Mario Mendolesi (Carlo) – Ribelli e guerriglieri

Mario Mendolesi (Carlo)
Ribelli e guerriglieri

La Resistenza nell’altopiano del Consiglio, nell’alta valle del Piave. Un comandante partigiano racconta la sua storia: dall’infanzia a Gaeta all’emigrazione al Nord, da militante del Pcí a partigiano. Cominciarono a combattere in 22 e alla fine erano più di 3000. In mezzo una lunga serie di sabotaggi, attacchi ai presìdi militari e anche l’assalto alle concerie di Belluno per liberare i prigionieri politici. All’insegna dell’attacco a sorpresa e dei ripiegamento continuo, guadagnando sempre il consenso della popolazione

Sono nato a Gaeta, nel 1920, da una fami­glia d’immigrati marchigiani. Ho iniziato a lavorare a 11 anni in una vetreria, che era gestita da una cooperativa, un ambiente an­tifascista. Lavoravo da mezzanotte alle sei di mattina, poi andavo a scuola. Nel ‘38 mi sono trasferito a Civitanova Marche, lavo­rando in una fabbrica meccanica – la Cec­chetti, 4.000 operai – che produceva soprat­tutto per il settore bellico. Subito mi sono i­scritto al Pci, dopo essere entrato in contatto con i comunisti che lavoravano con me. Poi nel’41 sono partito per il servizio militare, destinazione Padova. Per la mia attività politica antifascista, che, per quanto clandestina, non era sfuggita a qualcuno, sono stato confinato a Montagnana, presso un distac­camento del quinto artiglieria contraeva, ri­manendoci per nove mesi. Il 25 luglio e l’8 settembre del’43 ero nuovamente a Pado­va. La sera del 9 settembre la caserma ven­ne occupata dai tedeschi e sono sfuggito alla cattura solo perché poche ore prima e­ro uscito per il servizio di ronda. Scappato a Montagnana, con un gruppo di militari, riu­scii ad impossessarmi di tutte le armi di quella caserma, che costituirono uno dei primi arsenali della resistenza padovana.
il partito mi mandò presso una formazione partigiana che operava nel bellunese, la «Buscarin», Con me c’erano altri compagni – Brunettí «Bruno», Luísariní «Níno» – e uno studente greco di origine italiana. Raggiun­gere quella formazione non fu facile. Il gior­no della partenza da Padova erano fuggiti dal campo di concentramento d’Ospitalet­to un gruppo di prigionieri inglesi, per cui la sorveglianza tedesca – già molto rigida -venne intensificata. Riuscimmo c comunque a raggiungere la montagna, la val del Mis, e ad unirci ai partigiani. Eravamo una ventina, con tre russi scappati da un campo di con­centramento in Germania [e giunti lì un po’ per caso] e tre o quattro slavi. La nostra for­mazione, con l’arrivo – all’inizio del’44 – di un consistente numero di bolognesi, si era trasferita nella valle del Vajont-Mezzasso, cambiando nome in «Tino Permiani», che e­ra stato il nostro primo caduto; cambiò an­che il gruppo dirigente e a me toccò il co­mando di un gruppo di uomini che portò il nome di battaglione «Carlo Pisacane», ap­partenente alle formazioni Garibaldi.
La zona a noi assegnata era vastissima, da Cortina d’Ampezzo alla stretta di Quero. Il nostro primo obiettivo era la ricerca del consenso nelle popolazioni locali. Era im­portante occupare i comuni, distruggere le liste di leva e quelle annonarie, requisire il materiale bellico dai depositi. Le derrate ali­mentari destinate alla Germania venivano distribuite alla popolazione creando un for­te consenso nei nostri confronti, tanto che i familiari non ostacolavano i giovani quan­do questi si univano a noi, per partecipare alla lotta di liberazione.
Una caratteristica della nostra formazione era rappresentata dallo spostamento conti­nuo e dalle azioni a sorpresa, non sottova­lutando mai l’importanza del ripiegamen­to, che costituiva la garanzia del buon suc­cesso dell’azione. Le azioni a sorpresa tene­vano conto delle mosse del nemico e le contrastavano per disorientarlo.
Queste azioni furono ripetute in diversi co­muni della zona con spostamenti continui, stressanti, faticosi. Dedicavamo al territorio un’attenzione particolare: era fondamenta­le conoscere bene la collocazione delle centrali elettriche, dei condotti, delle fab­briche, dei vari presidi. E per conoscere me­glio il territorio usavamo le carte topografi­che dei comuni che assaltavamo. Molto im­portante era anche l’individuazione delle li­nee telefoniche sotterranee che collegava­no il Veneto con la Germania: bisognava sa­botarle per interrompere le comunicazioni, creando così gravi disagi al nemico.. E poi bisognava individuare e distruggere le fortificazioni che i tedeschi costruivano nella zona. Tutto ciò richiedeva l’organizzazione di una efficiente rete d’informazione e visto che non era sufficiente quella fornitaci dal Cln, ne creammo una nostra.
Ogni fabbrica importante e tutte le centrali elettriche erano sempre presidiate da un contingente tedesco: noi puntavamo sem­pre a catturare questi soldati, possibilmen­te – soprattutto per evitare eventuali rap­presaglie – senza colpo ferire, e tenevamo i tedeschi come prigionieri.
La Pisacane ha avuto poche perdite, perché ha sempre messo in atto la tattica di evitare lo scontro frontale, attaccando il nemico quando stava ripiegando, dopo le azioni di rastrellamento. Lo scontro frontale si accet­tava solo se costretti, come nel caso di Ca­viola, quando il nemico attaccò tutta la val­lata, incendiando i paesi e distruggendo o­gni cosa al suo passaggio: c’era quindi la necessità di fermarlo ad ogni costo, pur a­vendo a disposizioni pochi uomini e pochi mezzi.
Una spina nel fianco della nostra formazio­ne erano le spie, un nemico più pericoloso dello stesso tedesco; per noi e soprattutto per le popolazioni, perché era un nemico invisibile.
Una prima esperienza con le spie la avem­mo durante un’azione che mirava a distrug­gere un presidio tedesco in località Puos d’Alpago. Due agenti provocatori, arrivati a ricoprire posti di comando, nelle riunioni preliminari di organizzazione dell’azione convinsero i nostri a svolgere l’azione pri­ma intimando al nemico di arrendersi e soltando dopo, in caso di loro risposta negati­va, di attaccarli e ritornare alla base di par­tenza. Invece io decisi di condurre l’azione come avevo sempre fatto, secondo il mo­dulo tipico della Pisacane: attaccare subito e di sorpresa e poi chiedere la resa. Il presi­dio fu catturato intatto, ma non ritornam­mo alla base di partenza, ripiegando dalla parte opposta, verso una quota più alta. Da lì vedemmo i tedeschi arrivare e attaccare la nostra base di partenza: era l’effetto della delazione delle spie.
Nei primi tempi il metodo di condurre la guerriglia, da parte delle formazioni Gari­baldi, non era condiviso dalle altre forma­zioni territoriali. A Belluno c’era un coman­do militare territoriale, che raggruppava un numero consistente di uomini. L’opera del comando consisteva fondamentalmente nel reclutare e inquadrare i combattenti, re­perire provviste, mezzi, armi, raccogliere informazioni sul nemico: cioè un’attività u­tile a tutto il movimento. Tuttavia tra noi e le formazioni territoriali c’era un contrasto di fondo, perché noi ritenevamo utile compie­re continue azioni di guerra, mentre nei co­mandi prevaleva la preoccupazione per le conseguenze che tale azioni avrebbero a­vuto sulle loro strutture organizzative.
Punto fermo della nostra strategia era il riu­scire ad avere buoni rapporti con la popo­lazione: ad esempio, nella vai del Bois, mal­grado il rastrellamento tedesco del 20 ago­sto ’44 operato da 2.000 SS, le nostre for­mazioni si ripresero immediatamente gra­zie all’aiuto della popolazione, tanto che durante il rastrellamento tedesco del Can­siglio [settembre’44], la Pisacane interven­ne efficacemente sulle linee di comunica­zione, per evitare che arrivassero i riforni­menti ai tedeschi.
La Pisacane operava in una zona della pro­vincia di Belluno annessa alla Germania grazie anche al facile consenso dei fascisti di Salò.; di conseguenza i tedeschi avevano alle spalle territori sicuri. Quando compiva­mo azioni militari avevamo di fronte uomi­ni con la divisa tedesca, ma nello stesso tempo eravamo molto cauti nel colpire i re­parti di giovani reclute italiane, disponibili alla diserzione per passare dalla nostra par­te. Non siamo stati mai favorevoli, noi della Pisacane, a creare repubbliche partigiane pur se sollecitati a farlo dagli alti comandi, che portavano ad esempio casi come la na­scita della repubblica della Val d’Ossola, perché avevamo scelto la guerriglia come metodo e non potevamo impegnare gli uo­mini in occupazioni territoriali, che non a­vrebbero retto lo scontro con il nemico.
In nessun momento abbiamo dimenticato o trascurato l’opera di politicizzazione dei giovani e della stessa popolazione civile,
perché l’abbiamo sempre ritenuto un ele­mento estremamente importante nella lot­ta partigiana.
I giovani arrivavano in montagna pieni di entusiasmo, di voglia di fare, con la retorica a volte tipica dei giovani, non coscienti dell’operazione politica cui pur davano un for­te contributo tanto da affrontare i disagi, le sofferenze e la morte con consapevolezza e dignità.
A guerra conclusa avevamo maturato con­sapevolmente la scelta compiuta ed erava­mo pronti a partecipare, in piena coscienza alla costruzione dello stato unitario e de­mocratico, perché era chiaro il fine per cui avevamo lottato. Non sempre ce lo hanno permesso.
A chi oggi pone la domanda se la resistenza sia stata giusta, vorrei chiedere: ma è forse giusta la guerra?
Noi abbiamo lottato per un ideale, per af­fermare i valori di indipendenza, di demo­crazia e di libertà, per riscattarci da una con­dizione politico-culturale, che ci aveva im­pedito di pensare liberamente e autono­mamente; abbiamo lottato per riacquistare la nostra dignità di popolo e per riafferma­re il principio di autodeterminazione dei popoli.
Tutto questo ci è costato sacrifici, feriti e morti, ma ci sosteneva una forte fede: dove­vamo dar vita a uno stato democratico, sen­za aspettarci onori, cariche, successo o de­naro. E molti di noi, dopo la guerra, tornaro­no al loro lavoro, proprio nelle stesse condi­zioni di prima.
A distanza di cinquant’anni continuare a parlare ancora di superamento degli anta­gonismi politici e ideali, significherebbe az­zerare tutto. Non bisogna dimenticare che la pacificazione avvenne con atto decisivo della repubblica democratica, con l’amni­stia per i fascisti. Di tale pacificazione, tutta­via, le forze reazionarie non tennero alcun conto, anzi si costituirono formazioni clan­destine tipo Gladio, sostenute dai vari servi­zi segreti per portare indietro le lancette dell’orologio e costituire governi di destra.

A cura di Gabriele Polo
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Articolo tratto dal Settimanale “Il Manifesto 1995

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