Vasco Palazzeschi

firenze

I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

bandierarossa

VASCO PALAZZESCHI

Vasco Palazzeschi è nato il 24 novembre 1912. Entrato a far parte del PCd’I nel 1935, dal 1940 al 1942 fu segretario di cellula, di settore e di strada. Nel 1942 fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a 14 anni di carcere per aver diffuso volantini contro il fascismo e per la pace. Uscito dal carcere di Fossano nell’agosto 1943, partecipò al movimento partigiano. Inizialmente svolse la sua attività a Pian dei Cerri, a Scandicci e a S. Casciano. Quindi fu staffetta d’informazione e commissario politico di distaccamento sul Monte Giovi e sul Pratomagno. Infine fu commissario politico della 2a compagnia della Brigata «Lanciotto » e poi vice-commissario politico della Brigata « Lancíotto » della divisione « Potente ». Dopo la liberazione di Firenze, fu eletto nel Comitato Federale di Firenze al 1° congresso e quindi nel Comitato Direttivo della Federazione. Palazzeschi svolse un’intensa attività anche come sindacalista.

Membro del consiglio provinciale dell’ANPI e dell’ANPPIA, ba rivestito numerosi incarichi pubblici. E’ stato consigliere comunale di Firenze, deputato al Parlamento, e senatore della Repubblica.

L’otto settembre mi sorprese al lavoro in una bottega (li barbiere in via Panzani. Arrivò un tale in negozio che spaventato disse: « i Tedeschi sono in piazza della Stazione ». Io non posi tempo in mezzo, mi levai la giacca bianca, e dissi: « vado fuori per un attimo ». Quel barbiere mi ha ancora da rivedere.

In un primo momento ci fu consigliato di allontanarci (a me lo disse il Bertini e anche il Cesare Collini). Il consiglio era più che opportuno perché ora le cose avevano preso un ritmo più veloce contro di noi: per uscire di carcere dopo la caduta di Mussolini c’era voluto un mese, ma dopo l’8 settembre trascorsero solo quattro giorni, era il 12 settembre, la polizia venne a cercarmi a casa per riportarmi alle Murate. Io però non mi lasciai sorprendere, avevo già preso il largo e l’operazione andò a monte.

Con i compagni Píllorí e Caverní decidemmo di andare al Pian dei Cervi presso uno zio del Pillori; era un vecchio scalpellino, lavorava in una cava di pietra, nei pressi della sua abitazione, ove da tempo viveva da solo. Questa casetta di campagna era incorporata in un gruppetto di altre abitazioni occupate per la maggior parte da famiglie di mezzadri e di qualche bracciante agricolo. Al momento sembrava un posto abbastanza sicuro.

Al Pian dei Cervi non tardammo a familiarizzare con i lavoratori della terra del vicinato e anche con quelli di Marciola. Fummo anche aiutati perché avevamo poche possibilità economiche, meno male che era settembre e si poteva mangiare uva e fichi e qualche altro frutto, che con un po’ di pane rimediato e qualche lunga farinata costituiva la maggior parte della nostra alimentazione.

In seguito il problema si affrontò con una iniziativa un po’ avventurosa. Stanco di saltar pasti, decisi di fare una rapidissima visita a casa e andai a trovare il rompa Calamai che mi aveva salvato un fucile da caccia nascondendolo alla requisizione di tutte le armi organizzata repubblichini. Lo dissotterrammo e ben ripulito e smontato, involto dentro una balla, legato alla canna della bicicletta e con mille precauzioni, tornai di nuovo al Pian d Cervi. Con quel fucile, in mezzo alla riserva, tutte le sere si faceva fuori una lepre e con quella lepre si incominciò a trovare pane e vino e anche olio e pasta. Tuttavia non si perdeva occasione per cercare contatti utili a riprendere lotta, non si aspettava soltanto la chiamata del partito, c tanto per il momento non arrivava.

Ma intanto i giorni passavano e fatti nuovi non ne accadevano. Passò qualche altro giorno e avemmo la visita del compagno Gandi (« Gambero »); ci informò sommariamente della situazione un po’ caotica del movimento, ci disse dell’esistenza di diverse iniziative, e del formarsi di gruppi « spontanei » che interpretavano bene le parole di incitamento alla lotta del partito. Questi gruppi più numerosi nascevano nel Mugello ove anche l’ambiente naturale dava maggiori possibilità per nascondersi e agire. Ci disse anche che a fare una ricognizione circa la consistenza e il numero di questi gruppi, era andato il Taglíaferrí per conto del partito. Ma ancora non c’erano idee precise. Addirittura ci disse che quelli della Stella Rossa avevano intenzione di spostarsi verso il sud per andare incontro agli alleati e per unirsi a loro e combattere. Ci chiese se volevamo unirci a loro ma quella non era una direttiva del partito e noi non ritenemmo di aderire all’invito. Ci lasciammo con l’impegno di rivederci presto. Ma siccome non tornava, si maturò anche per me e Tullio l’idea di trasferirci al sud.

E con questo obbiettivo una mattina, con pochi soldi, senza bagaglio, una pistola ed una cartina topografica, iniziammo il viaggio. Cammina cammina, dopo avere passato San Casciano alla periferia ed essere scesi sulla strada di Greve risalendo la collina, ci trovammo a Pozzolatico nell’aia di un contadino; saranno state le 19, avevamo una fame da lupi ed eravamo stanchi morti. Chiedemmo alle donne, che ci videro arrivare, se ci permettevano di andare a dormire nel loro fienile. « Chi siete, dove andate? » ci chiesero. Gli rispondemmo che eravamo due soldati sbandati e che stavamo tornando a casa. « Di dove siete? » ci chiesero ancora. « Di Figline » rispondemmo. Le donne ci dissero che di lì a poco sarebbe tornato il « Capoccia» e avrebbero domandato a lui se era d’accordo: così fu, arrivò il capoccia, fu informato. Noi un po’ in disparte assistemmo al loro colloquio fatto di un fitto parlottio sottovoce che non ci permetteva di distinguere cosa si dicessero. Ma era evidente: il capoccia diffidava e manifestava alle sue donne questa diffidenza.

Finalmente il parlottio finì e il Capoccia, lasciate le donne, venne a parlare con noi; non è che fosse del tutto convinto della storia che noi avevamo raccontato alle donne, ma il suo atteggiamento era più disponibile. Si avvicinò e, quasi a volersi scusare, si mise ad imprecare contro i duri tempi che stavamo attraversando e i molti pericoli cui tutti eravamo esposti dalla guerra: « Ormai il fronte è dappertutto » disse e, prendendola un po’ alla larga, iniziò una specie di «terzo grado» alla contadina, tutto fatto di ammicchi e di allusioni che vale la pena di essere raccontato.« Siete soldati sbandati? » « sì » rispondemmo. « Come mai passate ora, che è più di una quindicina di giorni che non se ne vede più uno? ». « Veniamo dal confine, e poi siamo stati un po’ nascosti, avevamo paura di essere presi ». « Già… » fece lui « mi pareva, ormai soldati sbandati non se ne vedono più da un pezzo ». I contadini in quei giorni dello sbandamento avevano sfamato e rivestito migliaia e migliaia di poveri ragazzi che tornavano a casa. L’interrogatorio riprese, sempre con sorniona bonomia il Capoccia non nascondeva i suoi forti dubbi: « O di dove siete? avete detto? » « Di Figline » rispose Tullio. A questo punto io cominciai a far vista di dormire, ero seduto per terra e quelle donne dicevano: « lo vedi poverino come è stanco ». « Io — disse il Capoccia a Figline ho un sacco di amici » e cominciò a sciorinare nomi e cognomi che Tullio imperterrito faceva mostra di conoscere un po’ incertamente. « … e sono stato diverse volte a comprare le bestie ». Poi chiese « dove state? » di là dal ponte » rispose Tullio. « Di là dal ponte? » chiese ancora il Capoccia. « Sì, di là dal ponte dove ci sono quei cipressi » disse ancora Tullio. A questo punto il Capoccia sbottò: « hmmm… sarete anche soldati di Figline ma a mi parete amici del mio cugino ». « Del tuo cugino? » spose Tullio. « O chi è il tuo cugino? » « Un certo Bertini Bruno Bertini ». Mi risvegliai di colpo e rivoltomi a Tullio dissi: « Piantala con codeste balle, ma guarda un po’ siamo venuti a capitare » e rivoltomi al Capoccia dissi « Hai fatto centro, siamo stati processati insieme ».

A questo punto il clima cambiò d’incanto. Cadde colpo ogni diffidenza, il Capoccia invitò le donne a mettere due piatti di più in tavola e ci invitò a cena. Noi non ci facemmo pregare e fu una serata di quelle che non si dimenticano più non solo per l’abbondante scorpacciata di minestra di pane e altre buone cose, ma soprattutto la gioia di trovarsi in famiglia dopo tante peripezie.

Quando arrivai a Pisignano (S. Casciano Val di Pesa i mezzadri erano duramente impegnati nella semina del grano, erano i primi giorni dell’ottobre ’43. Le « bracci scarseggiavano. Gli uomini validi non erano ancora tu tornati, alcuni di loro, purtroppo, non sarebbero tornati dalla guerra. Al loro posto dovevano lavorare tutti i familiari rimasti a casa: vecchi, donne e bambini.

Al mio arrivo in casa del Bencino volli anch’io dare il mio contributo e fu così che la mia prima giornata nei campi, per me, nuovo all’ambiente e non avvezzo a quei duri lavori, risultò massacrante. Tutto il giorno su e giù per una sassosa e scoscesa piaggia con il bidente (« ubbidiente » lo chiamavano i contadini). Quando arrivai sera le mie mani erano gonfie come palloni e la schiena così dolorante da non riuscire a stare in posizione verticale. A cena discorsi se ne fece pochi. Trangugiai un paio scodelle di minestra di pane e un bicchiere di vino.

La Resistenza ancora era tutta da inventare. Si infatti alle prime esperienze. L’organizzazione comincia a fare i primi timidi passi. Erano tempi difficili, specialmente per chi era uscito da poco dal carcere fascista. Si doveva stare alla larga da casa, per evitare di ricadere nelle mani dei fascisti, e nello stesso tempo ognuno di noi non doveva trascurare alcuna occasione per non perderei contatti con il partito, per riannodare le fila ed anche per stabilire nuovi collegamenti

In Pisignano, durante alcuni mesi dell’inverno del ’43 ebbi modo di vivere uno dei periodi più pieni, per attività ed esperienze, della mia vita di militante comunista: organizzazione della lotta, lavoro nei campi, e la conoscenza della vita dei contadini furono le mie attività.

In questo clima di lotta e di lavoro con alcuni elementi, Galli, Bianchi, Malonca e altri compagni, si poté dare inizio ad una attività concreta di propaganda, di reclutamento e di azione antifascista. Cominciammo a organizzare i giovani (specialmente quelli della leva 1925) renitenti alla leva della Repubblica di Salò, a diffondere volantini ed altro materiale di propaganda. Si organizzarono riunioni, si cercarono, armi anche in casa di fascisti e ovunque si potesse arrivare a mettere le mani.

Nacque così il primo Nucleo di Combattimento che si rafforzò sempre più e si unì ad altri gruppi delle località vicine, che si distinse per combattività e compattezza nel momento più cruento della lotta contro i nazi-fascisti.

A primavera lasciai Pisignano per un’altra destinazione. Ormai da tempo ero rientrato in contatto organizzato con il partito (particolarmente con Bruno Bertini e Giotto Censimenti) e era da tempo che avevo chiesto loro di trasferirmi. Un po’ perché mi pareva di compromettere la famiglia Bencino e soprattutto perché i primi combattimenti partigiani, particolarmente quello di Vicchio, mi avevano attratto come calamita, e mi si creda non esagero, lì a Pisignano mi pareva di non essere nella linea più avanzata della lotta.

La Pasqua del ’44 fu una Pasqua di sangue. Dal Monte Morello al Falterona fu tutto un susseguirsi di incendi, distruzioni indiscriminate, di eccidi inflitti anche ad una popolazione inerme. Anche il movimento partigiano subì un duro colpo. formazioni decimate, alcune semidistrutte, altre sbandate. di queste formazioni poterono uscire indenni da questa batosta per ricominciare daccapo a ricomporre le fila spezzate.

Nella settimana che seguì la Pasqua fui inviato in missione a Monte Giovi. C’era da attraversare quello che scherzosamente chiamavamo « il vallo atlantico » tanta e fitta era la rete tesa torno torno a questa zona dalle forze nazifasciste

L’appuntamento con Giottino era fissato per le 7 ponte di S. Niccolò. Ci trovammo puntuali come era abitudine di quei tempi, negli appuntamenti fra compagni « né un momento prima né un momento dopo » si diceva era una regola fissa del lavoro clandestino. La mancanza di puntualità poteva creare il presupposto per essere notati dalla polizia fascista, o anche semplicemente da i fascisti, perciò si rispettava con scrupolo questa regola poi sarebbe bene rispettare sempre anche in circostanze meno pericolose.

Giottino venne solo, non era stato ritenuto prudente far partire con noi un gruppetto di giovani da portare montagna. « È meglio che andiate in due, date meno l’occhio » ci disse. Infatti in piena offensiva antipartigiana da parte dei nazi-fascisti non si avevano più notizie della situazione di Monte Giovi. C’erano stati sbandamenti molti gruppi e anche quelli che erano riusciti a sottrarsi all’attacco tedesco si erano momentaneamente nascosti aspettavano il momento più adatto per uscire e ricominciare ad attaccare a loro volta. In sostanza ci fu affidata questa missione: prendere contatto con la « Stella Rossa per accertare la consistenza in uomini ed armamenti e fissare un punto di ritrovo per definire con precisione il luogo e le segnalazioni necessarie per ricevere un lancio di armi da parte degli Alleati. Le raccomandazioni di Giottino furono infinite: « State attenti, l’offensiva dei tedeschi dura, temono il secondo fronte ».

Lasciammo Giottino e ci incamminammo a passo per Monte Giovi, via Rovezzano, tenendoci in riva all’Arno per dare nell’occhio il meno possibile. Superammo Compiobbi e prima di arrivare a Le Sieci decidemmo di passare l’Arno con il traghetto che allora faceva questo servizi Di buona lena ci apprestammo ad affrontare la seconda parte del viaggio. La prima, Firenze-Sieci era stata abbastanza scorrevole, ma la seconda si presentava più dura c’era da superare più di un poggio prima di arrivare Monte Giovi e così camminammo per ore, mi pare che si arrivò verso Acone che erano passate le 17. Andammo al Lastro e ci potemmo subito incontrare con Dantino che stato incaricato dalla « Stella Rossa » di rimanere lì come punto di riferimento.

Purtroppo, per quel che maggiormente ci interessava, le Informazioni di Dante non furono per niente positive. Al momento nella zona non era presente nessuna formazione, dalle prime frammentarie notizie il quadro che ne usciva era quello di un grosso disastro. Sbandamenti numerosi, eccidi, distruzioni, incendi, rappresaglie terribili contro la popolazione civile, contro i contadini che rifiutavano di dare Informazioni agli aggressori.

Per quanto riguarda la « Stella Rossa » invece le notizie furono abbastanza confortanti: era riuscita a rimanere fuori dal rastrellamento; si erano fermati alla Pieve Vecchia oltre la Sieve e per il momento non potevano rientrare. Da Pontassieve a Dicomano, la Sieve era tutta sotto il controllo dei tedeschi e dei fascisti e in parte anche di reparti dell’esercito repubblichino e in quelle condizioni non era possibile nessun attraversamento di quella linea da parte di nessun gruppo e difficilmente anche da parte di singole persone. Così stando le cose la nostra missione rimaneva a metà strada: eravamo arrivati sul posto ma non avevamo trovato la formazione con la quale dovevamo prendere accordi per ricevere il promesso lancio di armi dagli Alleati. Decidemmo di aspettare qualche giorno per vedere che piega avrebbero preso le cose. Si fece ora di cena. Ci mettemmo, a tavola e conversammo a lungo scambiandoci informazioni, la famiglia, amici comuni e tante altre cose che si possono immaginare.

Passarono alcuni giorni, la situazione non accennava a cambiare: della « Stella Rossa » non arrivavano che scarse notizie, non era sicuro nemmeno che fosse rimasta ferma alla Pieve Vecchia.

Finalmente da compagni del posto si venne a conoscenza di due fatti nuovi: il primo era che alle « Capanne » era arrivata una formazione di partigiani, ma nessuno sapeva da dove venissero e chi fossero; il secondo, che era passato il compagno « Timo » che ad Acone tutti conoscevano. Non si era fermato, aveva detto di andare a Polcanto e che sarebbe ripassato di lì fra qualche giorno. Al suo ritorno ci conoscemmo. Simpatizzammo subito. Mi assunsi la responsabilità di farlo rimanere con noi; e non ci separammo più fino alla liberazione di Firenze. Prese parte a tutti i combattimenti più importanti: da Monte Giovi al Falterona, a Cetica, a Monte Mígnaio, a Firenze. Fu ferito due volte: a Cetica e a Firenze.

I giorni passavano e la « Stella Rossa » non accenna a rientrare a Montegiovi, anzi, data la stretta sorveglianza dei nazi-fascisti sulla Sieve, specialmente nel tratto va da Pontassieve a Vicchio, i contatti si facevano sempre più tenui e si avvertiva la tendenza della « Stella Rossa ad allontanarsi dalla zona. Così stando le cose la missione affidatami da Giotto non aveva più alcuna possibilità essere realizzata.

Decisi di tornare a Firenze per metterlo al corrente concordare con lui altre eventuali missioni. Con questo viaggio ebbe inizio, per me, una nuova attività: « la staffetta » (o per dirla con le parole del compagno Martelli di Prato: l’ufficiale di collegamento).

Ritornai a Firenze scendendo giù da Monte Morello passando poi per Pontassieve. Questo percorso, andata ritorno, a piedi, lo rifeci parecchie volte e non era una bazzecola sia per la lunghezza, che per i pericolosi incontri che si potevano fare ad ogni angolo. Tanto per dare u idea, ricorderò che per passare Pontassieve, che era il punto più pericoloso, avevo scelto l’orario dell’allarme aereo quasi ogni mattina il lugubre suono delle sirene faceva correre la popolazione nei rifugi. A quegli allarmi molto spesso seguivano tremendi bombardamenti. Pontassieve era semi distrutta. Ebbene, quell’ora era la migliore per me, essere sicuro di non far brutti incontri, anche se era sempre una « scommessa ».

A Giottino feci un rapporto a voce circa la situazione di Montegiovi; gli dissi che con la « Stella Rossa » non c’er nulla da fare e che invece c’era un’altra formazione alle « Capanne » che non conoscevo direttamente ma che da informazioni fornitemi dai compagni di Acone si poteva ritenere diretta da compagni comunisti. Gli chiesi di dirmi, cosa era il caso di fare. Giotto si impegnò di riferire al « Centro » e si fissò un appuntamento per il giorno dopo durante il quale mi avrebbe dato eventuali disposizioni.

Il giorno dopo ci ritrovammo come fissato, e mi chiese, di ritornare a Montegiovi, tentare ancora di prendere contatto con la « Stella Rossa » e, in caso ciò non fosse stato possibile, mi invitò a prendere contatto con la formazione ferma alle « Capanne » per accertare meglio chi fossero politicamente, quanti erano numericamente e di quante e quali armi disponessero, ed in caso che avessi ritenuto di potermi fidare, domandare loro se erano disponibili ad accettare una missione. In tal caso gli chiedevo di aspettarmi per tre giorni (il tempo per andare e tornare da Firenze) per potrergli dare indicazioni precise.

Tornai in Montegiovi e con il compagno Timo andai alle « Capanne » per incontrare i responsabili della formazione con i quali mi avevano fissato un appuntamento i compagni del posto, i quali avevano già realizzato i primi contatti.

Devo dire subito che questo primo incontro non fu un amore a prima vista: non erano tempi favorevoli alle confidenze, la diffidenza da ambo le parti era tanta e sostenuta. lo volevo sapere da loro quanti erano, quante armi avevano, e volevo che si impegnassero ad aspettarmi tre giorni (cioè il tempo per andare a Firenze e tornare). I responsabili della formazione erano tre: Bini, Bruschi, Potente. La formazione era denominata del « Bini », infatti in quel momento, era proprio il Bini il Comandante, il Bruschi era il Commissario politico e Potente ancora non aveva una carica specifica ma era già tenuto in grandissima considerazione per la sua evidente preparazione militare. Lo avevano accompagnato da poco tempo in montagna i compagni di S. Fredíano, e per quanto nei confronti degli « ufficiali » non ci fosse a quei tempi molta fiducia aveva trovato nel Bini e poi ancora nel « vecchio » compagno Bruschi una incondizionata accoglienza che gli aveva reso possibile fare emergere in poco tempo le sue ineguagliabili doti di comandante militare, particolarmente attrezzato per la guerra partigiana (si tenga presente che veniva da un reparto guastatori).

Ma torniamo all’incontro: il Bíní parlava poco e mi sembrava il più accessibile; il « vecchio » Bruschi era invece la diffidenza fatta persona, tutto ossa e pelle, segaligno, con certi occhietti da furetto che ti frugavano dalla testa ai piedi. Si avventava con domande rabbiose che non facevano sperare nulla di buono. Potente, calmissimo, serafico, faceva domande cariche di sfottente ironia, disarmanti ed estremamente irritanti. E poi, se il « vecchio » mi faceva rabbia per quella carica aggressiva che non ritenevo giustificata, il Potente, che indossava una divisa militare, però senza gradi, mi pareva un « firmaiolo », così chiamavamo da fanti i sottufficiali volontari, e scatenava in me tutta la reazione che mi veniva dalle angherie subite come « fantaccino », perseguitato, appunto, da questa categoria di sergenti di ferro.

Insomma, l’ho già detto, non fu un amore a prima vista né vi fu uno scambio di cortesie. Temevano ch’io fossi una spia, cosa possibile in quella situazione; ne avevano fatta fuori una proprio in quei giorni e forse per un po’ pensarono di adottare lo stesso trattamento anche con me. Certamente li trattenne il mio atteggiamento sicuro, quasi spavaldo per incoscienza o forse per convinzione di potermelo permettere per portare a compimento e bene la missione. Quando si litiga e gli animi si riscaldano la verità esce fuori più facile perché si allentano i freni inibitori e può sfuggire ciò che vorresti nascondere. Ad un certo momento, la conversazione oramai stava degenerando in lite; Potente sbottò: « Insomma, chi ti ha mandato? * « Chi mi ha mandato? Vengo dal ‘Centro’ » risposi. « Il `Centro’. Chi è questo centro, fammi un nome ». Mi andò subito bene. Dissi « Giottino ». Lo conoscevano bene, specialmente il Bruschi. La lite cessò d’incanto. Ma non caddero tutte le loro diffidenze. Mi proposero di rimanere con loro e aspettare qualche giorno, il ritorno di Potente da un incontro. Non potrei dire che mi facessero prigioniero ma certamente ero guardato a vista. E per di più avevano, espresso l’intenzione di disarmare Timo. Su questo punto; io e Timo fummo irremovibili, per il resto gli si disse che rimanere lì guardati o no, la cosa non ci faceva né caldo né freddo tanto eravamo sicuri che si sarebbe tutto chiarito. E fu così: Potente andò all’appuntamento, tornò e la musica cambiò di colpo… diventammo amici per la pelle, compagni sempre più stretti di lotta e di ideali.

Per un po’ di tempo la mia attività fu quella di « staffetta ». Venivo a Firenze, a piedi, via Pontassieve, finché non cambiai itinerario per prendere la via di Polcanto che mi fece conoscere due care compagne di Polcanto: la Maria e la Magenta. Anzi, la casa della Maria, che è situata all’inizio della strada per le « Salaiole » divenne il mio punto d’appoggio: tanto ad andare che a tornare, li mi cambiavo d’abito e ricevevo informazioni circa i movimenti dei fascisti nella zona.

Questa attività di « staffetta » era assai pericolosa, specialmente nella fase del rientro a Firenze; non si sa mai quale situazione si può trovare, e cosa possa capitare. Bisognava stare con gli occhi molto aperti; non c’era da combattere armi in pugno, anzi, dovevi evitare lo scontro, anzi se ti avessero « beccato » era la fine. Ci vuole anche un po’ di fortuna ma questa va aiutata non abbandonandosi troppo ad essa e soprattutto non trascurando nessuna precauzione, per essere sempre pronto ad ogni segnale che ti può venire in ogni momento e nel modo più impensato.

Quando, dopo la liberazione di Firenze, alla stagione della raccolta dei marroni, andai con Timo in Candiglina a farne una provvista, ebbi una sorpresa incredibile: tutta la gente di Polcanto mi conosceva. Dicevano: « Guarda, quello è il partigiano che passava sempre di qui ». Ciò vuol dire che quando percorrevo quel bosco, benché non incontrassi nessuno, ero, invece, visto da tutti e in un certo modo protetto.

Durante questo periodo, aprile-metà di maggio, mantenni questo collegamento con il « Centro » tramite Giottino e con Montegiovi tramite la formazione del Bini.

Durante questa attività di collegamento ogni volta che ritornavo in Montegiovi mi venivano affidati piccoli gruppi o singoli volontari da accompagnare in formazione: li chiamavo « Fermati, Mara ». Mara era il mio nome di battaglia. Poveracci, c’era da capirli; lo avevo provato anch’io la prima volta cosa voleva dire quella lunga marcia, ma ora ero allenato, e andavo come il vento. Durante i giorni di permanenza a Montegiovi collaboravo con la formazione al lavoro di riorganizzazione, nei contatti con gruppi o singoli che via via rientravano dalla battaglia del Falterona, e anche nel lavoro di requisizione dei prodotti delle campagne.

Il lavoro si articolò in tre precisi obiettivi: primo, assicurare rifornimenti alimentari alle formazioni e alle popolazioni; secondo, ostacolare l’operazione « ammasso dei prodotti » imposta ai contadini dalla Repubblica di Salò; terzo, non danneggiare economicamente i contadini e assicurare loro una copertura politica presso le autorità repubblichine per giustificare la loro impossibilità di portare prodotti all’ammasso. Il sistema adottato per le requisizioni fu abbastanza semplice, e bene aderente al regime di mezzadri prevalente nelle nostre campagne: al mezzadro noi rilasciavamo una ricevuta, con tanto di timbro del CLN, e firma dell’incaricato, di requisizione del 100% del prodotto che poi dividevamo in due parti: 60%o al mezzadro, 40% al CLN. L’operazione prese subito a funzionare dando anche un primo scossone alla medioevale mezzadria. Qui non solo si dava il 60% al mezzadro, ma si abolivano patti di pollaio, corvée, bucati, trasporti gratuiti e quant’altro, di lavoro non pagato imposto alle famiglie mezzadrili. Ai mezzadri la cosa piacque, tanto che quando non andavamo noi direttamente venivano loro e l’operazione era fatta.

Un giorno vennero arrestati due partigiani di Giustizia e Libertà, che avevano venduto al mercato nero materiale lanciato dagli Alleati e maltrattato contadini della zona. Quello stesso giorno da parte di una squadra di « Lazio » era arrivata la formazione « Lanciotto » comandata da Renzo Ballerini, Commissario politico Pietrino Corsinovi. Si erano fermati al « Cerro ». Potente mi aveva mandato dalle « Capanne » a prendere contatto e a fissare un incontro per il giorno dopo e ciò avvenne regolarmente. Terminata la missione, prima di tornare alle « Capanne » volli fermarmi a salutare i contadini del « Certo ». Era una bella famiglia, uomini e donne grandi lavoratori e tutti impegnati nella Resistenza. Quando fui entrato in casa mi trovai di fronte ad una grande confusione, alcune donne piangevano; alle mie domande risposero che Lazío aveva deciso di far fuori il « Tigre » e il « Balilla », i due partigiani sotto accusa; dicevano: « Ha mandato i suoi a fare la ‘buca’ », e piangendo, queste donne, che pure avrebbero avuto molti motivi di risentimento contro i due per le loro male azioni, dicevano: « Non sono mica fascisti, son partigiani! ». « Hanno sbagliato, ma non è giusto ucciderli ».

La cosa mi apparve subito in tutta la sua gravità. Non solo perché si trattava di partigiani, ma anche perché erano di una formazione di Giustizia e Libertà e poteva creare il presupposto per gravi rotture. Non era una decisione (la prendere alla leggera. Non esitai ad andate da Lazio e per quanto ci si conoscesse da poco lo convinsi a parlare della cosa anche con Potente. Lazio aderì; discutemmo con Potente che in un primo momento, prevalendo in lui una certa rigidità militare, non pareva molto propenso a intervenire; poi, la discussione si allargò anche ad altri Comandanti e Commissari presenti e venimmo alla decisione di organizzare un processo con la partecipazione del CLN di Borgo S. Lorenzo. E così, dopo, pochi giorni, riuniti con il CLN più i Comandanti e Commissari sul posto e alla presenza di un combattente partigiano di Giustizia Libertà, « Folgore » (Bivi), si svolse un regolare — regolare per quella situazione — processo durante il quale al Tigre ed al Balilla vennero fatte tutte le contestazioni relative alle loro male azioni. Noi comunque non intendemmo infierire; specialmente su il Balilla, che era un ragazzo di diciotto anni e faceva sperare in un possibile ravvedi mento per cui la sentenza fu: « espulsione dalla zona ».

Con questa sentenza noi chiudemmo il capitolo Tigre e Balilla.

La mia attività di « staffetta » era cessata con l’ultimo viaggio a Firenze per il 1° maggio. Potente aveva chiesto a Gíottíno di farmi rimanere a tempo pieno nella formazione. Avevamo già messo a punto la questione della organizzazione necessaria a ricevere il lancio di armi promessoci dagli alleati; e Giotto mi aveva già avvisato che sarei dovuto andare a Pelago presso la formazione D.C. di Fortebraccio per condurre il tenente Bergamino (Artiglio) in Monte-Giovi, indispensabile per organizzare tecnicamente le segnalazioni ed i rilievi della zona necessari per ricevere il lancio. Questa missione fu poi affidata ad un altro compagno.

Si era ormai dato inizio alle operazioni preliminari al trasferimento delle formazioni in altra zona. Per lavorare con maggiore sicurezza era necessaria una zona più vasta e sicura del Montegiovi. Già si era dimostrata insufficiente l’esistenza di tante piccole formazioni, autonome l’una dall’altra, dirette a distanza dal « Centro ». Questa insufficenza si era ancor più aggravata dopo l’offensiva nazi fascista del Falterona. Bisognava superare il più rapidamente possibile questa situazione di fatto, si doveva passare alla organizzazione di una formazione unica di tipo militare sotto un unico Comando presente nella zona di operazione.

L’obiettivo, non chiaro ancora a tanti, era Firenze: esser presenti in forze a Firenze, al momento giusto. Di questo trasferimento si era discusso a lungo con il « Centro ». In un primo momento si era stati orientati ad. andare nei Monti della Luna, oltre il Tevere. Ma poi prevalse la scelta del Prato Magno, zona abbastanza vasta e sicura e più vicina sia nella fase del trasferimento da Montegiovi, sia in quella successiva per l’attacco a Firenze.

La preparazione questa volta fu, sotto la guida di Potente, meticolosa; si cercò di curare ogni particolare, di non, lasciare nulla al caso. Il Falterona ci aveva arricchiti die qualche esperienza, sia pure duramente pagata, ma ci aveva anche lasciato le maggiori difficoltà, la principale delle quali era la forte diffidenza di molti a ripetere l’operazione unificatrice delle varie formazioni e molti, più che prepararsi alla liberazione di Firenze, pensavano ‘ alla liberazione dei propri paesi d’origine: il « campanilismo » antico manifestava ancora i suoi effetti negativi.

Le formazioni erano: quella del « Bini », il gruppo « Lanciotto », la « Ciro Fabbrini », il distaccamento « Faliero Puccí ». Entro queste formazioni avevano trovato posto anche numerosi reduci del Falterona che erano rientrati a Montegiovi alla spicciolata Di questi quattro, gruppi, quello del « Bini » era di gran lunga il migliore per compattezza, organizzazione, omogeneità. Potente, ancora, non aveva rivelato in pieno le sue capacità, ma quel distaccamento portava già la sua inconfondibile impronta di comandante militare.

Degli altri tre gruppi, il più vecchio era il « Lanciotto »; aveva nelle sue fila partigiani sperimentati al combattimento, alcuni dei quali avevano preso parte allo scontro con i tedeschi in Valibona, nel quale Lanciotto Ballerini era caduto da eroe; ma aveva anche elementi nuovi, alcuni dei quali mal sopportavano i disagi e la disciplina imposta dalle circostanze. Anche il gruppo « Ciro Fabbroni » era di vecchia costituzione e poteva contare su gente in gamba, ma anche qui c’erano elementi eterogenei e posizioni contrarie all’operazione unitaria che ci si apprestava a realizzare. Anche Lazio manifestava esitazione e diffidenza. E cosi si può dire del gruppo di « Raf ». In sostanza più di uno di questi dirigenti, pur essendosi lasciati convincere dall’opera di persuasione dei membri del CLN di Borgo S. Lorenzo, manifestava ancora riserve circa la necessità di dare una impostazione organizzata al movimento partigiano, ritenendo più valide formazioni autonome e di piccole dimensioni. In queste posizioni non era difficile scorgere le piccole ambizioni di questo o quel « Comandante ». Insomma la situazione non era delle più brillanti. Formazioni eterogenee, scarsi mezzi, e nemmeno le idee sufficientemente chiare nei piú, com’è comprensibile.

Il tutto rendeva il nostro lavoro estremamente difficile. A preparare un primo campo base sul Prato Magno fu inviato « Berto » (Bruschi) con una buona squadra; aspettammo più del previsto il segnale di partenza perché questo gruppo dovette subito affrontare uno scontro.

Finalmente (era la notte del 21 maggio) riuscimmo a partire, ancora divisi nelle formazioni di origine, ma sotto un unico comando. Il percorso che le « staffette » effettuavano in una sola tappa era molto impegnativo per i 120 uomini e la decina di cavalli e muli, che formavano la colonna.

Stabilimmo di percorrerlo in due marce notturne (Tamburino – Colognole Pone allo Spalletti – Piè Vecchia -Madonna dei Fossi Il Gualdo – La Consuma – Montemignaio – La Casa del Vento – Pian Scaglioni).

Lo spostamento presentava molte difficoltà: per il numero dei componenti, per la lunghezza del percorso, per le scarse disponibilità di viveri, per i punti difficili da superare, come il Ponte allo Spalletta e il passo della Consuma e infine per i possibili attacchi cui potevamo essere fatti oggetto. Comunque, per evitare sorprese, avevamo organizzato tutta una rete di collegamenti a mezzo di numerose « staffette » e non ci muovevamo senza il segnale di via libera di queste, rimanendo silenziosi e ben nascosti nel folto bosco.

Il Ponte allo Spalletti costituiva il primo grande pericolo. Si doveva percorrere nel tratto di circa 150 metri tutto diritto e allo scoperto, facilmente « spazzabile dal fuoco incrociato delle mitraglie repubblichine. Si poteva passare indenni soltanto in un momento di mancata sorveglianza e ciò avveniva a fasi alterne. Perciò si dovettero studiare attentamente le « mosse » nemiche e, una volta ritenuta via libera, affrontare il rischio e sperare… nella buona stella. Passammo il ponte senza incidenti, velocissimi e silenziosi: si sarebbe sentito volare una mosca.

Alla tensione seguì una certa euforia, eravamo arrivati alla Piè Vecchia, quando un violento temporale ci rovesciò addosso acqua a catinelle e così anche l’euforia annegò in questo imprevisto bagno.

Decidemmo di entrare in una Villa. Potente con buone maniere convinse i proprietari che per il bene della « Patria » il minor sacrificio che potessero fare era quello di darci ospitalità di buon grado. D’altra parte fece anche comprendere che non avremmo perdonato tiri mancini. 1 proprietari ci ospitarono gentilmente e fecero del loro meglio per aiutarci. Riposammo tutta la notte e il giorno seguente, all’imbrunire, ci rimettemmo in marcia verso la Consuma. Ma un altro temporale ci sorprese ancora, non potemmo arrivare al Gualdo come previsto e decidemmo di accantonarci entro un paio di baracche diroccate che scoprimmo per caso.

Intanto per conoscere la situazione. in Prato Magno si spedirono due staffette. « Radio scarpa » però ci portò brutte notizie prima che queste fossero rientrate. Si diceva che la nostra base era stata attaccata di sorpresa e aveva subito perdite irreparabili. Non perdemmo la testa, cercammo di portare la calma, specialmente a qualcuno che cominciava a sostenere che era meglio, tornare indietro. Finalmente le nostre staffette tornarono e le notizie furono rassicuranti: l’attacco c’era stato ma le perdite non erano gravi; ci consigliavano pertanto di aspettare qualche giorno prima di riprendere la marcia.

Le nostre tribolazioni non erano finite, trascorsero lentamente giornate di noia e di fame sempre più nera: i nostri approvvigionamenti erano finiti e quella era una zona diversa dal Montegiovi, ove si trovava di tutto, lì non si trovava niente. In questa occasione facemmo di persona un’altra esperienza: quella della fame dei montanari, che è più dura che altrove (di castagne non si muore, ma si campa male). Tanta era la fame, che si pervenne alla decisione dolorosa di abbattere un mulo.

A questo punto i disagi erano diventati davvero insopportabili, e il mugugno riesplose e si fece aperta opposizione. Quelli della « Lanciotto » dissero apertamente che consideravano una pazzia andare avanti in quelle condizioni, e considerato che il Prato Magno non prometteva molto di più, avanzarono la proposta di tornare indietro. « Pietrino » e « Renzo » fecero del loro meglio per farli desistere da questo proposito, ma quelli ormai avevano deciso per conto loro e non esitarono a lasciare addolorati e soli il loro Comandante e il loro Commissario politico. Anche noi delle altre formazioni cercammo di trattenerli, facemmo presenti gli aspetti negativi, l’errore che commettevano con questo gesto; ma tutto fu inutile.

Con quelli che rimasero cercammo di dare un primo assetto unitario di formazione: ci dividemmo in due « Compagnie», una sotto la guida di Potente, l’altra comandata da Lazio affiancato da me come Commissario politico.

Dopo alcuni giorni arrivò il segnale di via libera e ci rimettemmo in marcia. Traversammo la Consuma senza intoppi e puntammo su Montemignaio. La strada da percorrere risultò più lunga delle nostre previsioni per la qual cosa arrivammo a Montemignaio a giorno fatto, superadolo sotto gli sguardi amichevoli e stupefatti di quella popolazione che per la prima volta vedeva marciare tanti partigiani assieme. Questo fatto, ingigantito poi dalla fantasia popolare, si diffuse nei giorni successivi, con la notizia che mille partigiani, armati fino ai denti e perfino dotati di carri armati erano, andati in Prato Magno. Era una balla, ma in fondo ci rendeva più temuti agli occhi dei tedeschi e dei fascisti.

Da Montemignaio, passammo per la Casa del Vento e finalmente arrivammo in Pian Scaglioni. Eravamo arrivati verso la fine del mese di maggio, ci prendemmo qualche giorno di riposo, e nel contempo iniziammo a studiare la vasta zona per organizzare i campi base per le formazioni, individuare le località per ricevere il tanto promesso « lancio » di armi da parte degli alleati e attendere che arrivassero altri gruppi di partigiani radunati a Monte giovi e partiti da questa località, dopo il nostro arrivo in Prato Magno. Di lì a pochi giorni fu costituita la « Brigata Lanciotto ».

Il lancio degli alleati, purtroppo, non avvenne mai e i sacrifici sopportati durante le numerose nottate passale all’addiaccio ottennero dall’aereo « amico » soltanto raffica di mitraglia preannunciante una certa diffidenza degli « alleati » per le brigate garibaldine. Ma la necessità di rafforzare la nostra presenza era confortata anche da importanti motivi. Obiettivo principale era quello di chiudere questa porta d’accesso al Prato Magno, così come si erano chiuse quelle di Pian di Sco’, Castra, Montemignaio, Pian Scaglioni. Si doveva impedire ad ogni costo– che il Prato Magno, ormai liberato, potesse ritornare in mano nemica e divenire un luogo di rifugio e di sosta per i nazi-fascisti in ritirata o, peggio ancora, un caposaldo di resistenza efficace a contrastare l’offensiva alleata.

Oltre ai motivi militari, come quello anzidetto, e l’organizzazione di una base avanzata dalla quale far tiro rapide incursioni offensive, c’era la necessità di a curare il rifornimento di viveri e di tutto quanto era necessario alla popolazione e alle forze partigiane, divenute ormai consistenti in tutta quella regione.

D’altra parte ritenemmo, pur non sottovalutando l’insufficiente dotazione di fuoco a disposizione di una nostra compagnia rispetto a quella delle forze nemiche in caso di uno scontro frontale, di avere raggiunto un grado soddisfacente di efficienza per armamento, disciplina e solidarietà del reparto incaricato, che si veniva poi a rafforzare tenendo conto dei rapporti di collaborazione raggiunti con la popolazione tutta.

È da ricordare il largo impiego regolarmente retribuito di boscaioli per la costruzione di capanne e per il trasporto dei viveri e di ogni altro materiale necessario, l’organizzazione di più sistematiche distribuzioni di generi alimentari, quali carne, zucchero, grano ed altri, iniziate già da tempo e la collaborazione massiccia per una sempre più efficiente rete d’informazioni.

Infine la porta di Cetica fu chiusa. In Prato Magno nessuno poteva più entrare senza il nulla-osta del nostro comando. Chiunque, per lavoro o per qualsiasi altra ragione, avesse avuto la necessità di transitare entro la« Piccola Repubblica del Prato Magno », doveva munirsi di un lasciapassare della nostra brigata.

Ricorrendo ad un infame inganno, tedeschi e repubblichini, mascherati da partigiani, tentarono di cogliere di sorpresa la 2a Compagnia accampata in Cetica. Probabilmente avevano pensato di poterla distruggere nel sonno, ma avevano fatto le loro previsioni, perché tre chilometri prima i arrivare a Cetica si trovarono di fronte ad un imprevista nostra pattuglia, che faceva come di consueto qui guardia, li avvistò e non esitò ad ingaggiare combattimento e ad inviare una staffetta al comando della compagnia: Fu questo un primo importante successo che permise prendere rapidamente e per tempo le misure atte a di-difendere la posizione e a far evacuare la popolazione, onde metterla in salvo, nel mentre che si informava il comando della brigata Lanciotto.

Abbiamo già detto che il reparto era bene organizzato e sperimentato al combattimento. Senza esitare, disciplinatamente, i tre distaccamenti furono disposti in semicerchio sulle parti più alte, decisi a resistere ad oltranza.

Ma a questo punto ci trovammo di fronte ad una nuova infamia. Tedeschi e repubblichini, sempre camuffati da partigiani venivano avanti facendosi scudo di donne e ragazzi costretti con la minaccia delle armi, per impedire a noi di rispondere al fuoco. Questa vile azione permise loro di arrivare su Cetica e, appoggiati dal fuoco dei mortai, iniziare la distruzione.

La nostra resistenza non venne però meno neppure di fronte a questa situazione e ciò valse a salvare una parte dell’abitato e il mulino e a far ripiegare gli attaccanti verso altra direzione.

Quello di Cetica fu un vero e proprio combattimento ,di tipo inconsueto per noi, addestrati all’attacco a sorpresa seguito da rapida ritirata, come è nella pratica della guerriglia.

Qui, al primo scontro frontale per difendere la posizione, riuscimmo a manovrare, fronteggiare e respingere con opportuni rinforzi, inviati dal comando di brigata, le forze nazi-fasciste spedite da Montemignaio con l’obiettivo di stringere in un cerchio di fuoco i difensori di Cetica e di distruggerli.

Fallito anche questo obiettivo, i tedeschi e i fascisti, che erano riusciti a raggiungere Cetica e a distruggerla quasi completamente più con l’inganno che con la forza delle loro armi, si resero ben presto conto che non avrebbero potuto mantenere la posizione nemmeno per un giorno. Infatti, nel primo pomeriggio, iniziarono la loro frettolosa ritirata e non si resero nemmeno conto che una nostra compagnia si apprestava a tender loro una imboscata sulla strada di Pagliericco, ove subirono gravi perdite, lasciando sul terreno una cinquantina di morti.

In tutta la battaglia i tedeschi subirono una perdita accertata di 55 uomini ed ebbero numerosi feriti. Anche per noi purtroppo il bilancio di questa giornata fu pesante: dieci partigiani caddero combattendo, sei rimasero feriti e cinque civili risultarono assassinati dai fascisti

Andarono perduti molti quintali di grano, granturco zucchero, pasta e altri generi alimentari; molti capi di bestiame rimasero uccisi e furono distrutte case ,e mobilio’ della popolazione di Cetica.

Distribuimmo quanto avevamo potuto salvare: dive quintali di zucchero, grano, farina gialla, pasta. E inol una somma di denaro (110.000 lire), coperte e capi di stiario.

La lotta non era finita. Altre battaglie impegnative attendevano. Iniziammo la riorganizzazione ed il 7 lu. al Passo di Castra, in una riunione di comandanti e c missari politici, Potente espose la proposta del coman unico toscano: unire le brigate « Lanciotto », « Sinigaglia « Caiani » e « Fanciullacci », organizzandole in un’unica visione.

La proposta fu accettata da tutti e, dopo avere elet democraticamente i comandanti e i commissari della nu formazione, il 10 luglio la « Divisione Amo » emetteva suo primo ordine del giorno, che praticamente avviava marcia per la liberazione delle città e dei villaggi delle n stre contrade, fino alla liberazione di Firenze.

Io sono ritornato per due anni consecutivi, subito do la Liberazione, a tenere, assieme al Sindaco di Strada, Ferri la commemorazione della battaglia di Cetica. Ci son tornato altre volte, poche purtroppo, anche recentemente l’accoglienza degli abitanti di Cetica è sempre stata frate na; mi sono sempre sentito come a casa mia.

Durante il mese di giugno ed anche per quasi tutto luglio, fino al momento del nostro trasferimento a Firenze, continuarono ad affluire da Montegiovi e anche da altre località, nuovi volontari, inviati a noi tramite l’organizzazione della resistenza. Le file della « Lanciotto » si ingrossavano continuamente e si ponevano nuovi impegnativi problemi. Nella maggioranza dei casi questi nuovi arrivati erano, giovani e giovanissimi, renitenti alla leva repubblichina, inesperti alle armi e al combattimento, impreparati a quella vita di disagi e di faticosi spostamenti. Ce n’erano anche alcuni più anziani che invece avevano già combattuto in città nelle SAP o nei GAP che per la loro attività erano ormai troppo conosciuti e quindi esposti a facile bersaglio della rappresaglia fascista e il Partito Comunista li aveva consigliati a cambiare aria. Per questi non c’erano problemi di addestramento alle armi, anzi erano d’aiuto per questo lavoro. Ma anche per loro non mancavano problemi di adattamento e di allenamento. Qualcuno che si era fatto l’idea di trovare reparti armatissimi ed equipaggiati, che credeva di trovare carri armati o piste d’aereo, mostrava la propria delusione di fronte ad una realtà assai meno abbondante.

Tuttavia non delusero le nostre aspettative circa la loro disponibilità, e si comportarono tutti da veri volontari e da buoni combattenti. Per tutti questi nuovi arrivati, che venivano tramite l’organizzazione, non avevamo problemi di particolare sorveglianza: un po’ di giorni ed eravamo più che tranquilli. Ma contemporaneamente a questi ne arrivarono anche altri, per lo più giovani che avevano aderito alla cartolina precetto dell’esercito della repubblica di Salò e che ora si erano decisi a disertare. E questi crearono a noi problemi seri di sorveglianza. I più ci chiedevano aiuto per tornare alle loro case, ma alcuni insistevano anche per rimanere con noi. Con questi ultimi dovevamo discutere a lungo per ottenere il massimo di informazioni sul loro spirito, specialmente sul motivo che li aveva indotti a rispondere positivamente alla chiamata alle armi da parte della Repubblica di Salò. La storia era sempre la stessa: la paura della rappresaglia contro le loro famiglie una paura che spesso era più che giustificata in quanto i fascisti in molti casi erano passati dalle minacce alla rappresaglia vera e propria. Si arrivava anche ad arrestare un familiare, padre o fratello, per indurre questi giovani alla resa. Insomma non era facile decidere di farli rimanere con noi. Temevamo infiltrazioni di spie nelle nostre file. Per quei pochi che decidemmo di accogliere per un periodo di tempo li sottoponemmo ad una stretta sorveglianza affidandoli a qualche partigiano con il compito di entrare in confidenza con loro. Se succedeva che qualcuno si tradisse, come in qualche caso successe, non si esitava a condannarli come il caso consigliava. Nei riguardi della massa di questi « sbandati » dell’esercito repubblichino, parlo di quelli che proseguivano il loro viaggio, noi avevamo un atteggiamento conciliativo, non consideravamo dei fascisti, ma non mancavamo di far lo notare che la scelta che avevano fatto, per quanto, fatta per paura di rappresaglie, comportava d’essere censurata severamente e li invitavamo ad una riflessione auspicando quella esperienza negativa gli servisse da lezione per diverso comportamento per l’avvenire. Ed è con questo spirito di conciliazione che in cambio dell’aiuto concreto che davamo loro per attraversare la nostra zona gli chiedevamo di fare a cambio di abiti: quei nuovi militari loro, per i vecchie laceri nostri. D’altra parte questo cambio a loro serviva anche per passare « inosservati » in caso di incontri con fascisti o tedeschi. La proposta non trovò eccessive resistenze e il cambi d’abiti e di scarpe avveniva di buon grado. E così noi potemmo accedere per un po’ di tempo ad un « magazzino vestiario » davvero insperato. Fra i tanti che passarono, mi ricordo uno in particolare: era un contadino veneto, pare, ma non sono sicuro. Voleva andare a casa ma non intendeva lasciarci le scarpe. Ne aveva un paio nuove zecca. Di fronte alle nostre insistenze (mie e del buon « Mongolo ») si mise a piangere come un bambino, e fra’ i singhiozzi diceva di non avere mai avuto in vita sua un paio di scarpe nuove. Giurava su tutti i suoi « poveri morti » che quella era la prima volta che gli capitava e non vedeva l’ora di essere a casa per poterle mostrare ai suoi familiari. Noi non cedemmo alla prima, ma lo pregammo un po’, lo minacciammo, ma tenne duro e fini per propormi di farlo restare con noi. Disse proprio così: . Se devo lasciare le scarpe, preferisco restare con voi; almeno se non muoio tomo a casa con le scarpe », Io e il Mongolo ci guardammo un po’ commossi e ci inchinammo… presi dallo stesso impulso, gli dicemmo: « Tieni le scarpe, vai a casa e buona fortuna ».

Con l’arrivo massiccio di tanta gente, ingrassata anche dalla adesione di alcuni gruppi locali, la Brigata Lanciotto si era gonfiata a dismisura: 8 compagnie la rendevano pesante e non solo per il numero, ma anche per la qualità dei nuovi arrivati tutti da addestrare. Il Comando di Divisione decise di dare vita ad una nuova Brigata autonomar con compiti precisi di addestramento. Nacque così la X Brigata Caiani con un organico di circa 600 uomini divisi in cinque compagnie più un plotone comando (tutto Composto di vecchi e provati partigiani). Un compito duro dunque aspettava gli uomini del Comando di Brigata che fù reso anche drammatico dagli attacchi subiti da parte dei nazisti.

Il mese di luglio fu caratterizzato anche da una enorme attività per salvare il bestiame e quant’altro era possibile trasportare sulle zone più impervie del Pratomagno. E fu caratterizzato anche da un aumento della pressione dell’esercito tedesco in ritirata. Avemmo diverse incursioni tedesche, combattemmo, infliggemmo e subimmo perdite. Nel corso di un’azione una nostra pattuglia sorprese una squadra di militari dell’esercito repubblichino (erano 12 guidati da un ufficiale) diretta a compiere un’azione di rappresaglia nella zona, contro una famiglia di contadini, rei, secondo loro, di avere ospitato partigiani. L’ufficiale fu fucilato sul posto per il suo tentativo di opporre resistenza, i dodici soldati invece si arresero subito e furono fatti prigionieri. Contro di loro aprimmo un processo. In un primo momento la spinta verso una condanna di morte per tutti era stata molto forte. Ma anche in questa occasione, non ci facemmo guidare dallo spirito della vendetta. Erano soldati, tutti giovanissimi, tutti meno uno di loro, che era venuto volontariamente dalla Francia, ripetevano la stessa storia: dicevano di essere stati costretti dalla paura delle minacce di rappresaglia contro le loro famiglie. Senza dubbio tutto ciò era verità indiscutibile; le autorità della Repubblica di Salò non scherzavano, si comportavano nel modo più spietato non limitandosi alle minacce ma passando ad operare arresti di familiari, genitori, fratelli, accusavano di complicità con i renitenti alla leva. Noi potevamo non tenere conto di queste cose e tuttavia potevamo nemmeno non fargli osservare che il loro portamento era condannabile anche al confronto di loro coetanei che avevano saputo scegliere la via della Resistenza. C’era poi l’aggravante nei loro confronti essere stati catturati durante un loro tentativo di rappresaglia. Anche su questo punto a loro difesa sostenevano non avrebbero obbedito all’ordine del loro ufficiale conduceva a simile, infame azione. Infatti, sostenevano al momento in cui si imbatterono con i tre partigiani li avevano catturati, non solo non avevano obbedito l’ordine del loro comandante di reagire, cosa anche possibile, stante la differenza di numero a loro favore, ma si erano arresi senza opporre resistenza, malgrado le minacce dell’ufficiale che li comandava. Anche questo era vero, infatti l’ufficiale era stato ucciso sul posto proprio per un suo tentativo di resistere alla cattura. E ancora a loro difesa asserivano di appartenere a famiglie antifasciste bolognese e chiedevano di restare con noi e di essere messi alla prova. Non era davvero facile decidere per una sentenza capitale. Erano dodici ragazzi in certo senso vittime di quella drammatica situazione in cui era stato gettato il paese. Il loro comportamento era stato colpevole ma non da meritare la pena di morte. Allora cosa fare? Non avevamo possibilità di imprigionarli, né ritenevamo fosse il caso di lasciarli andare come facevamo per quelli avevano disertato in quei giorni. Fra questi dodici ce n’era uno che si distingueva dagli altri, era venuto volontario dalla Francia e chiedeva d’essere lasciato andare; diceva d’essere malato e non avrebbe accettato di rimanere con noi: noi gli facemmo notare che per fare il solda repubblichino e anche per partecipare al rastrellamento non aveva accusato malattie, e quindi non ritenevamo sincera la sua giustificazione, lui insisteva un po’ con strani discorsi patriotteschi, un po’ facendo il furbo con mille insignificanti giustificazioni; ci convincemmo di avere davanti proprio un fascista della peggior specie, subdolo irriducibile e persino ipocrita; voleva andarsene per correre a fare la spia contro di noi. Cercammo in tutti i modi di fargli capire che aveva preso una brutta strada e che con noi avrebbe ottenuto di più con una leale confessione, insistemmo, ma non riuscimmo a farlo muovere di un passo. Decidemmo allora, per lui, la massima condanna, per gli altri il tentativo del recupero, trattenendoli con noi con precise condizioni di stretta sorveglianza. Ancora una volta era prevalso un tipo di giudizio particolarmente adeguato alle circostanze. Al di fuori di ogni precedente di amministrare la giustizia.

Mi furono affidati. Non mancai di avvertirli che sarebbero stati strettamente sorvegliati e non avremmo perdonato loro nessun tentativo di fuga, che sarebbero stati sottoposti ai più umili lavori e che avrebbero dovuto verso chiunque obbedienza assoluta. Non mancammo davvero, di metterli a dura prova, anche con qualche richiesta umiliante. Ad esempio: erano tutti vestiti con divise militari e scarpe nuove di zecca, dopo pochi giorni non si riconoscevano più dagli altri, anzi in qualche cosa si ritrovavano in peggiori condizioni dei più malridotti fra noi. Prima le scarpe: dovettero accettare di scambiarle con quelli che le avevano più scalcagnate, poi gli indumenti, giacche, pantaloni. Non si ribellarono, si sottoposero a quella dura prova lavorando in silenzio, coscienziosamente. Dopo pochi giorni non solo non si riconoscevano più, ma Incominciarono a stabilire amicizie, specialmente con coloro che li avevano così malridotti, nei quali trovavano anche, forse per una istintiva sorta di riparazione di un torto inferto, maggiore disponibilità a stabilire questo legame. Piano, piano li riarmammo ad uno ad uno e in qualche caso riuscimmo a trovargli un paio di scarpe nuove. Divennero con noi buoni partigiani e con noi combatterono fino alla liberazione di Firenze. Con qualcuno di loro sono stato a lavorare in fabbrica, dopo la liberazione di Firenze, poiché non poterono tornare alle loro case fino al crollo della linea gotica, e ci facemmo anche qualche allegra risata al ricordo di quello strano spogliarello a cui erano .iati sottoposti.

Verso la fine del mese di luglio si decise il trasferimento della Divisione Arno da Pratomagno, ove erano dislocate le Brigate « Caiani » e « Lanciotto » e dal Chianti la « Brigata Sinigaglia » per Firenze. Prima di dare il via a questa operazione ci fu una riunione in Secchieta di tutti i comandanti militari e dei commissari politici.

Ancora una volta le esperienze acquisite non erano sufficienti; la situazione presentava difficoltà nuove, particolarmente a causa della massiccia presenza dei reparti tedeschi in piena ritirata che si effettuava praticamente sullo stesso nostro itinerario: si camminava « affiancati », sulla strada, noi sul sentiero; loro spavaldamente in sotto l’incalzare dell’avanzata degli alleati, rumorosi, avvertibili, quanto noi procedevamo muti come pesci.

Stabilimmo perciò di « sganciarci » dal nemico, di « sparire » dalla vista di tutti, spostarci solo a notte fonda « sgattaiolare », passare attraverso le maglie più larghe delle truppe nemiche. Poi decidemmo di adottare, oltre servizio delle staffette, la tattica « da podere a podere con il contadino alla testa che meglio di qualsiasi altro conosceva alla perfezione il terreno e il modo migliore per superarlo aggirando eventuali presenze da evitare. Anche questa volta trovammo la massima comprensione e collaborazione dei contadini e raramente ci capitò di dover correre a minacce quando ci imbattemmo in qualche resistenza più che altro dovuta a giustificati, comprensibili timori di rappresaglie tedesche o fasciste. Tutta questa prudenza incontrò qualche resistenza da parte di alcuni partigiani, volevano combattere, volevano continuare a colpire attraverso incursioni a sorpresa, mordevano il freno avevano ironicamente ribattezzato la Divisione Arno « Divisione Sgancia ». Ma gli ordini erano precisi e noi ci impegnammo al massimo per farli rispettare. E dove, qualche caso, questa disciplina venne a mancare pagammo, duramente con dolorose perdite.

Già era stato difficile « sganciarsi » dagli attacchi ripetuti dei tedeschi che avevano intensificato la loro presenza, sul Pratomagno a protezione dei loro reparti in ritirata, C’erano stati scontri, avevamo subito perdite, infine riuscimmo a scivolar via, separandoci dalla terza e quarta compagnia che avevano preso la via del Valdarno e iniziando con la prima e la seconda compagnia della Lanciotto la nostra marcia per la via del Montegiovi.

Partimmo dalla Casa del Vento, con uno stato d’animo non privo di inquietudine: avevamo dovuto lasciare in quel rifugio che ormai non ritenevamo nemmeno tanto sicuro, alcuni compagni feriti o ammalati, fra questi anche Lazio colpito da febbre alta, preoccupati per loro, tesi per le incognite da affrontare. Rapidamente arrivammo a Montemignaio e qui ci trovammo subito di fronte ad un imprevisto: le nostre avanguardie avevano catturato un soldato tedesco e una delegazione del paese venne a farci pressione perché lo rimettessimo in libertà; avevano timore di attirarsi la feroce rappresaglia tedesca; d’altra parte noi temevamo, lasciandolo andare, di vederlo ritornare in forze per attaccarci duramente. Insomma disputammo a lungo finché loro riuscirono a nasconderlo impegnandosi a non lasciarlo andare prima del mattino successivo. Non avevamo altra scelta, dovemmo stare al gioco. Comunque mantennero la promessa e non subimmo danno alcuno. Superato Montemignaio la marcia procedette abbastanza spedita per qualche ora, ma a notte inoltrata ci trovammo di fronte ad un altro imprevisto. Cominciammo a sentire il ronzio di un aereo, un ricognitore alleato, o forse più d’uno, che incominciarono a lanciare bengala che mettevano la zona a giorno. Ci tormentarono tutta la notte, pareva cercassero proprio noi e non certo con intenzioni amichevoli. Ogni volta che sentivamo il ricognitore arrivare eravamo costretti a gettarci a terra, nasconderci, schiacciarsi immobili sul terreno perché ogni più piccolo movimento produceva lunghe ombre visibili a loro e anche ai tedeschi che si trovavano vicini. Anzi, questa vicinanza costituiva un serio pericolo di scontro, che per noi si sarebbe trasformato in quelle condizioni di inferiorità numerica e come volume di fuoco, in un sicuro disastro.

Passata la Consuma, superato il Gualdo, entrammo in un bosco, e dopo aver disposto un servizio di guardia e distribuito qualcosa da mangiare, ci mettemmo a dormire fino alla sera. Ripartimmo a notte inoltrata e arrivammo prima dell’alba in vista della Sieve. Ci nascondemmo in un folto « castagnaio » e per tutta la giornata ci concedemmo un meritato riposo. A notte inoltrata traversammo la strada a piccoli gruppi fra gli intervalli che ci lasciavano le colonne autotrasportate tedesche. Passammo quindi la Sieve a guado e iniziammo l’arrampicata per Montegiovi percorrendo la strada di Colognole. La mattina seguente, stanchi ed affamati, si giunse a Montegiovi. Era un po’ come un ritornare e eravamo felici, ci aspettavamo qualche giorno di riposo un abbondante mangiare. Eravamo felici anche per l’impresa compiuta: tanti partiti, tanti arrivati, non uno perduto, né il più piccolo sbandamento.

Dopo qualche giorno, dal Comando di Divisione ci giunse l’ordine di partenza. L’itinerario fissatoci si snodava Montegiovi per Candigliano, Monteloro, Compiobbi, posto prescelto per attraversare l’Arno.

Raggiungemmo Compiobbi prima della mezzanotte e sull’aia di una casa colonica i compagni e le compagne del posto ci offersero un pasto abbondante in un clima intensamente fraterno. Avevano anche tutto predisposto per nostro passaggio dell’Arno.

Col morale alle stelle riprendemmo il cammino. La fraterna accoglienza e l’abbondante mangiata ci avevano resi euforici, ma questo stato d’animo non durò più di un po’ Compiobbi era una torcia ardente, i tedeschi avevano fatto terra bruciata, fiamme sinistre squarciavano orribile la notte producendo riflessi e visioni di cose inumane, contorte spezzate; la fabbrica del Petrelli invasa dal fuoco, dalle finestre vuote come le occhiaie di un teschio gigante sprigionavano i bagliori sinistri di una scena dantesca.

Ma non c’era tempo da perdere Rapidamente a gruppi passammo il fiume, entrammo nella zona di Valliva e iniziammo l’arrampicata su per la collina in direzione dell’Incontro-Villa Magna. Purtroppo cominciava a far giorno e ancora non eravamo riusciti a raggiungere una zona boscosa, ci dovemmo buttare entro un fossato per nasconderci alla vista di tutti, e lì, immobili e silenti, trascorremmo tutto un giorno che pareva non avesse mai fine. Finalmente tornò la nostra amica notte e cautamente ci mettemmo in contatto con una famiglia di contadini. Chiedemmo a questi di aiutarci a raggiungere una zona boscosa e più vicina possibile alla località precedentemente fissata, come punto di ricongiungimento con le altre due compagnie della Lanciotto, che era, appunto, l’Incontro-Villa Magna. Non sto a descrivere la paura di questi contadini. Certamente qui il clima era completamente cambiato; non erano disponibili come i contadini dell’altra collina o della montagna, avevano tanta paura e non facevano nulla per nasconderla; non c’è dubbio che la zona piena zeppa di reparti tedeschi provocava questo loro stato l’animo. D’altra parte, questa non offriva nemmeno sufficienti condizioni per tentare di sfuggire alle rappresaglie di quei barbari, come in montagna. E come è risaputo sono prevalenti le condizioni concrete a determinare il comportamento dell’uomo. E così, in questa situazione, avevano paura e il Capoccia era disponibile a darci tutte le informazioni, giurando e spergiurando che di lui e della sua famiglia ci potevamo fidare, ma non voleva saperne di aderire alla nostra richiesta di farci da guida attraverso il « suo » podere, fino ad una zona boscosa in cui potessimo nasconderci. Si dovette arrivare alle minacce per ottenere quanto chiedevamo, non avevamo altra scelta, non ci potevamo permettere di rischiare l’esistenza della formazione condotta fin lì con tanti sacrifici. Perciò con un grosso magone per respingere il pianto delle donne che non volevano mollare il loro uomo, gli ordinammo di non insistere e, di accompagnarci a destinazione, cercando anche di convincerlo che non avremmo approfittato più dell’indispensabile. Si decise, finalmente, e fece il proprio dovere, ci condusse abilmente fuori del suo podere che conosceva come le sue tasche, ci fece aggirare i punti pericolosi e rapidamente si giunse in vista del bosco. Qui si fermò, testardo come un mulo, ci diede tanti buoni consigli e dopo avere sciorinato tutta la gamma di giuri e spergiuri ci pregò vivamente di lasciarlo ritornare alla sua casa, a tranquillizzare le donne lasciate in un bagno di pianto. Aveva fatto il proprio dovere, con coscienza, non era un leone ma non era neanche un nostro nemico, era un poveraccio sballottato come una foglia al vento; lo ringraziammo. Cercando anche di fargli accettare a mo’ di tante scuse, le nostre esigenze, e così lo lasciammo tornare a casa. Partì come un razzo nella direzione opposta alla nostra, noi ci infilammo nel bosco ad aspettare i compagni delle altre due compagnie. Questo ricongiungimento avvenne negli ultimi giorni del mese di luglio. La zona non offriva la protezione del Pratomagno e nemmeno del Montegiovi. Non c’erano boschi estesi o fitti entro cui nascondersi i campi lavorati, ogni tanto interrotte da grosse macchie di bosco ceduo con sparse piante d’alto fusto qua e là, attraversato da una rete stradale e da un abitato un po’ comunque presente. Per cui, pur essendo riusciti a celarsi entro uno di questi strappi di macchia, non c’era proprio da stare tranquilli. Era come ci fossimo seduti in un grande vespaio: tedeschi che risultavano tutt’intorno, sempre più numerosi, per l’incalzare dell’offensiva alleata, e sopra di noi il continuo ronzio le « Cicogne » che non portavano bambini ma in permanente ricognizione sganciavano ogni tanto bombe espiosive che irradiavano a pioggia schegge micidiali per un largo raggio.

Alla fine del mese di luglio la terza e la quarta compagnia, con una manovra audace, furono fatte attraversare l’Arno e portate nella zona di Campo di Marte, alla scuola G. Da Verrazzano. Noi con la prima e seconda compagnia della Brigata Lanciotto rimanemmo in attesa di ricevere l’ordine per un diverso spostamento. Furono giornate terribili, la nostra situazione si fece ogni ora più critica. la nostra sorte era legata ad un tenute filo che poteva spezzarsi da un momento all’altro. Attaccati al terreno come volpi nel covo, capaci di sfruttare ogni più esile frasca niente fuochi, niente sigarette, nessuna possibilità di movimento per andare a cercare di placare lo stimolo lancinante della fame, silenzio assoluto per non farsi sentire dai tedeschi a contatto di gomito.

In questa situazione sempre più critica con il passar dei giorni mi pare giusto ricordare che il Comando Militare Toscano aveva scritto a Potente autorizzandolo a sciogliere le formazioni per tentare di farle defluire a piccoli gruppi. Noi rifiutammo, decisi, in caso estremo di affrontare il nemico in campo aperto. Non volevamo per nessuna ragione al mondo mandare in fumo un lavoro portato avanti in tanti mesi e con tanti sacrifici. E tenemmo duro anche durante la notte del tre-quattro agosto quando ci venimmo a trovare stretti fra le ganasce di una gigantesca tenaglia costituita da due eserciti in lotta: quello alleato avanzante e quello tedesco impegnato in una operazione di ritirata pressante per guadagnare tempo e lasciare ai vincitori terra bruciata. Quella notte i tedeschi vennero a piazzare le loro postazioni per una nuova linea di resistenza ritardatrice l’avanzata alleata, ai nostri piedi, in Villa Magna; li sentivamo lavorare e parlare da due passi e noi ci spostammo a piccoli gruppi striscianti e silenziosi come serpenti verso il fosso di rimoggio. Ci eravamo venuti a trovare come una fetta di mortadella in un panino, e potevamo essere addentati da un momento all’altro e magari da « amici ». Il mattino ci portò un silenzio di morte, gli Alleati si erano fermati per un riposo e ad aspettare il nuovo calar del sole; i tedeschi si tenevano nascosti per potere sfruttare il fattore sorpresa. Noi, li in mezzo, senza conoscere l’esatta situazione e pertanto senza sapere, al momento, che pesci pigliare. Si decise di andare cautamente in cerca di notizie. Con Potente decidemmo di incaricare di questo lavoro un gruppo ristretto e fra questi anch’io fui incaricato di spostarmi verso la strada che scende da S. Donato in collina. Scamiciato, come un contadino del posto, con una rivoltella nascosta, mi diressi giù per il borro di rimoggio avanzando con grande cautela. Ad un tratto sentii un rumore di passi, mi nascosi ed aspettai; era una vecchia contadina che scendeva tranquilla. Quando li fu vicino, uscii dal mio nascondiglio ma non feci in tempo a darle il buon giorno che con una faccia stravolta dalla paura ed urlando come impazzita fuggi via. Povera donna, involontariamente le avevo procurato uno spavento da infarto, ne rimasi turbato profondamente e poi subentrò in me un’altra preoccupazione: che quella si andasse ad imbattere in qualche pattuglia tedesca e me l’attirasse contro. Rimasi nascosto per un altro po’ di tempo e poi ripresi cautamente il cammino. Dopo poco imboccai una stradina che portava sulla via maestra e qui mi trovai quasi improvvisamente davanti ad una scena che mi divertì e mi riempì di gioia: in mezzo alla strada, circondato da un popolo festante, c’era uno strano tipo con una « bacinella » in testa, come quella di Don Chisciotte della Mancia, era un soldato canadese. Fu il mio primo impatto con i « liberatori ». Questo incontro mi diede anche la certezza che le nostre due compagnie erano riuscite a sfuggire alla morsa ed entrare nell’Italia fin qui liberata.

Non mi feci nemmeno vedere, tornai a tutta corsa a cercare Potente per comunicargli la buona notizia, ma Potente non c’era, era già stato avvertito da altri ed andato a prendere contatti ufficiali con gli alleati e dare inizio ad un fatto di grande importanza, oltreché militare squisitamente politico, concordando e conducendo in collaborazione con loro una impegnativa azione militare snidare quelle postazioni di resistenza che i tedeschi avevano piazzato durante la notte.

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno, ad operazione militare con gli alleati vittoriosamente compiuta, prendemmo di petto l’ultimo tratto di strada per arrivare a Firenze. Giù a rotta di collo per il borro di rimoggío, passando di corsa il Bagno a Ripoli sotto il tiro micidiale l’artiglieria tedesca. Qui si ebbero alcuni feriti, fra questi ricordo il tenente Bergamino « Artiglio ». Era venuto e noi dalla formazione D.C. di Fortebraccío per eseguire rilievi e le segnalazioni sul terreno per il lancio d’armi che alleati non ci fecero mai, ed era ormai diventato un convinto comunista, grazie, diceva « all’ora politica » che aveva con assiduità frequentato.

Superammo il Bagno poi il Banchíno, risalimmo al Víale dei Colli e finalmente arrivammo alla nostra destinazione: alla Villa Cora.

Era stata una giornata indimenticabile. Eravamo passati dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Avevamo raggiunto Firenze; avevamo impattato con gli alleati e con loro condotto un’azione di guerra vittoriosa. Potente, poi aveva dato inizio ad una promettente amicizia con un ufficiale alleato, poi il primo caloroso abbraccio della popolazione di Porta Romana.

La sera stessa del nostro arrivo alla Villa Cora, dopo avere mangiato e curata una prima sistemazione delle compagnie, scendemmo, io, Potente e, mi pare, Giobbe, alla Casa del Popolo di Porta Romana. Brindammo con i compagni in festa e con ufficiali alleati, brindammo alla prossima liberazione di Firenze, alla fortuna d’Italia, poi andammo in via Giano della Bella n. 7 a trovare il compagno carissimo Giuseppe Molli, che era allora il responsabile del Partito Comunista della zona. Ci accompagnò il compagno Burresi e venne con noi a farci da scorta un soldato canadese comandato apposta da un ufficiale alleato.Ci trattenemmo per un po’ poi riprendemmo la strada di casa.

1,a mattina seguente, Potente con altri compagni del Comando della Divisione, fu impegnato per tutta una serie di incontri con il Comando Militare Toscano, con il CLNT. Questo primo incontro al quale, questa volta, prendeva parte un generale inglese con tutto il suo Comando, ha quanto mi ebbe poi a raccontare Potente, non ebbe un inizio promettente. Noi avevamo bisogno di tutto: scarpe, vestiario, coperte, viveri, armi e munizioni; volevamo continuare a combattere; loro, invece, avevano in testa come un’idea fissa, lo scioglimento delle formazioni, il nostro disarmo. Erano disposti a mollare un po’ di viveri e un po’ di denaro, ma volevano si consegnasse loro le nostre armi.

Potente decisamente sostenne che non avremmo ceduto le armi almeno fino a liberazione di Firenze conclusa e senza mezzi termini dichiarò che ove non si fosse trovata una intesa su ciò, eravamo decisi ad agire da soli, passando l’Arno ed affrontando la battaglia per cacciare i tedeschi dalla nostra città. Questa fermezza, e la situazione non priva di problemi anche per loro, indusse il generale a spiegare i motivi del loro atteggiamento: in primo luogo non si ritenevano in grado di affrontare subito l’azione per liberare l’altra metà di Firenze, manifestando anche timori che un attacco intempestivo potesse pro- vocare danni irreparabili alla città; in secondo luogo era loro intenzione ripristinare la vita civile nella parte d’oltrarno già liberata e a questo scopo desideravano evitare possibili disordini causati dalla presenza dei nostri uomini armati con la loro polizia, inoltre volevano organizzare il rastrellamento contro i franchi tiratori disseminati numerosi entro un dedalo di vie e viuzze che rendevano difficile snidarli.

A questo punto Potente fece una proposta audace, chiese cioè di essere autorizzato a realizzare con le nostre formazioni questa operazione di rastrellamento dimostrando all’istante con un piano già pronto la concreta idoneità (lei nostri reparti. Questa operazione presentava due grosse difficoltà; la prima costituita dal contributo di sangue, perché quei criminali sparavano davvero; la seconda dalla necessità di sgombrare la popolazione dalle proprie case che poteva incontrare se non opportunamente affrontato anche grosse resistenze.

Quelli del Comando alleato non dissero subito sì, chiesero tempo per una riflessione, poi prima di sera sciolsero le loro riserve e ci autorizzarono all’azione. Sganciarono un po’ di viveri, qualche coperta, misero uomini loro armati a disposizione, ma armi e munizioni non ne vollero dare. « Sparare poco » dissero « sennò i tedeschi si arrabbiano e tornano all’offensiva ».

Il mattino seguente, Potente presentò nel piazzale della Villa Cora ad un ufficiale alleato le nostre due compagnie, che gli avevamo fatto trovare schierate, con comandanti di militari precisi e tanto di presentazione delle armi, come si fosse all’interno di una caserma e ci fossero presenti veri e propri reparti militari. Poi all’ufficiale alleato visibilmente compiaciuto per tanta perfezione, mise al collo un fazzoletto rosso fiammante con scritto in oro « Divisione Arno » finemente lavorato dalle nostre compagne Porta Romana – S. Frediano.

Durante la battaglia per « ripulire » l’Oltrarno dai cecchini, perdemmo anche il migliore di noi: il compagno Potente. Vivemmo tre giorni in una indescrivibile drammatica altalena, dal momento che fu colpito da quella assassina granata tedesca, fu un susseguirsi di notizie, ora di catastrofe, ora di speranze. Poi venne crudele, inappellabile, la sentenza di morte. Non sapevamo nemmeno di preciso ove era stato trasportato o se era stato sufficientemente curato. Lo esponemmo chiuso nella sua prigione di legno, in un salone della Villa Cora,

Io fui invitato dai compagnia pronunciare l’estremo saluto, non ne fui capace, un nodo mi strinse alla gola, scoppiai in un pianto dirotto, al quale si aggiunse quello di tutti i compagni presenti.

Intanto l’Oltrarno era stato ripulito, i franchi tiratori eliminati o catturati; le formazioni si erano attestate in riva all’Arno e fremevano impazienti, per l’ultimo balzo per liberare completamente Firenze. Anche la pressione alleata si era venuta intensificando e i tedeschi si sentivano sempre più stretti in una morsa che poteva rinchiuderli da un momento all’altro in una sacca mortale. Per ritardare questa forza vincente, non esitarono a ricorrere all’ultimo barbaro misfatto facendo saltare i ponti dell’Arno, testimonianze secolari di civiltà, di storia, di arte. Solo il Ponte Vecchio non osarono distruggere imponendo alla città un prezzo incredibile; per costruirlo agli imbocchi fecero saltare due strade non meno cariche di tanto valore: via Por Santa Maria e via Guíccíardíní. In questo evolversi di un duello mortale, improvvisamente, all’alba dell’11 agosto, scattò l’azione liberatrice della città. Le nostre formazioni: Lanciotto, Sínígaglía attraversarono l’Arno dalle Cascine alla pescaia di Santa Rosa, nello stesso momento che le due compagnie della Brigata Lanciotto nascoste dentro la scuola « Da Verrazzano » uscirono all’attacco in campo aperto coadiuvate dalle SAP e dal popolo in armi. I tedeschi incalzati da ogni parte pur ingaggiando duri combattimenti, per resistere a questo attacco frontale, si andarono ad attestare oltre il Mugnone che poi dovettero ,abbandonare anche perché le forze alleate si decisero a muoversi per far scattare la tenaglia mortale. I particolari di questa battaglia sono noti, ed anche le dure perdite subite. Per quanto mi riguarda, devo dire che non potei restare a Villa Cora ad aspettare l’ora del funerale, non volli mancare di andate a rivedere la mia amata Firenze. ‘Traversai con qualche altro compagno la pescaia di Santa Rosa, vagolai un po’ per il lungarno, andai al Duomo e poi verso la Stazione ove all’Hotel Baglioni era insediato il Comando Militare Toscano. Conobbi carissimi vecchi compagni che ci avevano ispirato durante tanti anni di resistenza al fascismo ed erano ancora li a capeggiare la Resistenza: Roasio, Pietro, Leone, Rossi, e tanti altri ancora. Ripercorrendo le strade devastate, costellate di morti, ritornai alla Villa Cora da dove partimmo in un mesto corteo fino a piazza Manin. Qui schierate le rappresentanze partigiane e degli eserciti alleati fu portato l’estremo saluto a Potente.

Che giornata, quell’11 agosto: perduto Potente, liberata Firenze; una gioia annegata dal dolore.

  1. bulli renzo firenze 1942

    Mi ha veramente commosso!

  2. Roberto Borghi

    Sono nato nel 1942 a San casciano in una famiglia contadina, ho vaghi ricordi del passaggio della guerra, dei carri armati alleati e di quando i Tedeschi ci fecero sloggiare dalla casa e portarono via il bestiame. In questo periodo ho letto una ricerca storica, dai rapporti delle Divisioni belligeranti(Tedeschi e Alleati) dalle quali si evince la durezza degli scontri avvenuti a sud di Firenze per impedire agli alleati di oltrepassare l’Arno. La linea difensiva adottata era quella prevista dal Regio Esercito Italiano nelle manovre militari del 1910, che andava da Montelupo F/no /Cerbaia v.p,, la vallicella Sugana e scollino Chiesanuova, Valle della Greve fino a Lucolena.. Questo schema venne ripreso da Hitler in persona, e rafforzato da 10 linee di ulteriore difesa che la fanteria tedesca doveva tenere ad ogni costo prima di indietreggiare sulla nona , fino all’ultima, alla cinta muraria di Firenze. Il comandante era Kesselring.La storia di solito la scrivono i vincitori; la guerra,, la fanno fare al popolo, inculcandolo o costringendolo. Gli “investitori” si prendono i meriti è gli utili, basta vedere quello che sta accadendo ancora oggi con i paesi più arretrati (tenuti). Quello che accadde in quegli anni fu una conseguenza delle cosiddette guerre di indipendenza italiane. Diceva mio padre(ragazzo del 99 mandato in guerra sul Grappa) che appena cresciuto era stato mandato a combattere per prendere “niente” e tornato dal fronte era venuto il fascismo che gli aveva “congelati” per un ventennio col bel risultato di essere stati richiamati (Grecia/Albania) per essere rimandati , a più di 4o anni d’età, in una guerra voluta da altri.
    Durante il conflitto 15/18 avvenne la Rivoluzione Russa. In quegli anni si posero le premesse per quello che sarebbe accaduto negli anni a seguire. Sul fronte italiano, diceva mio padre, comparvero gli “Arditi”;prototipo dei fascisti,, che facevano azioni d’attacco e andavano via, lasciando i fanti delle trincee a vedersela con il contrattacco degli austriaci….. Finita la guerra ci fu la questione della vittoria mutilata(D’Annunzio e la presa di Fiume), l’esercito inviato a” fermare e prendere “il possesso di Fiume, con l’esercito c’era anche mio padre. Il ritorno a casa dei soldati/contadini/operai iniziò con le manifestazioni dei reduci e le cosiddette” settimane rosse 1919″ dove gruppi di aderenti all’Ottobre rosso volevano fare come in Russia ; andavano alle Fattorie a requisire i prodotti, imponevano ai negozianti il prezzo politico dei beni ecc.ecc. Di questo clima ne soffrì anche la cooperativa operaia di San Casciano, che è stato ricordato nel volume edito in occasione del ricordo della fondazione.Tra la speranza di fare come in Russia e la sottomissione alla classe dirigente (La Monarchia), come ben sappiamo, vinsero i fasciasti, che escluso casi difformi, poco avevano in comune col “popolo semplice” piuttosto incline ed “educato” verso la Chiesa. I fascisti veri erano quelli che avevano beni e ambizioni personali;.il “popolo” era nel mezzo, da contendersi e da utilizzare, esclusi i pochi coscienti e convinti che potevano esserci altre possibilità di vita. E’ a questo punto che nacquero i diversi gruppi politici divergenti dalle linee politiche del regime, specialmente dopo il “delitto Matteotti”. Quest’anno, 2014 ricorre il 70° anno del passaggio della guerra dal Chianti e dalla liberazione di Firenze. Leggendo i racconti di coloro che in molti modi vi parteciparono vengono i “brividi” al solo pensiero. La riflessione che ne consegue è che oltre alle sofferenze della vita quotidiana essi credevano ciecamente nel sol dell’avvenire taluni e altri in una futura civile democrazia. Se coloro che per ciò sono morti, oggi cosa ci direbbero? Sarebbe valsa la loro vita per un sogno ? Oggi con la nostra “democrazia” saremmo disposti a porsi contro..? Eppure i motivi non mancherebbero…. Forse non siamo ancora ai limiti ai quali giunsero Loro. Un doveroso pensiero in onore al Loro sacrificio. Roberto Borghi.

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