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4 Agosto 1944 – La Brigata Sinigaglia entra in Firenze

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4 Agosto 1944
La Brigata Sinigaglia entra a Firenze

Inno Partigiani Fiorentini

Sinigaglia, Lanciotto, Potente

sono nomi coperti di gloria
trucidati sì barbaramente
dai nemici di tutta la storia.
Ma se i martiri nostri son morti
guarderan verso di noi così
e diranno: no, non siam morti,
marceremo con voi come un dì.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!
Fanciullacci, Caiani, Rosselli
son brigate di garibaldini
che guidati dagl’inni più belli
marcian verso i migliori destini
di un’Italia tradita vilmente
da un ventennio di lutti e di orror
liberata sarà finalmente
dal tedesco tiranno invasor.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!

Franco Loi – Piazzale Loreto 1944

Piazzale Loreto 1944:
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Franco Loi

Piazza Loreto, dominata dal Titanus
tu, aperta,
come una mano dalla pelle morta
sembri voler toccare la gente che passa,
e là, presso la staccionata sconnessa
sotto la colla dei manifesti stracciati,
è là che ridono, la, che la gente sorda
stringe le gambe e vorrebbe gridare.
Gente che pensa in silenzio che si smangia dentro,
che mette le radici ai piedi, come quei tremolii
che, presso al letame, si diramano verso la luce
e sotto la corteccia passa la formica
che è il terrore e la rabbia e lo sbalordimento.
E li, ben lavati, con la barba rasata,
seduti sulle casse di legno, o, come i più impudenti,
attaccati alla staccionata, che sembrano accarezzare
teneramente gli sten,
o che tra il ridere e il parlare, annusano crescere gli odi
gli occhi lividi delle camicie nere
uno fuma, un altro piscia, un terzo sputa,
e un delinquente, col suo modo di fare pieno di merda
con le mani rosate sui fianchi cerca gli occhi che
gli si negano…
O gente milanese,
voi, gente laboriosa,
in mezzo a noi una povera donna scoppia a piangere,
ed è una febbre che trema per la piazza
e fa smagrire le facce che stringono i denti a testa bassa.
Ehi tu…!…si tu!… che vuoi?
Manca qualcosa?
Io…?
Si, tu,
e un teppista col mitra puttana
afferra per un braccio quella che piange.
Io signore…?.
Tira su la testa!
e lentamente,
come ride una baldracca, gli occhi bianchicci
sbavano negli occhi che l’amore fa morire
poi, calmo, tira secco uno sputo
tra i piedi nella polvere, e graffia come una lama
l’occhiata storta tra quegli uomini scorticati, [….

Loi è stato testimone di quanto avvenne in piazza Loreto il 10 agosto 1944 dove furono fucilati per rappresaglia dalle Brigate Nere, 15 partigiani e i loro cadaveri lasciati sul marciapiede.
Così avrebbe raccontato il poeta molti anni dopo: "C’erano molti corpi gettati sul marciapiede, contro lo steccato, qualche manifesto di teatro, la Gazzetta del Sorriso, cartelli , banditi! Banditi catturati con le armi in pugno! Attorno la gente muta, il sole caldo. Quando arrivai a vederli fu come una vertigine: scarpe, mani, braccia, calze sporche.(….) ai miei occhi di bambino era una cosa inaudita: uomini gettati sul marciapiede come spazzatura e altri uomini, giovani vestiti di nero, che sembravano fare. la guardia armati!"
Personalmente avrei voluto che la piazza venisse ricordata solo per questo atto di barbarie fascista, i morti Partigiani non meritavano la contaminazione con i loro assassini.
Ma così gli uomini hanno voluto.
A volte la passione e l’odio non sono buoni consiglieri, la scelta che fu fatta ha lasciato un brutto ricordo, perchè "la violenza sporca chi la usa", ma anche in questo caso la colpa è di chi per primo l’ha usata.

 

il “Treno degli italiani” – 1944

Dai fantasmi del ’44 riemerge
il “Treno degli italiani”

 

 

Il 4 gennaio di 70 anni fa partiva da Roma un convoglio diretto a Mauthausen: a bordo trecento deportati politici, rastrellati dai loro connazionali
Nel febbraio del 1944. In segno di buona volontà verso il governo di Berlino la polizia italiana rinchiuse a Regina Coeli centinaia di prigionieri politici
umberto gentiloni
Un convoglio speciale si muove dalla stazione Tiburtina di Roma nel tardo pomeriggio di 70 anni fa, il 4 gennaio 1944. La destinazione ignota ai più prevede il passaggio da San Giovanni in Persiceto, l’attraversamento del confine al Brennero, una sosta di un paio di giorni a Dachau e l’approdo a Mauthausen all’alba del decimo giorno. 
Un treno come tanti che si muovono sui binari di mezza Europa durante il secondo conflitto mondiale, carico di centinaia di passeggeri stipati nei vagoni: mezzi di trasporto che spostano vite, storie, famiglie, lacerando comunità e falcidiando intere generazioni. Una ferita che non si rimargina e che colpisce parti del tessuto della capitale provata dai primi mesi di occupazione a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e dalla guerra civile che divide la popolazione. Particolari tuttavia le ragioni e il contesto che portano alla composizione del gruppo dei viaggiatori: un progetto che punta ad allontanare in modo forzato presenze indesiderate o potenziali oppositori del regime fascista e dell’occupante nazista. Una sorta di biglietto da visita di chi si batte indefesso a fianco della Germania nazista anche dopo le nuove alleanze maturate nell’estate cruciale del 1943. 
Se ne sa poco, anzi per molto tempo non affiorano notizie o documenti in grado di supportare gli interrogativi di nuove indagini conoscitive. Poi, a fatica, qualche messaggio raccolto nelle frenetiche ore di preparazione del viaggio, un passaparola e alcuni biglietti passati di mano in mano, lettere consegnate a famiglie rimaste incredule, in attesa di un segno plausibile dopo giorni di angoscia e lunghe peripezie. Consegnare un messaggio a chi è in cerca di notizie, di speranze sui propri cari rappresenta una buona occasione di un baratto: tessere annonarie, regalie e qualche spiccio in cambio di preziose parole e di una firma su piccoli fogli di carta. La sorte di chi scrive è quella di tanti, quasi 300 prelevati in pochi giorni e avviati verso un incerto destino. Un insieme variegato che è uno spaccato per seguire le dinamiche dell’occupante nazista e le connivenze di chi ne asseconda strategie e obiettivi. Le premesse sono semplici e ben definite; della storia si sa poco fino a quando alcune ricerche pionieristiche cominciano a squarciare un velo fatto di omissioni e oblio (promossi dall’Associazione Nazionale Ex Deportati, i lavori di Italo Tibaldi e da ultimo Eugenio Lafrate http://www.deportati4gennaio1944.it). 
A fine 1943 Roma è segnata dall’occupazione nazista, sul suo territorio sono in vigore le leggi di guerra del Terzo Reich. Come segno di buona volontà nei confronti del governo di Berlino agenti di pubblica sicurezza italiana iniziano a rastrellare e rinchiudere nel carcere di Regina Coeli alcune centinaia di prigionieri. La questura si muove su indicazione del ministero dell’Interno della Repubblica Sociale Italiana e mira a gestire l’intera operazione: deve essere un segno inequivocabile di efficienza, un modello e un colpo alle forme di resistenza che si erano espresse nella capitale. Il bilancio è inquietante: la gestione della polizia fa sì che italiani in divisa accompagnino propri connazionali fino al Konzentrazionlager di Mauthausen. Una collaborazione proficua nel quadro del sistema della deportazione che i nazisti sperimentano in mezza Europa.
I trasferimenti erano iniziati la mattina di settanta anni fa, centro di raccolta la stazione Tiburtina in un tragitto che diventa l’ultima possibilità di fuga. Alla fine arrivano a destinazione in 257, solo 59 riusciranno a vedere l’alba della liberazione e l’arrivo degli americani nel maggio 1945. Il treno è uno strano universo: ragazzi, giovani sbandati, soldati fermati nel fronte Sud durante la battaglia di Cassino, renitenti alla leva, cittadini di religione ebraica e circa 70 antifascisti di varia natura e provenienza (anarchici, comunisti, socialisti, liberali). Per tutti la strada è irreversibile: campi di concentramento, inserimento nel sistema di lavoro coatto, controllo sui destini individuali e sulla sorte dei nuclei familiari.
Con la fine del viaggio il «Treno degli italiani» scompare dalla trasmissione della memoria collettiva nel lungo dopoguerra, anche dalle vicende più tormentate dell’occupazione nazista di Roma. Poi si accende una luce e quel lungo tragitto sui binari viene riproposto come pagina di un passato che ci interroga e ci interessa; la sua ombra sembra spingersi dal 1945 fino a un tempo a noi più vicino. Sono le lettere, le immagini, le biografie dei prigionieri, le storie nei documenti d’immatricolazione del carcere, nelle carte dell’Ovra o nell’archivio della Croce Rossa a Bad Arolsen che aiutano a dare un volto a chi non l’aveva, un’identità a chi l’aveva perduta, un indirizzo a chi era stato sradicato e travolto dall’odio della guerra. Tra i sopravvissuti a Mauthausen, due (Mario Limentani e Antonio Fragapane) sono ancora in vita; degli altri solo le tracce come piccole schegge di una memoria che merita di non andare dispersa.
http://www.lastampa.it/2014/01/05/cultura/dai-fantasmi-del-riemerge-il-treno-degli-italiani-db0vbR23CsUKFCLy3JisQM/pagina.html

Famiglia Gucci : 6 Agosto 1944

Famiglia Gucci : 6 Agosto 1944
di Serena Gucci, 24-4-2010, Tutti i Diritti Riservati.
È la mattina del 6 Agosto 1944.
Fiesole vive i giorni concitati che precedono la liberazione di Firenze: tra bombardamenti, fucilazioni e rastrellamenti di partigiani e di famiglie che li aiutano, da parte delle truppe tedesche.
Sono due soldati a bussare con violenza alla porta della Famiglia Gucci, intorno alle 13, in Via San Clemente.
La figlia maggiore, Gucci Leonetta, di anni 12, li aveva visti arrivare mentre attingeva acqua dal pozzo ed era corsa in casa ad avvisare i familiari.
Fu Giovannini Norma, di anni 31 (moglie di Gucci Aurelio), ad aprire la porta.
I due soldati entrarono spintonandola violentemente e, dopo aver controllato sommariamente le due stanze del piano terra, uno prese un coniglio nelle gabbie sul retro di casa ordinando che gli venisse spellato, mentre l’altro, armato di fucile mitragliatore, fece cenno a Norma di precederlo al piano di sopra.
Al piano di sotto rimangono i nonni, Gucci Ulisse , di anni 77, e Casati Maria di anni 66 con i tre figli, Leonetta, Luciano, di anni 6 e Giancarlo, di neanche 3 anni.
Al piano di sopra il soldato trova il capofamiglia Aurelio, di anni 36, a letto e con regolare congedo per motivi di salute, che prontamente mostra.
Il soldato non guarda neanche il documento e prosegue la perquisizione, forse pensando
di trovare prove che la famiglia Gucci aiutasse i partigiani.
Poi fa cenno a Norma di seguirlo nella stanza accanto dove cerca di violentarla.
Accorso alle grida della moglie, Aurelio aggredisce il soldato a mani nude.
Nella colluttazione il soldato cerca di sparargli, ma Norma afferra la canna del fucile deviando i colpi verso il soffitto; poi riesce a togliergli l’arma dalle mani e a scappare al piano di sotto.
Intanto, richiamati dagli spari, giungono altri soldati che circondano la casa mentre, il soldato che
era con Norma, ripreso il fucile spara, uccidendolo sul colpo davanti alla porta di casa, Ulisse.
Costringe poi la donna a trascinare in casa il cadavere mentre risale al piano di sopra in cerca del
capofamiglia.
Aurelio, con la casa circondata aveva potuto solo scappare da una piccola finestra e rifugiarsi sul tetto.
Purtroppo il soldato lo aveva notato e, nonostante le suppliche della moglie, che cercava di togliergli l’arma, abbattuto.
I soldati se ne vanno mentre Norma, constatata la morte del marito, decide di andare in cerca dei figli, fuggiti attraverso i campi alle prime raffiche di mitragliatore.
Sulla porta le SS hanno lasciato un piantone a guardia della casa, ma fortunatamente in cucina c’è una botola che porta in cantina: lì si trova un’uscita secondaria (la casa è costruita a ridosso di una collina) che lei usa per allontanarsi senza essere vista.
La nonna Casati Maria non si sa quando si sia allontanata da casa.
In cerca del Comando tedesco, situato in una villa lì vicino, era stata vista da testimoni prima presso una casa colonica in cerca di aiuto poi, nel tardo pomeriggio, piantonata da soldati tedeschi.
Fu trovata verso le 19, uccisa per fucilazione, nel campo poco distante il luogo dove ora sorge il tabernacolo in località Bosconi dove sono ricordati i caduti civili della zona.
I bambini, che scappavano per raggiungere il bosco lì vicino, furono raggiunti 200 metri più su della loro casa da alcune raffiche di fucile mitragliatore.
Il figlio minore fu colpito gravemente alla schiena e a un polso: una fucilata che, in un bambino
così piccolo comportò il quasi totale distacco della mano.
La sorella maggiore usò la propria gonna per creare una rudimentale fasciatura, lo prese in braccio e proseguirono la fuga in cerca del vicino comando tedesco, al quale segnalare l’accaduto.
Strada facendo incontrarono dei soldati tedeschi che, non capendo il racconto della ragazzina (o non volendolo capire) li condussero a una vicina casa colonica.
La famiglia che abitava lì, conoscente dei Gucci, visto il bambino così gravemente ferito, crea con una scala di legno una barella rudimentale con cui trasportarlo all’Ospedalino di Fiesole, operativo pure in mezzo al caos della guerra e dei bombardamenti.
Nel mentre li raggiunge la madre che, sconvolta e in lacrime, racconta l’accaduto.
Madre e figlia cercano di raggiungere la chiesa di S.Michele a Muscoli per sapere se la nonna fosse passata di lì.
È lo stesso parroco a consigliarle di andare con lui al Seminario di Fiesole, adibito in quei giorni a centro sfollati, passando per vie secondarie.
Giancarlo fu ricoverato all’ospedalino di Fiesole dove il medico che lo curò compì un grande miracolo salvandolo e guarendolo, poiché poteva perdere una mano e rimanere paralizzato a causa della ferita alla schiena.
Il figlio mezzano, Luciano, si ruppe un braccio a causa dello spostamento d’aria per lo scoppio di una granata, mentre la madre, Norma, era sotto shock per il dolore dei lutti subiti.
Dal giorno 6 Agosto al 15 dello stesso mese i corpi di Ulisse, Aurelio e Maria rimangono là dove furono uccisi.
I tedeschi non davano la possibilità di avvicinarsi, neanche la Curia ottiene il permesso.
Sono i vicini di casa a ottenere che i corpi vengano rimossi.
Le SS costringono due contadini a scavare una fossa sul retro di casa e a seppellirli lì; mentre la nonna Maria verrà coperta con poche palate di terra dalla sorella, nel campo dove è stata fucilata.
Dopo la Liberazione di Fiesole, il 1° Settembre, i partigiani costruirono per loro delle bare rudimentali con il legname delle cassette per le munizioni.
I loro corpi riposano al Sacrario dei Partigiani presso il Cimitero di Rifredi a Firenze, mentre i loro nomi figurano sul tabernacolo dei Bosconi e sulla Lapide ai caduti di Fiesole lungo la salita che porta alla Chiesa di S. Francesco.
I superstiti della Famiglia Gucci poterono rientrare nella propria casa solo a fine di Ottobre, trovandola devastata e depredata di tutto.
In seguito si è appreso che un vicino che mirava ad avere un qualche “vantaggio” dalle SS denunciò i Gucci come famiglia che aiutava i partigiani.
Cosa peraltro non vera.
La signora Giovannini Norma rese testimonianza solo una volta, per la denuncia alle autorità, poi non ne ha più voluto parlare.
Ha continuato tutta la vita a rendere omaggio con fiori e messe ai propri cari, fino alla morte avvenuta nel 2001, mentre Gucci Leonetta, tramite l’ANPI e il Comune di Fiesole ha continuato a testimoniare la storia della sua famiglia soprattutto davanti ai giovani, fino alla morte avvenuta nel 2007

Arturo Loria – La Liberazione

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LA LIBERAZIONE – ARTURO LORIA

Non ho tenuto un diario di quei giorni. Non avevo casa; dormivo in un corridoio al primo piano di un antico edilizio monastico ai piedi della collina di Bellosguardo e dovevo, a notte, risparmiare la candela non mia anche se fraternamente offerta insieme con quella ospitalità da stato di emergenza. Interrotto il sonno dallo scoppio delle granate tedesche nei campi vicini e nel giardino, mi conveniva, invece, considerare quanto fosse saggio rimaner lì sul giaciglio o trascinarmelo giù in una cantina piena di gente atterrita. Per pigrizia o per spossatezza, rifiutavo di creder davvero impellenti le fragorose ammonizioni, fino all’alba, quando il duello delle opposte artiglierie, come una vigile canéa notturna d’ambo le parti, non cessava a un tratto. Tuttavia dubito che in più favorevoli condizioni esterne mi sarei messo a scrivere, tanto forte era la mia fiducia nella memoria futura e nelle sue scelte.

Adesso, invidio coloro che hanno segnato su qualche foglio avvenimenti e speranze, voci e impressioni, perché m’interesserebbe rileggere la mia cronaca, sia per confrontarla con quella di altri, sia col mio animo di oggi rispetto a tale periodo. Se provo a rievocarlo, mi accorgo che, all’infuori di alcune indimenticabili immagini, ben poco m’indirizza a scoprire l’animo di allora, sotto gli strati di cui il tempo l’ha ricoperto. Anche la felicità del ritrovamento di tutta la famiglia dispersa è ormai velata dalla tristezza per la susseguente perdita dei miei genitori. Quindi, sono come uno di quei testimoni che, chiamati a deporre circa un fatto lontano negli anni, porgono, nel migliore dei casi, un’interpretazione venuta a formarsi attraverso un inconscio lavorìo, e non più il racconto che si vorrebbe da loro.

Fui tra la minoranza dei fiorentini, sulla riva sinistra dell’Arno, per i quali la liberazione giunse relativamente presto, ma non prima che l’esercito tedesco, passando tutto sulla riva destra, avesse distrutto i ponti e ammucchiato grandi rovine ai due capi del superstite Ponte Vecchio. La guerra guerreggiata si svolgeva ora intorno e dentro Firenze già colpita. Più che mai s’insisteva nella profanazione, nell’assurda violazione. Il sibilo di un grosso proiettile nel cielo della città me la faceva sembrare di vetro e mi toglieva il respiro fino al tonfo lontano, sui colli, mentre una specie d’incrollabile stupore dinanzi ai guasti delle mine e del cannone tra tesori d’arte serbati ad esempio per tutto il genere umano, mi chiamava al sempre rischioso impegno di rendermene conto. Oggi spiego con l’incessante bisogno di convincermi della loro realtà le molte imprudenze che commisi recandomi ìn luoghi esposti al tiro dì gente appiattata in bestiale attesa di spargere sangue fraterno e innocente, sulle vie della fuga, o ai ciechi pericoli delle cariche inesplose sotto le macerie. Ma in ciò non ero solo e quando i soldati alleati ci ostacolavano, oppure, dette aspre parole di avvertimento, con improvvisa e strana condiscendenza ci lasciavano salir nelle case in riva al fiume a cogliere in tralice da un finestruolo lo strabocco delle rovine per intuirne la vastità, misurarle con il ricordo degli edifizi spariti, soffrirle, essi riconoscevano nell’ansia che ci muoveva e nella nostra scarsa credulità ai colpi micidiali che vengono di lontano e da luoghi apparentemente deserti e muti, una quasi intatta fede di uomini civili nella vita civile e in suo ordine morale.

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Qualcuno, un sergente inglese, tentò di spiegarcelo, allora, con amara ironia e aggiungendo che, per lui, la guerra sarebbe continuata ben oltre Firenze. Giustissimo; per altro egli c’insegnò la soffitta da cui veder pienamente, sotto il fulgore del cielo estivo, l’Arno, che aveva riavuto una rapina di secoli, ma era incapace di rifarla sua.

Per questo, forse, non mi è accaduto, qui, di ritrovare prima di ,ogni altra cosa la mia esultanza dell’ora nella quale mi capii libero, sul piazzale di Porta Romana, con Giulio e con Gualtiero, due dei miei fratelli, che da un malsicuro, cannoneggiato rifugio sotto Monte Uliveto, mi avevano raggiunto al momento presentito, tra la folla festante intorno ai primi soldati alleati. C’era in noi un incontenibile bisogno di manifestare amore ai nostri concittadini, dopo tanti mesi di vita occulta e di triste coscienza del divieto alla parità di diritti con loro. Il sentirci tornati, senza parole di oratori, senza firme né bolli su carte, alla parità dei doveri, cì esaltava, ìn lacrime, ci rendeva impazienti di adoperarci ad alleviare disagi comuni a tutti, poiché non era ancor tempo di ricostruire qualcosa con sforzo concorde.

Ricordo che cercavamo il sole, al pari di tutti coloro che escono liberi da un nascondiglio o da un carcere, un sole nuovamente caldo e dolce: quello del nostro paese, .della nostra infanzia e giovinezza fiduciosa, ignara di terribili differenze tra gli uomini. Ed eravamo intimamente umilissimi, sebbene godessimo fino al pianto dei saluti festosi e degli abbracci di chi era contento di rivederci vivi e fuori da un incubo. Umilissimi, perché morte, distruzione e sconquasso mal rimediabile erano stati i decisivi agenti della nostra liberazione e riabilitazione di cittadini.

Per questo, forse, e parlo di me solo, accettai quasi mi fosse lieve la gravissima perdita di tanti anni del mio silenzioso lavoro di scrittore. Sapevo, infatti, per aver intravisto Firenze, di tra le siepi di Boboli, subito dopo l’esplosione dei ponti, che la casa di Via Por Santa Maria in cui avevo nascosto tutti i miei scritti inediti non c’era più: solo rovine fumanti sotto un nembo di polvere d’oro. Pagavo, dunque, e tacevo di ciò anche con Giulio e con Gualtiero. Se tra noi accadeva di -accennare agli altri di casa rimasti sull’altra riva e dei quali ignoravamo la sorte, ne seguiva un penoso silenzio d’angoscia; ma, alla frase iniziale del nuovo, cauto discorso, mi luceva la speranza che nessun indicibile dolore venisse poi ad aggiungersi a quello così singolarmente mio, cui ero rassegnato. Tuttavia non mi sfuggiva di aver perduto gli anni migliori della mia operosità di artista e di non poterli in alcun modo recuperare.

L’ansia per quanto andava svolgendosi di ora in ora, il sogno di un completo, felice ricongiungimento familiare, l’altro di rivedere, un giorno, la donna amata e lontana, servivano a impedirmi la coscienza che anch’io avevo avuto la mia mutilazione. La pena per il lavoro distrutto trovava mille narcotici nelle giornate faticose, estenuanti. Si trattava di una pena da patir più tardi, quando, ricaduto nell’egoismo che spinge a farei conti, io potessi valutare in me le forze rimaste e le speranze da fondar su quelle.

Il sole mi rincuorava, ho detto, anche" s’eravamo nella canicola. Amavo sentir gridare il mio nome da gruppi di salutanti di ogni ceto, rispondere con parole affettuose, incoraggiare chi mi sembrava stanco o avvilito. Possibile che tra quello stesso popolo che, capìto il mio bisogno, m’aveva dato asilo e protezione, cì fossero stati degli uomini disposti a voler la morte immediata o lentamente orrenda di migliaia e migliaia di creature ancor più innocenti di me? Il fanatismo, l’odio, l’ignominia dei sicari più che volenterosi, dei perfidi segugi in caccia di un pallore, di un tremito, di un balbettio di paura, di una risposta di bimbo che tradisse la preda, mi parevano appartenere a un terribile mondo di pazzi, conosciuto ìn sogno.

Anche nella Bibbia è duro il cuore del Faraone, non quello del popolo, da cui, fatalmente, si traggono i pochi esecutori delle tragiche sentenze. Così pensavo senza buttarmi, credo, all’ottimismo di chi l’aveva scampata bella; e cosi penso oggi, pur sapendo che il fanatico non guarisce. E’ un cane idrofobo. La società, e non il singolo, deve provvedere contro la sua rabbia e il suo veleno.

Finita la giornata a trarre acqua dai pozzi, a trasportare pesanti damigiane, a recare un po’ d’aiuto a vecchi e a infermi, guardavo con occhio distratto l’ardore politico intorno a me, l’organizzarsi di forze, di tendenze rinate o nuove, nei raduni ai quali venivo invitato. In verità, giudicavo naturali le ragioni di tanto ardore; ma non mi sentivo incline a parteggiare in seno a quel brandello di comunità ancor malamente congiunto con le parti già liberate del paese. Presentivo il futuro spezzarsi di una concordia di speranze e d’intenti, e me ne rammaricavo come se vedessi intorno alla fiamma di un lume splendido, la prima incrinatura del vetro che la protegge dal vento.

Infine, divenuta completa la liberazione di Firenze, riabbracciati i miei, raggiunta la nostra casa saccheggiata, vuota, mi ci serrai dentro alla meglio per veder di renderla abitabile e richiamarvi la famiglia. No; quando l’opera mia e di alcuni bravissimi operai stava dando buon fritto, la casa venne requisita. La guerra continuava. Ero come tutti, ormai, immerso nella realtà prevista dal sergente inglese. Feci esperienza. Ed è proprio di tale più lento passaggio che mi premerebbe rileggere cenni da me dati quotidianamente in un diario, non per contristarmi voluttuosamente sulla caduta d’illusioni mie e di altri, ma per trovarvi traccia di quanto, oggi, nella cosiddetta età matura, mi sembra esser stato l’affannato svolgersi di una mia seconda, più impegnativa e più confusa adolescenza.

Salta il Ponte a Santa Trinita

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Biografia

Arturo Loria nasce a Carpi da Aristide Loria, industriale ebreo, e Antonietta Righi. La famiglia, agli inizi del ‘900, possedeva nella cittadina una fabbrica di cappelli di paglia. Nel 1912 i genitori decidono di trasferire la fabbrica con tutta la famiglia a Firenze. Nei primi anni di vita il ragazzo viene colpito dalla poliomielite che lo segnerà nel corpo, lasciandogli un’andatura zoppicante, ma anche un carattere riflessivo tenace e volitivo che gli permette di praticare sport, oltre che prendere lezioni di pianoforte.

Dopo aver frequentato il Regio Liceo classico Galilei di Firenze dove studia con grande profitto sia i classici latini, sia autori come Shakespeare, Poe, Dostoevskij ed Emily Dickinson, Loria compie con grande entusiasmo a diciotto anni il suo primo viaggio a Parigi, e l’anno dopo, nel 1921, s’iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

Al Caffè Giubbe Rosse di piazza Vittorio Emanuele, abituale ritrovo dei collaboratori di Solaria, Loria conosce Eugenio Montale, Raffaello Franchi, Felice Carena, Marino Marini, e instaura una duratura amicizia in particolare con Roberto Papi, Giovanni Colacicchi e con Alessandro Bonsanti, che svolgeva le mansioni di direttore della rivista. Solaria, rivista di riferimento per la critica italiana, permette a Loria di far conoscere i suoi scritti a dei critici più che autorevoli: oltre ai già citati non si possono non ricordare Emilio Cecchi e Natalino Sapegno.

Nel 1935 viene pubblicato dalla rivista Pan, il racconto, Il compagno dormente, titolo ripreso anche in seguito nella raccolta di racconti postumi del 1960. Dopo un’altra breve permanenza alla Columbia University nell’estate del 1936, ritornato in Italia si trasferisce definitivamente a Firenze e precisamente in Borgo San Jacopo dove affitta uno studio in una torre antica dalla quale si può intravedere un bellissimo panorama della città. Inizia a collaborare fin dal primo numero alla rivista Letteratura fondata e diretta da Alessandro Bonsanti.

Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali porta ulteriori nuove limitazioni delle libertà individuali che impediscono di fatto agli ebrei di partecipare alla vita sociale e culturale del Paese.

Con la famiglia è costretto suo malgrado, a causa del conflitto (degenerato, in seguito all’armistizio e alla fuga di Re, in una crudele e insensata guerra civile, mentre le truppe alleate bombardano i Tedeschi in fuga danneggiando anche le città) a lasciare Firenze e a rifugiarsi a Montevarchi. Durante uno dei tanti bombardamenti, l’ufficio della ditta Loria viene colpito e nel crollo vanno perduti importanti documenti e manoscritti dello scrittore, il quale affermerà in seguito "Quest’azione ha cancellato dieci anni di lavoro silenzioso e abbastanza assiduo". Anche la fabbrica del padre a

Montevarchi e l’annessa biblioteca molto cara allo scrittore vengono devastate e saccheggiate dai tedeschi; vanno così dispersi i libri raccolti fin dai tempi del liceo e le collezioni di quadri.

Ritornato alla conclusione delle ostilità nella sua amata Firenze, l’impegno e l’aspirazione più grande è subito quello di ricostruire la biblioteca acquistando di nuovo i libri in edizioni rare e in lingua originale, ritrova anche gli amici di sempre e insieme a Bonsanti, Montale e Scaravelli fonda, nel 1945, la rivista Il Mondo, periodico d’attualità e di costume, con un osservatorio speciale sui problemi postbellici.

Negli ultimi anni della sua vita collabora con Bernard Berenson traducendone i saggi per il quotidiano Corriere della Sera e per lo stesso quotidiano scrive alcuni racconti e favole che non ottengono il successo sperato. Estraneo a certe logiche editoriali, sempre più isolato, Loria muore improvvisamente, dimenticato dal grande pubblico, il 15 febbraio 1957.

Note

Dalla rivista “Il Ponte”

Settembre 1954

Hubert Howard – Entrata a Firenze

 Entrata a Firenze

 Gli eserciti alleati entrarono nella parte sud di Firenze la mat­tina del 4 agosto 1944. La prima linea di combattimento si era spo­stata avanti lentamente negli ultimi tempi incontrando gli ostacoli e la resistenza consueti, ma quel giorno l’opposizione del nemico im­provvisamente sembrò paralizzarsi e i nostri eserciti balzarono in avan­ti così rapidamente che la loro avanzata somigliava piuttosto a una corsa.

Quella mattina di buon’ora mi ero trattenuto con alcuni ufficiali miei colleghi su una collina fra la Val di Pesa e la Val d’Arno, stu­diando carte e ricevendo rapporti. Alcuni combattimenti avevano luo­go sotto di noi, ma intorno a noi l’aria era assolutamente tranquilla, con quella fresca nebbiosa quiete di un’alba estiva. Dietro a noi c’era una chiesina con colonne e un porticato in cui dei portatori stavano parlando i feriti e anche i morti coperti con coperte da campo. Allora, un po’ come le notizie di estrema importanza si diffondono con una certa nervosa vibrazione entro un’ impaziente alveare di api, così, mi parve, non meno per telepatia che per ordini diretti, sentimmo che era giunto il momento del nostro improvviso balzo in avanti, proprio alle calcagna del nemico in ritirata.

 Sulla strada di Firenze

Le rumorose colonne armate sollevavano grandi nuvole di pol­vere via via che passavano dinanzi all’austera Certosa, quieta e si­lenziosa sul suo colle, e accelerando il passo per la strada in discesa verso Poggio Imperiale raggiungemmo l’antica porta fortificata che si apre nelle mura a sud di Firenze: Porta Romana. La nostra avanzata per questa via divenne una processione trionfale. Grida di benvenuto, saluti e applausi accompagnavano il nostro passaggio attraverso le strette strade. Fiori e rami festosi venivano gettati lungo il percorso delle mostruose e rumorose macchine da guerra. Non passò molto che graziose ragazze ridenti erano sedute accanto ai soldati polverosi e incoronati di fiori sui nostri tanks, i nostri affusti di cannone e le nostre carrette.

Scendendo da Porta Romana mi vennero incontro i rappresentanti del Comitato Fiorentino di Liberazione. Questo Comitato era stato costruito al principio della guerra per collegare e organizzare la diffusa opposizione esistente contro il fascismo. Era composto di uomini pieni di patriottismo che rappresentavano tutte le gamme di opinioni dai comunisti ai liberali. Questi uomini avevano previsto le disa­trose, della politica fascista in Italia. Con grave rischio personale e sotto la minaccia di severe rappresaglie, erano riusciti a organizzare, con l’aiuto di forze partigiane, un’efficace opposizione alle forze armate fasciste e tedesche.

La maggior parte dei membri del Comitato erano ancora nascosti a nord dell’Arno nel territorio nemico, ma avevano inviato alcuni dei membri più giovani oltre la linea del fuoco per darci preziose infor­mazioni e consigliarci in questioni civili e militari. D’allora in poi ri­manemmo in strettissimo collegamento con il Comitato di Liberazione, che era organizzatissimo e in grado di fornirci nel minimo tempo poss ibile tutte le informazioni su Firenze e il territorio circostante.

Il nostro primo incontro con il Comitato fu breve: uno scambio di saluti con la promessa di un colloquio più tardi. Desideravamo an­dare avanti e vedere se le forze tedesche e fasciste tenevano vera­mente ancora la linea dell’Arno. Perciò in una jeep protetta da una coppia di tanks avanzammo cautamente lungo le antiche mura della città per il Viale Petrarca fino a San Frediano e poi nel Lungarno So­deríni. Qui, come ci aspettavamo, i tanks cominciarono a incrociare il fuoco con il nemico al di là del fiume. Tuttavia rimanemmo tutti sorpresi per un’improvvisa aggiunta di spari che caddero su di noi dall’alto di Bellosguardo. Fu immediatamente evidente che per orga­nizzare la nostra sicurezza e la nostra posizione sulla riva meridionale dovevamo prima ripulire le zone intorno e dietro a noi dagli avampo­sti nemici e dai nidi di mitragliatrici.

Quasi immediatamente giunse l’ordine dal Quartier Generale di ritirare le, truppe regolari. Quest’ordine sollevò costernazione e delusione fra i nostri amici e tutta la popolazione in festa. Non potevano credere che li abbandonassimo così presto. Dopo avere spinto i tedeschi dinanzi a noi, stavamo ora per permettere loro di ritornare?
‘Con suppliche quasi disperate eravamo invitati non a ritirarci, ma a continuare la nostra avanzata e a liberare madri e padri, fratelli e sorelle amici che costituivano la grande massa della popolazione sulla riva nord dell’Arno tutta quella gente stava aspettando la liberazione. Ci veniva detto che era impossibile piantarli in asso.
Naturalmente era era noto a tutti noi che Firenze al di là dell’Arno era in condizioni pietose. La popolazione era stata sottoposta da un certo tempo ai rigori di un severo coprifuoco; non aveva acqua, perché, gli acquedotti erano stati fatti saltare dai tedeschi; non poteva ricevere viveri perchè il coprifuoco aveva paralizzato tutti i trasporti e i movimenti in città.

I malati e i feriti negli ospedali erano privi della necessaria assistenza medica e talvolta diveniva perfino impossibile seppellire i morti.

 Funerali a Firenze

Così,a tutta la gente del luogo parevava che noi stessimo per ritirarci ed esitare al momento della vittoria e, così facendo riducessimo

Firenze ad uno spaventoso campo di battaglia sottoponendo la sua popolazione ed i suoi incomparabili tesori a tutti gli orrori della distruzione.

Questi furono i lamenti e le accuse che dovettero affrontare coloro che fra noi restarono indietro, e che riflettevano l’improvvisa disperazione di migliaia di persone intorno a noi.

Tuttavia alla luce della storia l’ordine di ritirata può essere considerato uno degli atti più umani e previdenti che siano mai stati compiuti da un comandante. Fu evidente fin da principio che le forze tedesche e fasciste intendevano tenere la linea dell’Arno per un certo tempo se fosse stato necessario combattere con le retroguardie nella stessa città. Questo era già accaduto a Pisa, portando alla rovina della città. L’intenzione del generale Alexander era di risparmiare Firenze, se poteva, e con questo fine decise di respingere il nemico dai due, lati della città lasciando che il centro divenisse una specie di terra di nessuno. Intendeva di occuparlo soltanto quando le forze avanzanti su due lati si fossero incontrate sul di dietro della città. Tuttavia queste questioni militari non potevano essere spiegate o discusse, da coloro di noi che ne erano allora al corrente. Sulla riva sud venne la­sciato soltanto un avamposto per rimanere in contatto con il Comitato di Liberazione e con i notevoli gruppi di partigiani che operavano sulle due rive del fiume.

La prima azione che dovemmo fare con l’aiuto delle formazioni partigiane fu un rastrellamento per rendere sicura la nostra posizione. Questa azione fu necessaria perché, oltre a nidi di mitragliatrici sulle alture di Bellosguardo e nei giardini di Boboli, franchi tiratori conti­nuavano a sparare nelle, strade dalle finestre più alte e dai tetti. Deci­demmo di ridurre al silenzio questa sporadica opposizione con un’unica operazione ampia ed efficace.

 A caccia di “Cecchini”

Collaborò con noi una formazione partigiana entusiasta e bene organizzata, guidata da un giovane di notevoli qualità il cui nome di guerra era « Potente ». Potente era rapido nelle sue decisioni e nei suoi propositi, molto rispettato dai suoi e molto abile nell’adattare se stesso e i suoi uomini alle esigenze sempre nuove della guerra partigiana.

Tuttavia i tedeschi dovevano avere saputo tutto sui nostri piani e sulle nostre intenzioni perché la sera in cui ebbe luogo il rastrellamentoi mortai su Piazza Santo Spirito, dove aveva sede il Quartier Generale dell’operazione e dove i vari comandi partigiani stavano riunendo e ponendo in moto i loro gruppi. La piazza era perciò tutta un brusio di folla in piena attività. Potente e alcuni dei suoi partigiani insieme ad un membro delle nostre truppe di collegamento furono uccisi e molta gente ferita. Nonostante questa tragedia il rastrellamento continuò con pari energia e fu portato a termine.

Aligi Barducci “Potente”

Molti prigionieri e molti sospetti vennero portati nei chiostri della Chiesaesa e tenuti là sotto vigilanza finchè non furono consegnati alle forze di polizia da allora in poi potemmo circolare nella parte, meridionale della città provando un senso di libertà e di sicurezza.

Giunse il giorno di passare l’Arno. Una mattina presto, quando l’aria, era ancora fresca e il mondo sembrava addormentato e in pace, i partigiani entrarono segretamente in movimento. Sapevano che un altro gruppo di partigiani, che si riteneva di circa duemila, era accerchiato a Monte Morello a nord di Firenze e stava per tentare di spezzare l’accerchiamento del nemico e congiungersi con loro nei dintorni della città. I tedeschi avevano a quest’epoca ritirato la maggior parte dei loto uomini sulla linea del Mugnone un fiumiciattolo che circonda la parie settentrionale di Firenze, dividendo all’ingrosso la città vecchia dai suoi sobborghi settentrionali. Senza attendere ordini i partigiani decisero, di avanzare immediatamente e di impegnare il nemico per impedire alle truppe di paracadutisti tedeschi che costituivano la re­troguardia dell’esercito tedesco di concentrare tutta la loro azione sui loro compagni circondati. 1 nostri ordini erano che i partigiani non entrassero a Firenze per altri due giorni. Eppure non ci si op­pose a quello che fu un popolare e quasi spontaneo attacco contro il nemico. Così io passai il fiume con loro.

Fra il ponte alla Carraia e il suo vicino, il ponte della Vittoria, .ponti che erano stati fatti saltare cona gli altri ponti di Firenze dai te­deschi in ritirata, c’è una diga diagonale, detta la pescaia di Santa Rosa, che trattiene le acque dell’Arno. Quelle acque erano basse in agosto e passavano sulla diga a quell’epoca con una profondità di circa un piede o un piede e mezzo. In lunga fila indiana, molto esposti al fuoco nemico se ve ne fosse stato, passammo per questa via di fort­una sollevando alte le gambe per sottrarle alla pressione, della corrente e passando con la massima cautela al di là di due grandi mine inesploseche erano ancorate li

 A guado sull’Arno

Non vi era anima viva nelle piazze e nelle strade per salutarci sul’altra riva. Un silenzio minaccioso, si stendeva sulla città e, via via che si riunivano nei loro gruppi, i partigiani avanzavano con il cauto passo ovattato di bestie della giungla, per prendere i loro posti lungo la frontiera del Mugnone. Per parte mia. con uno o due altri, volsi a est e mi diressi verso la grande piazza del municipio, del Palazzo della Signoria, che mi era stato detto esser divenuto la sede fortificata. del Comitato di Liberazione e di un’ altro piccolo gruppo di partigiani. Qui allora avvenne il mio secondo ingresso ufficiale a Firenze. Come diverso dal primo! Camminavamo piano e con intima preoccupazione per le deserte, strette, ombrose vie della città medioevale, per Via del Parione il fino a piazza Santa Trinita e di lì per via delle Terme a Por Santa Maria

I palazzi e le vecchie case avevano ripreso la loro triste prerogrativa di costituire altrettante fortezze private e parevano grandi dietro le loro massicce facciate di pietra, le loro grandi porte sbarrate e le loro finestre dallepersiane oscura Tuttavia, via via che avanzávamo), mi accorsi che la parte inferiore di queste persiane veniva sollevata• di qualche centimetro e sentivo centinaia di occhi fis­sati su di me con sguardi penetranti. Che impressione avrebbe fatto questo primo esiguo gruppo di inglesi che entravano a Firenze senza compagnia e virtualmente senza armi? Quindi colpì i nostri orecchi uno strano e mirabile suono che probabilmente non udremo mai più.

Dietro alle persiane avvertimmo gentili attutiti applausi di centinaia di mani nascoste e anche voci di benvenuto bisbigliate appena da centinaia di gole invisibili, che ci seguirono per le vie deserte e ci dimo­strarono l’approvazione dei nostri invisibili testimoni.

Piazza della Signoria

Fu con sollievo che giungemmo alla fine nella luminosa magnificenza di Piazza Signoria uscendo dalla paurosa e densa ombra delle vie buie, vidi ad un tratto una delle più belle creazioni dell’arte umana. Dinanzi a me l’alta, slanciata e merlata, torre, del palazzo del municipio si er­geva nel cielo sereno con intatta maestà. Ecco la grande aperta piazza adorna della sua loggia, delle sue statue, della sua fontana,

Piazza della Signoria “Il Biancone”

il tutto dominato dalla grandezza di un unico edificio. Ecco anche il David di Michelangelo trionfante su Golia.

 Piazza della Signoria “Il David”

Quella piazza famosa aveva visto alcuni fra i più drammatici e terribili episodi della sua storia, ma quella mattina era piena di un senso di spazio, di libertà e di luce.

Hubert Howard

 Ufficiale di Collegamento delle Forze Armate Inglesi

al tempo della Liberazione di Firenze