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Valido Capodarca – La preziosa testimone di un eccidio

Valido Capodarca

La preziosa testimone di un eccidio

La quercia de “Il Monte” di Castignano.

Molto spesso, a ricordare i fatti e i misfatti degli uomini, anche quando l’ultimo dei testimoni viventi è scomparso, resta un altro genere di creature, viventi anch’esse, ma non dotate di linguaggio, almeno non quello che siamo abituati a discernere con le nostre comuni facoltà intellettuali: sono gli alberi che, al contrario dell’uomo, possono tramandare anche per molti secoli la memoria di ciò che hanno visto.

Uno di questi, è una grande e maestosa quercia, radicata in contrada Monte, comune di Castignano (AP).

La pianta non raggiunge le dimensioni paradossali di alcune sue simili, essendo dotata di fusto di “soli” m. 3,52 di circonferenza, sormontato da un’interessante chioma di 20 metri di diametro; ma dove non arrivano le dimensioni, suppliscono una figura esteticamente molto apprezzabile, e soprattutto le storie, non tutte belle, ma sicuramente importanti, che essa è in grado di raccontare.

Vi si arriva agevolmente da Castignano, prendendo la strada per Ascoli Piceno. Allorché si giunge al bivio per Capradosso, la Quercia ci si para davanti, proprio in mezzo al bivio.

Proprietaria della pianta, è da sempre la famiglia Villa, residente sul luogo ma, a seguito di vari ampliamenti della sede stradale, forse oggi essa entra nella fascia di pertinenza della Provincia. A raccontarci tutto ciò che si conosce sulla storia della Quercia, è Franco Villa, 52 anni. La pianta, al di là dei tragici episodi di cui è stata testimone, è stata una presenza importante nella vita delle varie generazioni dei Villa, che l’hanno sempre considerata quasi come un membro della famiglia.

La forma del primo palco di rami è curiosa e molto caratteristica, assomigliando a un candelabro. Proprio sopra i bracci di questo candelabro, veniva in passato collocata la “fascinara”, vale a dire una catasta di fascine di legna. La collocazione in quel posto aveva la funzione di favorire l’essiccazione della legna stessa e renderla presto utilizzabile nel camino di casa.

C’era, tuttavia, una seconda ragione, recondita e inconfessata. La legna era, nei tempi passati, l’unica risorsa energetica, per riscaldarsi e per cucinare; pertanto, doveva bastare per tutto l’anno, fino a quando, cioè, non si rendeva disponibile quella proveniente dalle potature dell’anno successivo. Il fatto che la catasta fosse collocata in un posto così difficile da raggiungere, se non con l’uso di una pericolosa scala a pioli, era un incentivo a fare economia, e a far durare quanto più possibile le fascine, una volta prelevate.

Secondo quanto asseriva il nonno di Franco, Francesco Villa, combattente della Prima Guerra Mondiale, deceduto nel 1961, la pianta era già esistente, e di belle dimensioni, all’epoca della sua fanciullezza. Sommando il secolo trascorso dall’infanzia di Francesco, all’età che avrebbe potuto avere una quercia già grande, non si va lontani dal vero se le si attribuiscono due secoli di vita.

Sotto l’ombra della Quercia, un monumento commemorativo invita a tacere e riflettere. Fu proprio in quel punto che avvenne l’episodio più tragico fra tutti quelli cui la pianta dovette assistere nel corso della sua bisecolare esistenza.

Dei numerosi, tragici episodi legati alle lotte della Resistenza e alle susseguenti sanguinose rappresaglie nazifasciste, alcuni oggi vengono ampiamente e giustamente ricordati con grandiosi monumenti commemorativi e annuali cerimonie di richiamo (per ricordare qualche nome: Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, Boves…). Altri, la maggior parte purtroppo, sono rimasti quasi sconosciuti e, con la scomparsa degli ultimi testimoni, oggi ultrasettantenni, corrono il rischio di venire del tutto dimenticati.

Uno di questi episodi “minori”, avvenne, appunto, in località Monte, comune di Castignano.

Era il 16 giugno 1944. Proprio in quei giorni, nel corso di un’azione partigiana, era stato ucciso un soldato tedesco e, come consuetudine e prassi, sulla base degli ordini impartiti da Hitler,il comandante tedesco avrebbe dovuto uccidere dieci italiani per ogni tedesco.

Sennonché, questo comandante, di fede cattolica ed anche osservante della stessa, non ebbe cuore di eseguire gli ordini alla lettera. Effettuato il rastrellamento, e catturati i primi quattro italiani capitati a tiro, li fece condurre proprio sotto la Quercia, dove vennero fucilati.

Per tutti e quattro, è facile e triste immaginarlo, la grande chioma della Quercia, che li avvolgeva con il suo abbraccio materno, fu l’ultima immagine che i loro occhi videro, prima del buio della morte.

Due dei quattro, appartenevano alla famiglia Villa ed uno, Giuseppe, era proprio il fratello di Francesco.

Qualche anno dopo, il 18 maggio del 1950, al termine dell’annuale festa di san Gabriele dell’Addolorata, patrono del luogo, il signor Francesco, che faceva parte del comitato dei “festaroli”, si accorse che erano avanzati dei soldi con i quali egli propose, e ottenne, che venisse eretto, nello stesso punto in cui erano cadute, il monumento a ricordo delle vittime, i cui nomi e i cui volti possono essere letti e conosciuti su una parete dello stesso.

Forse già ora, a 60 anni dall’episodio, non esiste più in vita qualcuno che possa dire: “Io ho visto tutto!”.

Solo la Quercia lo dice, e siamo noi che non la sappiamo ascoltare.

Oggi, la bella Quercia gode di tutte quelle attenzioni che merita per il suo valore naturalistico e storico.

Essa viene periodicamente sottoposta a manutenzione e potature di rinvigorimento e, confessa il signor Franco, egli non incontra soverchie difficoltà, allorché ne fa richiesta, a ottenere l’interessamento del personale della competente stazione forestale, quella di Castignano, e l’intervento di ditte specializzate.

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Eccidio Sant’Anna di Stazzema

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Eccidio Sant’Anna di Stazzema

Sant’Anna di Stazzema, alta Versilia, è il paese protagonista di uno dei massacri più efferati condotti dai nazisti in ritirata.

12 agosto 1944, diversi reparti delle SS comandati dal generale Max Simon circondano il paese all’alba, accompagnati da fascisti in veste di guide che poi parteciperanno all’eccidio.Gli abitanti, particolarmente numerosi essendo divenuta questa una zona di sfollamento, pensano ad una ‘normale’ operazione di rastrellamento e si preoccupano pertanto di nascondere nei boschi circostanti gli uomini, soprattutto giovani in età di leva e quindi scambiabili per partigiani.

Nei giorni precedenti l’eccidio alcuni scontri fra tedeschi e garibaldini avevano palesato ai partigiani la difficoltà di continuare a mantenere le posizioni in questa zona e si erano spostati più a sud. Il territorio era dunque privo di partigiani, pretesto per l’azione e possibile risorsa per la popolazione.

In poche ore vengono massacrate con particolare crudeltà 560 persone, in gran parte bambini, donne e anziani di cui solo 390 identificabili. La vittima più giovane è Anna Pardini, di 20 giorni.

Non si è trattato di una ‘normale’ rappresaglia. Come è emerso dalle indagini della Procura Militare della Spezia, si è trattato – come per l’eccidio di Monte Sole -,  di una azione premeditata. L’obiettivo era quello di sterminare la popolazione, in linea con la ‘soluzione finale’ portata avanti dai nazisti nei vari territori occupati.

Eccidio di Vallucciole

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Eccidio di Vallucciole

Nel 1944 l’esercito tedesco in progressiva ritirata dalla penisola italiana, sta facendo terra bruciata dietro di sé, uccidendo civili in modo brutale e radendo al suolo interi paesi spesso prendendo a pretesto l’uccisione di qualche soldato nazista.

La Toscana è una delle regioni più colpite, non a caso è qui che opera la Divisione ‘Hermann Goering’ che si macchierà di alcune delle stragi di civili più efferate della Seconda Guerra Mondiale.

È il 13 aprile 1944 quando i soldati della ‘Goering’ mettono a ferro e fuoco Vallucciole, piccola frazione del comune di Stia (Arezzo) uccidendo 108 persone fra cui bambini e ragazzi.

Il 12 aprile in uno scontro a fuoco fra tre SS travestite da partigiani e una squadra della Brigata ‘Pucci’, vengono uccisi due soldati. Questo episodio fornisce il pretesto per la rappresaglia.
All’alba del giorno successivo reparti tedeschi e italiani, in realtà pronti da giorni, danno inizio alla strage che ha come epicentro Vallucciole ma che non risparmia i paesi vicini.

Eccidio di Pietransieri

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Eccidio di Pietransieri

Provincia dell’Aquila, 21 novembre 1943.

L’esercito tedesco in ritirata incendia, distruggendolo, il paese di Pietransieri adducendo quale motivazione un presunto supporto da parte della popolazione ai partigiani operanti vicino alla Linea Gustav.

Il maggiore  von der Schulemburg ordina la deportazione in massa degli abitanti. Chi non riesce a sostenere la marcia o anche solo il passo, come i bambini, viene massacrato sul posto o durante il cammino.

Vengono così uccise 128 persone, di cui 34 al di sotto dei 10 anni, compreso un bambino di un mese.

Eccidio di Monte Sole

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Eccidio di Monte Sole

L’eccidio di Monte Sole (noto anche come strage di Marzabotto, dal maggiore dei tre comuni colpiti) è un insieme di stragi compiute dalle truppe naziste del 16mo Reparto Esplorante comandato dal Maggiore Walter Reder tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nell’area di Monte Sole in provincia di Bologna, nel quadro di un’operazione di rastrellamento di vaste proporzioni contro la Brigata Stella Rossa.
Sicuramente l’azione nasce dalla volontà del feldmaresciallo Albert Kesselring di dare un duro colpo ai partigiani della Stella Rossa e ai civili che li sostengono ma, per l’efferatezza e capillarità delle azioni contro semplici civili appare evidente che di fatto lo scopo ultimo è l’eliminazione della popolazione civile in quanto tale.
Gli italiani infatti sono visti come traditori dopo l’armistizio con gli alleati.
Il modus operandi del Reparto comandato da Reder prevede che le varie Compagnie si distribuiscano a ventaglio nella valle in modo da rastrellare tutti i nuclei abitativi e radunare gli abitanti in sacche, per poter poi facilmente procedere alla loro eliminazione fisica.
Alla fine dei sette giorni di operazione si contano 770 vittime civili, fra donne, vecchi, bambini, neonati.

Immediatamente la stampa fascista nega la strage dalle colonne de Il Resto del Carlino, additando come menzognere le voci in circolazione; solo dopo la Liberazione l’entità del massacro è stata resa pubblica.

Eccidio della Benedicta

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Eccidio della Benedicta

Benedicta, località Capanne di Marcarolo (Appennino al confine tra le province di Alessandria e Genova).Nei primi giorni di aprile del 1944 militari della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) e soldati tedeschi iniziano un imponente rastrellamento contro le formazioni garibaldine della zona.

Gli scontri armati fra le forze in campo iniziano il 6 aprile ma i partigiani sono male armati e presto hanno la peggio.
Alla fine degli scontri, l’11 aprile, vengono catturati 75 partigiani, fucilati dalla GNR comandata da un ufficiale tedesco. Quasi altrettanti erano caduti combattendo.
Il monastero della Benedicta, in cui si sono rifugiati gli uomini disarmati o meno esperti, viene minato e fatto esplodere.
400 renitenti alla leva che si presentano spontaneamente, accogliendo l’invito delle SS che promettono il condono della pena, vengono deportati nei lager nazisti.

17 partigiani, fatti prigionieri durante il rastrellamento, verranno fucilati, insieme ad altri 42 prigionieri, il 19 maggio nella strage del Turchino, compiuta come rappresaglia per un attentato contro dei soldati tedeschi al cinema Odeon di Genova.

Eccidio nelle paludi di Fucecchio

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Eccidio nelle paludi di Fucecchio
Provincia di Pistoia.

Il 23 agosto 1944, con il pretesto di accerchiare e catturare bande di partigiani, la 26/ma Divisione dell’esercito tedesco, agli ordini del capitano Josef Strauch, entra in ogni casolare del Padule, zona di sfollamento e quindi con diverse famiglie residenti, e fucila indiscriminatamente tutti i civili che vi trova.

Nella strage muoiono 175 persone, anche qui donne, vecchi, bambini e neonati.