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La Resistenza dei militari italiani in Albania

La Resistenza dei militari italiani in Albania
All’epoca dell’armistizio l’Albania era presidiata dalla IX Armata, suddivisa in due corpi d’armata e sei divisioni (Perugia, Parma, Brennero, Firenze, Arezzo, Puglie). La notizia della resa giunse senza alcun preavviso al comando dell’armata la sera dell’8 settembre 1943. Le disposizioni del Comando supremo italiano accennavano ad un atteggiamento temporeggiatore nei riguardi dei tedeschi e alla tenuta ad ogni costo dei porti di Cattaro e Durazzo. Ma i tedeschi reagirono con tempismo ed estrema durezza, accorrendo con truppe motocorazzate dai loro dislocamenti in Bulgaria e Grecia.

Il 10 settembre giunsero a Durazzo e la occuparono dopo aspri scontri con unità italiane della marina e dell’esercito; nella stessa giornata cadde anche il porto di Valona. L’11 settembre i tedeschi entrarono a Tirana e dichiararono in arresto il Generale Rosi, comandante della IX Armata, dopo avergli estorto l’ordine di consegnare le armi pesanti con la falsa promessa del rimpatrio delle divisioni italiane. Ma l’intimazione al disarmo scatenò la reazione dei comandanti delle divisioni che si rifiutarono di eseguirlo perché ritenuto contrario all’onore militare. Cominciò così il calvario dei soldati italiani per raggiungere con lunghe marce la costa adriatica; per molti cominciò invece la risalita verso le montagne dell’interno per evitare la cattura e unirsi al movimento di liberazione albanese.
I tedeschi incalzavano i militari italiani anche con ossessivi lanci di manifestini di resa: "Soldati italiani! Voi siete isolati e abbandonati sulle montagne! Le forze armate tedesche vi offrono per l’ultima volta l’occasione di consegnare le armi. Chi, dopo la scadenza di questo termine, si opporrà contro di noi sarà annientato. Comandanti e ufficiali che non eseguiranno questo ordine o che non lo impongono nella loro truppa saranno fucilati come franchi tiratori se fatti prigionieri".

La Divisione Arezzo
La Divisione Arezzo, schierata nella zona di Korcia alla frontiera orientale dell’Albania, era a contatto con la famigerata brigata SS Brandenburg, composta in buona parte di ex galeotti e delinquenti comuni arruolati per la guerra. La Arezzo fu la Divisione italiana su cui vennero esercitate le più ricattatorie minacce perché collaborasse con i nazisti e la neonata Repubblica Sociale di Mussolini. Ma la stragrande maggioranza dei suoi soldati e ufficiali si oppose a qualsiasi collaborazione. I cruenti combattimenti che i militari italiani ingaggiarono contro i tedeschi e le bande albanesi loro alleate si conclusero in eccidi. Nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1943 presso Santomas 4 ufficiali e 21 soldati, che avevano risposto "no" alla capitolazione pur essendo minacciati dalle mitragliatrici puntate su di loro dai carri armati, vennero uccisi senza processo. A questa prima esecuzione sommaria altre ne seguirono nella zona nei confronti dei soldati che si opponevano alle richieste di resa da parte dei tedeschi.
La Divisione Firenze
La Divisione Firenze, comandata dal Generale Arnaldo Azzi (1885-1957), affrontò le colonne tedesche che le sbarravano la strada dell’Adriatico subendo gravi perdite, ma infliggendone altrettante. Quando risultò evidente l’impossibilità di arrivare alla costa, il generale Azzi decise di dirigersi verso le montagne. Qui con l’avallo della missione militare anglo-americana strinse un patto di collaborazione con l’esercito di liberazione albanese. "Allo scopo di ottemperare alle precise direttive impartite dal governo per la lotta contro di tedeschi assumo da oggi, d’intesa con i rappresentanti delle forze armate britanniche e con lo Stato Maggiore dell’esercito nazionale liberatore d’Albania, il comando di tutte le truppe italiane datesi alla montagna e di quelle che comunque intendono combattere contro i tedeschi".

Venne così costituito il Comando Italiano truppe della montagna, forte di 25.000 uomini suddivisi in quattro comandi di zona. Era evidente che una tale massa di uomini e un simile schieramento in terra straniera non erano adatti ad una guerra partigiana; tuttavia la maggior parte di essi resistette in territorio albanese sino alla liberazione con le armi o sfuggendo alla cattura.

La Divisione Perugia
La Divisione Perugia, comandata dal generale Ernesto Chiminello, era situata nel Kosovo e sino al 5 ottobre 1943 si sottopose a marce forzate nel tentativo di raggiungere e difendere i porti di imbarco di volta in volta indicati dal nostro Comando supremo e sempre variati per l’impossibilità di approdo alle navi e per il divieto alleato a farle salpare dai porti dell’Italia liberata. La marcia verso il mare, contrassegnata da continui scontri con i tedeschi, si concluse tragicamente a Porto Edda, dove il generale Chiminello, catturato con molti suoi uomini, venne fucilato. Analoga sorte toccò ai suoi ufficiali e sottufficiali che si erano opposti ai tedeschi: il 5 ottobre 120 di loro vennero mitragliati, i loro corpi cosparsi di benzina e poi incendiati, prima di essere buttati in mare.

Circa 170 militari della Perugia si salvarono dalla cattura e, insieme a quelli di altre unità disperse, costituirono il Battaglione Antonio Gramsci, un’unità profondamente politicizzata, che partecipò alla difesa della cittadina di Berat e a numerose operazioni contro i tedeschi. Contribuì infine alla conquista di Tirana e poté sfilare, da liberatore, il 28 novembre 1944. Agli uomini del battaglione Gramsci venne concesso quindi l’onore di rientrare in Italia completamente armati, nell’uniforme dell’esercito cui erano appartenuti.

Tratto da
Patria Indipendente
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