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Bruno Campagnolo – Il coraggio è facile

Il coraggio è facile di Bruno Campagnolo

3 dicembre, una domenica nata sotto una cattiva stella. Al mattino verso le dieci sto seguendo un funerale, quando un allarme aereo e il successivo bombardamento costringono il corteo a cercare rifugio dove si può. Il carro trainato da un ronzino tutto pelle e ossa prende il trotto e si avvia verso la chiesa; dopo una mezz’ora cessa l’allarme e, come Dio vuole, terminata la funzione religiosa, andiamo verso il cimitero. Tornato a casa, presso amici insospettati che mi ospitavano da parecchi mesi con mio fratello, consumato un magro pranzo, mi avviai con Giordano in bicicletta, prudenzialmente distanziati, verso una riunione in una fattoria nei pressi della stazione ferroviaria di Montecchio Precalcino, per stabilire varie cose inerenti la nostra guerra partigiana. A riunione avviata vedemmo entrare un gruppo di SS armate. Non essendo noi armati, preferimmo cercare scampo con la fuga, subito inseguiti nella nostra corsa tra i campi. lo fui l’ultimo ad uscire, e non conoscendo il luogo, finii prima in una stalla con le finestre sbarrate, poi, tornato sui miei passi, seguii gli altri, sentendomi alle calcagna le 5S che mi inseguivano sparando. Fummo messi urgentemente alla prova in questa fuga, ma eravamo tutti baldi giovani che sapevano superare fossi pieni d’acqua, siepi, ecc. Ad un certo momento m’accorsi che, rannicchiato dentro un fosso, c’era Gino Cerchio, uno dei capi più ricercati sul cui capo pesava le pena di morte a vista. Mi fermai e, rendendomi conto che non ce la faceva più perché ormai era stremato, lo rassicurai dicendogli di rimanere nascosto, mentre io, cambiando direzione, avrei attirato su di me gli inseguitori. E cosi feci, riuscendo a salvarlo.

Fui arrestato. Venni condotto nella stessa casa di campagna in cui era avvenuta la riunione e, con mia grande sorpresa, trovai già in stato d’arresto mio fratello Giordano, Lamberto Graziani e Agostino Crema. La staffetta Alberta ( Nerina ) era pure nel cortile, ma per la sua piccola statura e per l’esile figura di ragazzina era passata inosservata alle SS. Fummo caricati tutti e quattro su macchine e portati a Vicenza in una casa di via Fratelli Albanese, succursale della famigerata banda Carità. lo e Crema fummo rinchiusi in una stanza al piano superiore, mentre Giordano e Graziani, essendo stati trovati con documenti sospetti, furono subito interrogati e bastonati a sangue. Sentivamo le loro grida, ma eravamo nell’assoluta impossibilità di aiutarli. Passammo tutta la notte in agitazione in piedi o seduti per terra, essendo la stanza completamente vuota. Al mattino ci portarono ad un primo interrogatorio; tutto andò bene, non essendoci nessuna prova contro di noi. Ero molto in ansia per mio fratello. Mentre mi riportavano in cella, passando per un corridoio, vidi, disteso pancia a terra, una specie di uomo. Mi chinai: era Giordano, pesto e in condizioni da non credere. Apri un occhio e mi sussurrò: « Non ho parlato ». La guardia non si accorse di niente, tanto la cosa si era svolta rapidamente. Tornai in cella tranquillizzato per il silenzio tenuto da Giordano, ma turbato per le condizioni in cui lo avevo visto.

Due sere dopo mi portarono nella villetta del comando per un altro interrogatorio. Mi legarono i polsi con una corda, poi mi fecero passare le ginocchia tra le braccia e quindi, tra queste e le gambe, passarono un palo. Cominciò l’interrogatorio con domande sui partigiani, sui comandanti, ecc.; alle mie risposte negative, il boia prese per un capo il bastone in cui ero infilato e mi fece cadere con la testa per terra, esponendo la parte dove la schiena cambia il suo onesto nome, e con un altro bastone cominciò a battermi, incurante delle mie grida intercalate da tutti i titoli non onorifici che mi venivano in mente. Dopo una quarantina di legnate, si riposarono. Alla ripresa dell’interrogatorio, non avendo io ormai nulla da perdere, dissi quello che pensavo di loro e delle loro nobili famiglie con il risultato di una seconda dose di bastonate, che, confondendosi con le prime, non sentivo quasi più. Forse si accorsero di questo, mi levarono le scarpe e mi batterono sotto le piante dei piedi, facendoli gonfiare in maniera tale, che non potei più rimettere le scarpe. A braccia mi portarono in una cella in cantina dove trovai mio fratello e Graziani. Crema non c’era. Non trovavo una posizione nella quale mettermi, non potendo stare né in piedi, né seduto con le parti cosi doloranti, gonfie e nere per il sangue. Durante un altro interrogatorio, il tenente Sottili mi fece vedere uno schizzo a colori, dove era disegnata una casa vicino ad un torrente, che diceva di aver trovato a casa mia. Insisteva che lo schizzo rappresentava la pianta delle carceri di S. Biagio di Vicenza e che sarebbe servito per far evadere i prigionieri. Dopo aver detto che la mia casa era da tempo abbandonata, gli feci notare che nel disegno vi era scritto « torrente », mentre a S. Biagio passava il fiume Bacchiglione. Come risposta mi diede due schiaffi e mi disse: «Imbecille! In Italia di fiumi non ci sono che il Po e l’Adige. Tutti gli altri sono torrenti ». Evidentemente aveva studiato in libri diversi dai miei. Pochi giorni dopo, altro interrogatorio. È di turno il tenente delle SS Herke. A Giordano torce un dito; a me non succede niente. Ci portano in cella ed il tenente Usai ci comunica che l’indomani mattina presto ci avrebbero fucilati entrambi. Non credo sia rimasto soddisfatto della nostra alzata di spalle. Ci chiede solo se vogliamo un confessore, noi decliniamo l’offerta. Rimasti soli, dico a Giordano: «Non credere! lo fanno per farci parlare e magari ci mandano a confessarci uno di loro vestito da prete. Non preoccuparti, neppure se fanno tutta la messa in scena della fucilazione ». Alla liberazione ho saputo dal tenente Usai, da me visitato in prigione, che avevano sospeso in extremis l’esecuzione perché, avendo compiuto quella notte altri arresti, pensavano potessimo essere utili per qualche confronto. Certo è che avremmo fatto un’ottima figura davanti al plotone, sicuri che fosse solo un trucco. Avremmo detto sorridendo: «Mirate al cuore! », e saremmo morti senza accorgercene, da eroi, come i fratelli Bandiera.

Verso il 20 dicembre, una sera viene condotto nella nostra cella in cantina Torquato Fraccon, uno dei capi del CLN veneto, arrestato fin dalla fine di ottobre e interrogato nei vari comandi da briganti di tutte le specie, dove ognuno aveva cercato di superare gli altri in supplizi e percosse, senza però riuscire a cavare da questa fortezza d’uomo quanto sapeva. Era la terza volta che io lo vedevo; la prima ad una riunione in casa di Vangelista in Matteo S. Lorenzo, la seconda in via S. Biagio mentre, ammanettato con tutta la famiglia, veniva condotto a piedi in carcere. Ed ora lo rivedevo alla vigilia della sua partenza per il campo di concentramento di Mauthausen. Era triste nella sua fierezza e ci disse senza tanti preamboli che vedeva nero, quasi presagisse la sua fine, tanto conosceva a fondo i suoi aguzzini e i loro complici tedeschi. Al mattino ci abbracciò tutti e parti. Mori in campo di concentramento 1’8 maggio 1945. Verso la fine dell’anno lasciammo la cantina per una stanza al pianoterra con la finestra murata e la luce accesa giorno e notte. Il 31 dicembre Rogai, uno sbirro toscano di media età, prepotente e stupido, ci avverti che era venuto a conoscenza di un tentativo di forze partigiane per liberare noi prigionieri, e aggiunse che in questo caso ci avrebbe fatti fuori tutti. Lo ringraziammo della gentilezza che ci avrebbe usato e ci organizzammo per difenderei: riempimmo d’acqua tutte le bottiglie, si da renderle più pesanti e usarle come clave e ci disponemmo in modo da poter sorprendere chi fosse entrato, mentre uno di noi si teneva pronto a rompere la lampadina. A mezzanotte cominciarono gli spari, prima lontani e poi sempre più vicini: noi pronti, molto tesi ma decisi a tutto. Ma non accadde nulla; gli spari cessarono e solo al mattino seguente venimmo a sapere che durante la notte erano stati i militari tedeschi a sparare per festeggiare l’anno nuovo!

Verso il 6 gennaio venni condotto a Palazzo Giusti di Padova assieme all’ingegner Graziani. Il viaggio avviene in macchina; a Mestrino alcuni aerei si abbassano a mitragliarci e i nostri accompagnatori, comandati dal capitano Bacoccoli, si gettano al riparo nel fossato a fianco della strada lasciandoci legati in macchina. Propongo a Graziani di fuggire, ma lui tentenna. Sfuma la possibilità, ritornano i nostri guardiani e si riprende il viaggio. A Palazzo Giusti è concentrato il comando della banda Carità e li arrivano j prigionieri più importanti, cosicché si ritrovano i vari componenti del CLN veneto e i capi partigiani che hanno avuto la sventura di cadere in brutte mani. C’erano tutti i capi: avremmo potuto fare la guerra a tavolino. II palazzo, bello, antico, con un grandioso salone tutto dipinto, adatto a splendide feste, era ora occupato da gente di tutti i ceti sociali ma con un unico ideale di libertà e giustizia. Il salone era il limbo, attraverso il quale tutti dovevano passare in attesa di essere interrogati. Questo significava botte da orbi e torture. Gli interrogatori erano fatti in varie stanze che davano sul salone e sempre di notte, cosicché non si dormiva per l’ansia di essere chiamati. Nell’attesa, chi passeggiava avanti e indietro e chi stava seduto sui divani. Graziani stava sempre seduto e sembrava uno di quei messicani che dormono seduti per terra. Aveva un grosso difetto: russava sonoramente anche con gli occhi aperti (in cantina, a Vicenza, avevamo istituito un turno di sveglia, per cui uno doveva scuoterlo continuamente per permettere agli altri di dormire). Questo suo difetto una notte mi fece divertire perché Graziani russava cosi forte che smisero un interrogatorio credendo che fossero gli aeroplani; quando si avvicinavano a Graziani non riuscendo a capire la causa di quel gran rumore, io gli davo un colpo e il russare cessava; appena si allontanavano, io lo lasciavo fare e il rumore ricominciava. Neppure lui si accorse del gioco, che ebbe il merito di sospendere per quella notte gli interrogatori.

Quelli che occuparono come prigionieri il salone potrebbero farne una storia dolorosamente gloriosa, e ognuno potrebbe essere preso come esempio per la fermezza che gli veniva non da incosciente ottimismo, ma da forza dell’animo e dell’ideale. Parlare di tutti non è possibile. Voglio ricordare Egidio Meneghetti, alto in tutti i sensi; passeggiava avanti e indietro nel salone, ammanettato e cosi fiero nel portamento che gli stessi aguzzini rimanevano intimoriti di fronte a lui. . Attilio Gambia ( Ascanio ) sempre sottoposto a nuovi confronti con gli arrestati e percosso continuamente per il suo rifiuto di parlare, anche lui ammanettato giorno e notte dei dolori fortissimi e un ascesso appendicolare con principio di peritonite. Mi visitò il professor Volpata, primario chirurgo dell’ospedale di Arzignano, come noi prigioniero di Carità, e mi consigliò l’immediato ricovero all’ospedale di Padova con operazione urgente. Lasciai così la «nave» e il suo prezioso carico intellettuale ed umano, a malincuore. All’ospedale mi visitò subito il professor Zaniboni che ordinò immediatamente l’intervento. Un SS faceva buona guardia seguendomi perfino m sala operatoria. Rimasi tra la vita e la morte per una settimana, poi lentamente cominciai a rimettermi. Nella sala comune in cui ero ricoverato, che era chiamata « la Croazia », eravamo una sessantina di cui molti erano partigiani o feriti o operati, tutti sorvegliati dalle loro guardie. Queste mettevano le loro armi, bombe a mano e mitra, sopra un tavolo di marmo in mezzo alla sala con grande spavento del personale sanitario e soprattutto delle suore. Per noi era quasi un divertimento, una oasi di pace, sicuri come ci sentivamo di non essere torturati, né mandati in cella, né in campo di concentramento, tanto più che i medici facevano il possibile per tenerci stazionari in modo da costringere i vari comandi a lasciarci A Pasqua venne in visita il Vescovo che mi riconobbe e mi salutò commosso. Dopo circa due mesi, mentre stavo cercando il momento per tentare la fuga, mi vennero a prendere e mi portarono nella Casa penale di piazza Castello. Piansi di rabbia, ma la fuga non fu che rimandata. Infatti, ricoverato nell’infermeria del carcere per le mie cattive condizioni di salute, conobbi altri partigiani e, con la collaborazione di alcuni galeotti comuni, dopo aver segato per giorni e giorni le sbarre di una cella adibita a magazzino, un lunedì, mentre Aronne Molinari teneva in chiacchiere la guardia, riuscimmo a fuggire passando sopra una scala messa di traverso tra la finestra e il tetto di una casa che confinava col carcere. Su questo speciale ponte che a metà percorso si incurvava pericolosamente, strisciammo uno alla volta, sempre aspettando che la guardia girasse l’angolo e pregando la buona sorte che non alzasse la testa, illuminati come eravamo dal chiaro di luna. Passammo poi nel rifugio della Specola, dove il guardiano si spaventò vedendoci entrare dalla finestra; lo consigliammo minacciosamente di tacere, cosa che lui fece.

Usciti di li, ci dividemmo in due gruppi di cinque e ci lasciammo senza dirci dove saremmo andati, perché se qualcuno fosse stato ripreso non avrebbe potuto cosi danneggiare i compagni neppure sotto tortura. Ci nascondemmo nella chiesa della Sacra Famiglia con la complicità del parroco e passammo alla meno peggio la notte. Intanto le guardie avevano cominciato la caccia anche con cani poliziotti; ma evidentemente questi ultimi o erano antifascisti oppure raffreddati, perché, pur essendo vicinissimi a noi, non ci trovarono. L’indomani mattina ci portammo verso il campo d’aviazione, in una casa disabitata, dove un partigiano vestito da sergente maggiore delle SS, con nastrini e medaglie, ci raggiunse per fotografarci, promettendo per il pomeriggio i documenti a ognuno. Nel pomeriggio tornò portando tutto l’occorrente. Essendo io ancora convalescente e con la ferita aperta, fui destinato al riposo, mentre gli altri quattro raggiunsero le formazioni partigiane che stavano combattendo. Con un ragazzino come guida, in bicicletta, attraverso molte peripezie, arrivai a destinazione in una casa isolata in mezzo alla campagna di Campodoro, dove rimasi due o tre giorni. Al giovedì mattina salutai tutti e mi portai a Camisano Vicentino e di qui, sempre in bicicletta, mi avvicinai a Vicenza. Avevo un desiderio che non mi dava pace, fin dal giorno del mio arresto: volevo sapere chi mi aveva fatto la spia. Per tale scopo volevo prendere uno dei capi della banda Carità che avessero operato a Vicenza. Sapevo che appunto il capitano Bacoccoli abitava davanti alla casa di mia sorella e pensavo mi sarebbe stato facile appostarmi nei paraggi e prenderlo. Mi avvicinai e pregai un ragazzino di suonare da mia sorella e avvertirla che io ero sul retro della casa. Lei si affacciò facendomi segno che non c’era pericolo. Da lei seppi che i fascisti in parte erano scappati, altri erano stati fatti prigionieri, che c’era aria di smobilitazione e che tutti gli eroi della repubblica di Salò in abiti civili cercavano rifugio dove potevano, mimetizzandosi come tanti camaleonti. Andai allora a casa del Bacaccoli e aspettai il suo ritorno. Lo pregai gentilmente di salire con me da mia sorella e mi presentai. Già mi aveva riconosciuto. Pallido, con voce tremula rispose a quanto gli chiedevo e poi scrisse di suo pugno una confessione addolcita su quanto precedentemente era successo, su chi ci aveva tradito, ecc. In un secondo tempo mi fece pervenire anche una descrizione fisica e morale dei principali componenti il reparto e delle malefatte compiute da detta accozzaglia di briganti. L’indomani mattina mi incamminai verso casa mia perché desideravo rivederla dopo tanto tempo. Le strade erano deserte e stranamente silenziose. Ad un incrocio di via IV Novembre sbucarono dei partigiani armati che, riconoscendomi, mi chiesero se erano in vista dei nemici; li rassicurai e consigliai loro di lasciarli andare: «A nemico che fugge, ponti d’oro! » Un po’ più avanti, dalla finestra della sua abitazione, mi salutò Emilio Zola, vecchio socialista che aveva passato alcuni giorni prigioniero della banda Carità a Vicenza. Mentre si stava chiacchierando, un gruppo di tedeschi in ritirata, vedendomi, mi sparò col mitra. Svelto mi gettai sulla porta che lo Zola mi aprì Rimasi a casa sua un quarto d’ora, finché sentimmo un gran gridare di gente: gli americani erano arrivati al ponte degli Angeli. Il destino aveva voluto che non mancassi a questa scena non lasciandomi morire nella sparatoria di quella mattina. I soldati camminavano in due file ai lati della strada e la popolazione li accoglieva con le pentole in mano per offrir loro quel poco che avevano, incuranti di rimanere senza mangiare. Era una cosa veramente commovente, pensando alla fame che avevano patito fino allora.

Passati i primi due giorni dalla Liberazione, mi procurai dei documenti e un lasciapassare, e con un camioncino andai a Bolzano alla ricerca di mio fratello Giordano che doveva essere nel campo di concentramento. Fu un viaggio movimentato da continui posti di blocco; cosicché, quando arrivai al campo, non vi era pi6 nessuno. Seppi che un parroco aveva l’elenco di quelli che erano usciti vivi e tra questi trovai il nome di Giordano. Non sapendo dove fosse andato, rifeci il viaggio di ritorno, fermandomi in tutti i posti di raduno, ospedali, cimiteri. Ma non trovai nulla. Demoralizzato tornai da mia sorella. Una o due sere dopo vidi un uomo stranamente vestito che veniva verso casa camminando come un ubriaco: era Giordano, in uno stato pietoso. Lo abbracciai dalla gioia, ma dopo aver sentito che era stato a combattere al Passo della Mendola, mi sfogai dandogli un ceffone, al pensiero di quanto eravamo stati in pena per lui. Nei giorni seguenti mi feci rilasciare dal questore Follieri, anche lui ex prigioniero di Carità, un tesserino che mi permetteva di visitare tutte le carceri e i posti dove erano rinchiusi i vari brigatisti neri, SS, ecc. Nel Collegio Baggio in via S. Marco a Vicenza, chiuso in cantina, trovai il tenente Umberto Usai, uno dei pi6 feroci aguzzini, che vedendomi si inginocchiò ai miei piedi e piangendo mi chiese perdono e pietà. Aveva attorno al collo uno spago con tanti nodi, come un rosario, e in fondo, come croce, due rametti legati. Pensando a tutto quello che aveva fatto, provai disgusto e glielo dissi con queste parole: «Non ti vergogni, dopo quanto hai fatto, a portare anche la croce, tu che hai calpestato onore, fede, dignità, pietà? Alzati e comportati da uomo ». E me ne andai, lasciandolo forse sorpreso perché non lo avevo picchiato. Lo rividi in carcere a S. Biagio. Dal direttore mi feci dare carta e penna, pregandolo di scrivere un po’ la storia di tutte le nefandezze compiute dal suo reparto cercando di non dimenticare niente. Anche lui, come Bacoccoli, addolci per suo conto la confessione. Visitai anche la Casa penale di Padova, con sorpresa del direttore che vedeva per la prima volta un evaso tornare in prigione. Mi fece visitare tutti i reparti e incontrai alcuni componenti la banda Carità. La scena era sempre la stessa: « perdono, pietà, ero costretto a farlo, ccc. ». lo provavo solo disgusto e disprezzo di fronte al loro comportamento. Il nostro era stato ben diverso, ma !’ideale grande e giusto che ci aveva animati meritava il sacrificio sopportato.

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Giordano Campagnolo – Verso la libertà –

Verso la libertà di Giordano Campagnolo

Sono nel campo di concentramento di Bolzano, appoggiato al reticolato che divide il mio blocco (blocco H, pericolosi) dagli altri blocchi, e c’è un’eccitazione in giro, in quanto si dice da «Radio scarpa» che la Croce Rossa Internazionale veglia sul campo stesso. Ad un tratto vedo, nello spazio riservato alle guardie, i componenti della banda Carità che fraternizzano con i loro camerati delle SS tedesche. Passa il professor Meneghetti, lo chiamo per comunicargli ciò che ho visto; ma mi risponde che li ha già affrontati beffeggiandoli. Col suo carattere deciso ed orgoglioso ciò era inevitabile. Un bel coraggio! e glielo dico (siamo sempre noi i prigionieri), ma lui imperterrito mi fa: «Senti, Campagnolo, era il minimo che potessi fare con quelle canaglie! ». E se ne va stizzito. agitando le braccia. Verso sera mi vien dato il foglio di uscita. Con una ventina di compagni vengo fatto salire su un camion che ci porta al Passo della Meldola. il 29 aprile 1945 e siamo liberi. Passo la notte in un fienile a Ruffré ed al mattino ritorno a Bolzano. Mi apposto nei pressi del campo con la speranza di trovare degli amici con cui fare il viaggio verso casa, e mi accorgo che tutti i nostri ex carcerieri entrano in una villetta e ne escono in abiti civili. Non so che fare, ma poiché devo fare qualcosa, dopo una altra sbirciata, mi dirigo verso la zona industriale: allo Stabilimento Lancia mi rivolgo al portiere chiedendo di poter parlare con qualcuno della commissione interna. Viene subito un bel giovanotto, gli dico chi sono e da dove vengo, avvertendolo che potrei anche essere un agente provocatore e pertanto lo prego di non compromettersi in alcun modo. Gli esprimo l’urgenza di segnalare a qualcuno quei personaggi, già segnalati da Radio Londra come criminali di guerra, perché li si possa pedinare ovunque essi vadano. Capisce subito mi era parso un tipo molto sveglio) e mi affida ad un uomo in bicicletta, informandomi che stanno approntando un pullman per portare il professor Meneghetti ed altri in Svizzera, e mi chiede se voglio approfittarne. Ricuso in quando ritengo che ho ancora quel dovere da assolvere. Ritorno perciò alla villetta e segnalo a l’uomo molti dei nostri compari. Faccio ulteriori raccomandazioni a quella cara persona e poi mi dirigo in Val Sarentino. Sono fra compaesani. A notte cominciano le scaramucce che, dopo alterne vicende, porteranno il comando tedesco del generale von Senger und Etterlin ad aprire le trattative tramite il vicentino Rodella, conclusesi con il controllo della città da parte dei partigiani e il libero passaggio alle truppe tedesche in ritirata. Il 16 maggio rientro a Vicenza. Alcuni giorni dopo leggo sui giornali che una pattuglia americana delle OSS ha fatto irruzione in un rifugio dell’alta Val di Siusi uccidendo il maggiore Carità e ferendo la sua amante

 

 

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Forza e tremore – Lucia Peruffo Campagnolo

Forza e tremore di Lucia Peruffo Campagnolo

Raccontare fatti di lotta partigiana? Ma è tutta una sequenza di fatti, un caleidoscopio: ogni giorno ci si alzava con la prospettiva di qualcosa di nuovo. Cresciuta da genitori antifascisti e sposata ad un antifascista, mi ero buttata anima e corpo tra le file partigiane che operavano a Vicenza. Credevo di non dover mai conoscere la paura; le raccomandazioni stesse di mio marito – pur essendo della mia stessa idea, era per temperamento più. calmo – non facevano che accrescere il mio coraggio. Ci fu un periodo in cui tenevamo in casa un partigiano che era rimasto per vent’anni prigioniero nell’isola di Ventotene. Era stato liberato e noi l’avevamo accolto con lo stesso entusiasmo col quale avremmo accolto un fratello. Da allora però cominciai a dubitare del mio coraggio, specialmente quando, nel silenzio delle lunghe notti invernali, sentivo rallentare o fermarsi una macchina. Nel contempo udivo lui rigirarsi nel letto, e mi prendeva un nodo alla gola pensando alle conseguenze che ne sarebbero derivate se avessero trovato in casa mia tale ricercato. Altre volte mi vidi perduta, come durante una perquisizione. Ma tutto andò sempre bene. Tuttavia l’episodio per il quale mi sentii sminuita ai miei stessi occhi, mi successe a Padova. Ero andata a trovare i miei fratelli Bruno e Giordano prigionieri della famigerata banda Carità a Palazzo Giusti. Entrata nel portone, mentre ero in attesa del permesso per il colloquio, ad un tratto vidi venirmi incontro uno della banda, lo stesso che a Vicenza, pochi giorni prima, mi aveva fermato nell’ufficio di Luigi Faccioi eludendo le sue domande, dopo aver, dato, false generalità, l’avevo preso in giro dicendo con aria dimessa, che mi trovavo li perché facevo del mercato nero. Rivedendolo, mi sentii subito tremare le gambe; cercai di abbassare il fazzoletto che avevo in testa fino agli occhi, abbassando lo sguardo a terra e ci riuscii tanto bene da non essere riconosciuta: Potei cosi ottenere il colloquio tanto desiderato con l miei fratelli. Fu allora che vidi una giovane, quasi una bambina, prigioniera anch’essa, a colloquio con sua madre. Questa giovane aveva una tale serenità e forza d’animo, come se essere rinchiusa in carcere fosse stata la cosa più normale di questo mondo. Io, donna di una certa età, mi sentivo piccola di fronte a questa ragazzina, e questa scena mi .infuse un novello vigore, una maggiore fiducia, cosicché tornai a lottare con maggiore impegno.

Giordano Campagnolo – Il lardo di Rumor

Il lardo di Rumor Giordano Campagnolo

. Gennaio 1945. Gli arresti e le deportazioni con il rigore Invernale erano aumentati. I partigiani, specie coloro che svolgevano il pericoloso lavoro di città, erano esposti più di ogni altro a tale evenienza. Il 9 gennaio fece l’ingresso nel salone di Palazzo Giusti l’avvocato Giacomo Rumor, equipaggiato come noi non avevamo mai visto nessuno. Egli infatti, saggiamente, prevedendo il suo arresto, si era preparato scarponi, paltò pesante, sciarpa e un bel sacchetto di cibarie, tra cui un bel pezzo di lardo. Nel gran salone una trentina di affamati occhieggiarono il sacchetto, ma solo uno (una canaglia!) ebbe il coraggio o la sfrontatezza di avvicinarsi e trafugare iI pezzo di lardo, che oi spartì con i colleghi vicentini. Nel frattempo Rumor veniva interrogato e regolarmente bastonato dagli sgherri di Carità. Rientrando nel salone pesto e dolorante, con gli occhi che gli uscivano dalle orbite, riuscì chiaro a tutti che la pestata era stata molto severa, e l’autore del furto ne fu profondamente scosso. Dopo un certo tempo, Rumor, per lenire un po’ il dolore, apri Il sacchetto e, scoperto il furto, se ne lamentò con Faccio e Gallo che stavano ancora pulendosi la bocca dal lardo mangiato. E Gallo, con quel suo inimitabile sorriso mefistofe1ico, forbendosi accuratamente le labbra e i baffetti alla Menjou, gli espresse la propria indignazione con le parole acconce che solo lui in quel momento sapeva adoperare: «Cosa vuole, avvocato, questi comunisti! ~ Inutile aggiungere che l’autore del furto, col tempo, si confessò all’avvocato Rumor, che appunto per questo diventò uno dei suoi più cari amici.

Tratto da

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Ritorno A Palazzo Giusti

Testimonianze Dei Prigionieri Di Carità A Padova (1944-45)

A Cura Di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

La Banda Carità – Le nostre donne – Giordano Campagnolo

Le nostre donne di Giordano Campagnolo
Le staffette partigiane, queste capaci, silenziose, ubbidienti nostre collaboratrici, hanno dovuto anche loro pagare lo scotto per conquistare la libertà, passando parecchio tempo nelle celle di Palazzo Giusti, ospiti di Carità e della sua banda criminale. Anche a loro furono inflitte torture, frustate, sevizie di . ogni genere. Ed è con quell’amaro ricordo che qui voglio rammentare qualcuna delle molte che furono nostre compagne di galera. A riprova della volontà popolare di lottare contro la tirannia, è significativo notare che le donne imprigionate rappresentavano, e ben degnamente -direi, tutti i ceti sociali, e se in maggioranza erano laureate, studentesse, professioniste ecc., ciò era dovuto al fatto che Palazzo Giusti era la prigione riservata ai più compromessi nella lotta partigiana, in quanto gli elementi che componevano la banda Carità erano al diretto servizio del Reparto investigativo delle SS in Italia. Vi erano infatti rinchiusi: il CLN regionale veneto al completo, gran parte dei CLN provinciali di Venezia, Padova, Vicenza e Rovigo, nonché membri dei vari comandi militari provinciali. In più vi erano ex deputati, professori universitari, medici, sacerdoti, ingegneri, avvocati, ragionieri, commercianti, artigiani, operai ecc. Insomma tutte le classi sociali erano qui rappresentate. Sarebbe bello poter ricordare tutte, una per una, le nostre partigiane, e chiedo scusa alle ~ non citate, che sanno però di essere sempre vive nel mio cuore e nel mio pensiero.

Le care e simpatiche Berion, sempre sorridenti e fiduciose malgrado la batosta subita (tutta la famiglia incarcerala e i loro beni sequestrati e divisi tra i repubblichini). Taina Baricolo che scendeva lo scalone con « un incedere da regina» (è di mia sorella il paragone), e che a me invece dava l’impressione di una moderna monna Lisa. Ciò non toglie che molti di noi devono molto al suo atteggiamento che infondeva fiducia e coraggio a chi aveva la fortuna di vederla e a coloro che ne avevano sentito elogiare il comportamento. La cara Maria Fiorotto sempre in pena per il suo professar Palmieri e che mi ossessionava con l’insistente richiesta di sue notizie. E Maria Lana, anche lei in pensiero per Quartesan. Erminia Gecchele di Zanè (Vicenza), cosi crudelmente torturata da ispirare a Egidio Meneghetti .. La partigiana nuda»; chiunque nel rileggere questa poesia rivede il dramma che si svolge e sente un nodo stringere la gola. In quei versi si mescolano pietà e fierezza insieme: essi sono il più alto omaggio della Scienza e della Cultura al coraggio della povera operaia. Ida D’Este, veneziana, torturata, spogliata, frustata a sangue e schernita da cinque ceffi toscani, alla quale però la fede . non venne mai meno, e che con l’alterigia di una dogaressa rispondeva alle parolacce rivoltele: .. Anche cosi, mi sento come la Madonna …Ed essi non osarono oltre! Ultime, ricordo Nella Bordin, sempre con i capelli alla Cleopatra, con la frangetta, cosi carina e composta pur nel dolore comune e nelle privazioni; Elvia Maria Levi, consapevole che, a causa del suo nome e per l’attività svolta, il destino non le sarebbe stato benigno; invece il caso volle che potessimo tornare vivi dal campo di concentramento di Bolzano (ora essa dedica la sua scienza alla cura dei minorati psichici); Albertina Caveggion, vicentina, cresciuta (si fa per dire) alla nostra scuola. Una bambina sembrava, tanto che gli sgherri di Carità non le davano peso. Quanto si ingannavano! Sotto quei lineamenti minuti si nascondeva una volontà di ferro e una decisione irrevocabile per la causa cui si era votata. Tutte, comunque, malgrado la fame e le torture subite, si comportarono magnificamente. Sono degne di essere menzionate e noi siamo fieri di quelle che con rispettoso affetto abbiamo sempre chiamato ~ le nostre donne », «le nostre sorelle ».

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972