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La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La Banda Carità – Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo

Una grande esperienza umana di Francesco De Vivo
Quasi fotogrammi di una pellicola qua e là interrotta, qua e là sbiadita, riaffiorano alla mente nostra i ricordi, mentre tra l’una immagine e l’altra si creano vuoti incolmabili. Ma le immagini, pur isolate, rimangono vive perché ognuna di esse si identifica con una espressione dell’uomo: dell’uomo che ama, che soffre, che odia, che prega; di chi provoca in altri il dolore e di chi con tutte le forze sue mira a lenirlo … Immagini forse insignificanti a chi – non avendo vissuto la nostra esperienza – non può né potrà mai capire ciò che quella esperienza, profondamente umana, ha rappresentato per ciascuno di noi. Ma certo non insignificanti per noi, se solo per un istante facciamo rivivere nel nostro cuore (ancor piu che nella nostra mente) l’espressione di un volto, la parola appena sussurrata, la fugace stretta di mano … Perché di questo, soprattutto, ho parlato e parlo oggi ai miei figli: della grande scoperta dell’umanità che Palazzo Giusti mi ha permesso di fare. Al consorzio umano, pur nella belluinità dell’atto, appartenevano gli aguzzini che dimentichi del valore dell’uomo – percuotevano i propri simili sino a romper loro le ossa, irridendo al loro dolore (a quello della carne e a quello dello spirito), e maggiormente infierivano quanto maggiore era la resistenza. Come dimenticare l’estenuante attesa dell’interrogatorio, mentre dall’altra parte di qualcuna delle porte che davano sul « salone» giungevano le imprecazioni di chi interrogava e le grida soffocate di chi non si piegava? Come dimenticare la mano che pietosa bagnava il viso tumefatto di chi a mala pena tentava di aprire gli occhi lassù, nella «stanza del caminetto,. – cercando, dopo l’interrogatorio, un volto amico? E come descrivere il tormento della solitudine … Chi è costretto a vivere, giorno dopo giorno, solo con se stesso in una cella, sente quasi come una liberazione, quasi come un premio l’essere trasferito in una cella diversa, ove poter parlare con qualcuno … A questo punto mi rivedo fuori da una delle celle della nave, e portato in una delle … stanze della soffitta. Durante il trasferimento, ecco la «disumana,. impressione provocata in me dalla visione della « poltrona» riservata, nello stretto corridoio della « nave », a Sebastiano Giacomelli. Eccomi poi nella nuova", dimora »: c’è un posto libero, la branda accanto a don Giovanni Apolloni. Come dimenticare questa bella figura di uomo e di sacerdote, che ha saputo ridarmi fiducia nella vita anche nei momenti in cui pareva che tutto stesse crollando intorno? Sulla branda di fronte, proprio nell’angolo, ecco Adolfo Zambeni: era lui che mi faceva leggere qualche canto della Commedia, e poi, per la mia tendenza a cercare « la rifinitura della frase nella spiegazione », mi aveva definito il « retoricuzzo »! E Griso che, scherzando sul proprio cognome, rifaceva la scena del sogno di don Rodrigo? E spesso, ripetendo una frase di Churchill, esclamava: « Dateci le armi, e noi provvederemo alla bisogna! ». Le armi … oh, quel povero illuso, fanatico di BeneIli (uno dei carcerieri). Costui, più volte, come saluto serale, veniva sulla porta a dirci che « l’arma segreta dei tedeschi lui l’aveva vista passare per le vie di Padova; ed era lunga dal Prato della Valle all’angolo del Gallo». La sera: quando maggiore in tutti era un senso di malinconia, ecco – lungo il corridoio – un passo a noi noto. Era quello di Faccio, che si recava ai… servizi. E passando davanti alla porta della nostra stanza, faceva sentire la sua voce: « Don Giovanni, Iddio non paga il sabato! ». E don Giovanni, di rimando: «Ma quando el paga, el paga salàto. « E presto! », era la chiusa del breve dialogo da parte di Faccio. Ed ogni scusa era buona per rubare un po’ d’aria. «Chi viene a far pulizia in cortile? ». Vi ricordate, cari amici Filato, Agostini, Zancan, con quanta cura. raccoglievamo le foglie cadute dalle grandi magnolie del cortile del Palazzo? L’otto aprile: mentre si avvicinava la nostra «resurrezione alla libertà », ecco la celebrazione della Resurrezione del Cristo: lo conservo ancora il santino·ricordo donato a tutti noi da don Giovanni. Il volto del Cristo dolente sintetizzava la passione nostra, e soprattutto il sacrificio di coloro che non avrebbero goduto con noi il momento della riconquistata libertà. Un inno alla libertà fu l’abbraccio nel grande salone prima di lasciare, il 27 aprile, la nostra prigione: in quell’abbraccio, ancor oggi, a distanza di tanti anni, ci riconosciamo fratelli … Tutto qui? Si: piccoli momenti di una grande, irripetibile esperienza.

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

La Banda Carità – Le nostre donne – Giordano Campagnolo

Le nostre donne di Giordano Campagnolo
Le staffette partigiane, queste capaci, silenziose, ubbidienti nostre collaboratrici, hanno dovuto anche loro pagare lo scotto per conquistare la libertà, passando parecchio tempo nelle celle di Palazzo Giusti, ospiti di Carità e della sua banda criminale. Anche a loro furono inflitte torture, frustate, sevizie di . ogni genere. Ed è con quell’amaro ricordo che qui voglio rammentare qualcuna delle molte che furono nostre compagne di galera. A riprova della volontà popolare di lottare contro la tirannia, è significativo notare che le donne imprigionate rappresentavano, e ben degnamente -direi, tutti i ceti sociali, e se in maggioranza erano laureate, studentesse, professioniste ecc., ciò era dovuto al fatto che Palazzo Giusti era la prigione riservata ai più compromessi nella lotta partigiana, in quanto gli elementi che componevano la banda Carità erano al diretto servizio del Reparto investigativo delle SS in Italia. Vi erano infatti rinchiusi: il CLN regionale veneto al completo, gran parte dei CLN provinciali di Venezia, Padova, Vicenza e Rovigo, nonché membri dei vari comandi militari provinciali. In più vi erano ex deputati, professori universitari, medici, sacerdoti, ingegneri, avvocati, ragionieri, commercianti, artigiani, operai ecc. Insomma tutte le classi sociali erano qui rappresentate. Sarebbe bello poter ricordare tutte, una per una, le nostre partigiane, e chiedo scusa alle ~ non citate, che sanno però di essere sempre vive nel mio cuore e nel mio pensiero.

Le care e simpatiche Berion, sempre sorridenti e fiduciose malgrado la batosta subita (tutta la famiglia incarcerala e i loro beni sequestrati e divisi tra i repubblichini). Taina Baricolo che scendeva lo scalone con « un incedere da regina» (è di mia sorella il paragone), e che a me invece dava l’impressione di una moderna monna Lisa. Ciò non toglie che molti di noi devono molto al suo atteggiamento che infondeva fiducia e coraggio a chi aveva la fortuna di vederla e a coloro che ne avevano sentito elogiare il comportamento. La cara Maria Fiorotto sempre in pena per il suo professar Palmieri e che mi ossessionava con l’insistente richiesta di sue notizie. E Maria Lana, anche lei in pensiero per Quartesan. Erminia Gecchele di Zanè (Vicenza), cosi crudelmente torturata da ispirare a Egidio Meneghetti .. La partigiana nuda»; chiunque nel rileggere questa poesia rivede il dramma che si svolge e sente un nodo stringere la gola. In quei versi si mescolano pietà e fierezza insieme: essi sono il più alto omaggio della Scienza e della Cultura al coraggio della povera operaia. Ida D’Este, veneziana, torturata, spogliata, frustata a sangue e schernita da cinque ceffi toscani, alla quale però la fede . non venne mai meno, e che con l’alterigia di una dogaressa rispondeva alle parolacce rivoltele: .. Anche cosi, mi sento come la Madonna …Ed essi non osarono oltre! Ultime, ricordo Nella Bordin, sempre con i capelli alla Cleopatra, con la frangetta, cosi carina e composta pur nel dolore comune e nelle privazioni; Elvia Maria Levi, consapevole che, a causa del suo nome e per l’attività svolta, il destino non le sarebbe stato benigno; invece il caso volle che potessimo tornare vivi dal campo di concentramento di Bolzano (ora essa dedica la sua scienza alla cura dei minorati psichici); Albertina Caveggion, vicentina, cresciuta (si fa per dire) alla nostra scuola. Una bambina sembrava, tanto che gli sgherri di Carità non le davano peso. Quanto si ingannavano! Sotto quei lineamenti minuti si nascondeva una volontà di ferro e una decisione irrevocabile per la causa cui si era votata. Tutte, comunque, malgrado la fame e le torture subite, si comportarono magnificamente. Sono degne di essere menzionate e noi siamo fieri di quelle che con rispettoso affetto abbiamo sempre chiamato ~ le nostre donne », «le nostre sorelle ».

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Banda Carità – Testimonianza di Egidio Meneghetti

Testimonianza di Egidio Meneghetti
Il 7 gennaio 1945, sul tardo pomeriggio, mentre ero sdraiato sul letto di una stanza della Casa di Cura del professar Palmieri, dove ero nascosto, bruscamente la porta si aperse ed entrò un giovane alto, bruno, pallido, colla rivoltella spianata. Mi chiese i documenti e io presentai una carta d’identità intestata a Mario Mancini, di Vergato, decoratore. Seppi dopo che il mio interlocutore era Giorgio Dal Prà, veronese, appartenente al gruppo Carità di via San Francesco. Sembrò trovare il mio documento in perfetta regola; comunque, mi ingiunse di seguirlo fino a presso la porta d’uscita, davanti alla quale si trovava un altro della banda, giovane, torvo, col mitra spianato. Dopo aver dato ordine al giovane di sparare al più piccolo segno di fuga o di rivolta da parte mia, il Dal Prà si allontanò per perquisire altre stanze. Sono certo che al momento del mio arresto il Dal Prà ignorava chi io fossi realmente. Dopo pochi minuti tuttavia tornò gridando con accento di trionfo: « I miei omaggi, professor Meneghetti; finalmente vi abbiamo preso … Evidentemente qualcuno aveva fatto il mio nome o mi aveva riconosciuto. Più tardi ho saputo dalla signorina Maria, direttrice della Casa di Cura, che, da una fessura della porta, Mario Santoro mi aveva veduto.
Così, come mi trovavo, e cioè senza giacca, senza cappello, senza scarpe, fui caricato sopra un’automobile, con qualche insulto e qualche pedata. Erano con me tre giovani del gruppo Carità, con la rivoltella in pugno. Davanti a Palazzo Giusti mi fecero scendere. Salii le scale in mezzo ai tre ed entrai in quel salotto di Palazzo Giusti che è subito di fronte alla gradinata. Nel momento preciso in cui passavo la porta, due tra quelli che mi accompagnavano mi afferrarono solidamente le braccia. Contemporaneamente uno di essi, ad altissima voce, gridò: «Comandante, ho l’onore di presentarvi il professor Meneghetti ». Da un gruppo che si trovava in mezzo alla stanza e intorno a una barella che scorgevo malamente, si staccò un uomo torvo, pallido, robusto, e mi venne subito incontro a braccia aperte, come per abbracciarmi, esclamando: " Finalmente sei venuto! Ti aspettavo da molto tempo ». E improvvisamente mi diede due schiaffi violenti. Tentai di scagliarmi conto di lui, ma ero solidamente trattenuto per le braccia. Tuttavia riuscii ad avvicinarmi e gridai: " Siete dei vigliacchi e dei mascalzoni! ». Mi si buttarono subito contro cinque o sei persone, colpendomi con calci e pugni, dovunque, ma specialmente alla testa. Tra quelli che mi colpirono vi erano alcuni di cui poi seppi il nome: Gonelli, uno dei figli di Mamma Valli, Jacomanni e qualche altro. Caddi svenuto sopra un divano, sputai del sangue. Non riuscivo più a vedere con l’occhio sinistro, che era stato duramente colpito. A dire il vero non provavo molto dolore. Sentii Carità dire « Per ora può bastare » e le percosse cessarono. Mi portarono in un vicino gabinetto per togliermi il sangue dalla faccia e dalle mani e poi mi ricondussero nella stanza. Distinsi allora chiaramente, sopra una barella, l’ingegnere Pighin. Carità mi disse, con tono trionfante: « Ecco il tuo amico Renato ». Renato era esangue e morente; aveva gli occhi chiusi; diceva solamente di quando in quando: « Lina, Elena .» Intorno a lui si vociava, si bestemmiava e soprattutto si esultava. Carità ordinò subito che mi fossero messe le manette. Il carceriere Gonelli rispose: «Sono tutte occupate ». Carità ribatté: «E allora levale a Gino Cerchio: in confronto a questo farabutto anche Gino Cerchio è un gentiluomo ». Cosi mi furono poste le manette che Gonelli strinse fortemente: dopo circa una mezz’ora le mani erano gonfie, fredde, violacee. Le manette mi furono lasciate per circa quindici giorni, notte e giorno; talvolta mi erano tolte mentre mangiavo, talvolta no. Fu questo il tormento maggiore; tutto il resto, in fondo, era sopportabile senza troppo sforzo, Si persuasero ben presto che le minacce di fucilazione non mi davano alcun turbamento e le smisero. Minacciarono di accendermi una candela sotto i piedi per’ farmi dire dove si trovava il professar Lanfranco Zancan (e questo lo sapevo) e dove si trovava la radio trasmittente (e questo lo ignoravo), Risposi subito che la cosa non mi turbava, perché essendo malato di cuore, sarei subito morto per il dolore e tutto sarebbe finito. Il maggiore Carità parve, fortunatamente, credere alla mia affermazione che non rispondeva al vero, e non attuò la minaccia. Lo stesso avvenne per le scosse elettriche, che, dopo una breve applicazione, furono interrotte.
Complessivamente posso sottolineare i seguenti fatti:
(a) fui colpito con molti pugni e molti calci; ne riportai un parziale distacco di rètina all’occhio sinistro, che anche oggi mi serve poco. Ebbi anche una lacerazione nella bocca, con distacco della mucosa, che mi penzolò fra le arcate dentarie per qualche giorno, finché non si necrotizzò. Per questa ragione non potei mangiare durante qualche tempo;
(b) ebbi una breve applicazione di corrente elettrica, facilmente sopportabile;
(c fui insultato, con molto fervore. Ebbi in permanenza le manette per quindici giorni; .
(d) la mancanza di giacca, di scarpe, di cappello, di coperte mi fece soffrire il freddo in modo assai duro;
(e) mi ammalai in modo preoccupante, Disturbi di fegato, con fatti tossici, che produssero una tormentosa forma eritrodermica generalizzata. Non si permise il mio ricovero in ospedale; si vietò anche che andassi nella rudimentale infermeria di Palazzo Giusti, mi si permise solo di fare tre bagni presso la Clinica dermopatica, in presenza di uomini armati della banda. Ero ammalato in tal modo quando mi si trasportò prima a Verona e poi a Bolzano;
(f) mi furono rubati da Giorgio Dal Prà degli oggetti d’oro e circa venticinquemila lire;
(g) non soffrii mai la fame, perché quasi tutti i cibi, abbondantemente mandatimi dalla generosità degli amici e dei parenti, mi giunsero regolarmente;
(h) dopo i primi giorni, e cioè dopo che si persuasero che da me non avrebbero avuto nomi o notizie, mi lasciarono abbastanza tranquillo, Negli ultimi tempi, e cioè col precipitare degli eventi bellici, e fatta eccezione per Carità, per Gonelli e per qualche altro, sempre a me ostilissimi, molti invece ostentavano dei riguardi verso di me.
Riassumendo: posso dire che il maltrattamento subito fu di media gravità. Se vi fu indubbiamente chi è stato trattato meglio di me, vi furono anche molti trattati assai peggio. Complessivamente l’ambiente era di stupida brutalità e di meschina depravazione. Negli interrogatori non vi era acume; nelle indagini non vi era metodo. Il sistema seguito era poco faticoso e crudele: con le percosse, le minacce, gli insulti, si cercava eli far «crollare» la resistenza e di far « cantare ». Per quanto riguarda i diversi tipi da me incontrati penso che si possa dividerli in tre gruppi:
(a) gruppo dei dirigenti e cioè dei maggiori responsabili:
maggiore Carità: torvo, violento, mediocremente intelligente, fanatico, avido di denaro, consapevole di giocare una partita mortale, coraggioso;
tenente Castaldelli: pallido, mingherlino, con una faccia asimmetrica, lo sguardo sfuggente; si diceva che fosse un prete spretato; non torturava personalmente, ma dava ordini di torturare; interrogava abbastanza abilmente; godeva la piena fiducia di Carità; non molto coraggioso, era considerato « l’intellettuale» della compagnia e aveva certamente molta autorità; quando il maggiore era assente, il comando spettava a lui, e non si può certamente dire che i sistemi mutassero;
sottotenente Corradeschi: bel giovane dagli occhi vivacissimi e falsi; furbo più che intelligente; era il « don Giovanni» del gruppo; faceva o tentava di fare il seduttore con 1e recluse; qualche volta riusciva e in tal modo strappava nomi e notizie a qualche sciagurata; senza il piu piccolo scrupolo, in ogni campo; tutti dicevano che era stato Corradeschi a uccidere Pighin;
sottotenente Trentanove: assai giovane, snello; camminava con passo leggero e aggraziato; vestiva con l’eleganza di un gagà giovanetto; fatuo, crudele, pauroso: il suo terrore durante i bombardamenti era buffo; quando gli era possibile, rubava: fu lui a rubare l’orologio d’oro dell’ingegnere Casilli; era il «fidanzato» della figlia minate di Carità;
maresciallo Squilloni: alto, robusto, dalla faccia asimmetrica, bieca. Carità si vantava di dare dei pugni più forti dello Squilloni; lo $quilloni, in compenso, si vantava d’essere più crudele di Carità; dopo Castaldelli era il meno astuto; interrogava, picchiava e torturava di notte; nel frattempo beveva cognac; verso il mattino, sonnolento per l’alcool e per la stanchezza, compiangeva se stesso, si commuoveva, parlando della scarsità della sua paga e dell’incerto avvenire suo e della famiglia; considerava molto probabile il crollo dei tedeschi e si studiava di trovare un modo di suicidio non doloroso.
(b) gruppo degli esecutori volonterosi:
il carceriere GoneIli: erculeo, torvo, crudele, stupido, un vero bruto; era capocarceriere e, fra tutti i carcerieri e i bastonatori, il peggiore;
il maresciallo Linari: un bue occhialuto e ottuso, tronfio, pettoruto, pieno di se stesso; dava il segnale per l’inizio delle percosse e per la fine; giocava d’azzardo alla notte con il barbiere e con altri; tentava in ogni modo di conquistare il cuore delle detenute, con insuccesso costante;
il capitano Gentili: Carità lo stimava assai per la «purezza della sua fede fascista»; non picchiava, ma assisteva tranquillamente alle torture come fossero di ordinaria amministrazione; spesso sorrideva, soddisfatto, ammiccando dietro gli occhiali;
la figlia maggiore di Carità: assomigliava al padre nel fisico e nel temperamento; pallida, bieca, impassibile, assisteva fumando, indifferente e talvolta interessata alle crudeltà; il padre le aveva affidato i denari dei reclusi, e tutti affermavano che vi attingesse largamente (Jacomanni lo disse più volte);
il barbiere: figura non chiara, siciliano, misterioso e isolato; giocatore; si faceva pagare bene le sue barbe, quando poteva; forse non cattivo;
il carceriere Benelli: chiacchierone, esasperante: tipo di paranoide politico; anarchico, antifascista, mussoliniano e repubblicano, ateo, rivoluzionario, desideroso di ozio, presuntuoso, ruminatore di letture non digerite, sconclusionato; in quel cervello si trovava un vero reparto manicomiale di terza classe; non cattivo; il suo disordine mentale permetteva qualche vantaggio ai detenuti; non stringeva le manette; partecipava abbastanza volentieri ai rastrellamenti e si eccitava allora in modo pericoloso;
(c) gruppo di quelli che vivevano con gli altri senza entusiasmo ma senza ripugnanza: (non partecipavano e neppure assistevano alle crudeltà, ma si adattavano all’ambiente agevolmente, staccandosi dagli altri, talvolta, per una certa gentilezza d’animo):
mamma Valli: si occupava dei viveri e degli indumenti mandati da fuori ai reclusi; non ha fatto male a nessuno e talvolta ha fatto del bene: tuttavia, lei, il marito e due figli (uno dei quali picchiatore e torturatore) guadagnavano assai, senza dubbio volentieri, senza mostrare di soffrire per le caratteristiche dell’ambiente dove vivevano; il medico, che spesso cercava di giovare ai detenuti, si faceva accompagnare dalla Valli, ma non si fidava;
il marito di mamma Valli: essere insignificante, tipo di meschino impiegato; poco diverso dalla moglie, meno intelligente e meno cortese di essa;
la figlia minore di Carità: cortese, non antipatica, abbastanza ben voluta da tutti anche perché abbastanza graziosa;
uno studente universitario toscano, che si occupava di amministrazione e di rapporti con le famiglie dei detenuti e che molto si preoccupava di scindere le sue responsabilità da quelle degli altri: sembrava anzi di ritenere che il suo ufficio fosse assistenziale e pertanto senza nessuna colpa;
Jacomanni: ex pugile e picchiatore; dopo la morte del figlio nella prima quindicina di gennaio, divenne cortese; negli ultimi tempi fece molti favori al detenuti; forse era meno stupido degli altri e nulla più;
il vecchio Perfetti: più buono di tutti; ancora imbevuto di fascismo, ma sgomento, sperduto, solitario, malinconico; era un contadino pisano bonario, e dolente del male altrui, capitato chissà come in quella bolgia.
Complessivamente un ambiente di miseria morale, di meschinità mentale, di delitto e di tolleranza al delitto, di vizio e di tolleranza al vizio. Nessuno può essere esonerato da qualche colpabilità. Nessuno, o forse, uno solo di cui non seppi il nome, anche perché l’ho veduto poche volte e soltanto nei primi giorni. Ero, con molti altri, nel gelido salone di Palazzo Giusti; fuori nevicava, e attraverso le finestre senza vetri entrava un vento gelido. Nella sera triste, giungevano dalle stanze vicine, distinte, le grida dei torturati. Per scaldarmi, camminavo nel salone: per le manette le mani erano gonfie, violacee, gelate. Uno della banda mi venne vicino: era piccolo, pallido. Mi offerse un pane. Risposi che non potevo mangiare perché avevo la bocca lacerata e, temendo che il rifiuto sembrasse mosso da sdegno o da orgoglio, mostrai il pezzo di mucosa che mi penzolava fra i denti. Vidi l’uomo stravolto, angosciato. Disse: «Signore Iddio … lo questo non posso sopportarlo; io sono cristiano, sono cristiano … ». C’era della disperazione nelle sue parole, c’era una precisa rivolta morale. L’unica che ho incontrato tra quella miserabile umanità.
Testimonianza resa durante l’istruttoria del processo (Padova, 6.8.1945).
Tratto daRITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

La banda Carità di Taina Dogo 1 parte Firenze

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La banda Carità di Taina Dogo

1 parte Firenze

Il «Gazzettino» del 26 settembre 1945, riferendo sull’apertura del processo celebrato alla Corte Straordinaria d’Assise di Padova contro la banda Carità, cosi diceva:

La fosca attività che per lunghi mesi ha gravato, con un alone di ossessionante mistero, sulla vita padovana, nell’ultimo periodo dell’oppressione nazifascista ad opera della tristemente famosa banda Carità, dietro le vecchie mura del Palazzo Giusti di via San Francesco, si è stamane ravvivata di sinistra luce nella prima giornata di udienza al processo contro un gruppo di componenti, i principali della sbirraglia prezzolata al servizio del nemico invasore.

Aveva avuto inizio quel giorno, dopo un’inchiesta istruttoria condotta dal Pubblico Ministero Aldo Fais, il giudizio pubblico dell’operato della banda Carità, assente tra gli imputati il principale responsabile, Mario Carità, sorpreso nel sonno da due soldati americani all’Alpe di Siusi ed ucciso mentre tentava di afferrare la pistola che teneva a portata di mano. Sul banco degli imputati sedici uomini e tre donne, quasi tutti toscani. Chi erano? Quali colpe erano loro attribuite? Dove e come avevano agito prima di insediarsi nell’ottobre del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova? Il clima di disgregazione politico-morale della repubblica fantoccio di Salò ha certamente favorito lo sviluppo di quei gruppi d’azione paramilitare, le cosiddette bande di tortura, in cui istinti degeneri, desideri di vendetta, ambizioni paranoidi dei singoli si manifestavano con atti di efferata crudeltà. È pertanto nel quadro degli avvenimenti storici verificatisi in Italia dopo 1’8 settembre, che va ricercato l’ingranaggio che ha permesso all’informatore fascista Mario Carità di assumere un incarico poliziesco ufficiale e di servirsene con tanta insensata criminalità attraverso la banda di tortura da lui organizzata con i peggiori elementi di Firenze, servendo di esempio allo stesso Pietro Koch.

Verso la metà di settembre del 1943 Ricci, tornato in Italia, con l’incarico di comandante della nuova milizia, da Rastenhurg dove si era incontrato con Mussolini, aveva aperto il reclutamento con risultati modesti, ma sufficienti per far nascere nelle varie regioni le sezioni di partito, ricostituite dai relitti del vecchio regime. E, come Ricci e Pavolini, segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano, erano di origine toscana, cosi questa regione divenne automaticamente la base delle nuove organizzazioni fasciste. A Firenze si ricostituisce rapidamente la XCII legione della milizia, con gli ex fascisti che in Toscana erano rimasti fedeli al regime dopo la bufera del 25 luglio. I tedeschi, poco propensi a credere alle capacità organizzative, militari e politiche del nuovo governo fascista, ne prendono le redini, affidando a Rahn il comando politico dell’Italia, a Kesselring e· a Rommel quello militare, a Wolff il comando delle SS e della polizia. In virtù di questo potere, Wolff organizza la distruzione dei primi nuclei di resistenza degli antifascisti, attribuendo alla nuova milizia funzioni poliziesche più che militari. A Firenze, appunto con un tale tipo di incarico, comincia a far parlare di sé Mario Carità. Già confidente politico della Questura, egli si era presentato subito dopo 1’8 settembre alle nuove autorità tedesche ed era entrato alloro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Dopo qualche settimana, lascia tale incarico al ten. Giovanni Castaldelli, un ex prete, ed assume col grado di maggiore il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS) dipendente dalla XCII legione. Per espletare le sue nuove funzioni, Carità stabilisce una prima sede in via Benedetto Varchi; si trasferisce in novembre nella Villa Malatesta in via Foscolo, e infine, nel gennaio del 1944, in quella che sarà la Villa Triste di Firenze, in via Bolognese 67. Contemporaneamente organizza altri uffici in diverse zone della città (Hotel Savoia, Hotel Excelsior), passando da una sede all’altra con itinerari e macchine diverse, accompagnato sempre dal suo autista personale, Antonio Corradeschi, e da due militi armati di mitra, e utilizzando spesso un’autoambulanza come copertura. La sua abitazione privata è un lussuoso appartamento in via Giusti, già proprietà di un ebreo. Attorno a sé raccoglie rapidamente 200 uomini, espressione di un’umanità viziosa e violenta. Divisi in gruppi, essi assolvono a servizi precisi: stato maggiore (del quale fa parte in un primo tempo anche Pietro Koch), guardie personali del maggiore Carità, amministratori, addetti ai corpi di reato, informatori, spie, addetti ai rastrellamenti e alle spedizioni punitive. Quest’ultimo gruppo si fraziona in squadre, che ben presto diventano famose: tra queste, la squadra Perotto, detta «squadra della labbrata », la squadra Manente o «degli assassini », e la « squadra dei quattro santi» (N. Cardini, A. Natali, V. Menichetti e L. Sestini). Così organizzata, la banda Carità prende l’appellativo di Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze. Ne fanno parte fin dall’inizio, oltre Corradeschi e Castaldelli, parecchi di coloro che vedremo poi nell’autunno del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova o in via Fratelli Albanese a Vicenza: V. Chiarotto (capo guardia personale di Carità), T. Piani e Massai (guardie personali di Carità), G. Faedda (amministratore), A. Sottili (addetto ai corpi di reato), A. Fogli (informatore), U. Cialdi (spia), F. Bacoccoli (rastrellamenti e spedizioni punitive), ecc. Affiancando, nelle sue funzioni investigative, le SS tedesche e pur dipendendo ufficialmente da esse, la banda Carità, come altri organi fascisti, conduce una specie di guerra privata contro le forze della Resistenza, esasperando la violenza della lotta con atti di dissennato sadismo. Nel corso dei processi celebratisi a Padova e, più tardi, a Lucca, sono emersi raccapriccianti testimonianze sui mezzi di tortura usati per estorcere delle confessioni ai prigionieri. Ma di questo si parlerà più avanti. Qui saranno elencati solo i fatti più gravi emersi a carico di Carità e dei suoi sgherri relativamente al periodo toscano. "Alloro arrivo a Padova sorpresero la Resistenza veneta con l’esperienza acquisita dell’uso di metodi inquisitori di sapore medioevale. È probabile tuttavia che considerazioni di opportunità come l’imminente fine della guerra, l’inevitabilità della . sconfitta tedesca e la possibilità di utilizzare i prigionieri come moneta di scambio, abbiano contenuto l’elenco dei morti fra i prigionieri caduti nelle mani della banda Carità a Padova e di Vicenza.

Il 10 dicembre 1943 un gruppo di partigiani scende dalla montagna a Firenze e uccide il comandante fascista Gino Gobbi. Il giorno seguente viene organizzata una rappresaglia e Carità ordina la fucilazione di 10 ostaggi; solo per il pressante intervento di autorità fasciste, il numero sarà ridotto a cinque. Il 12 febbraio 1944 cade a Firenze Alessandro Sinigaglia, capo dei GAP. Arrestato in una trattoria dalla squadra dei « quattro santi », tenta la fuga; Cardini spara e lo uccide. II 22 dello stesso mese compaiono davanti al Tribunale Militare Straordinario cinque giovani accusati di renitenza alla leva. Carità, che assiste al processo, induce i giudici, di cui era amico, di condannarli a. morte. La sentenza viene eseguita il giorno stesso a Campo di Marte: Carità dà il colpo di grazia. Il l° marzo, durante lo sciopero generale organizzato dai CLN, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze avevano incrociato le braccia. II Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, che provava verso di lui rispetto e timore, entra nella fabbrica e, con i suoi sgherri, distribuisce pugni e calci alle donne che gli oppongono, davanti alle macchine ferme, tutto il loro disprezzo. Il 30 aprile Bernasconi, Masi, Cecchi e Gramigni uccidono a Carmignano Bruno Cecchi, noto antifascista. Lo stesso giorno Sottili ed Elio Cecchi arrestano a Firenze Gino Cenni mentre esce dalla sua abitazione in Lungarno del Pignone, e in auto si dirigono verso la località « Canonica ». Qui lo fanno scendere e gli sparano a bruciapelo sul collo lasciandolo ferito molto gravemente. Il 1 maggio una spia fascista si presenta ad Anna Maria Enriques Agnoletti, chiedendo rifugio. Il giorno dopo Anna Maria è arrestata e sottoposta per settimane a torture dai tedeschi e da Carità. Sarà ospite della Villa Triste di via Bolognese fino al giorno della sua fucilazione, eseguita il 12 giugno. Avrà per compagni alcuni dirigenti di Radio Cara scoperti mentre trasmettevano da un’abitazione di piazza D’Azeglio. La sera del 19 dello stesso mese quattro uomini armati (Corradescru, Cecchi, Massai e un altro) si introducono nell’abitazione della signora Maria Koss in via de’ Tavolini 2 a Firenze, dove erano convenuti il sottotenente Vincenzo Vannini, Franco Martelli e Rocco Caraviello per studiare il modo di liberare alcuni partigiani ricoverati nell’Ospedale Militare di Firenze. La Koss e tutti i partecipanti al convegno, arrestati, vengono condotti in via Bolognese, ad eccezione del Caraviello, ucciso subito dopo l’arresto in un vicolo dietro piazza della Signoria ed abbandonato cadavere nel Chiasso del Buco. La sera stessa, dopo sevizie e sommari interrogatori dei prigionieri, sono tratti in arresto anche il fratello del Caraviello, Bartolomeo, e la moglie Maria Tenna. Nelle prime ore de1 21 giugno, la Koss, la Tenna e il Vannini sono condotti in macchina nella Val Terzollina. Il Vannini riesce a fuggire, ma le due donne sono freddate con una raffica di mitra. Qualche ora più tardi il Martelli e Bartolomeo Caraviello con un altro prigioniero, Edgardo Savoli, subiscono la stessa sorte nei pressi del Campo di Marte. Infine, nella notte tra il 6 ed il 7 luglio Carità uccide Carolo Griffoni, noto antifascista fiorentino, dopo averlo derubato di portafoglio e gioielli.

Nel frattempo l’offensiva alleata di maggio a Cassino. lo sfondamento della seconda linea difensiva tedesca sul Garigliano, ed infine l’entrata in Roma di Clark e di Alexander, costringono Pavolini a ordinare il ripiegamento dei reparti della GNR di Firenze nell’Italia del Nord. Carità decide di abbandonare la Toscana. Lascia a Firenze una squadra dei suoi, comandata da Giuseppe Bernasconi, un ex galeotto che aveva subito 16 condanne per truffa e che aveva partecipato anche alle imprese di Pietro Koch a Roma. Mentre per le strade di Firenze, all’avvicinarsi degli Alleati, infuria la repressione fascista, la squadra Bernasconi cattura in piazza Tasso un gruppo di gappisti. Torturati in via Bolognese, vengono fucilati la notte del 21 luglio alle Cascine. Lasciando Firenze il 7 luglio – secondo la deposizione rilasciata dal capitano Ferdinando Bacoccoli, comandante il distaccamento di Vicenza, a Bruno Campagnolo il 3 maggio 1945 nelle Carceri di Vicenza – la banda Carità porta con sé il frutto di diverse rapine: 55 milioni rapinati alla Banca d’Italia di Firenze, il tesoro della Sinagoga, preziosissimi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili e altri oggetti di provenienza ebraica.

1 parte

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RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La banda Carità – Taina Dogo – 2 parte Padova

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La banda Carità di Taina Dogo

2 parte

Padova

Questo « tesoro» ricompare, secondo la deposizione rilasciata da Umberto Usai il 5 maggio 1945 dopo il suo arresto, nella storia delle ultime giornate del distaccamento di Vicenza, quando Carità darà l’ordine di caricare sui camion in fuga le grandi casse sigillate e j sacchi di documenti che non era stato possibile distruggere, nel tentativo di portarli con sé in Germania.

Fuggito da Firenze, Carità raggiunge Bergantino, un paese sul Po in provincia di Rovigo, luogo d’origine dell’aiutante Giovanni Castaldelli, e vi si stabilisce, continuando ad operare come comandante dell’Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) di Firenze. In tale veste partecipa a rastrellamenti, arresti, interrogatori in collaborazione con le forze di polizia della zona. Bergantino è considerata «sede di riposo» in attesa di una più adeguata destinazione e sistemazione. Per questa ragione e per la brevità della « vacanza », non sono emersi crimini gravi a carico della banda. Da segnalare un fatto che getta luce sulla psicologia e sui « valori morali» di questi avventurieri. In località Casaleone il farmacista del luogo era stato scoperto in possesso di armi; durante la perquisizione eseguita nella sua abitazione, il denaro e i gioielli scomparvero. L’autore del furto, il sottotenente Manzella, aveva condotto quindi il farmacista a Bergantino sottoponendolo a torture. Qualche giorno più tardi, lo stesso Manzella organizzò, dietro compenso in denaro, la fuga di un membro del CLN di Milano, il maggiore Argenton, precedentemente arrestato dalle Brigate nere di Mantova e poi trasferito presso Carità. Successivamente, fatti e particolari relativi al furto ai danni del farmacista e alla fuga del maggiore Argenton essendo venuti alla luce, una commissione d’inchiesta aveva deciso di deferire il sottotenente Manzella al Tribunale Militare. Temendo di essere coinvolto come corresponsabile delle azioni di ManzelIa, Carità decide di sopprimerlo. Su questa oscura vicenda così riferisce F. Bacoccoli:

Egli (Carità) acconsente alla nostra richiesta di far passare alle camere di sicurezza di Rovigo il Manzella, ordinando a me, al capitano Gentili e al sottotenente Faedda di scortare l’ufficiale. Poiché era da aspettarsi un tentativo di fuga da parte dell’ufficiale incriminato che era fra l’altro dotato di molta astuzia e di una forza erculea, viene dato l’ordine ad altri militi di appostarsi per misura di sicurezza preventiva. A tergo dell’ufficiale vi era anche un tale Ciulli, comandante della Brigata nera di Bergantino, ex appartenente al reparto Carità in Firenze. Da notare che il Ciulli prima di scortare il Manzella fu chiamato dal maggiore Carità col quale ebbe un breve e segreto colloquio. Giunta la scorta con l’ufficiale arrestato nei pressi delle camere di sicurezza, il sottotenente Manzella con un atto di impeto fa per scagliarsi sul Ciulli .. Questi però gli scarica. addosso alcuni colpi di pistola che lo feriscono gravemente. Il ferito Invoca il maggiore Carità. io corro a chiamarlo. Intanto si dispone per una macchina che accompagni il ferito al più vicino ospedale. Il maggiore Carità si reca presso il Manzella, ha con lui un breve colloquio a quattr’occhi. Ne esce esterrefatto. Alcuni uomini mi hanno poi riferito che il maggiore Carità avrebbe parlato ancora appartatamente col Ciulli. Giunge la macchina, il ferito viene caricato e accompagnato a Trecenta (ospedale civile) sotto la scorta di Valentino Chiarotto, Otello Carlotti e il Ciulli. Al ritorno della macchina da Trecenta è stato raccontato che il ferito sarebbe vissuto alcune ore in ospedale, dopo di che sarebbe deceduto. Tuttavia alcuni miei uomini di sicura onestà, Lanei e Fontanelli, mi dissero più tardi che il Manzella sarebbe stato finito con due colpi di pistola alla testa, mentre veniva portato in macchina all’ospedale di Trecenta, per volere di Carità, che temeva troppo le eventuali confessioni dell’ufficiale ferito.

Quando la linea di resistenza tedesca sull’Appennino tosco-emiliano mostra i segni di una profonda usura, Carità decide che è giunto il momento di cercare riparo più a Nord. Dapprima sceglie Vicenza e invia il maresciallo Linari ad organizzare la nuova sede. Ma poi, accogliendo l’invito del prefetto Menna, preferisce trasferirsi a Padova, pur mantenendo la filiale distaccata di Vicenza. Carità si insedia, alla fine di ottobre del 1944, in un palazzo di proprietà dei Conti Giusti del Giardino, in via San Francesco 55. Nel frattempo Umberto Usai organizza la sezione di Vicenza, il cui comando sarà affidato in un primo tempo al tenente Bruno Bianchi e più tardi al capitano Ferdinando Bacoccoli. Alla fine di novembre la sezione è pronta a funzionare, con una trentina di uomini collegati ai vari organi di polizia fascisti e tedeschi del Vicentino. Una villa di via Fratelli Albanese serve da sede ufficiale e da carcere; gli interrogatori si svolgono in una villa vicina, requisita al prof. Potoschnig. A Palazzo Giusti in Padova Carità ricostituisce rapidamente il reparto. Un’ala dell’imponente edificio viene usata per gli alloggiamenti suoi, delle sue due giovani figlie e della cinquantina d’uomini che l’hanno seguito dalla Toscana. Al piano terra le cucine. Il lavoro sì svolge nella sezione più rappresentativa dell’edificio. I prigionieri appena arrestati vengono ammucchiati nel salone. In quattro salotti sono sistemati gli uffici dove si svolgono gli interrogatori. Le vecchie scuderie, trasformate in piccolissime celle senz’aria, vengono chiamate dai detenuti, per la disposizione a castello dei tavolacci, « la nave ». Anche le soffitte, dove una stanza è adibita ad infermeria, servono per la custodia dei prigionieri. La banda Carità è pronta a funzionare. La posizione ufficiale di Carità è di « Comandante supremo la pubblica sicurezza e servizio segreto in Italia: reparto speciale italiano ». La corrispondenza porta la dicitura in italiano ed in tedesco ed è sotto firmata da un ufficiale tedesco delle SS; porta il timbro della SSN e Carità si firma « S.S. Sturmbannfuhrer ». Palazzo Giusti diverrà nel giro di poche settimane la Villa Triste dei partigiani veneti.

In ottobre la guerra, che sembra avviata alla fine, si arresta sulla linea gotica; Alexander nel suo proclama del 13 novembre invita i patrioti italiani a cessare ogni attività per prepararsi ad affrontare l’inverno che si preannuncia molto duro. Il rifornimento di viveri e di armi si fa critico. Le sorti della guerra e le nuove disposizioni di Kesselting, relative ad un rastrellamento globale dell’Italia del Nord, danno nuova forza alla banda Carità, di fronte alla quale la Resistenza veneta viene a trovarsi nel momento psicologico e organizzativo più difficile. Molti partigiani, buttatisi allo sbaraglio in autunno, sono già segnalati e braccati dalle polizie locali, sono già « bruciati » come si diceva allora. Palazzo Giusti comincia ad ergersi come un’ombra nera nel pensiero di molti uomini della Resistenza. Vengono compiuti i primi arresti. Così Giorgio Bocca nella sua Storia dell’Italia partigiana, rifacendosi alle testimonianze raccolte presso l’Istituto Storico della Resistenza di Padova, parla di Carità e di Palazzo Giusti:

La banda si sistema a Padova in Palazzo Giusti, nell’ufficio e la caserma, e il luogo di vizi e di ferocie inconfessabili. Vi si fa uso di droghe, il sangue e gli urli dei prigionieri sono anch’essi droga; il piacere sadico di veder soffrire si mescola alla paura, a volte anche a un senso di rimorso, di rimpianto: il prete spretato Castaldelli visto, da uno dei prigionieri, mentre si prende il viso fra le mani e geme come una bestia ferita. Ma il pentimento non dura, nessun rimorso è decisivo, nessuno ce la fa a togliersi dall’impatto di sangue e di orrore in cui si ritrova ogni mattina quando riprende gli interrogatori degli arrestati … Una vicenda nota in tutti i luoghi di tortura: il carnefice che si trasforma in protettore, la vittima che legge sul suo volto, nei suoi occhi, un barlume di pietà e vi si attacca; il carnefice assapora questi momenti, si sente Quasi buono e magnanimo, ma ecco proprio qui si rinnova la perfidia, il piacere di troncare la speranza nascente, di ricominciare il ciclo, fino alla fine del mondo. … Carità entra in una sala di tortura mentre i suoi sono al lavoro: .. Ma no, cosa fate. dice, ma gli fate male •. il torturato si volge a guardarlo come un salvatore, lui si avvicina. Ma è pallido questo ragazzo, su bisogna fargli coraggio ». E gli rovescia sul viso le sue dure mani, e mentre picchia si esalta, si eccita, è sopra la vittima, urla. . .. Ma è con le donne che ci si sfoga meglio: « Non sai niente? Dici che non sai niente? Ci avevo una zietta cosi che mi raccontava le favole, lurida puttana •. «Ecché, troia, ci ho scritto qui in fronte sali e tabacchi? ». Che risate a vederle confuse e avvampate se le costringono a denudarsi. Poi gli spengono le sigarette accese nel ventre, o le mettono a ponte su uno sgabello, gambe in giù da una parte, testa in giù dall’altra, in modo che non possano schermirsi. … Certe notti nel silenzio, quando si ode solo il gemito di qualche sofferente, uno dei torturatori torna a visitare le sue vittime e cerca il discorso, interroga, sembra voler riannodare un colloquio umano:

Vuoi una sigaretta? Su, non aver paura, dillo pure cosa pensi di noi ». La vittima tace, il colloquio non è piu poso sibile, il violento Baldini che lo capisce, esce fuori con la sua risoluzione da disperato: «Si, un giorno forse mi farete la pelle, ma intanto sono io che comando •. … Fino alla fine, dietro la violenza che è diventata un vizio: far passare scariche elettriche nei genitali, strappare le unghie con le pinze, mettere al lavoro i picchiatori ebeti che bevono e mangiano mentre bastonano, passare le notti ubriachi ballando nel salotto accanto alle celle in modo che i prigionieri ascoltino.

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

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Edizione 1972

Il salone – Taina Dogo Parte 3

Il salone di Taina Dogo

Parte 3

Prima della guerra Palazzo Giusti lo conoscevo appena: uno dei numerosi palazzi antichi di cui è ricca la mia città. Ma lo devi cercare nella stretta e ondulante via in cui si affaccia, per ammirarne la nobile e severa architettura. Ora il numero 55 di via San Francesco è diventato un punto d’orientamento geografico e mentale. Alzando lo sguardo alle piccole finestre delle soffitte, mi par sempre di scambiare un messaggio d’intesa con qualcosa di me rimasto dietro a quelle persiane non più aperte da quando Carità le fece sprangare, bontà sua, per proteggerci dal freddo . . Ci siamo dati convegno li, nel 25° anniversario della Liberazione, per ricordare i nostri Morti, anche quelli scomparsi dopo il 1945, che sono molti rispetto al numero dei sopravviventi. Varcato il portone di Palazzo Giusti si accede in un grande androne chiuso da una vetrata che dà sul giardino. A destra lo scalone ampio e luminoso. Lo ricordavo benissimo: ora manca solo la lapide che Carità aveva fatto murare tra le due finestre con l’elenco dei suoi morti. . Al primo piano, il « salone ». L’inattesa suntuosità del vasto ambiente mi stupisce. ~ davvero una bella sala delle feste con ricchi tendaggi, molti specchi e grandi lampadari accesi. Allora erano spenti, le finestre nude e i vetri rotti. Gli specchi? Certamente c’erano, ma non li ricordo. Il nostro «salone» era diverso: immenso, vuoto, freddo e buio. Non ricordo di averlo visto illuminato dalla luce del sole: sempre in penombra. Eppure anche allora il sole deve aver brillato. Dalle finestre che danno sul giardino, cerco gli alberi. Ma oggi è un giorno d’estate e sono verdi, non spogli e ischeletriti come in quel lontano gennaio quando sembravano morire della nostra pena. Là in fondo a sinistra, il «mio» angolo, semibuio. Da. , . quell’angolo la notte spingeva avanti la sua ombra che lasciando cancellava i rettangoli chiari delle finestre, inghiottiva tutti dividendoci e lasciandoci soli. Il salone diventava allora vasto deserto, buio, come il buio deserto degli incubi infantili, in cui avverti la paura di un pericolo non definito, ma presente. Improvvisi squarci di luce violenta si confondono nella mia memoria con le grida dei compagni torturati. Luci e urla che ferivano l’oscurità e la nostra mente, venivano sempre da un lato del salone, dove si aprivano gli usci dei locali usati dagli inquisitori: gli «uffici ». Poi buio, silenzio, qualche rantolo. Le prime notti l’oscurità appariva vaporosa per il riflesso della neve. Eravamo in pochi allora, raccolti accanto alle finestre centrali su due stretti divani. Inutilmente cercavo di cogliere un messaggio nello sguardo dei miei compagni. Tutti .distaccati, freddi, quasi ostili. Avevo cercato una parola amica, e questa era venuta da un giovane che mi sedeva accanto che io credevo un condannato a morte. Lo rividi giorni dopo salire lo scalone ed entrare senza scorta negli uffici: era una spia di Carità. Poi quel messaggio umano che cercavo, giunse inaspettato. Una notte avvertii un lento muoversi di passi che si avvicinavano. Poi silenzio. Mi giro e una mano mi accarezza i capelli mentre una voce calma dice: « Anche tu qui! Coraggio, cara, sii brava! •. La riconosco subito ed è come il concludersi di un lungo discorso iniziato pochi anni prima sui banchi del liceo, quando il nostro professar Zamboni aveva cominciato la sua lezione di filosofia con queste parole: «Ragazzi, oggi Hitler ha occupato l’Austria ». E, cancellata dai suoi occhi quell’espressione bonaria che noi gli conoscevamo, aveva preso a leggere un brano di Croce. L’aula era piccola e luminosa, e le sue parole, afferrate dalla nostra mente di adolescenti, avevano stimolato l’intuizione di una calamità che sovrastava il mondo, facendo germogliare nelle nostre coscienze il seme dell’antifascismo. Ed ora la stessa voce, nel buio salone di Palazzo Giusti, si rivolgeva solo a me, affettuosa e ferma: «È solo un momento difficile. È giusto che sia cosi ». Più che l’incertezza per il futuro o la paura del dolore fisico o della morte, mi turbava quell’aspetto violento della natura umana, che non ero preparata ad affrontare. Le poche parole di Zamboni, in cui avevo avvertito un’ansia controllata e la volontà di non cedere, mi aiutarono, in quel fluttuare del pensiero nel dormiveglia inquieto per il freddo e la stanchezza, nel silenzio dei miei compagni, a trovare una ragione della mia presenza nel salone.

Il 7 gennaio il salone si era rianimato alle luci dell’alba. Gli uomini di guardia passavano rapidamente dagli alloggi agli uffici. Nonostante il pesante « lavoro» notturno svolto da Carità e dai suoi sgherri, l’attività aveva ripreso frenetica quel mattino. Si avvertiva nell’aria qualcosa d’inquietante, che noi cercavamo invano di interpretare. Sembrava che si fossero dimenticati di noi. Solo Corradeschi, nel suo vestito nero e con la smorfia più sprezzante del solito, passandoci accanto, s’era fermato un attimo dicendo: « Tra poco vedrete il vostro Renato! ,.. Sapevo chi era Renato e con quanto coraggio e abilità stava lottando. Era l’uomo astuto e imprevedibile, che volevano nelle loro mani, vivo o morto. Nessuno poteva ancora immaginare quanto funesto per la Resistenza veneta sarebbe stato quel 7 gennaio 1945. La neve caduta abbondante nei giorni precedenti, aveva imbiancato gli alberi del giardino e i tetti di via della Pieve. Il cielo era coperto e la sera era scesa presto. C’era una strana calma nel salone, come nei momenti che precedono il formarsi di un ciclone. Poi, un brusio di passi affrettati, un correre confuso e molte voci: avevano portato Renato colpito a morte e, con lui, molti altri, i migliori, caduti nella rete di appostamenti tesi dagli sgherri di Carità. Alcuni di essi vengono spinti negli uffici e solo più tardi ne sappiamo i nomi: Meneghetti, Ponti, Casilli, Martignoni, Palmieri ecc. Il salone si riempie di uomini, donne di ogni età. Con loro dei sacerdoti e persino un ragazzetto.

Cominciano subito gli « interrogatori », proseguono notte e giorno. Le grida dei prigionieri, i loro volti tumefatti, lo sguardo allucinato di alcune donne che hanno subito ogni sorta di ingiurie, si mescolano alle urla eccitate degli inquisitori in un’atmosfera da incubo. Quanti giorni, quante notti il salone è stato stretto nella morsa del dolore, della paura, della pazzia? Non lo so. Alla fine – è un mattino – mi guardo attorno: i divani sono disposti a cerchio; siamo in molti e tra noi riconosco degli amici. Vedo alla mia sinistra Meneghetti con le mani livide chiuse nelle manette troppo strette. È senza occhiali e guarda lontano, oltre il giardino. La sua figura eretta e il suo volto nobile sembrano racchiudere tutto il significato di quanto ciascuno di noi ha dato in quei giorni. Tutti, io credo, abbiamo perduto qualcosa in quella tragica esperienza; ma non ne siamo usciti vinti. L’inquietante alternarsi del dolore e della paura si è placato alla fine in un disteso sentimento di profonda comprensione umana, che supera i limiti degli ideali entro i quali avevamo agito fino allora. Il momento più difficile è passato; i pensieri si ricompongono e possiamo cominciare a guardarci sorridendo.

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TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

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