Firenze Liberata 2° parte

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Firenze Liberata
 

Verso il 17, 18 agosto arrivò un ragazzo in bicicletta: "Ohé! In via dei Pepi e’ c’è un fascista. C’è quegli della squadra di città e non gli riesce fermare la gente: l’è tutta fori, la lo vol pigliare!" Quella via era una strada malfamata di Firenze dove c’era una casa di tolleranza, la peggiore della città, un sudiciume, un porcaio. Ero con lo Zio e un altro. Dissi: "Si va noi’ Ci incamminammo e quando arrivammo in via dei Pepi, una stretta contrada a sinistra di via Pietrapiana, ci si presentò questa scena: vecchi, donne e bambini urlanti invadevano la strada. C’era un appartamento in una casa di due o tre piani, con davanti due ragazzi delle squadre di città col moschetto, che a stento trattenevano quella gente dall’entrare. Io gridai: "Ora basta! Basta così’ Quella folla inferocita e scatenata continuava a urlare e inveire. Presi il Machinenpistole e sparai una raffica in aria. Con un urlo di spavento la folla si fermò. Dissi deciso: "Alla prossima abbasso i’ tiro!" Ai due partigiani di città dissi: "Ci si pensa noi: voi vu’ state qui, fermi e boni Lo Zio mi disse: "T’hai fatto un bel lavoro!" "Eh, ci credo! Questa ciurma magari fino a quattro giorni fa la sarà stata in piazza ad applaudire a il fascismo". Si andò su in casa: c’era un uomo che era stato fascista, come del resto i più a quell’epoca. Gli si trovò la camicia nera: a quei tempi la camicia nera in una cassetta tu la trovavi in qualunque casa. Gli dicemmo: "Guarda: te tu stai in casa e sta’ calmo. C’è questi ragazzi di’ posto che ti controllano. Poi se tu credi, tu vieni a i’ comando domattina. Ti fai accompagnare e tu spieghi la tu’ situazione". In casa con lui c’erano la moglie e la figliola: una ragazzina di diciassette, diciott’anni, carina, bellina, che piangeva. Son cose un po’… come dire, non son cose belle. Però quei momenti eran quei momenti, e questo era il clima che c’era. Lo salvammo: non era nulla, semplicemente uno dei tanti che era stato fascista.
Prima di scendere a Firenze Brunetto disse a noi comandanti di distaccamento: "State attenti, che quando s’entra a Firenze ci pole essere anche chi vi piglia pe’ vendette personali. Va bene? Magari uno ci ha un odio contro una persona e vi dice d’ammazzallo perché gli è un fascista. Non vi fidate, in assoluto!" Mi successe questo. Un giorno eravamo in Fortezza da Basso, quando il Mugnone era alla linea di confine e i ponti erano saltati. Due donne anziane si presentarono al nostro comando e ci dissero concitate: "Nella seconda casa c’è due: gli enno du’ fascisti! Son sempre stati fascisti!" Brunetto mi disse: "Fumo, che vai te?" "Sì. Piglio tre o quattro". Li scelsi e ordinai: "Andiamo!" Attraversammo le macerie e si arrivò alla casa indicata. La porta era socchiusa. Una volta aperta entrammo: in casa non c’era nessuno. Guardammo, cercammo nei cassetti, negli armadi, sotto il letto: nulla, niente. Tornammo al comando e rimproverammo quelle due donne: "Guardate: noi gli è mesi che si combatte pe’ far finì questa guerra. Non cerchiamo d’alimentalla ancora con cose che poi le ‘un son vere". "Eh, ma loro l’eran fascisti!" "Ad ogni modo e’un ci son più". C’era odio
per i vicini. Nei giorni seguenti Brunetto mi chiamò e mi disse: "Non si sa come -si mettono le cose, se ci sarà un contrattacco tedesco: in questo caso se gli inglesi gli americani fanno come quell’altra volta, cioè se si ritirano o tornano indietro, ci siamo noi ad affrontarlo. Abbiamo bisogno di uomini. Bisogna rinforzare le squadre: si creano delle nuove compagnie. Ora te, Fumo, tu devi diventare comandante di compagnia". C’era questa eventualità, questo rischio: si era pur sempre italiani, gli Alleati venivano sì a liberarci, ma per loro s’era pur sempre pivelli che a dodici, tredici anni, avean poppato il latte fascista. Gli inglesi e gli americani si erano già altre volte tirati indietro sotto attacco tedesco. L’Italia era per gli Alleati una di quelle nazioni che avevano scatenato la guerra. Sì, si era amici, tutto quello che vuoi, ma pur sempre italiani: la réclame era che in Italia si era tutti fascisti. In più noi partigiani garibaldini non eravamo ben visti dai Liberatori. Allora avevo ventun anni, ma non mi è mai piaciuto vantarmi, non ho mai cercato il plauso, il vanto, la gloria, le lodi, la visibilità: appellativi come eroe" non mi son mai piaciuti e mai mi è piaciuto ritenermi più bravo di altri. Facevo parte di quelli che avevano un così grande senso di anti dentro che erano pronti a sparare, a uccidere se necessario, a rischiare la vita. Tanti sono morti accanto a me, alla mia destra, alla mia sinistra. Dei duecentomila circa che parteciparono alla guerra partigiana in Italia, ottanta, novantamila sono morti: quasi la metà. Così gli risposi: "Brunetto, io ho ventun anni. Ti ringrazio per avermi dato questa fiducia, ma c’è Morello: gli è un comandante come me, gli ha due o tre anni più di me. lo ti ringrazio ma l’è più giusto che tu faccia lui comandante". – Va beh, ma tu mi piacevi più te. Comunque diventerà lui". Così fu fatto Morello comandante di compagnia. In realtà non ci fu bisogno di nuove compagnie, perché i tedeschi non contrattaccarono.
Ecco un fatto che mi è rimasto impresso: eravamo a Firenze, verso il 20 o il 23 agosto 1944. Il fronte era fermo, la linea di demarcazione era il Mugnone. Non si poteva più andare in giro armati. Eravamo in tre o quattro in via Calzaioli: c’era anche il fratello di Lanciotto Ballerini, Renzo. Avevamo il fazzoletto rosso al collo, eravamo vestiti ognuno a modo nostro ma messi per benino, con le camicie coi gradi come volevano gli inglesi. Passò di lì un ufficiale inglese ben vestito in divisa: era un bel ragazzo alto in pantaloncini corti, calzettoni, la pistola nella fondina col laccio (correggiolo) al collo, su per giù della nostra età. Ci vide e si fermò: "Oh, salute, come stare?" "Eh, bene". "Bene, bene, bravi. Voi partigiani finire guerra. Io tre anni non vedere mia casa. Non so più se essere mia casa". "Tu vedrai la finisce anche per te: siamo qui per darvi una mano". "Bravi, bravi: sempre amici". Riprese il cammino, ma dopo pochi passi tornò indietro: "Un momento, un momento". Si abbassò un calzettone e ci mostrò una lunga cicatrice da taglio che gli correva dall’incavo posteriore del retro coscia fino alla caviglia: "Baionetta italiana, Africa Orientale. Goodbye!" Se ne andò salutando. Noi ci guardammo in faccia e si disse: `Un c’è nulla da fare, questa l’è la considerazione che ci s’ha da parte degli inglesi. ‘Un tu nn’ha’ voglia di fare". Da questo lato gli americani erano molto più larghi, molto più amichevoli, ma anche fra loro ce n’era qualcuno non tanto amichevole.
Avevo un’amica, la Clara, che allora aveva sei o sette anni, con un fratellino di tre. Stava al Ponte di Mezzo. All’inizio della guerra ebbe il babbo richiamato in Albania. Quando tornò in licenza mise la moglie incinta e le nacque il fratello. Fu mandato poi in Grecia e fu fatto prigioniero. Dopo l’8 settembre non ne seppero più nulla. L’unico aiuto che la sua mamma ebbe dai fascisti fu una granata. Disse loro: "Icché gli do da mangiare a’ mi’ bambini, una granata pe’ spazzare?" Facevan la fame e un giorno questa donna vestì i bambini tutti per benino e mandò la Clara col fratellino più piccolo al Ponte di Mezzo con un tegamino, all’ora che gli americani distribuivano il rancio. Disse alla Clara: "Tu vai lì, se ti danno quarche cosa tu lo prendi". Gli americani erano soliti distribuire il rancio avanzato alla truppa ai tanti bisognosi. La bambina andò alla distribuzione con il suo pentolino e il fratellino per la mano. Quando arrivò il suo turno, un grosso soldato americano la guardò: poi tirò su il rancio col mestolo e lo rovesciò in terra. Questa cosa me la raccontò più volte, sempre con le lacrime agli occhi. Ad ogni modo gli americani erano meglio degli inglesi. A noi partigiani ci acquartierarono in una struttura vuota in via della Robbia, ci portavano il mangiare inglese. Era roba strana, non buona: però tanta era la fame che s’aveva, che si mangiava ogni cosa. Ero uno di quelli che nel 1938 era stato obbligato a tenere il distintivo con la scritta: "Dio stramaledica gli inglesi!" Nel 1939 mi avevan portato in via Tornabuoni, davanti all’ambasciata inglese, e obbligato a urlare: "Morte agli inglesi! Morte agli inglesi!"

Ho un episodio che ricordo con commozione: una mattina dopo la liberazione di Firenze, i paracadutisti italiani della Folgore e della Nembo, unitamente agli inglesi stavano radunando tutti i partigiani stranieri. Dovevano essere trasferiti a Bari e a Taranto per poi essere rimpatriati: russi, polacchi, jugoslavi. Uno di loro un russo di corporatura grossa, l’unico straniero che avevo avuto con me in montagna, quello da cui mi separai dopo lo scontro dei Tre Pini, mi riconobbe e mi chiamò. Io avevo ventun anni. Lui aveva già qualche capello bianco ed era sui cinquant’anni e parlava a malapena italiano. Mi avvicinai felice che fosse giunto anche lui a Firenze sano e salvo. Mi disse: "Tu mio capo: io regalare questo". Mi porse un orologio delle ferrovie, in uso ai capotreno. Risposi: "No, tienilo te". "Io no più bisogno. Tornare a casa ora". Lo presi e non rividi più quell’uomo. L’ho caricato funziona ancora bene. Lo tengo con nostalgia. Quando quel russo scappò dal campo di concentramento, un capotreno glielo regalò e lui a sua volta lo regalò a me.

Si alza commosso e apre la vetrinetta del salotto. Prende un orologio da taschino e lo pone sul tavolo davanti a me. Lo giro e sul retro è incisa la sigla FS e il numero 101168. Si asciuga gli occhi e riprende:

Noi partigiani avevamo chiesto di continuare a combattere a fianco degli alleati, perlomeno per liberare tutta la Toscana. Chiedemmo di essere impiegati magari come staffette. Tra noi erano in diversi del Mugello, territorio ancora tutto da conquistare. Infatti alla Futa gli alleati si fermarono e l’avanzata ristagnò pcr lungo tempo. Manco per idea: ce lo negarono. Noi si era garibaldini, si aveva quel colore rosso che a loro non piaceva. A proposito dei conclamati e millantati aiuti che gli inglesi ci avrebbero dato con lanci di materiali e armi, ti racconto questo episodio. Anni fa ero con un gruppo di ragazzi sul Monte Giovi per fargli vedere i luoghi della lotta partigiana. C’era uno di Sesto che parlava, parlava Pontificava sui partigiani, sui lanci di aiuti ricevuti da parte degli alleati. In realtà non aveva fatto il partigiano e la sua supponenza mi disturbò. Presi la parola e dissi loro: "Delle volte bisogna fare delle precisazioni. Io sono stato partigiano sul Monte Giovi, alle basi del Falterona. Ho attraversato il Pratomagno e sono andato a Badia Montescalari dalla parte di là, son poi ritornato al Monte Giovi di lanci, gli alleati ce ne hanno fatto solo uno, e per errore! Quelle armi e materiali erano destinati al Partito d’Azione, non a noi’ Un’altra volta ci dettero l’ordine "Pratomagno, Pratomagno": era uno dei tanti messaggi in codice che ci venivano dati. Ne ricordo un altro: "Beatrice e Dante". Si fece una sfaticata arrivare su in terza punta con le stagne di benzina. Non fu semplice procurarle.: non c’era il distributore che te le dava, bisognava andare a rubacchiarle a qualche camion in sosta, che poteva essere anche tedesco o fascista. Arrivati in vetta si preparò tutto per ricevere il lancio. Si accesero dei focherelli, perché a 1600 metri faceva freddo, era inverno. A un tratto si sentì il rombo di un aereo e ci ordinarono: "Gli è lui: accendete i fochi’ Accendemmo tre fuochi a triangolo, senso della direzione del vento. L’aereo si abbassò ma, invece di lanciare,
ratatatata, ratatatata! – iniziò a sgranare raffiche dalle mitragliatrici alari su di noi. Una pioggia di piombo si abbatté sulle nostre teste: i proiettili facevano grosse buche in terra: aveva delle 20 mm! Restammo tutti sdraiati a terra. Fece un passaggio e andò via. Subito dopo iniziarono a piovere cannonate tedesche dal Valdarno: bum! bum! bum! Quei tre fuochi accesi indicavano bene il bersaglio. I tedeschi capirono che sulla punta noi partigiani si aspettava un lancio, così la spazzarono a cannonate. Si disse: "Domani verrà un rastrellamento". Tutti ci mettemmo in allarme, ma non successe nulla. lo parlo di quanto accaduto qui, dove ero io: non so se nel nord i lanci furono fatti.
Il 7 settembre 1944, un mercoledì, ci smobilitarono con una cerimonia. Provai una grande felicità: la felicità di essere vivo, di tornare a casa, anche se in realtà c’ero già tornato il primo settembre. Il 7 settembre medesimo, appena terminata la cerimonia, tornando a casa mi fermai all’officina FUF in fondo al viale Morgagni. I tedeschi avevano messo una mina sul cancello e il primo settembre l’avevano tolta gli artificieri. Mi fermai lì e il sor Ugo mi accolse contento: "Oh Sergio vieni: che se’ tornato?" Aveva il figlio militare nell’aviazione della Repubblica di Salò e non sapeva nulla di lui. Mi disse: "E gli è venuto gli americani e vogliano militarizzare l’officina, come gli hanno fatto con alcuni reparti della Pignone. Si dovrà ricominciare a lavorare. Che voi venire lunedì?" "Ha’ voglia, vengo sì". Così il 10 settembre ero già tornato a lavorare.

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Ringrazio lo scrittore di queste memorie
Che sono una parte di un bel libro
Che ricorda la nostra Resistenza

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