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Giovanni Pascoli – X Agosto

Giovanni Pascoli

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce,
che tende quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito,
addita le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

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11 Agosto 1943 – Firenze Libera

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DALL’1 1 AGOSTO 1944
NON DOMATA MA RICONQUISTATA
A PREZZO DI ROVINE, DI TORTURE, DI SANGUE
LA LIBERTA’
SOLA MINISTRA DI GIUSTIZIA SOCIALE
PER INSURREZIONE DI POPOLO
PER VITTORIA DEGLI ESERCITI ALLEATI
IN QUESTO PALAZZO DEI PADRI
PIÙ ALTO SULLE MACERIE DEI PONTI
HA RIPRESO STANZA
NEI SECOLI
« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,
andate nelle montagne dove caddero i partigiani,
nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità,
andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Arturo Loria – La Liberazione

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LA LIBERAZIONE – ARTURO LORIA

Non ho tenuto un diario di quei giorni. Non avevo casa; dormivo in un corridoio al primo piano di un antico edilizio monastico ai piedi della collina di Bellosguardo e dovevo, a notte, risparmiare la candela non mia anche se fraternamente offerta insieme con quella ospitalità da stato di emergenza. Interrotto il sonno dallo scoppio delle granate tedesche nei campi vicini e nel giardino, mi conveniva, invece, considerare quanto fosse saggio rimaner lì sul giaciglio o trascinarmelo giù in una cantina piena di gente atterrita. Per pigrizia o per spossatezza, rifiutavo di creder davvero impellenti le fragorose ammonizioni, fino all’alba, quando il duello delle opposte artiglierie, come una vigile canéa notturna d’ambo le parti, non cessava a un tratto. Tuttavia dubito che in più favorevoli condizioni esterne mi sarei messo a scrivere, tanto forte era la mia fiducia nella memoria futura e nelle sue scelte.

Adesso, invidio coloro che hanno segnato su qualche foglio avvenimenti e speranze, voci e impressioni, perché m’interesserebbe rileggere la mia cronaca, sia per confrontarla con quella di altri, sia col mio animo di oggi rispetto a tale periodo. Se provo a rievocarlo, mi accorgo che, all’infuori di alcune indimenticabili immagini, ben poco m’indirizza a scoprire l’animo di allora, sotto gli strati di cui il tempo l’ha ricoperto. Anche la felicità del ritrovamento di tutta la famiglia dispersa è ormai velata dalla tristezza per la susseguente perdita dei miei genitori. Quindi, sono come uno di quei testimoni che, chiamati a deporre circa un fatto lontano negli anni, porgono, nel migliore dei casi, un’interpretazione venuta a formarsi attraverso un inconscio lavorìo, e non più il racconto che si vorrebbe da loro.

Fui tra la minoranza dei fiorentini, sulla riva sinistra dell’Arno, per i quali la liberazione giunse relativamente presto, ma non prima che l’esercito tedesco, passando tutto sulla riva destra, avesse distrutto i ponti e ammucchiato grandi rovine ai due capi del superstite Ponte Vecchio. La guerra guerreggiata si svolgeva ora intorno e dentro Firenze già colpita. Più che mai s’insisteva nella profanazione, nell’assurda violazione. Il sibilo di un grosso proiettile nel cielo della città me la faceva sembrare di vetro e mi toglieva il respiro fino al tonfo lontano, sui colli, mentre una specie d’incrollabile stupore dinanzi ai guasti delle mine e del cannone tra tesori d’arte serbati ad esempio per tutto il genere umano, mi chiamava al sempre rischioso impegno di rendermene conto. Oggi spiego con l’incessante bisogno di convincermi della loro realtà le molte imprudenze che commisi recandomi ìn luoghi esposti al tiro dì gente appiattata in bestiale attesa di spargere sangue fraterno e innocente, sulle vie della fuga, o ai ciechi pericoli delle cariche inesplose sotto le macerie. Ma in ciò non ero solo e quando i soldati alleati ci ostacolavano, oppure, dette aspre parole di avvertimento, con improvvisa e strana condiscendenza ci lasciavano salir nelle case in riva al fiume a cogliere in tralice da un finestruolo lo strabocco delle rovine per intuirne la vastità, misurarle con il ricordo degli edifizi spariti, soffrirle, essi riconoscevano nell’ansia che ci muoveva e nella nostra scarsa credulità ai colpi micidiali che vengono di lontano e da luoghi apparentemente deserti e muti, una quasi intatta fede di uomini civili nella vita civile e in suo ordine morale.

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Qualcuno, un sergente inglese, tentò di spiegarcelo, allora, con amara ironia e aggiungendo che, per lui, la guerra sarebbe continuata ben oltre Firenze. Giustissimo; per altro egli c’insegnò la soffitta da cui veder pienamente, sotto il fulgore del cielo estivo, l’Arno, che aveva riavuto una rapina di secoli, ma era incapace di rifarla sua.

Per questo, forse, non mi è accaduto, qui, di ritrovare prima di ,ogni altra cosa la mia esultanza dell’ora nella quale mi capii libero, sul piazzale di Porta Romana, con Giulio e con Gualtiero, due dei miei fratelli, che da un malsicuro, cannoneggiato rifugio sotto Monte Uliveto, mi avevano raggiunto al momento presentito, tra la folla festante intorno ai primi soldati alleati. C’era in noi un incontenibile bisogno di manifestare amore ai nostri concittadini, dopo tanti mesi di vita occulta e di triste coscienza del divieto alla parità di diritti con loro. Il sentirci tornati, senza parole di oratori, senza firme né bolli su carte, alla parità dei doveri, cì esaltava, ìn lacrime, ci rendeva impazienti di adoperarci ad alleviare disagi comuni a tutti, poiché non era ancor tempo di ricostruire qualcosa con sforzo concorde.

Ricordo che cercavamo il sole, al pari di tutti coloro che escono liberi da un nascondiglio o da un carcere, un sole nuovamente caldo e dolce: quello del nostro paese, .della nostra infanzia e giovinezza fiduciosa, ignara di terribili differenze tra gli uomini. Ed eravamo intimamente umilissimi, sebbene godessimo fino al pianto dei saluti festosi e degli abbracci di chi era contento di rivederci vivi e fuori da un incubo. Umilissimi, perché morte, distruzione e sconquasso mal rimediabile erano stati i decisivi agenti della nostra liberazione e riabilitazione di cittadini.

Per questo, forse, e parlo di me solo, accettai quasi mi fosse lieve la gravissima perdita di tanti anni del mio silenzioso lavoro di scrittore. Sapevo, infatti, per aver intravisto Firenze, di tra le siepi di Boboli, subito dopo l’esplosione dei ponti, che la casa di Via Por Santa Maria in cui avevo nascosto tutti i miei scritti inediti non c’era più: solo rovine fumanti sotto un nembo di polvere d’oro. Pagavo, dunque, e tacevo di ciò anche con Giulio e con Gualtiero. Se tra noi accadeva di -accennare agli altri di casa rimasti sull’altra riva e dei quali ignoravamo la sorte, ne seguiva un penoso silenzio d’angoscia; ma, alla frase iniziale del nuovo, cauto discorso, mi luceva la speranza che nessun indicibile dolore venisse poi ad aggiungersi a quello così singolarmente mio, cui ero rassegnato. Tuttavia non mi sfuggiva di aver perduto gli anni migliori della mia operosità di artista e di non poterli in alcun modo recuperare.

L’ansia per quanto andava svolgendosi di ora in ora, il sogno di un completo, felice ricongiungimento familiare, l’altro di rivedere, un giorno, la donna amata e lontana, servivano a impedirmi la coscienza che anch’io avevo avuto la mia mutilazione. La pena per il lavoro distrutto trovava mille narcotici nelle giornate faticose, estenuanti. Si trattava di una pena da patir più tardi, quando, ricaduto nell’egoismo che spinge a farei conti, io potessi valutare in me le forze rimaste e le speranze da fondar su quelle.

Il sole mi rincuorava, ho detto, anche" s’eravamo nella canicola. Amavo sentir gridare il mio nome da gruppi di salutanti di ogni ceto, rispondere con parole affettuose, incoraggiare chi mi sembrava stanco o avvilito. Possibile che tra quello stesso popolo che, capìto il mio bisogno, m’aveva dato asilo e protezione, cì fossero stati degli uomini disposti a voler la morte immediata o lentamente orrenda di migliaia e migliaia di creature ancor più innocenti di me? Il fanatismo, l’odio, l’ignominia dei sicari più che volenterosi, dei perfidi segugi in caccia di un pallore, di un tremito, di un balbettio di paura, di una risposta di bimbo che tradisse la preda, mi parevano appartenere a un terribile mondo di pazzi, conosciuto ìn sogno.

Anche nella Bibbia è duro il cuore del Faraone, non quello del popolo, da cui, fatalmente, si traggono i pochi esecutori delle tragiche sentenze. Così pensavo senza buttarmi, credo, all’ottimismo di chi l’aveva scampata bella; e cosi penso oggi, pur sapendo che il fanatico non guarisce. E’ un cane idrofobo. La società, e non il singolo, deve provvedere contro la sua rabbia e il suo veleno.

Finita la giornata a trarre acqua dai pozzi, a trasportare pesanti damigiane, a recare un po’ d’aiuto a vecchi e a infermi, guardavo con occhio distratto l’ardore politico intorno a me, l’organizzarsi di forze, di tendenze rinate o nuove, nei raduni ai quali venivo invitato. In verità, giudicavo naturali le ragioni di tanto ardore; ma non mi sentivo incline a parteggiare in seno a quel brandello di comunità ancor malamente congiunto con le parti già liberate del paese. Presentivo il futuro spezzarsi di una concordia di speranze e d’intenti, e me ne rammaricavo come se vedessi intorno alla fiamma di un lume splendido, la prima incrinatura del vetro che la protegge dal vento.

Infine, divenuta completa la liberazione di Firenze, riabbracciati i miei, raggiunta la nostra casa saccheggiata, vuota, mi ci serrai dentro alla meglio per veder di renderla abitabile e richiamarvi la famiglia. No; quando l’opera mia e di alcuni bravissimi operai stava dando buon fritto, la casa venne requisita. La guerra continuava. Ero come tutti, ormai, immerso nella realtà prevista dal sergente inglese. Feci esperienza. Ed è proprio di tale più lento passaggio che mi premerebbe rileggere cenni da me dati quotidianamente in un diario, non per contristarmi voluttuosamente sulla caduta d’illusioni mie e di altri, ma per trovarvi traccia di quanto, oggi, nella cosiddetta età matura, mi sembra esser stato l’affannato svolgersi di una mia seconda, più impegnativa e più confusa adolescenza.

Salta il Ponte a Santa Trinita

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Biografia

Arturo Loria nasce a Carpi da Aristide Loria, industriale ebreo, e Antonietta Righi. La famiglia, agli inizi del ‘900, possedeva nella cittadina una fabbrica di cappelli di paglia. Nel 1912 i genitori decidono di trasferire la fabbrica con tutta la famiglia a Firenze. Nei primi anni di vita il ragazzo viene colpito dalla poliomielite che lo segnerà nel corpo, lasciandogli un’andatura zoppicante, ma anche un carattere riflessivo tenace e volitivo che gli permette di praticare sport, oltre che prendere lezioni di pianoforte.

Dopo aver frequentato il Regio Liceo classico Galilei di Firenze dove studia con grande profitto sia i classici latini, sia autori come Shakespeare, Poe, Dostoevskij ed Emily Dickinson, Loria compie con grande entusiasmo a diciotto anni il suo primo viaggio a Parigi, e l’anno dopo, nel 1921, s’iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa.

Al Caffè Giubbe Rosse di piazza Vittorio Emanuele, abituale ritrovo dei collaboratori di Solaria, Loria conosce Eugenio Montale, Raffaello Franchi, Felice Carena, Marino Marini, e instaura una duratura amicizia in particolare con Roberto Papi, Giovanni Colacicchi e con Alessandro Bonsanti, che svolgeva le mansioni di direttore della rivista. Solaria, rivista di riferimento per la critica italiana, permette a Loria di far conoscere i suoi scritti a dei critici più che autorevoli: oltre ai già citati non si possono non ricordare Emilio Cecchi e Natalino Sapegno.

Nel 1935 viene pubblicato dalla rivista Pan, il racconto, Il compagno dormente, titolo ripreso anche in seguito nella raccolta di racconti postumi del 1960. Dopo un’altra breve permanenza alla Columbia University nell’estate del 1936, ritornato in Italia si trasferisce definitivamente a Firenze e precisamente in Borgo San Jacopo dove affitta uno studio in una torre antica dalla quale si può intravedere un bellissimo panorama della città. Inizia a collaborare fin dal primo numero alla rivista Letteratura fondata e diretta da Alessandro Bonsanti.

Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali porta ulteriori nuove limitazioni delle libertà individuali che impediscono di fatto agli ebrei di partecipare alla vita sociale e culturale del Paese.

Con la famiglia è costretto suo malgrado, a causa del conflitto (degenerato, in seguito all’armistizio e alla fuga di Re, in una crudele e insensata guerra civile, mentre le truppe alleate bombardano i Tedeschi in fuga danneggiando anche le città) a lasciare Firenze e a rifugiarsi a Montevarchi. Durante uno dei tanti bombardamenti, l’ufficio della ditta Loria viene colpito e nel crollo vanno perduti importanti documenti e manoscritti dello scrittore, il quale affermerà in seguito "Quest’azione ha cancellato dieci anni di lavoro silenzioso e abbastanza assiduo". Anche la fabbrica del padre a

Montevarchi e l’annessa biblioteca molto cara allo scrittore vengono devastate e saccheggiate dai tedeschi; vanno così dispersi i libri raccolti fin dai tempi del liceo e le collezioni di quadri.

Ritornato alla conclusione delle ostilità nella sua amata Firenze, l’impegno e l’aspirazione più grande è subito quello di ricostruire la biblioteca acquistando di nuovo i libri in edizioni rare e in lingua originale, ritrova anche gli amici di sempre e insieme a Bonsanti, Montale e Scaravelli fonda, nel 1945, la rivista Il Mondo, periodico d’attualità e di costume, con un osservatorio speciale sui problemi postbellici.

Negli ultimi anni della sua vita collabora con Bernard Berenson traducendone i saggi per il quotidiano Corriere della Sera e per lo stesso quotidiano scrive alcuni racconti e favole che non ottengono il successo sperato. Estraneo a certe logiche editoriali, sempre più isolato, Loria muore improvvisamente, dimenticato dal grande pubblico, il 15 febbraio 1957.

Note

Dalla rivista “Il Ponte”

Settembre 1954