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Mario Lombardo – Più feroci della Gestapo

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Più feroci della Gestapo

La « Muti » nasce a Mi­lano, con la nomina di Aldo Resega a « Com­missario Federale » del fascismo repubblicano, quando si formano an­che le prime nuove squa­dre di azione. I nomi che portano le squadre sono i soliti, volgari e arrogan­ti, delle antiche « Me ne frego », « Ardisco » « Di­sperata », « Audace ». U­na delle ultime, che si forma al comando del­l’ex-sergente Francesco Colombo, prende il no­me di « Ettore Muti ».

Di statura media, tarchia­to, gli occhi piccoli nel largo viso carnoso, Fran­cesco Colombo è fascista di antica data, ma col suo carattere spregiudi­cato e violento anche con il fascismo ha pas­sato i suoi guai. Fiducia­rio del gruppo rionale « Montegani », insieme a altri camerati era stato sottoposto a indagine amministrativa per le ir­regolarità della loro ge­stione. E nel corso dell’ inchiesta, condotta dalP ispettore federale Garavaglia, era scoppiata una rissa tra inquisiti e inqui­sitore. Garavaglia era ri­masto ucciso, Colombo aveva subito un proces­so che lo aveva ricono­sciuto « innocente » ma gli era costato tuttavia I’ espulsione dal partito.

Torna alla ribalta nel set­tembre 1943, e in breve raccoglie circa duecento uomini, tra « fascisti di provata onestà e di sicu­ra fede » e giovani dete­nuti del riformatorio di Vittuone. Chiama la squadra con il nome di Ettore Muti, alla cui li­nea politica aveva aderi­to, la veste con una di­visa composta di panta­loni lunghi fermati alla caviglia all’altezza degli scarponcini, giacca im­permeabile di foggia te­desca, basco nero con il contrassegno metallico « M » sul davanti.

Con funzioni di coman­do e di responsabilità, fin dai primi giorni del­la nuova formazione, Co­lombo, che si è nominato colonnello e per sé ha scelto una divisa com­pletamente nera, decora­ta dei nastrini di nume­rose campagne, chiama Alceste Porcelli, Ampe­lio Spadoni, Pasquale Lardella « conte di Tole­do », Mario Ronchi, Mi­chele Della Vedova.

I milanesi sono ben pre­sto terrorizzati dalla si­stematica crudeltà adot­tata dai « mutini », come vengono chiamati gli uo­mini di Colombo, e im­parano a odiarli.

Gli stessi fascisti li con­siderano una macchia da cancellare quanto più in fretta ‘è possibile, e Aldo Resega tenta di sciogliere la squadra, affermando che non intende più tol­lerare «ladri e criminali» nel fascismo milanese.

Colombo ha una reazio­ne furiosa, secondo il suo carattere, minaccia sfra­celli, accusa Resega di essere un « molle ». La “Muti” riesce a passare indenne la bufera, non solo, ma allarga le sue fi­le e nel marzo 1944 cam­bia denominazione, di­ventando « Battaglione di forze armate di polizia Ettore Muti » e poco do­po si aggrega un altro battaglione « esterno », dislocato in Piemonte. Alla fine di marzo, Mus­solini in persona eleva il battaglione al rango di «Legione Autonoma Mo­bile Ettore Muti », met­tendola alle dirette di­pendenze del ministero degli Interni, e renden­dola «autonoma » nei confronti delle autorità di Milano.

Le funzioni della « legio­ne » dovrebbero avere prevalente carattere mi­litare, e a Milano limitarsi ai servizi di ordine pub­blico e su richiesta delle competenti autorità. In realtà la « Muti » tende a sostituire gli organi del­la polizia istituzionale, aiutata dai tedeschi che tengono alcune unità

«legionarie » a disposi­zione del generale Tens­feld, residente a Monza, per operazioni di rastrel­lamento in Piemonte e in Lombardia.

La « Muti » ha il coman­do in via Rovello 2, la «Caserma Salinas » in via Tivoli (le attuali scuo­le Schiapparelli) coman­data dal maggiore Pa­squale Cardella.

Proprio il maggiore Car­della, che ama fregiarsi del titolo di « conte di Toledo », e al quale nel febbraio 1945 si attribui­scono 82 omicidi, stringe i rapporti con Theo Sae­vecke, capitano delle SS tedesche che dalla sede milanese dell’Hotel Regina dirige le deportazioni di ebrei e antifascisti ita­liani verso i campi di ster­minio nazisti.

Le attività della « Muti » sono molteplici; esegue rastrellamenti fuori pro­vincia, uccidendo civili, compiendo rappresaglie, incendiando e depredan­do. (il tenente Mario Ronchi, poco prima del­la fine della guerra, si vantava di aver ucciso 210 persone). Non tra­lascia neanche la repres­sione politica: gli arre­stati sono trasportati in via Rovello, sede dell’Uf­ficio Politico diretto da Alceste Porcelli e sotto­posti a interrogatori disu­mani.

Gli strumenti di tortura usati con maggiore fre­quenza sono sacchetti di sabbia, nerbi di bue, scu­disci e bastoni a forma di clava, e per ridurre i pri­gionieri a uno stato di e­strema tensione i

« muti­ni » ricorrono spesso a fucilazioni simulate, spin­gendo le vittime contro un muro davanti a un plotone di esecuzione che poi scarica in aria i suoi colpi.

Quando i prigionieri so­no uccisi, il loro corpo è abbandonato in aperta campagna, mentre si co­munica che sono stati ri­messi in libertà.

Infine sono ancora gli uo­mini della « legione Au­tonoma Ettore Muti », che continua a espletare le sue funzioni fin quasi alla Liberazione, che provvedono a formare il plotone di esecuzione per la strage dei quindici martiri in piazzale Loreto. E come la « Muti », che semina il terrore a Mila­no e nella provincia, la « Fiorentini » percorre l’Oltrepò pavese, con gli stessi obiettivi.

La formazione, denomi­nata « Secondo Battaglio­ne Italiano di Polizia », o anche Sicherheit Abtei­lung (battaglione di sicu­rezza), si costituisce agli ordini del tenente colon­nello Alberto Guido Alfieri, è di stanza a Broni, in provincia di Pavia e con il compito di mante­nere la sicurezza (da cui il nome) nella zone limi­trofe, combattendo le formazioni partigiane.

Nelle proprie file ha mol­ti toscani, sbandati dopo l’armistizio, che trovano comoda la copertura of­ferta dal « Battaglione », e contro le formazioni dell’esercito di Liberazio­ne impegna pochissimi scontri. Indossando divi­se eterogenee, spesso in borghese, ma portando al braccio sinistro un bracciale giallo contras­segnato dalla svastica, gli uomini della Sicherheit preferiscono rivolgere la loro furia contro la popo­lazione civile, rastrellan­do presunti componenti del movimento di Resi­stenza, partecipando in­sieme ai tedeschi a nu­merosi eccidi, provve­dendo a formare i plo­toni di esecuzione che fucilano i « traditori ».

Alla morte del col. Alfie­ri, ucciso per errore da­gli stessi fascisti che a Pietragavina hanno aper­to il fuoco contro i pro­pri compagni scambian­doli per un gruppo di partigiani, è Felice Fio­rentini ad assumere il co­mando della banda.

Ingegnere sulla cinquan­tina, Fiorentini è stato di­rettore della ferrovia pri­vata Voghera-Varzi, e non si è mai mostrato troppo esaltato dal fasci­smo. Il comando, il po­tere che gli sono confe­riti dai tedeschi, lo trasformano completa­mente. Lascia mano li­bera al capitano Pier Al­berto Pastorelli, si ubria­ca, autorizza e tollera so­prusi e massacri.

Il « Battaglione » segue in pratica solo gli ordini di Pastorelli, e costui è mandatario di molteplici crimini, autore di violen­ze e sevizie, protagoni­sta dell’eccidio di sei par­tigiani a Pozzo Groppo, il 31 gennaio 1945. Fio­rentini, che ha dato il proprio nome alla banda, ai primi di aprile è cat­turato da un gruppo di partigiani. Rinchiuso in una gabbia, il comandan­te del « Secondo Batta­glione di Polizia » è tra­sportato sui luoghi che hanno visto le gesta cru­ente dei suoi uomini, tra scene selvagge e tenta­tivi di linciaggio da par­te della popolazione che intende vendicare su di lui gli oltraggi subiti.

Poi, condannato a morte dal Tribunale del Popolo di Varzi, Fiorentini è fu­cilato alle Piane di Varzi da un plotone della Bri­gata « Capettini ».

La sua è la sorte comune a molti protagonisti delle azioni repressive delle bande. Il colonnello Co­lombo della « Muti » e i suoi aiutanti De Stefani e Cardella finiscono an­ch’essi davanti a un tri­bunale popolare e fucila­ti sul posto. Il capitano Pastorelli, e i suoi camerati della Si­cherheit Luigi Michelini, Arturo Baccanini, Renato Bertoluzzi, sono fucilati contro il muro del cimi­tero di Voghera, dopo che un regolare processo conclusosi il 27 settem­bre 1945 li ha condanna­ti alla pena di morte.

Altri componenti delle bande sono raccolti in campi di concentramen­to, poi tradotti nelle car­ceri giudiziarie, sottopo­sti a processo, condan­nati. Molti riescono a fuggire, e a nascondere le proprie colpe, ma il processo alla Muti, che nel 1947 conclude uffi­cialmente la storia delle bande fasciste, « non si ferma » per citare ancora le parole di Ferruccio Parri « alla condanna mo­rale e legale di una ban­da di assassini. Esso risa­le per inscindibili con­nessioni alle origini del­la parabola fascista, e conduce alla negazione senza transigenza e sen­za ritorno di questa furie-sta esperienza italiana ».

Mario Lombardo

Fine

Tratto da “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori Editore

N° 200 – Luglio 1974

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