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Enciclopedia dell’Olocausto – I campi di sterminio

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Enciclopedia dell’Olocausto

I campi di sterminio: sintesi

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Spazzole appartenute a vittime del campo di concentramento di Auschwitz, rinvenute subito dopo la liberazione. Polonia, dopo il 27 gennaio 1945.

— Dokumentationsarchiv des Oesterreichischen Widerstandes

I Nazisti istituirono i campi di sterminio per rendere il più efficiente possibile l’assassinio di massa. Diversamente dai campi di concentramento, che servivano principalmente come campi di detenzione e di lavoro, i campi di sterminio (anche conosciuti come “campi della morte”) erano quasi esclusivamente vere e proprie “fabbriche di morte”. Nei campi di sterminio, le SS e la polizia tedesca assassinarono quasi 2.700.000 Ebrei, tramite l’uso di gas tossico o tramite fucilazione.

Il primo centro di sterminio ad essere realizzato fu quello di Chelmno, nel dicembre del 1941, nella parte della Polonia annessa alla Gemania (Warthegau). I prigionieri, per la maggior parte Ebrei, ma anche Rom (Zingari), venivano uccisi all’interno di camere a gas mobili, installate su appositi furgoni. Nel 1942, nel Governatorato Generale (un terrritorio all’interno della Polonia occupata) i Nazisti crearono i campi di sterminio di Belzec, Sobibor e Treblinka (conosciuti anche come Campi dell’Operazione Reinhard) con l’obiettivo di eliminare sistematicamente tutti gli Ebrei polacchi. Nei campi di sterminio dell’Operazione Reinhard, le SS e i loro aiutanti assassinarono approssimativamente 1.526.500 Ebrei, tra il marzo 1942 e il novembre 1943.

Al loro arrivo al campo di sterminio, quasi tutti i deportati venivano immediatamente mandati alle camere a gas, ad eccezione di un ristretto numero che veniva invece utilizzato nelle squadre addette a lavori speciali e note come Sonderkommandos (Unità Speciali). Il centro di sterminio più grande fu quello di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, dove, alla fine della primavera del 1943, funzionavano quattro camere a gas che utilizzavano la sostanza tossica nota come Zyklon B. Quando le deportazioni raggiunsero la massima intensità, il numero di Ebrei a venire uccisi con il gas ad Auschwitz-Birkenau raggiunse anche la cifra di 6.000 persone al giorno; in totale, più di un milione di Ebrei e decine di migliaia di Rom, di Polacchi e di prigionieri di guerra avrebbero trovato la morte in quel campo entro la fine di novembre del 1944.

Sebbene diversi studiosi abbiano tradizionalmente considerato Majdanek come il sesto campo di sterminio, ricerche recenti hanno fatto miglior luce sulle funzioni e operazioni attuate a Lublino/Majdanek. Nell’ambito dell’Operazione Reinhard, Majdanek serviva principalmente per concentrare quegli Ebrei che i Tedeschi risparmiavano temporaneamente per poi inviarli ai lavori forzati. Majdanek fu solo occasionalmente usato come campo di sterminio, al fine di eliminare coloro che non potevano venire uccisi nei campi di sterminio dell’Operazione Reinhard: Belzec, Sobibor e Treblinka II. Majdanek conteneva anche un magazzino per conservare le proprietà e gli oggetti di valore appartenuti alle vittime degli altri campi di sterminio.

Le SS consideravano i campi di sterminio un’operazione top secret. Per cancellare ogni traccia delle uccisioni unità speciali, costituite da prigionieri (Sonderkommandos), venivano obbligate a rimuovere i cadaveri dalle camere a gas e a cremarli. Alcuni campi di sterminio vennero cammuffati o modificati, nel tentativo di nascondere l’avvenuto assassinio di milioni di persone.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

I campi di concentramento nazisti — Testimonianze Orali

    I campi di concentramento nazisti — Testimonianze Orali

    Doris Greenberg
    Data di nascita: 1930, Varsavia, Polonia
    Doris descrive la procedura cui venne sottoposta all’arrivo a Ravensbrueck [Intervista: 1990]
    Chapters
  • Chapters
    — US Holocaust Memorial Museum – Collections
    Testo
    Quando ci portarono nei bagni, eravamo sicuri che saremmo morti. Ne eravamo convinti.Così pensammo che avevamo avuto l’occasione di prendere il veleno, mache ormai non ce n’era più, e ci dicemmo che probabilmente non ci sarebbe voluto molto a morire, con il gas. Beh, fummo veramente sorpresi quando l’acqua cominciò a uscire dai tubi e noi…noistavamo davvero sotto la doccia. C’era persino questo sapone grigiastro che sembrava pietra pomice, ma era meno duro; e niente gas. Allora noi facemmola doccia e poi uscimmo dall’altra porta dell’edificio e lì ci diedero delle uniformi a righe; e allora capii perchéavevamo pensato di prendere il veleno prima di entrare là dentro: perché ogni gruppoche era entrato prima di noi, una volta usciti ci sembrava fossero scomparsi perché, in effetti, non li riconoscevamo più. Erano stati rasati e obbligati a indossare quegli abiti a righe. Così, anche a noivennero dati questi vestiti…e ci davano delle misure che non avevano senso: alcuni…alcuni grandi e grossi ricevevano uniformi minuscole. Altri, piccolini, ce l’avevanogrande. Ma almeno eravamo vivi. Poi, ognuno ebbe il suo numero e untriangolo e venne assegnato a una baracca. Quando entrammo nella nostra vedemmo sulle pareti delle scritte in ebraico, nomi, messaggi… Moltierano in Yiddish, che io non conoscevo, ma Pepi sì e lei midisse che erano nomi. Allora li lesse ad alta voce e così capii….Io non sapevo leggere né scrivere [l’Yiddish] e lei mi disse che c’eranomessaggi molto molto commoventi, spezzavano il cuore, con i nomi delle persone; per esempio, uno diceva "siamo stati qui, siamo stati gli ultimi, prima di voi. Dite agli altri diricordarsi di noi". Era molto triste .
    I Tedeschi invasero la Polonia nel 1939 e istituirono il ghetto a Varsavia nel 1940. Dopo che i suoi genitori furono deportati, Doris si nascose con sua sorella e altri parenti. La sorella di Doris e uno zio vennero poi uccisi e poco dopo lei apprese che anche i suoi genitori erano stati trucidati; più tardi, sua nonna si suicidò. Doris venne fatta uscire di nascosto dal ghetto e visse poi lavorando come cameriera e cuoca, fingendo di non essere Ebrea, ma venne alla fine deportata anche lei, nel campo di concentramento di Ravensbrueck. Al loro arrivo nel campo, Doris e il suo amico Pepi pensarono di uccidersi ingoiando del veleno, ma poi decisero di non farlo.
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    Testimonianze di superstiti del campo

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    Testimonianze di superstiti del campo

    II

    Testimonianza raccolta dal prof. Carlo Schiffrer di Trieste dall’interrogatorio di un amico superstite:

    «Egli vide un milite delle SS di statura gigantesca che stava conducendo per mano nel secondo cortile davanti alle prigioni, un bamberottolino bruno e ricciuto (certo un ebreo) che zampettava appena. Il bambino incespicò e cadde in avanti: il milite lanciando una bestemmia lo colpi al capo col tacco del suo scarpone. La testa scoppiò letteralmente. Ad anni di distanza quell’amico non riusciva a liberarsi dall’incubo del tonfo provocato dalla povera testolina…».

    (Carlo Schiffrer, "La Risiera". Trieste, 1961).

    Inizio

    ALBINA SKABAR di Rupingrande (Trieste)

    Dopo essere stata denudata, appesa per le trecce a una trave e bastonata fino a svenire, venne cacciata nella cella numero 7. «Di notte, ricorda, sentivo urla terribili, specialmente di quelli che si trovavano nelle prime celle e venivano portati fuori. Ricordo la voce disperata di una donna: diceva di es sere di Gabrovizza e urlava che le SS le avevano ucciso il figlio nella culla. C’era anche una certa Olga Fabian, di un paese del Carso che ora appartiene alla Jugoslavia. C’era una signora di 67 anni, che abitava a Trieste in via Milano: urlava continuamente di essere innocente. L’odore di capelli bruciati era terribile. Ogni tre giorni aprivano le celle e lasciavano che ci lavassimo il viso con un po’ d’acqua in un catino. Quell’acqua del catino doveva servire per tutte. Dopo la guerra sono tornata una volta in Risiera, e sono svenuta».

    (Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Ricciotti Lazzero).

    Inizio

    GIORDANO BASILE di Rovigno d’lstria

    «Subimmo ogni sorta di sevizie e maltrattamenti. Non potrei dire a quanti interrogatori fui sottoposto. Come conseguenze ebbi una frattura all’occhio destro e alla spalla destra e subii pure una infiltrazione polmonare, oltre alla depressione generale di tutto l’organismo, depressione dalla quale non ho potuto riprendermi ».

    (Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

    Inizio

    DARA VIRAG di Fiume

    «Dietro il garage c’era un passaggio un po’ stretto. Ho fatto alcuni passi in quel vicolo che girava intorno al locale del forno e una delle guardie. il vecchio Fritz, mi ha urlato: "Non lo faccia mai più, non lo faccia mai più!". Era il maggio del 1944. Sulla base di cemento del camino spuntava un filo d’erba. Pensai che forse era il segno di quelle povere anime dissolte. In marzo si sentivano grida anche di giorno (gridavano anche le SS). Erano urla di dolore, tutti capiscono quando qualcuno urla per il dolore. Ma confesso che non riuscivamo a comprendere chiaramente queste atrocità: dovevamo pensare a vivere e avevamo sempre paura. Dopo un anno così, anche un chiodo che cada sul pavimento scatena un brivido. Se sento il rumore d’uno scarpone sul selciato, adesso, ancora, dico spaventata: "Vengono"».

    (Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Bicciotti Lazzero).

    Inizio

    BRUNO PIAZZA di Trieste

    «Dovetti sdraiarmi sul tavolato […] ma ero stato fortunato, mi spiegò la sentinella, perché tutti quelli che finivano là dentro venivano prima bastonati […]. Incominciarono a parlare le voci della notte. Dal bunker accanto al mio udii un uomo che mi chiamava piano: "Sono sepolto vivo da 40 giorni, non posso respirare, ho sete. Dammi una sigaretta. Forse stanotte sarò fucilato. Fammi fumare l’ultima sigaretta […]". E subito dopo dall’altra parte una voce di donna: "Ne ammazzano ogni notte qualcuno. Li portano nel cortile e poi li ammazzano con un colpo alla nuca. Dopo ogni sparo i cani urlano […]. Siamo tutti partigiani".

    (Dal libro "Perché gli altri dimenticano" di Bruno Piazza – Ed. Feltrinelli, Milano, 1956).

    Inizio

    ANTONIETTA CARRETTA nata a Lignano, abitante a Genova

    «Mi misero in un grande camerone, composto di piccole celle. In una di queste rimasi oltre un mese senza lavarmi, pettinarmi ed altre cose assolutamente necessarie in modo particolare per una donna. Non solo d’igiene non si poteva parlare, ma neanche della più elementare forma di pulizia. Il mangiare ce lo portavano dal Coroneo. Nelle celle queste distribuzioni venivano fatte dai mongoli. Le condizioni psichiche e morali erano tremende. Ero in un continuo stato di terrore di essere ammazzata da un momento all’altro. Dopo circa dieci giorni portarono vicino alla mia cella una signora ebrea di nome Olga che abitava a Servola. La notte stessa l’hanno ammazzata. Quando vennero a prenderla, la poveretta piangeva e supplicava; le SS rispondevano con la massima brutalità. Così accadeva tutte le notti. Le celle di giorno si riempivano e di notte si svuotavano. Prima di essere bruciati li ammazzavano con un colpo d’arma da fuoco, perché sentivo gli spari, oppure con un colpo di mazza. I forni crematori erano lì vicino, a pochi metri di distanza dalle nostre celle… Per non far sentire i colpi d’arma da fuoco, mettevano in moto dei motori di camion, o facevano suonare musiche allegre».

    (Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

    Inizio

    ANTE PELOZA di Vele Mune (Istria)

    «lo ero nella cella n. 8, solo, nel buio. Mi mancava l’aria. Solo nel soffitto c’era un piccolo foro per l’aria e la luce. Ci passavano il cibo attraverso la finestrella della porta, che altrimenti restava sempre chiusa. Nella cella c’erano molti ratti. Di pomeriggio e di sera sentivo quasi in continuazione le urla della gente e delle grida in croato, sloveno e italiano. Per il cortile andava su e giù un carro armato oppure un’auto blindata e faceva un grande rumore sì da coprire le grida alla libertà e le urla sconvolgenti. Allora sapevamo che i nostri compagni venivano trascinati in crematorio. Quando faceva scirocco e non c’era vento il fumo fetido entrava anche nelle celle. C’era un tale tanfo di carne umana bruciata che quasi non si poteva respirare e sconvolgeva lo stomaco».

    (Testimonianza raccolta da A. Bubnic)

    Inizio

    CARLO SKRINJAR di Trieste

    «Le urla delle donne e degli uomini duravano anche tre o quattro ore. Finiva un urlo e poco dopo ne cominciava un altro. Molte notti andarono avanti così. Vicino a me, in cella, c’era un giovane di diciott’anni dai capelli ricciuti. Non ricordo il suo nome. Per lo spavento imbiancò in tre giorni. Dalla mattina alla sera tardi si sentivano aprire e chiudere i cancelli. Chi guardava da qualche spioncino avvertiva: "E’ arrivato un autocarro…". Verso le otto di sera c’era un periodo di silenzio, poi cominciavano le urla. Noi eravamo convinti che stessero trascinando i condannati dal cortile verso la zona del forno. Si sentiva la guardia che veniva a tirar fuori la gente dalle celle, e la gente che urlava finché la voce spariva nel nulla. Il giovane dai capelli ricci tremava e balbettava: "Adesso tocca a noi". Eravamo terrorizzati. Sento ancora quelle grida rauche ».

    (Testimonianza raccolta da A. Bubnic e Ricciotti Lazzero).

    Inizio

    LUIGI JERMAN nato a Capodistria, abitante a Trieste

    «Essendo impiegato presso la raffineria di S. Sabba, ebbi più volte occasione di passare per ragioni di lavoro lungo il pontile, dove i soldati tedeschi portavano i sacchi delle ceneri dei cadaveri che venivano bruciati nei forni crematori della Risiera. Ho potuto vedere nel fondo del mare molte ossa umane, resti cioè di cadaveri che non poterono essere completamente bruciati».

    (Testimonianza raccolta da Giovanni Postogna)

    Diego Valeri – Campo di esilio

    Diego Valeri
    Campo di esilio
    Percossi sradicati alberi siamo,
    ritti ma spenti, e questa avara terra
    che ci porta non è la nostra terra.
    Intorno a noi la roccia soffia vènti
    nemici, fuma opache ombre di nubi,
    aspri soli lampeggia da orizzonti
    di verdi ghiacci. Le nostre segrete
    radici, al caldo al gelo, nude tremano.
    E intanto il tempo volge per il cielo
    i mattini le sere: alte deserte
    stagioni; e i lumi del ricordo, e i fuochi
    della speranza, e i pazzi arcobaleni.
    Come morti aspettiamo che la morte
    passi; e l’un l’altro ci guardiamo, strani,
    con occhi d’avvizzite foglie. E un tratto
    trasaliamo stupiti, se alla cima
    di un secco ramo un germoglio si schiuda,
    e la corteccia senta urgere al labbro
    delle vecchie ferite un sangue vivo;
    tra le nubi scorrendo un dolce vento
    di primavere nostre.

    Eric Bogle – I verdi campi di Francia

    Eric Bogle
    I verdi campi di Francia

    Come stai, soldato semplice William MacBride?
    Ti dà fastidio se mi siedo un po’ qui tra le vostre tombe
    E mi riposo un po’ nel caldo sole d’estate?
    Ho camminato tutto il giorno e sono stanco morto.
    Vedo dalla tua lapide che avevi solo diciannove anni
    Quando hai raggiunto gli eroi caduti nel 1916.
    Beh, spero che tu sia morto rapidamente e perbene
    Oppure, Willie MacBride, è stata una morte lenta e tremenda?
    *
    Battevano i tamburi lentamente?
    Suonavano piano le cornamuse?
    I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
    I corni cantavano "The Last Post" in coro?
    Le cornamuse suonavano "The Flowers o’ the Forest"?
    *
    Hai lasciato una moglie o una fidanzata a aspettarti,
    e in qualche cuore fedele sei custodito per sempre?
    E anche se la tua morte risale al 1916
    Per qualche cuore fedele hai per sempre diciannove anni?
    Oppure sei solo uno straniero senza neanche un nome
    per sempre racchiuso dietro a qualche lastra di vetro
    in una vecchia foto strappata, spiegazzata e macchiata
    che sta ingiallendo in una cornice di pelle marrone?
    *
    Battevano i tamburi lentamente?
    Suonavano piano le cornamuse?
    I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
    I corni cantavano "The Last Post" in coro?
    Le cornamuse suonavano "The Flowers o’ the Forest"?
    *
    Il sole splende adesso su questi verdi campi di Francia,
    Un vento caldo soffia piano e danzano i papaveri rossi.
    I solchi delle trincee sono scomparsi sotto l’aratro,
    Adesso niente più gas, né filo spinato, né fucili.
    Ma qui in questo cimitero è sempre Terra di Nessuno,
    Le infinite croci bianche stanno a muta testimonianza
    Della cieca indifferenza umana verso il prossimo,
    Per un’intera generazione massacrata e abbattuta.
    *
    Battevano i tamburi lentamente?
    Suonavano piano le cornamuse?
    I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
    I corni cantavano "The Last Post" in coro?
    Le cornamuse suonavano "The Flowers o’ the Forest"?
    *
    E non posso fare a meno di chiedermi ora, Willie MacBride,
    Tutti quelli che giacciono qui sanno perché sono morti?
    Ci hai creduto davvero quando ti han detto perché?
    Hai creduto davvero che quella sarebbe stata l’ultima guerra?
    E la sofferenza, la pena, la gloria e la vergogna,
    Uccidere e morire – tutto è stato invano.
    Perché, Willie MacBride, tutto quanto è successo di nuovo,
    Di nuovo, di nuovo, di nuovo, di nuovo.
    *
    Battevano i tamburi lentamente?
    Suonavano piano le cornamuse?
    I fucili sparavano mentre ti calavano nella fossa?
    I corni cantavano "The Last Post" in coro?
    Le cornamuse suonavano "The Flowers o’ the Forest"?

    I deportati di Campi Bisenzio (FI)

    Per non dimenticare

     

    I deportati di Campi Bisenzio (FI)
    di Fulvio Conti, 13-4-2007, Tutti i Diritti Riservati.

     

    Angiolino Collini
    Nato a Campi Bisenzio il 23 ottobre 1913, deceduto a Linz il 13 maggio 1944. Numero 57068.Fa parte degli operai della “Galileo” arrestati l’8 marzo 1944.
    Bruno Paoletti
    Nato a Campi Bisenzio l’8 giugno 1903, deceduto a Ebensee il 23 maggio 1945. Numero 57319.Viene catturato l’8 marzo 1944 a Prato, dove stava lavorando in fabbrica.Come gli altri è condotto a Firenze e poi deportato a Mauthausen.Qui riesce a sopravvivere per ben dodici mesi dando tutto se stesso, ma alla fine, privo ormai di ogni forza e di capacità vitale, si abbandona inerme alla follia omicida nazista.

    Carlo Nannucci

    Nato a Campi Bisenzio il 16 gennaio 1925, deceduto a Mauthausen l’8 giugno 1944. Numero 57297.La mattina dell’8 marzo 1944, Carlo rimane intrappolato in un rastrellamento, non riesce a scappare e viene fatto salire su un camion insieme agli altri fermati. Finisce nel campo di Mauthausen dove, secondo testimonianza di Raffaello Bacci, muore nel “Sanitatslager” l’8 giugno 1944 alle ore 7.10.Il giovane campigiano al momento della morte ha solamente 19 anni.

    Felice Assesi

    Nato a Campi Bisenzio il 21 ottobre 1900, deceduto a Hartheim il 15 agosto 1944. Numero 56891.Professione commerciante di polli, l’8 marzo si trova a Prato per motivi di lavoro quando viene catturato nel rastrellamento.I suoi familiari vengono a conoscenza della deportazione da un biglietto che Felice lascia cadere alla stazione di Bologna con la sorprendente informazione sulla cattura e il viaggio intrapreso verso il nord. Il momento stabilito per la sua eliminazione fisica, registrata nelle carte del castello di Hartheim, è il giorno 15 agosto 1944. Nel 1945 un ex-deportato di Mauthausen, amico dell’Alessi, confida ai familiari: “Felice era un uomo di oltre cento chili, se lo aveste visto alla fine non lo avreste riconosciuto. E’ morto che aveva soltanto le ossa.”
    Gino Sugherelli
    Nato a Campi Bisenzio il 10 giugno 1894, deceduto a Hartheim il 28 settembre 1944. Numero 57418.Sugherelli abita a San Piero a Ponti e lavora alla Rifinizione Campolmi di Prato, l’8 marzo è catturato con i suoi compagni in seguito all’operazione effettuata dal maresciallo Giuseppe Vivo della milizia repubblichina.Nel campo di Mauthausen Gino Sugherelli rimane fino al settembre 1944 quando viene improvvisamente trasferito all’Erholungsheim del castello di Hartheim, dove la sua morte è registrata il giorno 28.
    Michele Ciampolini
    Nato a Campi Bisenzio il 18 febbraio 1890, deceduto a Ebensee il 17 gennaio 1945. Numero 57052.L’8 marzo viene catturato nella fabbrica dei fratelli Lucchesi a Prato, dove era addetto al reparto tranciatura. Michele viene trasferito il 25 marzo 1944 da Mauthausen al campo di Ebensee dove trova la morte alle ore 9.30 del 17 gennaio 1945 per “debolezza cardiaca acuta”.
    Nazzareno Capaccioli
    Nato a Capalle il 29 luglio 1904, deceduto a Ebensee il 21 aprile 1944. Numero 57012.Nazzareno non aderisce allo sciopero e decide di non recarsi al lavoro. In quei giorni un terribile bombardamento si abbatte su Prato. I fascisti lo bloccano in piazza delle Carceri e lo trasferiscono a Firenze. Nazzareno Capaccioli muore alle 7.00 del 21 aprile 1945 ad Ebensee.
    Otello Mariotti
    Nato a Capalle il 29 maggio 1889, deceduto a Ebensee il 12 dicembre 1944. Numero 57248.Otello Mariotti lavora a Prato alla Rifinizione Campolmi, la mattina dell’8 marzo viene arrestato. Della vita trascorsa nel lager da Otello Mariotti racconta qualcosa ai familiari Gino Marchi, ex-deportato che muore poco dopo il suo ritorno a casa. Otello Mariotti esala il suo ultimo respiro il 12 dicembre 1944, ridotto in fin di vita dagli stenti e dalle sofferenze.
    Parisio Signorini
    Nato a Campi Bisenzio il 3 maggio 1906, deceduto a Ebensee il 23 maggio 1944. Numero 57410.La sera del 7 marzo 1944 Paradisio, portiere del Lanificio Pecci di via Ferrucci a Prato, viene catturato dai repubblichini in piazza delle Carceri.Parisio è internato il giorno 11 marzo nel campo di Mauthausen ed è in seguito trasferito al campo di sterminio di Ebensee, dove muore il 23 maggio 1944, alle 6.10 della mattina.
    Raffaello Bacci
    Nato a Campi Bisenzio il 29 giugno 1903, superstite, deceduto a Campi Bisenzio il 22 maggio 1969. Numero 56911. La mattina dell’8 marzo, insieme agli altri dipendenti della ditta Campolmi di Prato viene catturato dal maresciallo Giuseppe Vivo e dai suoi agenti.Inviato al campo di concentramento di Mauthausen viene trasferito il 25 marzo 1944 al comando di Ebensee. Nonostante le sofferenze e le atrocità subite il 23 giugno del 1945 Raffaello riesce a tornare a casa, stremato e fisicamente distrutto. Malgrado le molte cure cui si sottopone Raffaello Bacci muore per i postumi della deportazione nel maggio del 1969.
    Tebaldo Franceschini
    Nato a Capalle il 20 dicembre 1887, deceduto a Harheim il 4 ottobre 1944. Numero 57132.Grande invalido della Prima Guerra Mondiale, lavora come operaio tessile nella fabbrica Campolmi di Prato. E’ arrestato dal maresciallo Giuseppe Vivo ed è inviato a Mauthausen. Poi, trovatosi allo stremo delle forze, viene mandato a morire nel castello di Hartheim, nel “convalescenziario” istituito apposta per sopprimere chi non è più in grado di lavorare. Tebaldo chiude gli occhi per sempre il 4 ottobre 1944.

    Ugo Ballerini

    Nato a Campi Bisenzio il 26 maggio 1899, deceduto a Ebensee il 21 giugno 1945. Numero 56918.Uomo allegro e simpatico, viene trasferito dal campo madre di Mauthausen al sottocampo di Ebensee il 25 marzo 1944 e qui rimane fino alla liberazione, quando appare ormai psichicamente compromesso.Muore il 21 giugno 1945 ed è sepolto nel cimitero “Steinkogel” di Ebensee, alla fila V, al numero 21.

    I campi di concentramento Italiani

    I campi di concentramento italiani 1940-1943

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    Al momento dell’entrata in guerra anche l’Italia ricorse definitivamente a misure di internamento, istituendo campi di concentramento, seppure con definizioni di mascheramento, destinati a “ebrei stranieri” ed a altri stranieri, a vario titolo reclusi. Il 4 settembre del 1940 Mussolini firmò un decreto con cui vennero istituiti i primi 43 campi di internamento per cittadini di paesi nemici. In realtà in questi campi furono concentrate  varie categorie di persone.

    Gli ebrei italiani colpiti dal provvedimento non furono internati in quanto ebrei (anche se i provvedimenti d’internamento sottolineano sempre l’appartenenza alla "razza ebraica" della persona in questione), ma in quanto antifascisti militanti o soggetti ritenuti "pericolosi nelle contingenze belliche". Un’altra categoria è formata da stranieri sudditi di "paesi nemici", ebrei e non, che si trovavano in Italia allo scoppio della guerra, (inglesi, francesi, ma anche cinesi, spagnoli e altri) nonché da quegli ebrei stranieri che erano fuggiti dalle persecuzioni in atto nei loro paesi, residenti in Italia o di passaggio. Per ebrei stranieri si intendono anche cittadini italiani ebrei, non nati in Italia. Numerosi fra gli internati furono anche gli zingari. Infine, c’erano gli antifascisti schedati (condannati dal Tribunale speciale, ex confinati, ex ammoniti, ecc.), antifascisti arbitrariamente trattenuti a fine pena e altri arrestati per manifestazioni sporadiche di antifascismo.

    Gestiti dal Ministero degli interni, dovevano, come in precedenza i luoghi di confino, essere situati in edifici abbandonati o non utilizzati, lontani da zone militari e dai porti, dalle strade importanti e dalle linee ferroviarie, dagli aeroporti e dalle fabbriche di armamenti.

    I campi di concentramento erano quindi situati in luoghi isolati e poco salubri, spesso in montagna dove l’inverno era rigido. Gli edifici adibiti a ospitare gli internati erano monasteri, ville requisite, fattorie, fabbriche dimesse, scuole, baracche, in un caso addirittura un cinema (Isernia) e un ex mattatoio (Manfredonia). In generale le condizioni di vita erano primitive e umilianti. Molti edifici presentavano una serie di problemi: freddo e umidità, mura pericolanti, pochissima luce, fornelli difettosi, finestre, pareti e tetti non isolati a sufficienza; a tutto ciò si aggiungeva il sovraffollamento, il vitto insufficiente e la presenza di cimici, pidocchi, ratti e scorpioni. Il riscaldamento spesso inesistente, scarsa o mancante l’acqua potabile, debole l’illuminazione e l’erogazione di energia elettrica. Ad ogni internato, in situazioni di perdurante affollamento, veniva dato in dotazione: una branda, un sottile materasso, un cuscino con federa, due lenzuoli e un massimo di due coperte. Una sedia o uno sgabello, una gruccia per gli abiti, due asciugamani, una bacinella, una bottiglia ed un bicchiere. L’assistenza sanitaria agli internati era prevista ma poteva essere concessa o rifiutata arbitrariamente, come avvenne nel caso di un’antifascista romana internata a Mercogliano (Avellino), malata di cuore, la cui domanda di sottoporsi a una radiografia toracica venne respinta dal Ministero dell’Interno.

    I campi fascisti non erano dei lager ma unicamente dei campi di concentramento. Le condizioni di vita, già difficili e deprimenti per tutti, peggiorarono tuttavia ulteriormente con l’arrivo, nell’aprile del 1941, degli sloveni e croati rastrellati in seguito all’occupazione italiana della Jugoslavia.

    Secondo gli studi più recenti, nel giugno 1940, al momento dell’entrata in guerra, in Italia erano presenti poco meno di 4.000 ebrei ed apolidi passibili del provvedimento di internamento. Si trattava di tedeschi, austriaci, polacchi, cecoslovacchi ed apolidi (divenuti tali in seguito alla revoca della cittadinanza italiana) che, nell’estate del ’40, costituirono nella quasi totalità il primo grosso contingente di internati ebraici nei campi di concentramento fascisti. Tra il 1941 ed il ’42, sarebbe giunto il secondo contingente dalle zone ex-jugoslave appartenenti allo stato croato o annesse all’Italia, composto da circa 2.000 ebrei, prevalentemente slavi, e nel quale vanno inclusi anche i 500 naufraghi del "Pentcho", battello fluviale partito da Bratislava nel maggio 1940 coll’improbabile proposito di raggiungere la Palestina ed incagliatosi, dopo sei mesi, nei pressi di Rodi.

    Ma quanti furono i campi di concentramento in Italia? Renzo De Felice nel suo libro “Storia degli ebrei sotto il fascismo”, parla di circa 400 tra luoghi di confino e campi di internamento. Fabio Galluccio, nel suo saggio del 2002 "I lager in Italia. La memoria sepolta nei duecento luoghi di deportazione fascisti" (NonLuoghi Editore), i lager in cui erano rinchiusi ebrei, dissidenti politici, stranieri, zingari e omosessuali, erano probabilmente quasi duecento, senza contare i luoghi di "semplice" confino. Non è stato ancora fatto un censimento attendibile. In ogni regione italiana  vi era almeno un campo.

    Alcuni campi erano esclusivamente femminili: Pollenza, Treia, Petriolo (Macerata); Casacalenda, Vinchiaturo (Campobasso); Lanciano (Chieti); Solofra (Avellino). Verso la fine del 1940 risultavano recluse circa 260 donne, tra le quali 62 ebree straniere.

    Furono campi di concentramento maschili: Fabriano, Sassoferrato (Ancona); Ariano Irpino, Monteforte Irpino, Campagna (Salerno); Civitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Notaresco, Tortoreto, Tossicia, Neretto, Tollo (Teramo); Agnone, Bioano, Isernia (Campobasso); Casoli, Lama dei Peligni, Istonio (Chieti); Alberobello, Gioia del Colle (Bari); Manfredonia, Tremiti (Foggia); Urbisaglia (Macerata); Civitella della Chiana (Arezzo); Bagno a Ripoli, Montalbano (Firenze); Farfa Sabina (Rieti); Scipione di Salsomaggiore, Montechiarugolo (Parma); Lanciano (Chieti) dal febbraio 1942, Colfiorito di Foligno (Perugia), Castel di Guido (Roma), Fraschette di Alatri (Frosinone), Città Sant’Angelo (Pescara), Pisticci (Matera), Ferramonti di Tarsia (Cosenza), Lipari (Messina), Ustica (Palermo), Fertilia (Sassari).

    Alcuni di questi campi – situati nel Centro-Nord – vennero riaperti nell’ottobre 1943 ed utilizzati, con altri, come “campi di raccolta provinciali per gli ebrei italiani” fino al gennaio 1944. Oltre a quelli sopra citati: Aosta, Calvari di Chiavari, Ferrara, Forlì, Roccatederighi (Grosseto), Vo’ Vecchio (Padova), Sondrio, Verona, Piani di Tonezza (Vicenza), Ponticelli Terme (Parma), Servigliano (Ascoli Piceno), Bagni di Lucca (Lucca), Sforzacosta.

    Vi erano anche luoghi deputati al cosiddetto “internamento libero”, ovvero al soggiorno obbligato con una notevole limitazione della libertà personale, che prevedeva la proibizione di ogni contatto con gli abitanti del luogo di internamento e l’obbligo di presentarsi giornalmente alla stazione di polizia o dei carabinieri. Pochi sono i dati disponibili, tuttavia si è a conoscenza che da questa forma di internamento furono interessati i comuni e le province di: Vicenza, Bergamo; Belluno; Lucca, L’Aquila, Grosseto, Viterbo, Treviso, Asti, Aosta, Parma, Modena, Chieti, Novara, Pavia, Potenza, Sondrio.Nel marzo 1941 risultavano in internamento, in quanto “stranieri nemici”: 414 inglesi, 316 francesi, 136 greci. Altri stranieri erano stati avviati nei campi di concentramento. Nel maggio 1943 risultavano ristrette in internamento libero circa 1.800 persone: donne, bambini, uomini.

    Altri campi vennero ubicati in Italia, ovvero quelli per gli “ex jugoslavi”, i civili abitanti nei territori occupati militarmente dall’Esercito italiano e annessi all’Italia.

    Questi campi vennero aperti soprattutto nella Venezia Giulia (Cighino, Gonars, Visco), nel Veneto (Monigo di Treviso, Chiesanuova, in provincia di Padova), in Toscana ( Renicci di Anghiari), in Umbria (Colfiorito). Tutti alle dipendenze del Ministero dell’interno. Campi di lavoro furono organizzati a Fossalon (Venezia Giulia), Pietrafitta e Ruscio (Umbria), Fertilia (Sassari).

    Furono attivati anche appositi campi per gli “allogeni”, ovvero per gli appartenenti a minoranze etniche o/e linguistiche presenti sul territorio italiano dopo le annessioni successive alla Prima guerra mondiale, quasi totalmente presenti nella Venezia Giulia e nel Sud Tirolo. Si trattava di minoranze – complessivamente circa il 2% della popolazione italiana – composte da: albanesi, francesi, sloveni, tedeschi, croati, catalani, ladini. Per loro i campi furono istituiti a Cairo Montenotte (Savona), Fossalon (Gorizia), Poggio Terzarmata (Gorizia).

    Il campo di Cairo Montenotte fu utilizzato, dopo essere stato svuotato dai prigionieri di guerra nel febbraio 1943, per internarvi sloveni e croati di cittadinanza italiana. Dall’Istria e dalle province di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume e Pola arrivarono, in breve tempo, circa 1.400 deportati e fino al settembre 1943 furono 20 i trasporti che raggiunsero Cairo Montenotte. Il primo partì da Trieste il 28 febbraio 1943, con 150 uomini e 44 donne. Queste ultime furono successivamente inviate al campo delle Fraschette di Alatri. Alcuni prigionieri vennero impiegati nella realizzazione dei canali di scolo della fabbrica della Montecatini, situata nelle vicinanze del campo. Altri lavorarono come operai nella fabbrica stessa. Al momento dell’armistizio, l’8 settembre 1943, il comandante del campo non liberò subito i 1.260 prigionieri e ciò permise ai nazisti di impadronirsene. L’8 ottobre organizzarono un trasporto di 30 carri bestiame e deportarono quasi tutti i prigionieri, che arrivarono al KL Mauthausen il 12 ottobre, per essere poi, il giorno successivo, inviati nell’AussenKommando di Gusen. Dove 990 furono immatricolati, tutti come italiani. Invece, dopo l’8 settembre, molti dei prigionieri del campo di Fossalon entrarono nelle file partigiane.