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Egidio Meneghetti – Ricordo di Renato

Ricordo di Renato di Egidio Meneghetti
In giorni comuni la cronaca avrebbe detto che, oggi, l’assistente alla cattedra di macchina, ingegnere Otello Pighin, è tornato per l’ultima volta alla sua Università e che la madre lo ha pienamente accolto fra le braccia del vecchio cortile, per l’antico rito, che tre volte innalza al cielo la bara, come per aiutare la liberazione dello spirito lieve dalla carne stanca. Ma oggi no. Con Otello Pighin, assistente capace e solerte, vi è un essere nuovo da lui nato: il partigiano proposto per la medaglia d’oro, il comandante della Brigata Silvio Trentin … e basta pronunciare il suo nome di battaglia perché d’intorno tutto magicamente si trasformi e si illumini. RENATO, e la cronaca diviene storia. RENATO, e i giovani compagni dall’emozione sobbalzano, il cuore si accelera., ancora una volta i corpi si tendono pronti all’azione. RENATO, e passano davanti agli occhi visioni che, pur recenti, hanno già colore di sogno: la Voce misteriosa attraverso lo spazio ha lanciato le attese parole: « il nido dell’aquila … la dottrina segreta e subito, nella notte colma di insidie, uomini silenziosi convengono al campo celato, in attesa che grandi corolle sboccino fra le stelle. RENATO: nelle soffitte, nelle cantine, fra le mura abbandonate delle case in rovina, strani alchimisti preparano le miscele che, per salvare la patria, dovranno lacerare le carni della patria stessa. RENATO: il ciclostile, nascosto nel silenzio della campagna o fra i rumori della città, imprime le parole .della ribellione, dell’incitamento, dello sdegno, della rivolta; RENATO, ed ecco lui in mezzo a noi ancora, lui che non può, non deve essere morto … La bara è forse vuota? Ci siamo lasciati prendere da una delle sue abituali astuzie di guerra?

Certamente egli è qui tra noi: non più camuffato con i grandi occhiali cerchiati che smorzavano la fredda audacia degli occhi azzurri; non più col cappello calato sull’onda dei capelli biondi, come quando passava impavido, in pieno giorno, nel cuore stesso di Padova, sfidando la taglia golosa e la immediata fucilazione; né lo sguardo ha più il rapido scrutare di chi si sente braccato, né hanno i muscoli il tono vigilante di chi è pronto all’attacco e alla difesa. È lui, ma più alto, pio sciolto, sollevato da sogno e da ogni fragilità, invincibile, invulnerabile, perfettamente libero. Perfettamente libero, ma non da ora soltanto: quando, trafitto dal piombo e più dal tradimento, fu portato nel palazzo delle torture, era già libero compiutamente. Vi fu uno che sali i gradini del tragico palazzo pochi istanti dopo di lui e vide, intorno alla barella insanguinata, la turba oscena dei sicari che insultavano, torturavano, inquisivano. Urlava, fra loro, l’immondo ossesso cui il destino, per sarcasmo, aveva dato il più cristiano dei nomi. Ma RENATO aveva ormai il volto sereno e pacato della completa liberazione, Urla, percosse, insulti, neppure lo sfioravano: uscivano dalle labbra esangui, sola risposta del morente alle vociferazioni, due dolci nomi, continuamente ripetuti: «Lina .. , Elena … Lina … Elena … Lina .. , Elena ». Invincibile, invulnerabile, perfettamente libero, allora, come ora che si presenta alla madre comune, alla nostra Università. E la madre, accogliendolo fra le braccia del vecchio incontaminato cortile, dice: mio Figlio ti ringrazio e ti benedico, So che molto ti devo, so che non soltanto per la salvezza’ d’Italia, per l’umana dignità, per una rinnovatrice fratellanza fra tutte le genti del lavoro, per la distruzione dei privilegi che sacrilegamente mutano la libertà in vana parvenza o in beffa crudele, non soltanto per questo hai combattuto, ma anche per me, per questa tua Università, che per merito tuo è riconsacrato massimo tempio di libertà e baluardo agli italiani e ai veneti contro chiunque, mutando benefica convivenza di culture e di popoli, voglia spegnere la luce del pensiero latino. Se nella lotta per la liberazione io fui prima fra tutte le Università italiane, se furono scritte pagine che, sfidando l’offesa del tempo, aumenteranno nel mondo il mio alto decoro, so che anche e soprattutto a te io lo devo ». Cosi parla la. Madre comune e alla sua voce secolare il rito pietoso si tramuta in solenne trionfo.

Compagni di Renato: sotto gli occhi lacrimosi di Lino, tre volte innalzate la salma del nostro migliore fratello, verso – il cielo della storia, della leggenda, della poesia che non muore.
Discorso pronunciato il 29 maggio 1945 nei Cortile Vecchio dell’Università.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Banda Carità – Testimonianza di Egidio Meneghetti

Testimonianza di Egidio Meneghetti
Il 7 gennaio 1945, sul tardo pomeriggio, mentre ero sdraiato sul letto di una stanza della Casa di Cura del professar Palmieri, dove ero nascosto, bruscamente la porta si aperse ed entrò un giovane alto, bruno, pallido, colla rivoltella spianata. Mi chiese i documenti e io presentai una carta d’identità intestata a Mario Mancini, di Vergato, decoratore. Seppi dopo che il mio interlocutore era Giorgio Dal Prà, veronese, appartenente al gruppo Carità di via San Francesco. Sembrò trovare il mio documento in perfetta regola; comunque, mi ingiunse di seguirlo fino a presso la porta d’uscita, davanti alla quale si trovava un altro della banda, giovane, torvo, col mitra spianato. Dopo aver dato ordine al giovane di sparare al più piccolo segno di fuga o di rivolta da parte mia, il Dal Prà si allontanò per perquisire altre stanze. Sono certo che al momento del mio arresto il Dal Prà ignorava chi io fossi realmente. Dopo pochi minuti tuttavia tornò gridando con accento di trionfo: « I miei omaggi, professor Meneghetti; finalmente vi abbiamo preso … Evidentemente qualcuno aveva fatto il mio nome o mi aveva riconosciuto. Più tardi ho saputo dalla signorina Maria, direttrice della Casa di Cura, che, da una fessura della porta, Mario Santoro mi aveva veduto.
Così, come mi trovavo, e cioè senza giacca, senza cappello, senza scarpe, fui caricato sopra un’automobile, con qualche insulto e qualche pedata. Erano con me tre giovani del gruppo Carità, con la rivoltella in pugno. Davanti a Palazzo Giusti mi fecero scendere. Salii le scale in mezzo ai tre ed entrai in quel salotto di Palazzo Giusti che è subito di fronte alla gradinata. Nel momento preciso in cui passavo la porta, due tra quelli che mi accompagnavano mi afferrarono solidamente le braccia. Contemporaneamente uno di essi, ad altissima voce, gridò: «Comandante, ho l’onore di presentarvi il professor Meneghetti ». Da un gruppo che si trovava in mezzo alla stanza e intorno a una barella che scorgevo malamente, si staccò un uomo torvo, pallido, robusto, e mi venne subito incontro a braccia aperte, come per abbracciarmi, esclamando: " Finalmente sei venuto! Ti aspettavo da molto tempo ». E improvvisamente mi diede due schiaffi violenti. Tentai di scagliarmi conto di lui, ma ero solidamente trattenuto per le braccia. Tuttavia riuscii ad avvicinarmi e gridai: " Siete dei vigliacchi e dei mascalzoni! ». Mi si buttarono subito contro cinque o sei persone, colpendomi con calci e pugni, dovunque, ma specialmente alla testa. Tra quelli che mi colpirono vi erano alcuni di cui poi seppi il nome: Gonelli, uno dei figli di Mamma Valli, Jacomanni e qualche altro. Caddi svenuto sopra un divano, sputai del sangue. Non riuscivo più a vedere con l’occhio sinistro, che era stato duramente colpito. A dire il vero non provavo molto dolore. Sentii Carità dire « Per ora può bastare » e le percosse cessarono. Mi portarono in un vicino gabinetto per togliermi il sangue dalla faccia e dalle mani e poi mi ricondussero nella stanza. Distinsi allora chiaramente, sopra una barella, l’ingegnere Pighin. Carità mi disse, con tono trionfante: « Ecco il tuo amico Renato ». Renato era esangue e morente; aveva gli occhi chiusi; diceva solamente di quando in quando: « Lina, Elena .» Intorno a lui si vociava, si bestemmiava e soprattutto si esultava. Carità ordinò subito che mi fossero messe le manette. Il carceriere Gonelli rispose: «Sono tutte occupate ». Carità ribatté: «E allora levale a Gino Cerchio: in confronto a questo farabutto anche Gino Cerchio è un gentiluomo ». Cosi mi furono poste le manette che Gonelli strinse fortemente: dopo circa una mezz’ora le mani erano gonfie, fredde, violacee. Le manette mi furono lasciate per circa quindici giorni, notte e giorno; talvolta mi erano tolte mentre mangiavo, talvolta no. Fu questo il tormento maggiore; tutto il resto, in fondo, era sopportabile senza troppo sforzo, Si persuasero ben presto che le minacce di fucilazione non mi davano alcun turbamento e le smisero. Minacciarono di accendermi una candela sotto i piedi per’ farmi dire dove si trovava il professar Lanfranco Zancan (e questo lo sapevo) e dove si trovava la radio trasmittente (e questo lo ignoravo), Risposi subito che la cosa non mi turbava, perché essendo malato di cuore, sarei subito morto per il dolore e tutto sarebbe finito. Il maggiore Carità parve, fortunatamente, credere alla mia affermazione che non rispondeva al vero, e non attuò la minaccia. Lo stesso avvenne per le scosse elettriche, che, dopo una breve applicazione, furono interrotte.
Complessivamente posso sottolineare i seguenti fatti:
(a) fui colpito con molti pugni e molti calci; ne riportai un parziale distacco di rètina all’occhio sinistro, che anche oggi mi serve poco. Ebbi anche una lacerazione nella bocca, con distacco della mucosa, che mi penzolò fra le arcate dentarie per qualche giorno, finché non si necrotizzò. Per questa ragione non potei mangiare durante qualche tempo;
(b) ebbi una breve applicazione di corrente elettrica, facilmente sopportabile;
(c fui insultato, con molto fervore. Ebbi in permanenza le manette per quindici giorni; .
(d) la mancanza di giacca, di scarpe, di cappello, di coperte mi fece soffrire il freddo in modo assai duro;
(e) mi ammalai in modo preoccupante, Disturbi di fegato, con fatti tossici, che produssero una tormentosa forma eritrodermica generalizzata. Non si permise il mio ricovero in ospedale; si vietò anche che andassi nella rudimentale infermeria di Palazzo Giusti, mi si permise solo di fare tre bagni presso la Clinica dermopatica, in presenza di uomini armati della banda. Ero ammalato in tal modo quando mi si trasportò prima a Verona e poi a Bolzano;
(f) mi furono rubati da Giorgio Dal Prà degli oggetti d’oro e circa venticinquemila lire;
(g) non soffrii mai la fame, perché quasi tutti i cibi, abbondantemente mandatimi dalla generosità degli amici e dei parenti, mi giunsero regolarmente;
(h) dopo i primi giorni, e cioè dopo che si persuasero che da me non avrebbero avuto nomi o notizie, mi lasciarono abbastanza tranquillo, Negli ultimi tempi, e cioè col precipitare degli eventi bellici, e fatta eccezione per Carità, per Gonelli e per qualche altro, sempre a me ostilissimi, molti invece ostentavano dei riguardi verso di me.
Riassumendo: posso dire che il maltrattamento subito fu di media gravità. Se vi fu indubbiamente chi è stato trattato meglio di me, vi furono anche molti trattati assai peggio. Complessivamente l’ambiente era di stupida brutalità e di meschina depravazione. Negli interrogatori non vi era acume; nelle indagini non vi era metodo. Il sistema seguito era poco faticoso e crudele: con le percosse, le minacce, gli insulti, si cercava eli far «crollare» la resistenza e di far « cantare ». Per quanto riguarda i diversi tipi da me incontrati penso che si possa dividerli in tre gruppi:
(a) gruppo dei dirigenti e cioè dei maggiori responsabili:
maggiore Carità: torvo, violento, mediocremente intelligente, fanatico, avido di denaro, consapevole di giocare una partita mortale, coraggioso;
tenente Castaldelli: pallido, mingherlino, con una faccia asimmetrica, lo sguardo sfuggente; si diceva che fosse un prete spretato; non torturava personalmente, ma dava ordini di torturare; interrogava abbastanza abilmente; godeva la piena fiducia di Carità; non molto coraggioso, era considerato « l’intellettuale» della compagnia e aveva certamente molta autorità; quando il maggiore era assente, il comando spettava a lui, e non si può certamente dire che i sistemi mutassero;
sottotenente Corradeschi: bel giovane dagli occhi vivacissimi e falsi; furbo più che intelligente; era il « don Giovanni» del gruppo; faceva o tentava di fare il seduttore con 1e recluse; qualche volta riusciva e in tal modo strappava nomi e notizie a qualche sciagurata; senza il piu piccolo scrupolo, in ogni campo; tutti dicevano che era stato Corradeschi a uccidere Pighin;
sottotenente Trentanove: assai giovane, snello; camminava con passo leggero e aggraziato; vestiva con l’eleganza di un gagà giovanetto; fatuo, crudele, pauroso: il suo terrore durante i bombardamenti era buffo; quando gli era possibile, rubava: fu lui a rubare l’orologio d’oro dell’ingegnere Casilli; era il «fidanzato» della figlia minate di Carità;
maresciallo Squilloni: alto, robusto, dalla faccia asimmetrica, bieca. Carità si vantava di dare dei pugni più forti dello Squilloni; lo $quilloni, in compenso, si vantava d’essere più crudele di Carità; dopo Castaldelli era il meno astuto; interrogava, picchiava e torturava di notte; nel frattempo beveva cognac; verso il mattino, sonnolento per l’alcool e per la stanchezza, compiangeva se stesso, si commuoveva, parlando della scarsità della sua paga e dell’incerto avvenire suo e della famiglia; considerava molto probabile il crollo dei tedeschi e si studiava di trovare un modo di suicidio non doloroso.
(b) gruppo degli esecutori volonterosi:
il carceriere GoneIli: erculeo, torvo, crudele, stupido, un vero bruto; era capocarceriere e, fra tutti i carcerieri e i bastonatori, il peggiore;
il maresciallo Linari: un bue occhialuto e ottuso, tronfio, pettoruto, pieno di se stesso; dava il segnale per l’inizio delle percosse e per la fine; giocava d’azzardo alla notte con il barbiere e con altri; tentava in ogni modo di conquistare il cuore delle detenute, con insuccesso costante;
il capitano Gentili: Carità lo stimava assai per la «purezza della sua fede fascista»; non picchiava, ma assisteva tranquillamente alle torture come fossero di ordinaria amministrazione; spesso sorrideva, soddisfatto, ammiccando dietro gli occhiali;
la figlia maggiore di Carità: assomigliava al padre nel fisico e nel temperamento; pallida, bieca, impassibile, assisteva fumando, indifferente e talvolta interessata alle crudeltà; il padre le aveva affidato i denari dei reclusi, e tutti affermavano che vi attingesse largamente (Jacomanni lo disse più volte);
il barbiere: figura non chiara, siciliano, misterioso e isolato; giocatore; si faceva pagare bene le sue barbe, quando poteva; forse non cattivo;
il carceriere Benelli: chiacchierone, esasperante: tipo di paranoide politico; anarchico, antifascista, mussoliniano e repubblicano, ateo, rivoluzionario, desideroso di ozio, presuntuoso, ruminatore di letture non digerite, sconclusionato; in quel cervello si trovava un vero reparto manicomiale di terza classe; non cattivo; il suo disordine mentale permetteva qualche vantaggio ai detenuti; non stringeva le manette; partecipava abbastanza volentieri ai rastrellamenti e si eccitava allora in modo pericoloso;
(c) gruppo di quelli che vivevano con gli altri senza entusiasmo ma senza ripugnanza: (non partecipavano e neppure assistevano alle crudeltà, ma si adattavano all’ambiente agevolmente, staccandosi dagli altri, talvolta, per una certa gentilezza d’animo):
mamma Valli: si occupava dei viveri e degli indumenti mandati da fuori ai reclusi; non ha fatto male a nessuno e talvolta ha fatto del bene: tuttavia, lei, il marito e due figli (uno dei quali picchiatore e torturatore) guadagnavano assai, senza dubbio volentieri, senza mostrare di soffrire per le caratteristiche dell’ambiente dove vivevano; il medico, che spesso cercava di giovare ai detenuti, si faceva accompagnare dalla Valli, ma non si fidava;
il marito di mamma Valli: essere insignificante, tipo di meschino impiegato; poco diverso dalla moglie, meno intelligente e meno cortese di essa;
la figlia minore di Carità: cortese, non antipatica, abbastanza ben voluta da tutti anche perché abbastanza graziosa;
uno studente universitario toscano, che si occupava di amministrazione e di rapporti con le famiglie dei detenuti e che molto si preoccupava di scindere le sue responsabilità da quelle degli altri: sembrava anzi di ritenere che il suo ufficio fosse assistenziale e pertanto senza nessuna colpa;
Jacomanni: ex pugile e picchiatore; dopo la morte del figlio nella prima quindicina di gennaio, divenne cortese; negli ultimi tempi fece molti favori al detenuti; forse era meno stupido degli altri e nulla più;
il vecchio Perfetti: più buono di tutti; ancora imbevuto di fascismo, ma sgomento, sperduto, solitario, malinconico; era un contadino pisano bonario, e dolente del male altrui, capitato chissà come in quella bolgia.
Complessivamente un ambiente di miseria morale, di meschinità mentale, di delitto e di tolleranza al delitto, di vizio e di tolleranza al vizio. Nessuno può essere esonerato da qualche colpabilità. Nessuno, o forse, uno solo di cui non seppi il nome, anche perché l’ho veduto poche volte e soltanto nei primi giorni. Ero, con molti altri, nel gelido salone di Palazzo Giusti; fuori nevicava, e attraverso le finestre senza vetri entrava un vento gelido. Nella sera triste, giungevano dalle stanze vicine, distinte, le grida dei torturati. Per scaldarmi, camminavo nel salone: per le manette le mani erano gonfie, violacee, gelate. Uno della banda mi venne vicino: era piccolo, pallido. Mi offerse un pane. Risposi che non potevo mangiare perché avevo la bocca lacerata e, temendo che il rifiuto sembrasse mosso da sdegno o da orgoglio, mostrai il pezzo di mucosa che mi penzolava fra i denti. Vidi l’uomo stravolto, angosciato. Disse: «Signore Iddio … lo questo non posso sopportarlo; io sono cristiano, sono cristiano … ». C’era della disperazione nelle sue parole, c’era una precisa rivolta morale. L’unica che ho incontrato tra quella miserabile umanità.
Testimonianza resa durante l’istruttoria del processo (Padova, 6.8.1945).
Tratto daRITORNO A PALAZZO GIUSTI
TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)
A cura di Taina Dogo Baricolo
La Nuova Italia Firenze
Edizione 1972

Egidio Meneghetti – La canzone della «nave»

Egidio Meneghetti
La canzone della «nave»

Questa canzone, sullaria del «Ponte di Bassano », era
cantata alla sera e alla mattina, al primo risveglio, dai detenuti carità,salòche occupavano le celle della cosiddetta « nave ».

Nave, tu porti un carico
d’intemerata fede,
gente che spera e crede
nel sol di libertà.
*
Vai verso la vittoria
carica di catene,
navighi fra le pene
verso la libertà.
*
Fame, torture, scariche,
sibili di staffili,
non ci faranno vili:
viva la libertà!

Sorge la nuova Europa
in mezzo a tanti mali,
e un popolo d’eguali
nasce alla libertà.

Il maggiore Carità sequestrò a Gino Cerchio questa canzone e s’infuriò per la terza strofa che testimoniava i maltrattamenti e le torture. Minacciò rappresaglie. Il giorno dopo la terza strofa fu cosi sostituita:

Baci, carezze trepide,
nobili cortesie,
non ci faranno spie,
tenero Carità!