammentare qualcuna delle molte che furono nostre compagne di galera. A riprova della volontà popolare di lottare contro la tirannia, è significativo notare che le donne imprigionate rappresentavano, e ben degnamente -direi, tutti i ceti sociali, e se in maggioranza erano laureate, studentesse, professioniste ecc., ciò era dovuto al fatto che Palazzo Giusti era la prigione riservata ai più compromessi nella lotta partigiana, in quanto gli elementi che componevano la banda Carità erano al diretto servizio del Reparto investigativo delle SS in Italia. Vi erano infatti rinchiusi: il CLN regionale veneto al completo, gran parte dei CLN provinciali di Venezia, Padova, Vicenza e Rovigo, nonché membri dei vari comandi militari provinciali. In più vi erano ex deputati, professori universitari, medici, sacerdoti, ingegneri, avvocati, ragionieri, commercianti, artigiani, operai ecc. Insomma tutte le classi sociali erano qui rappresentate. Sarebbe bello poter ricordare tutte, una per una, le nostre partigiane, e chiedo scusa alle ~ non citate, che sanno però di essere sempre vive nel mio cuore e nel mio pensiero.

Le care e simpatiche Berion, sempre sorridenti e fiduciose malgrado la batosta subita (tutta la famiglia incarcerala e i loro beni sequestrati e divisi tra i repubblichini). Taina Baricolo che scendeva lo scalone con « un incedere da regina» (è di mia sorella il paragone), e che a me invece dava l’impressione di una moderna monna Lisa. Ciò non toglie che molti di noi devono molto al suo atteggiamento che infondeva fiducia e coraggio a chi aveva la fortuna di vederla e a coloro che ne avevano sentito elogiare il comportamento. La cara Maria Fiorotto sempre in pena per il suo professar Palmieri e che mi ossessionava con l’insistente richiesta di sue notizie. E Maria Lana, anche lei in pensiero per Quartesan. Erminia Gecchele di Zanè (Vicenza), cosi crudelmente torturata da ispirare a Egidio Meneghetti .. La partigiana nuda»; chiunque nel rileggere questa poesia rivede il dramma che si svolge e sente un nodo stringere la gola. In quei versi si mescolano pietà e fierezza insieme: essi sono il più alto omaggio della Scienza e della Cultura al coraggio della povera operaia. Ida D’Este, veneziana, torturata, spogliata, frustata a sangue e schernita da cinque ceffi toscani, alla quale però la fede . non venne mai meno, e che con l’alterigia di una dogaressa rispondeva alle parolacce rivoltele: .. Anche cosi, mi sento come la Madonna …Ed essi non osarono oltre! Ultime, ricordo Nella Bordin, sempre con i capelli alla Cleopatra, con la frangetta, cosi carina e composta pur nel dolore comune e nelle privazioni; Elvia Maria Levi, consapevole che, a causa del suo nome e per l’attività svolta, il destino non le sarebbe stato benigno; invece il caso volle che potessimo tornare vivi dal campo di concentramento di Bolzano (ora essa dedica la sua scienza alla cura dei minorati psichici); Albertina Caveggion, vicentina, cresciuta (si fa per dire) alla nostra scuola. Una bambina sembrava, tanto che gli sgherri di Carità non le davano peso. Quanto si ingannavano! Sotto quei lineamenti minuti si nascondeva una volontà di ferro e una decisione irrevocabile per la causa cui si era votata. Tutte, comunque, malgrado la fame e le torture subite, si comportarono magnificamente. Sono degne di essere menzionate e noi siamo fieri di quelle che con rispettoso affetto abbiamo sempre chiamato ~ le nostre donne », «le nostre sorelle ».

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Banda Carità – Testimonianza di Egidio Meneghetti

Testimonianza di Egidio Meneghetti
Il 7 gennaio 1945, sul tardo pomeriggio, mentre ero sdraiato sul letto di una stanza della Casa di Cura del professar Palmieri, dove ero nascosto, bruscamente la porta si aperse ed entrò un giovane alto, bruno, pallido, colla rivoltella spianata. Mi chiese i documenti e io presentai una carta d’identità intestata a Mario Mancini, di Vergato, decoratore. Seppi dopo che il mio interlocutore era Giorgio Dal Prà, veronese, appartenente al gruppo Carità di via San Francesco. Sembrò trovare il mio documento in perfetta regola; comunque, mi ingiunse di seguirlo fino a presso la porta d’uscita, davanti alla quale si trovava un altro della banda, giovane, torvo, col mitra spianato. Dopo aver dato ordine al giovane di sparare al più piccolo segno di fuga o di rivolta da parte mia, il Dal Prà si allontanò per perquisire altre stanze. Sono certo che al momento del mio arresto il Dal Prà ignorava chi io fossi realmente. Dopo pochi minuti tuttavia tornò gridando con accento di trionfo: « I miei omaggi, professor Meneghetti; finalmente vi abbiamo preso … Evidentemente qualcuno aveva fatto il mio nome o mi aveva riconosciuto. Più tardi ho saputo dalla signorina Maria, direttrice della Casa di Cura, che, da una fessura della porta, Mario Santoro mi aveva veduto.
Così, come mi trovavo, e cioè senza giacca, senza cappello, senza scarpe, fui caricato sopra un’automobile, con qualche insulto e qualche pedata. Erano con me tre giovani del gruppo Carità, con la rivoltella in pugno. Davanti a Palazzo Giusti mi fecero scendere. Salii le scale in mezzo ai tre ed entrai in quel salotto di Palazzo Giusti che è subito di fronte alla gradinata. Nel momento preciso in cui passavo la porta, due tra quelli che mi accompagnavano mi afferrarono solidamente le braccia. Contemporaneamente uno di essi, ad altissima voce, gridò: «Comandante, ho l’onore di presentarvi il professor Meneghetti ». Da un gruppo che si trovava in mezzo alla stanza e intorno a una barella che scorgevo malamente, si staccò un uomo torvo, pallido, robusto, e mi venne subito incontro a braccia aperte, come per abbracciarmi, esclamando: " Finalmente sei venuto! Ti aspettavo da molto tempo ». E improvvisamente mi diede due schiaffi violenti. Tentai di scagliarmi conto di lui, ma ero solidamente trattenuto per le braccia. Tuttavia riuscii ad avvicinarmi e gridai: " Siete dei vigliacchi e dei mascalzoni! ». Mi si buttarono subito contro cinque o sei persone, colpendomi con calci e pugni, dovunque, ma specialmente alla testa. Tra quelli che mi colpirono vi erano alcuni di cui poi seppi il nome: Gonelli, uno dei figli di Mamma Valli, Jacomanni e qualche altro. Caddi svenuto sopra un divano, sputai del sangue. Non riuscivo più a vedere con l’occhio sinistro, che era stato duramente colpito. A dire il vero non provavo molto dolore. Sentii Carità dire « Per ora può bastare » e le percosse cessarono. Mi portarono in un vicino gabinetto per togliermi il sangue dalla faccia e dalle mani e poi mi ricondussero nella stanza. Distinsi allora chiaramente, sopra una barella, l’ingegnere Pighin. Carità mi disse, con tono trionfante: « Ecco il tuo amico Renato ». Renato era esangue e morente; aveva gli occhi chiusi; diceva solamente di quando in quando: « Lina, Elena .» Intorno a lui si vociava, si bestemmiava e soprattutto si esultava. Carità ordinò subito che mi fossero messe le manette. Il carceriere Gonelli rispose: «Sono tutte occupate ». Carità ribatté: «E allora levale a Gino Cerchio: in confronto a questo farabutto anche Gino Cerchio è un gentiluomo ». Cosi mi furono poste le manette che Gonelli strinse fortemente: dopo circa una mezz’ora le mani erano gonfie, fredde, violacee. Le manette mi furono lasciate per circa quindici giorni, notte e giorno; talvolta mi erano tolte mentre mangiavo, talvolta no. Fu questo il tormento maggiore; tutto il resto, in fondo, era sopportabile senza troppo sforzo, Si persuasero ben presto che le minacce di fucilazione non mi davano alcun turbamento e le smisero. Minacciarono di accendermi una candela sotto i piedi per’ farmi dire dove si trovava il professar Lanfranco Zancan (e questo lo sapevo) e dove si trovava la radio trasmittente (e questo lo ignoravo), Risposi subito che la cosa non mi turbava, perché essendo malato di cuore, sarei subito morto per il dolore e tutto sarebbe finito. Il maggiore Carità parve, fortunatamente, credere alla mia affermazione che non rispondeva al vero, e non attuò la minaccia. Lo stesso avvenne per le scosse elettriche, che, dopo una breve applicazione, furono interrotte.
Complessivamente posso sottolineare i seguenti fatti:
(a) fui colpito con molti pugni e molti calci; ne riportai un parziale distacco di rètina all’occhio sinistro, che anche oggi mi serve poco. Ebbi anche una lacerazione nella bocca, con distacco della mucosa, che mi penzolò fra le arcate dentarie per qualche giorno, finché non si necrotizzò. Per questa ragione non potei mangiare durante qualche tempo;
(b) ebbi una breve applicazione di corrente elettrica, facilmente sopportabile;
(c fui insultato, con molto fervore. Ebbi in permanenza le manette per quindici giorni; .
(d) la mancanza di giacca, di scarpe, di cappello, di coperte mi fece soffrire il freddo in modo assai duro;
(e) mi ammalai in modo preoccupante, Disturbi di fegato, con fatti tossici, che produssero una tormentosa forma eritrodermica generalizzata. Non si permise il mio ricovero in ospedale; si vietò anche che andassi nella rudimentale infermeria di Palazzo Giusti, mi si permise solo di fare tre bagni presso la Clinica dermopatica, in presenza di uomini armati della banda. Ero ammalato in tal modo quando mi si trasportò prima a Verona e poi a Bolzano;
(f) mi furono rubati da Giorgio Dal Prà degli oggetti d’oro e circa venticinquemila lire;
(g) non soffrii mai la fame, perché quasi tutti i cibi, abbondantemente mandatimi dalla generosità degli amici e dei parenti, mi giunsero regolarmente;
(h) dopo i primi giorni, e cioè dopo che si persuasero che da me non avrebbero avuto nomi o notizie, mi lasciarono abbastanza tranquillo, Negli ultimi tempi, e cioè col precipitare degli eventi bellici, e fatta eccezione per Carità, per Gonelli e per qualche altro, sempre a me ostilissimi, molti invece ostentavano dei riguardi verso di me.
Riassumendo: posso dire che il maltrattamento subito fu di media gravità. Se vi fu indubbiamente chi è stato trattato meglio di me, vi furono anche molti trattati assai peggio. Complessivamente l’ambiente era di stupida brutalità e di meschina depravazione. Negli interrogatori non vi era acume; nelle indagini non vi era metodo. Il sistema seguito era poco faticoso e crudele: con le percosse, le minacce, gli insulti, si cercava eli far «crollare» la resistenza e di far « cantare ». Per quanto riguarda i diversi tipi da me incontrati penso che si possa dividerli in tre gruppi:
(a) gruppo dei dirigenti e cioè dei maggiori responsabili:
maggiore Carità: torvo, violento, mediocremente intelligente, fanatico, avido di denaro, consapevole di giocare una partita mortale, coraggioso;
tenente Castaldelli: pallido, mingherlino, con una faccia asimmetrica, lo sguardo sfuggente; si diceva che fosse un prete spretato; non torturava personalmente, ma dava ordini di torturare; interrogava abbastanza abilmente; godeva la piena fiducia di Carità; non molto coraggioso, era considerato « l’intellettuale» della compagnia e aveva certamente molta autorità; quando il maggiore era assente, il comando spettava a lui, e non si può certamente dire che i sistemi mutassero;
sottotenente Corradeschi: bel giovane dagli occhi vivacissimi e falsi; furbo più che intelligente; era il « don Giovanni» del gruppo; faceva o tentava di fare il seduttore con 1e recluse; qualche volta riusciva e in tal modo strappava nomi e notizie a qualche sciagurata; senza il piu piccolo scrupolo, in ogni campo; tutti dicevano che era stato Corradeschi a uccidere Pighin;
sottotenente Trentanove: assai giovane, snello; camminava con passo leggero e aggraziato; vestiva con l’eleganza di un gagà giovanetto; fatuo, crudele, pauroso: il suo terrore durante i bombardamenti era buffo; quando gli era possibile, rubava: fu lui a rubare l’orologio d’oro dell’ingegnere Casilli; era il «fidanzato» della figlia minate di Carità;
maresciallo Squilloni: alto, robusto, dalla faccia asimmetrica, bieca. Carità si vantava di dare dei pugni più forti dello Squilloni; lo $quilloni, in compenso, si vantava d’essere più crudele di Carità; dopo Castaldelli era il meno astuto; interrogava, picchiava e torturava di notte; nel frattempo beveva cognac; verso il mattino, sonnolento per l’alcool e per la stanchezza, compiangeva se stesso, si commuoveva, parlando della scarsità della sua paga e dell’incerto avvenire suo e della famiglia; considerava molto probabile il crollo dei tedeschi e si studiava di trovare un modo di suicidio non doloroso.
(b) gruppo degli esecutori volonterosi:
il carceriere GoneIli: erculeo, torvo, crudele, stupido, un vero bruto; era capocarceriere e, fra tutti i carcerieri e i bastonatori, il peggiore;
il maresciallo Linari: un bue occhialuto e ottuso, tronfio, pettoruto, pieno di se stesso; dava il segnale per l’inizio delle percosse e per la fine; giocava d’azzardo alla notte con il barbiere e con altri; tentava in ogni modo di conquistare il cuore delle detenute, con insuccesso costante;
il capitano Gentili: Carità lo stimava assai per la «purezza della sua fede fascista»; non picchiava, ma assisteva tranquillamente alle torture come fossero di ordinaria amministrazione; spesso sorrideva, soddisfatto, ammiccando dietro gli occhiali;
la figlia maggiore di Carità: assomigliava al padre nel fisico e nel temperamento; pallida, bieca, impassibile, assisteva fumando, indifferente e talvolta interessata alle crudeltà; il padre le aveva affidato i denari dei reclusi, e tutti affermavano che vi attingesse largamente (Jacomanni lo disse più volte);
il barbiere: figura non chiara, siciliano, misterioso e isolato; giocatore; si faceva pagare bene le sue barbe, quando poteva; forse non cattivo;
il carceriere Benelli: chiacchierone, esasperante: tipo di paranoide politico; anarchico, antifascista, mussoliniano e repubblicano, ateo, rivoluzionario, desideroso di ozio, presuntuoso, ruminatore di letture non digerite, sconclusionato; in quel cervello si trovava un vero reparto manicomiale di terza classe; non cattivo; il suo disordine mentale permetteva qualche vantaggio ai detenuti; non stringeva le manette; partecipava abbastanza volentieri ai rastrellamenti e si eccitava allora in modo pericoloso;
(c) gruppo di quelli che vivevano con gli altri senza entusiasmo ma senza ripugnanza: (non partecipavano e neppure assistevano alle crudeltà, ma si adattavano all’ambiente agevolmente, staccandosi dagli altri, talvolta, per una certa gentilezza d’animo):
mamma Valli: si occupava dei viveri e degli indumenti mandati da fuori ai reclusi; non ha fatto male a nessuno e talvolta ha fatto del bene: tuttavia, lei, il marito e due figli (uno dei quali picchiatore e torturatore) guadagnavano assai, senza dubbio volentieri, senza mostrare di soffrire per le caratteristiche dell’ambiente dove vivevano; il medico, che spesso cercava di giovare ai detenuti, si faceva accompagnare dalla Valli, ma non si fidava;
il marito di mamma Valli: essere insignificante, tipo di meschino impiegato; poco diverso dalla moglie, meno intelligente e meno cortese di essa;
la figlia minore di Carità: cortese, non antipatica, abbastanza ben voluta da tutti anche perché abbastanza graziosa;
uno studente universitario toscano, che si occupava di amministrazione e di rapporti con le famiglie dei detenuti e che molto si preoccupava di scindere le sue responsabilità da quelle degli altri: sembrava anzi di ritenere che il suo ufficio fosse assistenziale e pertanto senza nessuna colpa;
Jacomanni: ex pugile e picchiatore; dopo la morte del figlio nella prima quindicina di gennaio, divenne cortese; negli ultimi tempi fece molti favori al detenuti; forse era meno stupido degli altri e nulla più;
il vecchio Perfetti: più buono di tutti; ancora imbevuto di fascismo, ma sgomento, sperduto, solitario, malinconico; era un contadino pisano bonario, e dolente del male altrui, capitato chissà come in quella bolgia.
Complessivamente un ambiente di miseria morale, di meschinità mentale, di delitto e di tolleranza al delitto, di vizio e di tolleranza al vizio. Nessuno può essere esonerato da qualche colpabilità. Nessuno, o forse, uno solo di cui non seppi il nome, anche perché l’ho veduto poche volte e soltanto nei primi giorni. Ero, con molti altri, nel gelido salone di Palazzo Giusti; fuori nevicava, e attraverso le finestre senza vetri entrava un vento gelido. Nella sera triste, giungevano dalle stanze vicine, distinte, le grida dei torturati. Per scaldarmi, camminavo nel salone: per le manette le mani erano gonfie, violacee, gelate. Uno della banda mi venne vicino: era piccolo, pallido. Mi offerse un pane. Risposi che non potevo mangiare perché avevo la bocca lacerata e, temendo che il rifiuto sembrasse mosso da sdegno o da orgoglio, mostrai il pezzo di mucosa che mi penzolava fra i denti. Vidi l’uomo stravolto, angosciato. Disse: «Signore Iddio … lo questo non posso sopportarlo; io sono cristiano, sono cristiano … ». C’era della disperazione nelle sue parole, c’era una precisa rivolta morale. L’unica che ho incontrato tra quella miserabile umanità.
Testimonianza resa durante l’istruttoria del processo (Padova, 6.8.1945).
Tratto daRITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972