Archivi Blog

Pietro Gori – Inno del primo maggio

image
Inno del primo maggio
Pietro Gori
Vieni o Maggio t’aspettan le genti
ti salutano i liberi cuori
dolce Pasqua dei lavoratori
vieni e splendi alla gloria del sol

Squilli un inno di alate speranze
al gran verde che il frutto matura
a la vasta ideal fioritura
in cui freme il lucente avvenir

Disertate o falangi di schiavi
dai cantieri da l’arse officine
via dai campi su da le marine
tregua tregua all’eterno sudor!

Innalziamo le mani incallite
e sian fascio di forze fecondo
noi vogliamo redimere il mondo
dai tiranni de l’ozio e de l’or

Giovinezze dolori ideali
primavere dal fascino arcano
verde maggio del genere umano
date ai petti il coraggio e la fè

Date fiori ai ribelli caduti
collo sguardo rivolto all’aurora
al gagliardo che lotta e lavora
al veggente poeta che muor!

Pietro Gori – Inno dei Lavoratori

image
Pietro Gori
Inno dei Lavoratori
O proletari che braccio e pensiero
ai rei tiranni de l’oro vendeste
sorgete in armi pe’l giusto, pe’l vero
e sollevate le impavide teste.
Il vecchio mondo già crolla e ruina
e a l’orizzonte s’affaccia l’aurora
o idea ribelle cammina cammina
in armi su miserabili è l’ora!…
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Noi poggi e piani coi lunghi sudori
di bionde messi rendiamo fecondi
noi per il ventre d’ingordi signori
ci logoriamo scherniti errabondi
Noi fabbricammo i fastosi palagi
e avemmo a pena soffitte e tuguri
l’ozio dei ricchi ebbe giubilo ed agi
noi onta e inopia dei mesti abituri
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Ma troppo amara signori divenne
la rea bevanda e ci abbrucia la bocca
è colmo il calice l’ora è solenne
e la misura del pianto trabocca
All’armi, all’armi, fatidici araldi
e distruggiam questa esosa oppressione
avanti, o forti manipoli, o baldi
lavoratori a la gran ribellione!…
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Se ognora fummo pazienti e cortesi
sotto ogni vostra spietata minaccia
padroni onesti, pasciuti borghesi
venite innanzi e guardiamoci in faccia
È tanto tempo che oppressi sfruttati
mesti ingozzammo i dolori e le pene
ma ormai vedete ci siamo contati
siam forti e molti e spezziam le catene.
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Le vostre dame di porpora e d’oro
l’opera nostra solerte ha vestito
per voi creammo con rude lavoro
vasi e cristalli lucenti al convito
Ma sotto il vento glaciale del verno
le nostre donne son lacere e grame
martiri vive dannate a l’inferno
treman di freddo, sussultan di fame.
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Noi valicammo gli immensi oceani
sfidando l’ira di mille tempeste
e a voi recando dai lidi lontani
gingilli e stoffe di gemme conteste
E intanto voi con minacce e promesse
figlie e sorelle ci avete stuprato
e noi codardi con schiene dimesse
dovizie offrimmo a chi ‘l pan ci ha rubato.
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Quando sorelle saran le nazioni
e gli odi antichi travolti e distrutti
una famiglia di saggi e di buoni
godrà in comune il prodotto di tutti
Non più chi oziando s’impingui e divori
presso chi stenta fatica e produce
per tutti il pane il lavoro gli amori
non più tenebra ma scienza, ma luce.
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
Non più padroni né servi ma destre
fraternamente tra uguali distese
ma idee d’amore d’alte opre maestre
ma menti sol d’umanesimo accese
E passerà su la libera terra
un soffio puro di calma e di vita
non più l’atroce canzone di guerra
ma gioia immensa ma pace infinita.
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà
*
E solo allor tra le splendide e pure
aure del giovine secol giocondo
al nostro piè getteremo la scure
per contemplare il tripudio del mondo
E con la fiaccola in alto cantando
l’inno intonato del giorno de le ire
tra gli splendori del dì memorando
saluteremo il lucente avvenire.
*
Su le fronti e in alto i cuori
e inneggiamo a l’uguaglianza
a la umana fratellanza
e a la santa libertà

Raffaello Uboldi – Vigliacchi perché li uccidete? 1°Parte

clip_image002

Firenze 22 Marzo 1944 Campo di Marte

Raffaello Uboldi

Vigliacchi perché li uccidete?

1°Parte

Uccisioni, vendette, processi; e qualche as­soluzione. La vita dell’I­talia occupata, nella pri­mavera del 1944, è di continuo sconvolta da notizie, e avvenimenti, che per lo più si colora­no di sangue, e dei quali non è sempre facile sco­prire il filo logico.

Il 24 maggio, alla perife­ria di Parma, vengono fucilati i due ammira­gli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, dopo un processo che è du­rato appena un giorno, quello del 22, in una sa­la della Corte d’Appello pavesata di bandiere tri­colori. Sull’ingresso è sta­to affisso un cartello: « Tribunale Speciale per la difesa dello Stato ». Nella sentenza di con­danna non vengono tac­ciati di tradimento, quan­to piuttosto di aver leso gli interessi del Paese, co­sa che del resto evita loro soltanto la fucilazione nella schiena. e non la morte.

Tra le cose che non si capiscono bene, è perché i due ammiragli siano sta­ti accoppiati davanti ai giudici, visto che Cam­pioni e Mascherpa, nell’ Egeo, si sono comportati in modo diverso l’uno dall’altro. Ma la chiave per comprendere il de­stino dei due ammiragli è politica; così come un particolare significato po­litico ha avuto un altro fatto che ha colpito la coscienza pubblica poco più di un mese avanti, il 15 aprile, ovvero l’ucci­sione, ad opera dei GAP fiorentini, di Giovanni Gentile, presidente della ricostituita Accademia d’ Italia, e uno dei massimi teorici del fascismo ita­liano ed europeo. Quan­to all’altro processo di quei giorni a Parma, con­tro l’ultimo segretario del partito nazionale fascista, Carlo Scorza, con la sen­tenza assolutoria che ne è uscita, è del tutto ano­malo rispetto alla ferocia del tempo: per capirlo bi­sogna forse tener conto dell’interesse di Mussoli­ni a che si faccia silenzio su alcune verità che lo riguardano.

Parma è la cornice dei due processi; Firenze quella della morte di Gentile. 1 gappisti stu­diano accuratamente gli orari del filosofo, e il 15 aprile, alle 13,30, aspetta­no che arrivi da Firenze in automobile, a Villa Montaldo, presso il Sal­viatino, dove egli dimora con la famiglia. L’auto si ferma. Mentre il guardia­no apre il cancello, quat­tro gappisti (tre, secondo altre fonti), tra cui Bruno Fanciullacci e Antonio Ignesti, si avvicinano te­nendo dei libri sotto il braccio, come studenti. Gentile, pensando che vogliano salutarlo, apre il finestrino, e quelli gli sparano addosso, eclis­sandosi poi in bicicletta. L’autista volta subito la macchina, e si dirige a tutta velocità all’ospedale di Careggi. Ma ogni ten­tativo di salvare Gentile si rivela inutile, le pallot­tole lo hanno colpito in pieno petto, e una al cuore. Tra i primi a ve­dere il filosofo in quello stato è Gaetano, uno dei figli, che presta servizio in ospedale, nel reparto chirurgico, con Valdoni. Accorre anche Benedet­to, un altro figlio, che di­rige la casa editrice Sansoni. Fuori dal cancello della villa rimangono dei vetri infranti per terra, e dei bossoli di pistola.

Non si saprà mai con esattezza chi erano gli al­tri uomini (o l’altro uo­mo) che stavano con

Fan­ciullacci e con Ignesti. E del resto la responsabili­tà di aver esploso i col­pi che hanno raggiunto Gentile verrà attribuita al solo Fanciullacci, che arrestato una prima vol­ta dai fascisti, liberato con un colpo di mano l’8 maggio, di nuovo ar­restato il 15 luglio, e tor­turato, si getta ammanet­tato dalla finestra della « villa Triste » di via Bo­lognese, e muore dopo un giorno di agonia, per un colpo che gli è stato sparato contro, e per la frattura alla base cranica riportata nella caduta. Se­gnala a Mussolini uno dei notiziari riservati della Guardia Nazionale Re­pubblicana: « I funerali di Giovanni Gentile si so­no svolti in una atmosfe­ra di raccoglimento. La popolazione vi ha parte­cipato in massa, mante­nendo però un atteggia­mento del tutto riserva­to ». Un successivo bol­lettino smentisce il pri­mo: « Ai funerali di Gen­tile scarso concorso di cittadinanza. Forze di ser­vizio 720 ».

C’è molta cautela nel compianto fascista attor­no a quella morte. La ra­dio del 15 tace la notizia, se ne danno rapidi cenni l’indomani. Tace, o qua­si, la Nuova Antologia, la rivista di cui Gentile aveva assunto la dire­zione; sì che i suoi ami­ci all’Accademia d’Italia (Ardengo Soffici, Enrico Sacchetti, e così via) do­vranno ricorrere a un’al­tra rivista, Italia e civiltà, per sfogarsi. Per conosce­re il cordoglio di Musso­lini bisognerà attendere l’uscita della Corrispon­denza repubblicana. Si associa al cordoglio mus­soliniano il rettore dell’ Università Cattolica, pa­dre Agostino Gemelli.

Può darsi che i fascisti temano l’effetto terrori­stico di quella morte, la paura che ne deriverà agli incerti; ma c’è anche chi avanza l’ipotesi che il filosofo sia stato ucciso dagli sgherri del maggio­re Carità, il torturatore fascista che imperversa a Firenze con tali atrocità che Gentile, sdegnato, ha

minacciato di denunciar­lo a Mussolini.

Quanto agli antifascisti, appaiono divisi sul giudi­zio da darsi di quella ese­cuzione. « Bella impresa uccidere un povero vec­chio », dice Ottone Rosai, il pittore, nella cui casa Fanciullacci trova rifugio. C’è una deplorazione di Benedetto Croce. Prima Tristano Codignola, e poi il partito d’Azione fioren­tino, condannano la mor­te di Giovanni Gentile.

Codignola il 30 aprile, sul giornale clandestino del partito, La Libertà, scrive un articolo in cui, dopo aver ricordato « le re­sponsabilità pesanti e i­nescusabili del filosofo per avere avallato, con I’ autorità della sua solida personalità di uomo di cultura, la triste collana di violenze, di persecu­zioni, di inettitudine che recarono alla rovina l’Ita­lia », ne deduce tuttavia che « non può sfuggire a nessuno l’odiosità o simile attentato contro una personalità alla quale il Paese intero avrebbe dovuto chiedere conto del suo operato, nella forma più alta e solenne », ovvero di fronte ad un regolare Tribunale

Sulla scia di Codignola il partito d’Azione fiorentino aggiunge, con un suo documento:

« D’altra parte Giovanni Gentile non aveva commesso quei delitti per cui sono venire emesse condanne popolari che sicuramente colpiscono giusto. Non era una né un delatore. Ha sempre tentato di aiutare individualmente quanti antifascisti ha potuto di qualsiasi partito essi fossero. »

I comunisti, pur precisando che l’uccisione Gentile non è stata decisa dal partito, reagiscono rivendicando la responsabilità di quel gesto difendendo l’operato dei GAP. « Se noi », rispondono a Codignola con un articolo su Azione Comunista dell’11 maggio « non avessimo conosciuto Gentile, vi assicuriamo che sarebbe bastata la lettura dei vostro articolo per approvare incondizionatamente l’azione giustiziera compiuta dai patrioti fiorentini ».

Anche Antonio Banfi approva quella morte; e così Franco Venturi, a nome degli azionisti piemontesi. In pratica, sono due opposte mentalità che si rivelano. Gli uni guardano alle qualità in­tellettuali di Gentile, e ai suoi interventi spiccio­li per salvare questo o quell’antifascista; gli altri. vedono in lui l’uomo che ha posto la propria cul­tura al servizio di una dubbia ideologia, prima quella fascista nazionale e adesso quella fascista repubblicana, e che lan­cia ambigui appelli alla pacificazione fra -italiani attorno alla figura di Mussolini proprio nel momento in cui la rabbia avversaria si abbatte con maggiore rigore sul Pae­se.

Firenze, pochi giorni pri­ma, il 22 marzo, al Cam­po di Marte, ha visto lo spettacolo orribile della fucilazione pubblica di cinque giovani, Attilio Raddi, Guido Targetti, Ottorino Quiti, Adriano Santoni e Leandro Coro­na, colpevoli soltanto di non essersi presentati al­la chiamata di leva della repubblica di Salò. I cin­que sono stati uccisi da­vanti alle reclute, e ad altri giovani in attesa di processo, per creare sgo­mento in chiunque dubi­tasse della possibilità di ripresa del fascismo.

Il Targetti, il Raddi e il Santoni sono morti subi­to, dopo la prima raffica. Non così il Quiti e il Co­rona che hanno conti­nuato a dimenarsi, chiamando: « Mamma, mam­ma! ». Allora si è avvici­nato il comandante del plotone d’esecuzione, ca­pitano Ceccaroni, che ha scaricato loro addosso sei colpi di rivoltella. Ma il Quiti non è morto an­cora, ed ha continuato a gridare, buttando sangue. E a questo punto è stato il maggiore Carità ad in­tervenire, e a dare il col­po di grazia.

Alcune reclute sono sve­nute. Si è udita anche u­na voce: « Vigliacchi, perché li uccidete? ». La scena sembra invece a­ver soddisfatto gli espo­nenti del fascismo fioren­tino. La sera il maggiore Guido Loranti ha chiesto ai suoi soldati: « Beh, ra­gazzi, vi è piaciuto il cinematografo di stamattina? ». Di fronte a tanto cinismo, i GAP fiorentini si rifiuteranno di distin­guere, nella rappresaglia, tra il fascista qualsiasi e il fascista di cultura.

Fine 1 Parte

Tratto da Storia Illustrata

La repubblica di Salò

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 del luglio 1974

clip_image004

Giuseppe Mayda – La lunga notte di Ferrara

clip_image002
Giuseppe Mayda
La lunga notte di Ferrara
1° Parte
La R.S.I., che non ha ancora un esercito, ne a­vrebbe bisogno di due, I’ uno per combattere con­tro gli anglo-americani e l’altro per la lotta ai « ri­belli » (« Da qualche giorno cominciano a giungere regolari rappor­ti sull’attività partigiana, che si sta rafforzando in ogni plaga », annota nel proprio diario, il 7 no­vembre 1943, il segreta­rio particolare del duce, Dolfin); gli scioperi nel­le grandi fabbriche rive­lano il malumore, il di­sagio, l’insofferenza del­le masse. Neppure i nuovi fascisti sono contenti. Ciano, il « traditore » del 25 luglio, non è stato an­cora processato: che cosa si aspetta?
Davanti al dilagare delle proteste, all’estendersi del movimento partigia­no, alle agitazioni ope­raie, all’ambiguità della borghesia e alla lotta sot­terranea e subdola che gli fa la grande industria, Mussolini punta sulla carta della « pacificazio­ne », della concordia na­zionale, nel tentativo di «isolare la ribellione che non sa reprimere ». « Ri­troviamoci tutti nel no­me santo della patria » -invoca la « Gazzetta del Popolo » di Torino -; « cadano tutte le barrie­re, tutti i rancori ».
Ma il tentativo dell’« ab­braccio generale » falli­sce per l’opposizione dei fascisti estremisti; i Pavo­lini e i Farinacei hanno tutt’altre idee, vogliono il ritorno al sistema tota­litario in forma anche più intransigente, rigida e spietata. il 5 ottobre, nel « foglio d’ordini » ai gerarchi del partito, Pa­volini deplora l’atteggia­mento conciliante e met­te fine alla « pacificazio­ne » (a Venezia un comunista ha preso la pa­rola durante una aduna­ta di fascisti) scrivendo: « In materia di politica interna e di rapporti con gli avversari o gli ex-av­versari non si deve in­dulgere a troppi generici appelli all’abbraccio uni­versale ».
Anche i fascisti di Mila­no, Pavia, Torino, Arez­zo e altre città sono con­trari a qualsiasi forma di « conciliazione ». « Al muro! » è lo slogan quo­tidiano della radio fasci­sta che trasmette da Mo­naco di Baviera. E il 22 ottobre « Il Fascio », or­gano della federazione milanese, afferma: « Chi parla di dimenticare e accenna al pietismo e al­l’abbraccio universale commette un delitto di lesa Patria e un secondo tradimento verso il fasci­smo… Non è l’ora della penna, ma della spa­da... ».
l’accenno de «II Fascio» riguarda anche Ciano, è suo il primo « tradimen­to ». il 19 ottobre il ge­nero del duce, ch’era in Germania praticamente prigioniero, è trasferito a Verona sotto scorta delle SS; nel carcere degli Scalzi, di lì a pochi gior­ni, lo raggiungono altri quattro ex-componenti del Gran Consiglio del fascismo che firmarono I’ ordine del giorno Grandi (Cianetti, Gottardi, Mari­nelli, Pareschi) mentre un quinto, De Bono, è agli arresti domiciliare nella sua villa di Cassano d’Adda. Il Consiglio dei ministri, convocato dal duce negli stessi giorni, crea un Tribunale Spe­ciale Straordinario – pre­sidente Aldo Vecchini; giudice istruttore Vin­cenzo Cersosimo – com­posto da otto membri scelti fra « fascisti di indiscussa fede»: assieme costituiranno l’assise che condannerà Ciano a morte.
E ormai evidente che, sia per la tendenza al ri­formismo, sia per i sin­tomi di ribellione ser­peggianti qui e là, l’or­ganizzazione politica della R.S.I. rischia di per­dere il controllo delle masse. E necessario più che mai dare alla novel­la repubblica una par­venza di democrazia: perciò Mussolini lancia I’ idea di una assemblea costituente – da tenersi a Verona il 14 e 15 no­vembre, nel salone prin­cipale di Castelvecchio e sotto la presidenza di Pavolini – e che sarà, in effetti, un simulacro di libero dibattito attorno ad un programma già preparato e in cui si riaf­fermerà e si codificherà l’autorità monopolistica del partito.
Nei diciotto punti della Carta costituente – o « manifesto di Verona » -­si stabilisce che una as­semblea generale sancirà la scomparsa della mo­narchia, proclamerà la repubblica e nominerà il suo capo, da eleggere o­gni cinque anni. II pote­re sovrano verrà detenu­to dai cittadini, nessuno dei quali potrà essere trattenuto in arresto per più di sette giorni se non per espresso ordine dell’ autorità giudiziaria.
La magistratura sarà completamente indipen­dente e, per il futuro meccanismo elettorale, si ricorrerà ad « un siste­ma misto ». Il partito si assumerà l’incarico dell’ educazione politica dei cittadini e sarà il custo­de dell’idea rivoluziona­ria. L’appartenenza al partito non sarà condi­zione indispensabile per ottenere un incarico o per un impiego.
La religione della nuova repubblica sarà la cattolica romana ma verranno rispettate tutte le religioni non in contrasto con le leggi. Gli ebrei saranno considerati stranieri e nemici per tutta la durata della guerra in corso in politica estera la R.S.I mirerà all’unità e all’indipendenza del territorio nazionale perseguendo la realizzazione di una comunità europea e d una confederazione fra le nazioni. In campo sociale la proprietà privata verrà garantita dallo stato
Ma i servizi pubblici e, in generale le industrie belliche dovranno essere gestite da enti nominati dallo Stato.
Nell’agricoltura la gestione privata del proprietario sarà tollerata soltanto se giustificata dai resultati ottenuti. Lo stato si addosserà la respo­nsabilità di un conveniente programma edilizio I sindacati verranno fusi in una confe­derazione generale dei lavoro e tutta la legisla­zione sociale introdotta dal fascismo nel venten­nio rimarrà operante: il punto di partenza per un ulteriore passo in a­vanti sarà la Carta del Lavoro.
In sostanza, però, il con­gresso di Verona sanci­sce il trionfo delle teo­rie estremiste di Pavoli­ni e di Farinacei, e l’ap­provazione del loro con­cetto del « fascismo del­le squadre d’azione » a­vrà il risultato di affret­tare la guerra civile e I’ approfondimento dei contrasti nell’Italia del Nord. Tutti i delegati – che rappresentano 250.000 iscritti al parti­to – si esprimono in sen­so contrario ad una po­litica di « conciliazione » interna e a favore dell’i­stituzione del tribunale speciale per giudicare « i traditori del 25 luglio »;lo stesso Pavolini dà assicurazioni in questo senso all’assemblea e afferma che le rappresagli fasciste sono già cominciate « ho la precisa sensazione che o si fa così o non si toccano le coscienze ”Non si sa esattamente chi abbia compilato il manifesto di Verona».
Pare che il punto 7, riguardante gli ebrei sia stato suggerito da Preziosi. In un telegramma a Berlino l’am­basciatore Rahn dichia­rerà in seguito di aver collaborato alla stesura del documento ma la definitiva formulazione dei « diciotto punti » vie­ne fatta risalire a Musso­lini, Pavolini e Bombac­ci.
Giorgio Pini, ex-capo re­dattore de « Il Popolo d’ Italia », scriverà nelle memorie di aver discus­so a lungo con Pavolini quei punti programmati­ci: « … lo dicevo che di­sapprovavo la mancata applicazione dei princi­pii di Verona… lui ribat­teva che era impossibile negare la sua buona vo­lontà… e insisteva: "Co­me potrei io aver rinne­gato i diciotto punti che sono stati stesi da me, su questo stesso tavo­lo?"… ».
Il dibattito di Verona non è comunque una costituente ma un sem­plice scontro « tra gene­razioni e tra sopravvissu­ti ad un disastro »; è una riunione politica – e non una assise di popolo -che assume « sempre più l’aspetto di un dialogo fra la sala e gli oratori ». La relazione di Pavolini è spesso interrotta da battute e da proteste. Quando dice che « chi è stato squadrista una vol­ta lo è sempre », dalla platea sale un grido: « Non tutti! »; quando chiede se i gruppi uni­versitari fascisti debbono essere ricostituiti nella forma originaria, vi sono urla di « No, no, no! Abolizione! »; quando an­nuncia che gli iscritti al nuovo partito fascista re­pubblicano sono 250.000 un altro grido sottolinea: « Troppi! Troppi! Voglia­mo rimanere in pochi! ». Gli interventi che seguo­no sono disordinati, con­fusi, contraddittori, spes­so punteggiati da inter­venti ironici o violenti della sala: chi si lamenta per l’assenza del duce, chi si scaglia contro Cia­no, chi se la prende con la Chiesa e il suo appog­gio ai « ribelli »: « … La nostra propaganda radio e i nostri giornali non possono far nulla contro migliaia di parroci ».
Gli scontri verbali sono frequenti: « Non voglia­mo più essere fregati » dice a un certo punto il federale di Como. « Que­ste sono espressioni da caserma » lo interrompe Pavolini. « Questa è una caserma » ribatte tran­quillamente l’altro.
Più tardi, parlando del congresso di Verona con Dolfin, Mussolini dirà: « E stata una bolgia ve­ra e propria! Molte chiacchiere confuse, po­che idee chiare e preci­se. Si sono manifestate le tendenze più strane, comprese quelle comu­nistoidi. Qualcuno, infat­ti, ha chiesto l’abolizio­ne, nuda e cruda, del di­ritto di proprietà! Ci po­tremmo chiedere, con ciò, perché abbiamo per vent’anni lottato contro i comunisti! Secondo que­sti "sinistroidi" potrem­mo oggi addivenire all’ abbracciamento genera­le anche con loro. Da tutte queste manifesta­zioni verbose si può fa­cilmente arguire quanti pochi siano i fascisti che abbiano idee chiare in materia di fascismo… E nessuno, dico nessuno di questi che hanno un ba­gaglio di idee da agita­re, viene da me per chie­dermi di combattere. E al fronte, che si decidono le sorti della repubbli­ca… non nei congressi ».
In questo clima quietudine, di vendetta e di frustrazione a il primo eccidio. A mezzogiorno del 14 novembre, una domenica fredda e nebbiosa, gli squadristi ferraresi Ciro Randi ed Alessandro Bellea entrano di corsa nell’aula di Castelvecchio fanno largo e si avvicinano al tavolo della presidenza mentre Pavolini sta svolgendo la sua relazione introduttiva i messaggeri comunicano che il federale di Ferrara, Igino Ghisellini scomparso dalla sera prima e si teme che si, stato ucciso. « Si fucili un antifascista ogni due ore, fino al ritrovamene Ghisellini, vivo o morto », ordina Pavolini Ma, poche ore più tardi arrivano altri due squadristi ferraresi, Mirrandola e Borellini, per annunciare che il federale Ghisellini è stato rinvenuto assassinato a Castel d’Argile di Cento. Immediatamente Pavolini in piedi, imponenti silenzio alla rumoreggiante assemblea: « Il commissario della federazione di Ferrara che avrebbe dovuto essere con noi, il camerata Ghisellini, è stato uccise sei colpi di pistola Noi eleviamo il nostro pensiero. verrà subito vendicato Dalla sala parte un urlo: « A Ferrara! Ti Ferrara! ». « Non si può gridare in presenza morto; si agisce in modo disciplinato – replica duro, Pavolini -. I lavori continuano. I rappresentanti di Ferrara raggiungano la loro città. Con essi vadano le formazio­ni della polizia federale di Verona e gli squadri­sti di Padova ».
Igino Ghisellini, in real­tà, è stato assassinato dai suoi stessi camerati. Lo hanno soppresso per contrasti interni di parti­to – come dimostrerà il processo celebrato nel 1948 in Corte d’Assise -, per rivalità e anche per­ché il federale è un « moderato », un segua­ce cioè della politica di
«pacificazione »: Ghi­sellini, subito dopo l’8 settembre, ha cercato un accordo con gli antifa­scisti ferraresi (accordo durato pochissimo ed al quale soltanto i comuni­sti si sono rifiutati a prio­ri) e forse è proprio que­sto che lo ha posto in urto con i seguaci locali del neo squadrismo di Pavolini e di Farinacci. Il cadavere di Ghisellini è stato rinvenuto nella tarda mattinata della do­menica e, subito, negli inquirenti è sorto il so­spetto di una faida di partito: la « Topolino » sulla quale viaggiava il federale aveva i vetri in­franti dall’interno, segno che l’autore del crimine doveva essere una per­sona «amica», salita con lui sull’auto. Ma coloro che avanzano cautamen­te questa ipotesi – il vi­ce prefetto Marolla, il vi­ce questore Poli e il te­nente della stazione ca­rabinieri di Cento – so­no arrestati dagli squa­dristi e chiusi nelle car­ceri di via Piangipane; la morte di Ghisellini deve servire, a tutti i costi, per «dare una lezione ». «Da allora la notte di Ferrara – dirà Piero Cala­mandrei in una celebre orazione – fu citata ad e­sempio. Nel linguaggio della stampa fascista en­trò, per indicare quel procedimento ‘esempla­re, un nuovo e delicato vocabolo: "ferrarizzare". il compito di tutti i buo­ni fascisti fu, da allora, quello di "ferrarizzare" l’Italia ».
Segue
clip_image004
Tratto da “La Repubblica di Salò”
Arnoldo Mondadori
N° 200 Luglio 1974

Testimonianze – Franco Pampaloni 1

clip_image002

I

Franco Pampaloni

Quando cominciai a conoscere la Resistenza, ero un ragazzo di poco più di 15 anni.

Oggi ho quasi 90 anni e, se mi sento di parlare, è perché vedo tutte le cose per cui noi lottavamo in pericolo. Volevamo un paese migliore, liberandoci dalla dittatura ossessiva che terrorizzava tutti quelli che non erano fascisti.

Provengo da una famiglia antifascista. Mio padre era socialista, ma non aveva nessuna tessera di partito, come non l’ho avuta mai nemme­no io; lui mi diceva:’ La mia tessera sta qui, nel cuore.”

Nella scuola a quei tempi eravamo indottrinati dal regime fascista. Tutto quello che riguardava il fascismo ci veniva inculcato continua­mente e rappresentava proprio la materia fondamentale per andare avanti nella scuola. La cultura fascista aveva un peso enorme e, an­che se a malincuore, dovevamo studiarla, mentre il babbo mi diceva: Io sono socialista perché mi piace l’uguaglianza, mi piace la solida­rietà, la fraternità fra tutti. Ci dovremmo volere tutti bene, ognuno di noi dovrebbe aiutare il prossimo, se è nelle condizioni di farlo e non essere egoisti. Vorrei che la ricchezza del mondo fosse distribuita in maniera più equa per tutti quanti:’

Queste parole da ragazzino cominciavano a colpirmi e quindi, pur facendo a scuola tutto quello che ci dicevano, io sinceramente non ci credevo tanto. Pur non essendo un secchione, a me piaceva molto studiare un po’ tutto, e per questo i miei insegnanti mi vedevano di buon occhio. Così un giorno mi ritrovai nel mezzo di una cerimonia che io non sapevo nemmeno esistesse; ci fecero presentare in divisa da balilla e, in presenza di tutte le altre classi, fui chiamato a fare un passo in avanti e mi fu appuntata la Croce al merito dell’Opera Na­zionale Balilla e un gallone da caposquadra. A quel punto diventai un capo, cosa che io odiavo.

Quando me la misero addosso mi sentii male, e non perché avessi paura di presentarmi da mio padre, lui non mi ha mai messo le mani addosso, cercava sempre il dialogo. Diceva: “Bisogna vedere oggi le condizioni come stanno; siccome sono nato povero, vedo che questa povertà non si riesce a superarla perché il fascismo ci costringe o a essere fascisti o a fare tutti i mestieri più umili.”

lo mi sentivo molto a disagio quando c’erano da fare le adunate e mettere in riga tutti i ragazzi. lo non lo accettavo e mi mettevo in fila con loro. Non volevo comandare, non ho mai comandato in assoluto. Per questo fui chiamato da un gerarca del paese che mi disse: “EHI TE GRADUATO, COME TI PERMETTI DI RIFIUTARE GLI ORDINI” Rimasi male perché vedevo che questo alzava le mani e allora gli dissi che io non me la sentivo di comandare, non ero adatto, trovai delle scuse banali per giustificarmi.

Il sabato, detto sabato fascista, dovevamo andare alla casa del fa­scio in quanto c’era un istruttore che obbligava alcuni di noi ad impa­rare l’uso delle armi. Mi ricordo all’epoca le armi che noi studiavamo erano il moschetto e la bomba a mano balilla. Cosi passavamo dei sabati con le istruzioni quasi militaresche che a me sono anche ser­vite poi.

Arrivai a una rottura definitiva con il fascismo nel 1939, quando Hitler e Mussolini si allearono. Conoscevo la storia della Prima Guerra Mondiale e pensavo che noi italiani eravamo nemici dei tedeschi fino al giorno prima e adesso stringevamo il “Patto d’Acciaio” proprio con coloro che erano sempre stati in guerra con tutti; era una situazione che non mi piaceva.

Durante la guerra viaggiavo col tram per andare a studiare e lavo­rare a Firenze; la gente, compreso me, cominciava a lamentarsi del regime, del razionamento dei viveri con la tessera, o a fare conside­razioni sulla guerra, ma c’era subito qualche fascista arrogante che ti diceva: “Tu come ti chiami, dove abiti, dammi nome e cognome.” Ci sentivamo terrorizzati; il fascismo era terrore.

Un altro episodio che mi colpì molto, fu quando i fascisti passarono per la strada con i camion e, per fabbricare armi, segarono cancellate e ringhiere, comprese quelle bellissime e artistiche in ferro battuto.

Mussolini, quando vide che le forze tedesche stavano prendendo il predominio assoluto in Europa, decise di intervenire in Francia per partecipare alla spartizione con gli alleati tedeschi; cosa anche que­sta che mi dispiacque perché i francesi noi li consideravamo sempre degli amici. Andavamo contro un paese che anche proteggeva tanti antifascisti rifugiati; era da vigliacchi.

Poi tutte le tribolazioni, bombardamenti, distruzioni, la fame, i lut­ti, si vedevano le persone che sembravano quasi degli zombi. Non si vedeva più una faccia sorridente. Si vedevano solo i fascisti che aumentavano la loro boria e questo mi dava il voltastomaco.

Arrivò poi il 25 Luglio e fu ovunque una grande festa perché pen­savamo che fosse finito tutto, ma il discorso di Badoglio che diceva che la guerra continuava, ci gelò tutti.

Arrivò poi l’8 Settembre con lo scioglimento dell’esercito e a quel punto molti uomini, soldati e non, si diedero alla macchia; da questi gruppi, in un primo momento disorganizzati, sarebbe nata la resi­stenza armata.

Un giorno, mentre aspettavo il tram in piazza Nazario Sauro, passò una compagnia di repubblichini armati. lo parlavo con una ragazzi­na e non feci il saluto romano dovuto; mi arrivò uno sganassone tra capo e collo da un fascista alle mie spalle al grido: “NON HAI SALU­TATO QUESTI EROI CHE VANNO A DIFENDERE LA PATRIA AD ANZIO!” Ruzzolai sulle pietre e mi fratturai un polso; a quel punto dissi BASTA!

Per caso sentii dire che nei dintorni dell’Impruneta c’erano dei partigiani ed ebbi modo di contattarli. Le mie prime azioni da parti­giano, data la giovane età, le facevo inconsapevolmente. Mi davano delle commissioni come andare in un posto invece che in un altro, portare quello invece di quell’altro, dire quello invece di quell’altro, facevo quello che mi chiedevano; erano messaggi in codice.

Poi arrivò il fronte tedesco molto vicino all’Impruneta, c’erano una infinità di tedeschi e la popolazione fu costretta a sfollare in campa­gna per i bombardamenti e mitragliamenti alleati sulla via Cassia e dintorni. Molte persone, compresa la mia famiglia, trovarono riparo in una fattoria che aveva un sotterraneo e annessa una chiesa con una cupola molto visibile e segnata sulle carte.

Questa fattoria era molto vicino al comando tedesco che era in un’altra fattoria a Baruffi. Mi avvicinai così al comando partigiano che era composto da un maggiore e un tenente dell’esercito in incognito.

I pattugliamenti tedeschi erano continui, ma il maggiore non vole­va fare azioni che potessero poi scatenare rappresaglie ai danni dei tantissimi sfollati, così facevamo molti atti di sabotaggio alle linee di comunicazione tedesche; c’erano sempre fili tagliati qua e là.

Sotto la chiesa della fattoria, nella cripta, era stata ricavata una stal­la per nascondere le bestie dei contadini e tutti i giorni qualcuno do­veva andare a governarle. Un giorno toccò a mio padre che mi disse di aspettarlo fuori e nascondermi, perché spesso passavano pattu­glie tedesche. Venne scoperto e cominciai a sentire parlare tedesco e mio padre che cercava di giustificare la situazione. Poi sentii un colpo di pistola -avevano ammazzato un maiale- seguito da un silenzio as­soluto. Ero disperato. Pensavo avessero ammazzato mio padre. Corsi e cominciai a bussare in modo ossessivo alla porta e poco dopo uscì un tedesco che mi puntò la pistola alla testa, paralizzandomi. Sen­nonché sentii la voce di mio padre che diceva al tedesco: No, no è mio figlio, lasciatelo fare.” Piano piano la situazione si calmò e nel sentire la voce di mio padre provai una grande gioia. Ancora oggi questo fatto ha lasciato un segno dentro di me.

Una sera, all’ormai prossimo passaggio del fronte, eravamo tutti nel rifugio e la gente si era portata con sé i beni più preziosi: qualche cate­nina d’oro, qualche braccialetto, qualche monile o orologio. Arrivarono i tedeschi e rapinarono tutti quanti. Il nostro maggiore si infervorò e a stento i presenti riuscirono a non fargli prendere la pistola.

La mattina seguente il maggiore, insieme al tenente e alle altre persone, decise di andare al comando tedesco a denunciare il fat­to. Scelsero per il compito una bella ragazza di Ponte a Ema e lei mi disse: “Guarda che io da sola non ci vado mica, vieni anche te.” La accompagnai e arrivammo in una villa con un grande piazzale pieno di soldati dove c’era il comando tedesco. A tale vista le dissi: “E’ inu­tile che venga anch’io, ti aspetto qui.” Mi misi ad aspettarla, quando mi accorsi che in un gruppo di tedeschi ce n’era uno che mi fissava in modo intenso. Forse voleva catturarmi, ma non potevo scappare: per fortuna quel soldato fu chiamato, ed io piano piano mi allontanai camminando per un po’all’indietro e poi corsi a nascondermi.

La sera ero al rifugio quando arrivò la mia amica scendendo le scale di corsa vociando in modo molto allarmato: “Franco, Franco, ti sta cercando un tedesco!” Mi nascosi subito sotto una panca e delle donne, compresa mia madre, si sedettero sopra con le loro sottane che mi coprivano. Ero lì che non fiatavo nemmeno, quando arrivò il tedesco con in mano una lanterna che andava su e giù. Vedevo e sentivo i suoi scarponi chiodati e il cuore mi si fermava. Non mi vide e se ne andò.

Molti degli uomini requisiti per scortare il bestiame razziato, non tornarono più a casa. La mia salvezza la devo a questa ragazza. Nei giorni successivi dovemmo scendere a Firenze con la nostra brigata e io non rividi più colei che mi salvò la vita.

La mia Resistenza armata cominciò quando il comandante mi chiamò e, mettendomi la fascia tricolore del C.T.L.N. al braccio, mi disse: “Tu vieni a Firenze con me”, ed io risposi: “Va bene.” Scendemmo a Firenze, entrammo a Porta Romana insieme alla Sinigaglia` e parte­cipammo alla Liberazione di Firenze.

Le azioni più importanti alle quali ho partecipato e che mi fecero provare grandi emozioni, furono quando oltrepassammo il Mugno­ne ed entrammo in Via dello Statuto e Piazza Dalmazia; la gente si precipitava per strada con gli occhi felici che da tanto tempo non vedevamo, gente che gioiva, si abbracciava, erano arrivati i liberatori.

lo provavo una gioia immensa perché nello stesso momento in cui io davo la libertà agli altri la davo anche a me stesso.

Poi cominciarono i guai con i franchi tiratori, nemici micidiali per­ché subdoli. Sentivi sparare e vedevi qualcuno che cadeva a terra e non ti sapevi raccapezzare da che parte venissero i colpi. Poi piano piano superammo anche questo problema e a quel punto Firenze era davvero liberata ed era una gioia immensa.

Un fatto che limitò questa gioia fu quando, dopo la liberazione, alla Fortezza da Basso, dovemmo consegnare le armi. Fu un giorno triste perché mi sentii umiliato, ma lo dovemmo fare. Ma il fazzolet­to rosso al collo con scritto Giustizia e Libertà`, (noi facevamo parte di Giustizia e Libertà e come riferimento politico avevamo Ferruccio Parri dei Partito d’Azione , ce lo tenemmo, ma arrivati al Ponte del­la Vittoria ci fermarono dei soldati americani che ci fecero salire sul loro camion e dopo averci perquisito ci strapparono i fazzoletti dal collo e ci ributtarono giù dal camion. Noi avevamo addosso anche delle pistole, ma a loro interessavano i fazzoletti rossi: non li soppor­tavano e ne avevano già tanti altri sul camion.

Ritornammo a casa: il nostro dovere lo avevamo fatto. Passarono al­cuni giorni e ripensando a tutto quanto, mi sembrava che il lavoro non fosse terminato. Avevamo lasciato il lavoro a mezzo. Parlai con un mio amico e gli dissi: “Senti, abbiamo liberato Firenze, ma c’è ancora una guerra in corso, cosa facciamo? Stanno già organizzando i gruppi di combattimento: Friuli, Folgore, Legnano, Cremona; io mi arruolo.”

“Se lo fai te mi arruolo anch’io” rispose. Riuscimmo a portare con noi altri quattro ragazzi.

Al Distretto per la visita medica, io presentai i documenti e l’uf­ficiale medico mi disse: No, te non puoi essere arruolato, non hai compiuto 17 anni!’ Allora dissi ai ragazzi: “Mi dispiace, torno a casa.” Gli altri uniti dissero: “Se non vieni te, non si parte nessuno.”

Qualcuno mi prese i documenti e poco dopo tornò con evidenti falsificazioni della mia data di nascita. L’ufficiale medico chiuse un oc­chio, anzi tutti e due, e passò anche me.

Il giorno della partenza in Piazza S. Spirito con camion e bandiere, eravamo in tanti. Partimmo e poco dopo ci fermammo sul Lungarno della Zecca per prendere altri volontari. La nostra destinazione era Cesano, al Lago di Bracciano, dove avemmo il primo addestramento.

A Cesano il nostro arrivo non fu tanto gradito perché lì c’erano i vecchi soldati badogliani che, appena videro le nostre bandiere rosse, ci accolsero con una violenta sassaiola. Non fu una bella accoglienza, pazienza. Ci misero in uno stanzone con delle balle al posto delle fi­nestre e, visto che era inverno, faceva un grande freddo. Per dormire avevamo un pagliericcio in terra e una coperta. Il nostro periodo di addestramento lo passammo in queste condizioni. Alcuni miei amici la sera andavano in un paese vicino, Anguillara, dove facevano a caz­zotti regolarmente con quelli che la pensavano diversamente.

Arrivò il giorno della partenza e con la tradotta” ci mettemmo qualche giorno per arrivare a Ravenna. Lì c’erano dei camion per por­tarci a Porto Corsivi dove fummo accolti in una bella tendopoli degli inglesi molto organizzata. Ci dettero il vestiario, il corredo, l’equipag­giamento dei soldati inglesi con la differenza, a noi della Cremona, del tricolore cucito sulla manica sinistra con una spiga nel mezzo.

Li facemmo l’ultimo periodo di addestramento con le armi e la mattina presto era anche molto bello perché vedevamo sorgere il sole; provenendo da Cesano che era uno schifo, ci pareva di stare in un albergo a cinque stelle.

Dopo alcuni giorni arrivò il sergente e ci disse: “Domani partiamo per il fronte.” Nella tenda eravamo dodici e la sera, prima di dormire, si fece baccano visto che all’indomani si andava alla guerra e forse a morire. La mattina io mi svegliai, guardai intorno e vidi solo altri quattro o cinque compagni: gli altri erano spariti. Per me fu un colpo micidiale, noi rimasti ci guardammo e rimanemmo tutti molto sor­presi. Questo abbandono vigliacco ci rimase a tutti sulla groppa. Poi ci portarono il caffè e per la prima volta dentro c’era anche del brandy. Dopo ci portarono le munizioni, il pacchetto di medicazione, la retina da mettere sull’elmetto e tutto il resto del corredo. Il pomerig­gio facemmo l’adunata, salimmo armati ed equipaggiati sui camion e si partì.

Ad un certo punto i camion, entrando in una strada sterrata, ral­lentarono per non fare polvere ed essere individuati dai tedeschi che avrebbero colpito con i mortai. Ci scaricarono sul Reno sulla fascia adriatica vicino all’VIII Armata Inglese.

Per andare in un avamposto nella Valle di Comacchio, c’era da at­traversare il Reno e andare nella terra dove eravamo isolati. Andava­mo a dare il cambio ai soldati canadesi. Ogni otto giorni si davano i cambi; alcuni barchini dei partigiani che erano dall’altra parte in un distaccamento della brigata Gordini, facevano questo servizio e ci portarono nella sponda Nord del Reno. Mentre eravamo nel mezzo del fiume cominciarono ad arrivare colpi di mortaio tedeschi. I par­tigiani ci tranquillizzarono dicendo che a quell’ora tutte le sere era solito questo lancio di mortai.

Arrivammo sull’altra sponda che era già notte e chiedemmo la di­rezione giusta per andare a rilevare questo plotone di canadesi. Ci incamminammo con l’argine del Reno a destra e tutta la valle di Co­macchio a sinistra.

Quando arrivammo, i canadesi fecero fagotto e se ne andarono beati. Prendemmo posto, io e altri due compagni, in una buca scava­ta sull’argine del fiume: dormivamo vestiti con le gambe fuori perché non ci entravano. Faceva molto freddo ma la gioventù ce lo faceva sopportare.

La mattina al risveglio, la valle di Comacchio con in fondo la cittadi­na, si presentò in tutta la sua immensità. Noi ci trovavamo a Chiavica Pedone e davanti erano le postazioni tedesche. Il tenente ci racco­mandò di non mettere la testa fuori dall’argine perché i cecchini te­deschi ci avrebbero fatti secchi.

segue……

Note

Alessandro Sinigaglia (Firenze 1902, 13 febbraio 1944) meccanico, medaglia d’argento al valor militare alla memoria. Aderì al movimento comunista clandestino, fu esule in Fran­cia e poi in Unione Sovietica e partecipò alla guerra civile spagnola. Nel 1940, l’antifascista italiano (che era riparato in Francia con i reduci delle Brigate Internazionali), fu arrestato dalla polizia francese e consegnato alle autorità fasciste. Confinato a Ventotene, Sinigaglia riottenne la libertà nell’agosto 1943, dopo la caduta di Mussolini. Dopo l’8 settembre 1943, tornò in Toscana e, col nome di battaglia di “Vittorio”, comandò una delle prime formazioni gappiste a Firenze. Pochi mesi dopo, caduto in una imboscata dei repubblichini della Banda Carità, fu ucciso sulla porta di una trattoria in via Pandolfini.

Mario Cordini. Ravenna, 28 Gennaio 191 l – Forlì, 14 Gennaio 1944. In suo onore fu inti­tolata la 28A Brigata Garibaldi, comandata prima da Alberto Bardi e poi da Arrigo Boldrini Bulow”.

La Repubblica Partigiana di Cogne – 1 –

Storia della Repubblica Partigiana di Cogne

Tra il 7 luglio e il 2 novembre 1944, a Cogne in Valle d’Aosta, si costituì una Repubblica Partigiana inspiegabilmente sottovalutata dalla storiografia ufficiale.

Per quanto non sia stupefacente che quella straordinaria stagione sia stata trascinata in una corrente di colpevole indifferenza, rimane il desiderio di tentare la risalita, nuotando contro, come fanno i salmoni. Quanto segue intende far parte di questo tentativo.

Dalle testimonianze raccolte, per cominciare, si desume che l’occupazione di Cogne del 7 luglio 1944 da parte delle forze partigiane , fu  organizzata scrupolosamente con l’indispensabile volontà e la personale abnegazione dell’ing. Franz Elter, allora direttore centrale della Soc. Naz. An. COGNE, (allora, la principale industria siderurgica integrale italiana),  la collaborazione delle maestranze della COGNE, e l’indispensabile sostegno di buona parte della popolazione, senza il quale nulla di ciò sarebbe stato possibile.

Vennero accumulate fin dal ’43, e messe da parte, scorte alimentari e altro materiale, come vestiario, esplosivi etc. etc, che avrebbero dovuto garantire l’auto sostentamento delle truppe partigiane per lungo tempo. Di questo discreto e massiccio lavoro da formiche ci sono testimonianze frammentarie e in qualche modo indirette, come di qualcosa che sta sullo sfondo…

Un testimone è Guglielmo Carrara classe 1932, allora dodicenne, che ricorda “un gregge di pecore proveniente da Champorcher,” ma è l’unico testimone in proposito. Suo fratello maggiore era partigiano. Entrambi vivevano a Cogne, dove il padre era stato minatore. E’ probabile che un gregge di pecore sia transitato tra il villaggio minerario di Colonna e Champorcher attraverso il Col Fenêtre, ma non sappiamo quante volte sia successo né esattamente in che direzione fosse diretto il gregge; Guglielmo lo ha messo in relazione, a distanza di settant’anni, con gli accadimenti successivi e, per esempio, del vettovagliamento in favore della banda partigiana di Pedro, operante a Champorcher, parla anche l’ing. Elter come segue: “Il 25 giugno 1944, unitamente al sig. Marchionni Luigi, capo servizio alla Miniera di Cogne, mi incontrai nell’alta valle di Champorcher con l’Avv. Artom, Commissario Civile della banda di Pedro, per concretare un servizio di informazioni e rifornimenti in favore di questa banda.”

Dei rifornimenti avrebbe potuto far parte un gregge di pecore? A questo proposito Piero Elter, uno dei figli di Franz,  tra i partigiani più giovani a Cogne – aveva solo sedici anni – esclude che del lavoro di approvvigionamento avesse fatto parte un gregge di pecore, doveva trattarsi – dice – di una macellazione per la mensa di Colonna: “Probabilmente si tratta di un gregge di pecore effettivamente comprate dalla COGNE (mi sembra nell’estate ’43 ma non ne sono sicuro) che venivano macellate per la mensa di Colonna. Non so se una parte di queste pecore sia finita davvero dai partigiani di Champorcher, ma mi sembra improbabile”.

Questa lunga premessa sulla testimonianza di Guglielmo è per sottolineare l’importanza delle testimonianze dirette per cercare di farsi un’idea dell’aria che altri hanno respirato. Franz Elter scrive di suo pugno in uno dei suoi brevi e concisi memoriali (cinque in tutto) di essersi preoccupato “fin dall’aprile del ’43” di accumulare esplosivi e altro materiale traendolo dai magazzini della COGNE. In parte per rifornire la banda Léxèrt che operava a Fenis, in parte per effettuare sabotaggi alle vie di comunicazione in vari punti della valle “ad alcuni dei quali partecipai io stesso”.

Ma buona parte del materiale era trasportato agli stabilimenti di Colonna (a 2500 mt di altitudine) con prudenza e a intervalli regolari. Sarebbe interessante ricostruire con esattezza questa parte della storia. Il 29 giugno, a pochi giorni dalla concretizzazione finale del piano, quando tutto ormai era pronto salì a Cogne un gruppo di militi tedeschi al comando del ten. Reitch allo scopo di presidiare la miniera timorosi di sabotaggi ai danni dell’industria bellica tedesca, a cui era ormai destinata la produzione della miniera di ferro Cogne.

Soltanto il giorno prima Elter e Marchionni si erano incontrati con “Mésard“ – il cap. degli alpini Cesare Ollietti – e altri membri della sua banda a Acque-fredde per definire l’immediata occupazione di Cogne tramite ferrovia, mediante il trenino del Drinc. Ciò che avvenne attiene al campo dell’imprevedibilità degli incontri e determinò quell’incredibile compromesso tra la dirigenza della COGNE (Elter) i tedeschi (ten. Reitch) e la Resistenza (Mésard), che si concretizzò nella Repubblica di Cogne.

Racconta Franz Elter nel suo memoriale: “…Senonché il 29 giugno, il Comando di piazza germanico di Aosta inviava a Cogne un presidio di gendarmeria a protezione della miniera. Feci allora presente al tenente Reitch, ufficiale germanico di sorveglianza presso la COGNE, che ritenevo questa misura nociva al buon andamento della miniera in quanto che gli operai e la popolazione vedevano in ciò l’intenzione di una deportazione degli uomini in Germania e sarebbero state da prevedersi delle diserzioni dal lavoro. L’ufficiale si persuase facilmente del mio punto di vista e a sua volta persuase il comando di piazza a ritirare il presidio, ciò che avvenne il 1° luglio 1944.”

Più di un documento descrive questo episodio. Lo stile è scarno, essenziale e privo di enfasi, ma pieno di implicazioni interessanti. Intanto la persuasione: come poteva un ufficiale tedesco persuadersi facilmente se non perché già personalmente in qualche misura persuaso? Reitch, pare, era un militare tedesco, ma non era un nazista, non era un uomo violento e certamente Elter consapevole della prossima occupazione dovette trovare il modo e gli argomenti giusti per convincerlo a ritirarsi, mettendocela tutta.

Purtroppo di questo non c’è altra testimonianza oltre i suoi concisi memoriali, ma appare lecito immaginare un comune sentimento pacifista e un forte senso di responsabilità che li portò facilmente a un accordo. Poi si parla di fondato timore per le deportazioni di manodopera e materiale. Questo era stato annunciato dal regime dopo gli scioperi di febbraio assieme alla pena di morte per gli agitatori politici e i partecipanti ad azioni politiche o di sabotaggio, minaccia che conferma la fondatezza del timore. Vennero dunque i partigiani il 7 luglio, prendendo il trenino ad Acquefredde e raggiungendo Epinel e Molina.

Sempre Elter annota: “… Nella notte dal 6 al 7 luglio la valle di Cogne fu occupata dai partigiani che predisposero subito un forte posto di blocco al ponte di Chevril. Il ponte di Chevril fu subito minato ad opera di una squadra di minatori … “. Lo stesso ponte verrà fatto saltare il giorno della battaglia di Cogne – il 2 novembre 1944 – da un soldato tedesco disertore, entrato nelle file partigiane, che si chiamava Herzberg, insieme al giovanissimo partigiano Sergio Mancini , come si vedrà in seguito. Questo è il ricordo di Orsetta Elter, figlia di Franz: “Papà quel giorno era ad Aosta, come il solito, e ha avuto la felice intuizione di non fare la strada abituale per venire a Cogne, ma di passare per Gressan (allora nessuno ci passava in macchina). A Sarre, al bivio per Cogne, si è poi saputo che l’aspettavano per arrestarlo. La COGNE l’ha licenziato in tronco. Più tardi abbiamo saputo di una predica del vescovo di Aosta aspra nei confronti di papà e della taglia di un milione posta sopra la sua testa.” (Orsetta Elter, Memorie, F.lli Pozzo Editore).

Il sig. Cristofori era capo servizio amministrativo delle miniere ad Aosta e mantenne attivo un servizio di telefonia con gli uffici di Cogne, che permetteva a Elter e perciò ai partigiani di essere costantemente informato. Telefonista a Cogne era Aurora Martinetto, che avrebbe poi sposato  Maina, impiegato alla COGNE e attivista comunista; racconta di aver pagato, dopo la guerra, assieme a suo marito, le posizioni prese allora. Sul suo ruolo al telefono ha sempre mantenuto  il riserbo imparato allora: “Dopo la battaglia di Cogne io avevo un fascista sempre vicino, a controllare il telefono. L’ufficio era sopra lo spaccio, vicino al laboratorio dei chimici per il controllo del minerale. Loro controllavano le telefonate e perciò il dottor Elter ha avuto dei problemi…” ( testimonianza di Aurora Martinetto). Cristofori fece sapere da Aosta che il tenente Reitch a seguito dell’occupazione intendeva attaccare militarmente con quindici uomini soltanto.

Elter allora, d’accordo con il Comando partigiano  invitò Reitch a salire a Cogne in “abiti civili” per rendersi conto di persona dei rischi di quell’intervento e garantì per la sua incolumità e per il suo ritorno ad Aosta. “Il tenente Reitch a mezzo dell’interprete sig. Ermanno Favre che era pure dei nostri e più tardi raggiunse il presidio di Cogne come partigiano, fu facilissimamente persuaso a non agire. Egli non domandava di meglio. Si presentò la sera stessa al nostro posto di blocco di Chevril in abito civile. Fu accompagnato a Cogne dove contemplò alquanto interdetto il perfetto apparato militare della piazza e l’abbondanza del vettovagliamento, manifestò apertamente la sua soddisfazione di non averci attaccato con le armi. Dopo essere stato abbondantemente rifocillato fu rimandato incolume ad Aosta…. Il mio scopo era di evitare un immediato conflitto armato in modo che il presidio partigiano di Cogne avesse tempo di organizzarsi e fortificarsi. L’esito di un tale conflitto sarebbe indubbiamente stato favorevole ai partigiani date le esigue forze di cui disponeva il Reitch e volevo evitare la probabile uccisione di questo ufficiale che si era sempre comportato da galantuomo. Era inoltre convenuto col comando dei partigiani, e più tardi fu pure convenuto col CLN regionale, che la miniera avrebbe continuato a funzionare con ritmo produttivo ridotto. Questa misura era infatti opportuna perché la miniera fosse regolarmente approvigionata di viveri e di esplosivi di cui avremmo potuto disporre sotto il mio controllo per l’alimentazione delle truppe partigiane e per uso bellico. Inoltre era necessario fornire minerale agli stabilimenti siderurgici di Aosta per scongiurare la probabile deportazione in massa di tutta la maestranza in caso di arresto della produzione.”

Segue