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Mordecai Gebirtig – La nostra primavera

La nostra primavera

Parole: Parole: Mordecai Gebirtig
Musica: Musica: Mordecai Gebirtig/Daniel Kempin
Titolo originale: Titolo originale: Undzer friling!

Mordecai Gebirtig, autore di poesie e canzoni in Yiddish, era nato nel 1877 a Cracovia, in Polonia. Gebirtig fu confinato nel ghetto di Cracovia nel marzo 1942 e scrisse "La nostra primavera" nell’aprile dello stesso anno. Le parole descrivono la desolazione e la disperazione della vita nel ghetto.

Traduzione in italiano:

Primavera negli alberi, nei campi, nei boschi,
Ma qui, nel ghetto, fa freddo ed è sempre autunno,
Ma qui, nel ghetto, tutto è desolazione e tristezza,
Come una casa in lutto – abitata dal dolore.
Primavera! Fuori i campi sono stati seminati,
Qui, intorno a noi, cresce solo la disperazione,
Qui, intorno a noi, crescono solo mura presidiate,
Sorvegliate, come in una prigione, nella notte più scura.
E’ Primavera, di già! Presto sarà maggio,
Ma qui, l’aria è gonfia di polvere da sparo e piombo.
La morte miete di continuo con la sua falce insanguinata
Un gigantesco cimitero – la terra.

Tratto da

L’Enciclopedia dell’Olocausto

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Mordecai Gebirtig–La nostra citta brucia

La nostra città brucia

Parole: Parole: Mordecai Gebirtig
Musica: Musica: Mordecai Gebirtig
Titolo originale: Titolo originale: Undzer shtetl brent!

Mordecai Gebirtig, nato a Cracovia (Polonia) nel 1877, scriveva poesie e canzoni in Yiddish. Nel 1936 scrisse "Undzer shtetl brent!" dopo un pogrom che aveva avuto luogo nella città polacca di Przytyk. Durante la guerra, la canzone divenne molto popolare nel ghetto di Cracovia e ispirò molti giovani a prendere le armi contro i Nazisti. Oltre a venir cantata in molti altri ghetti e nei campi di concentramento, questa canzone venne anche tradotta in polacco e in molte altre lingue. Gebirtig venne ucciso nel giugno del 1942 durante un rastrellamento nel ghetto di Cracovia.

Oggi, "Undzer shtetl brent!" rimane una delle canzoni commemorative più eseguite.

Traduzione in italiano:

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Venti malvagi, gonfi di rabbia,
rabbia e devastazione, sfacelo e distruzione;
Più forte adesso quelle fiamme selvagge crescono –
Tutto, intorno a noi, adesso brucia!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Presto le lingue di fuoco rabbiose
avranno consumato ogni casa, completamente,
Mentre il vento selvaggio soffia e ulula! –
Tutta la città è in fiamme!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
Oh! Dio non voglia che il momento venga,
Che la nostra città, insieme a noi,
Sia ridotta in cenere e fumo,
Lasciando, quando il massacro sarà terminato
Solo mura carbonizzate e vuote!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
E la nostra salvezza è nelle vostre mani.
Se la vostra città vi è cara
Afferrate i secchi, domate gli incendi!
Fate vedere che sapete farlo!
Non state lì, fratelli, a guardare
Le braccia incrociate e inutili,
Non state lì, fratelli, domate il fuoco! –
Il nostro povero villaggio brucia!

Tratto da

L’Enciclopedia dell’Olocausto

I bambini durante l’Olocausto

I bambini durante l’Olocausto

Un bambino, in condizioni di evidente denutrizione, mangia qualcosa in una strada del ghetto di Varsavia. Varsavia, Polonia tra il 1940 e il 1943.

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— US Holocaust Memorial Museum, courtesy of Rafael Scharf

I bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell’Olocausto. I Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute "indesiderabili" o "pericolose" fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla "lotta di razza", sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.

Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.

Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come "inutili bocche da sfamare". Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

Allo stesso modo, al loro arrivo ad Auschwitz-Birkenau e agli altri centri di sterminio, le autorità dei campi destinavano la maggior parte dei più piccoli direttamente alle camere a gas. Le SS e le forze di polizia in Polonia e nell’Unione Sovietica occupata fucilarono migliaia di bambini, dopo averli allineati lungo il bordo delle fosse comuni scavate appositamente. A volte, la selezione dei più giovani per riempire i trasporti verso i centri di sterminio, o per fornire le prime vittime alle operazioni di assassinio di massa, furono il risultato di penose e controverse decisioni prese dai presidenti dei Consigli Ebraici (Judenrat). Tra queste, la decisione del Consiglio Ebraico di Lodz, nel settembre del 1942, di deportare i bambini al centro di sterminio di Chelmo rappresenta un esempio delle scelte tragiche operate dagli adulti quando costretti ad accontentare le richieste dei Tedeschi. Invece, Janusz Korczak, direttore di un orfanotrofio nel ghetto di Varsavia, si rifiutò di abbandonare i piccoli a lui affidati, quando questi vennero selezionati per la deportazione, e li accompagnò sul convoglio che li condusse a Treblinka, e poi fin dentro la camera a gas, condividendo così il loro destino.

Anche i bambini non-Ebrei dei gruppi presi di mira dai Nazisti non vennero risparmiati, come ad esempio i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz; o i bambini – tra i 5.000 e i 7.000 – eliminati nell’ambito del programma "Eutanasia"; o, ancora, quelli assassinati durante le operazioni di rappresaglia, come per esempio la maggior parte dei bambini di Lidice; e, infine, i bambini che vivevano nella zona occupata dell’Unione Sovietica e che vennero uccisi insieme ai loro genitori.

Le autorità tedesche incarcerarono anche un certo numero di bambini nei campi di concentramento e nei campi di transito. Medici delle SS e ricercatori usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella nel campo di Bergen-Belsen, e a molti altri orfani non-Ebrei i cui genitori erano stati uccisi dai soldati tedeschi e dalla polizia nelle operazioni contro i partigiani. Alcuni di questi orfani vennero detenuti per un certo periodo nel campo di concentramento di Lublino/Majdanek e in altri campi.

Nella loro folle ricerca di "sangue puro ariano", gli esperti della razza delle SS ordinarono che centinaia di bambini, nella Polonia e nell’Unione Sovietica occupate, venissero rapiti e trasferiti in Germania per essere adottati da famiglie considerate ‘adeguate’ dal punto di vista razziale. Nonostante queste decisioni fossero basate su princìpi ritenuti ‘scientifici’, spesso, invece, capelli biondi, occhi azzurri e pelle chiara bastarono a "guadagnarsi" l’opportunità di venire "germanificati". Inoltre, molte tra le donne polacche e sovietiche che erano state deportate in Germania per lavorare ebbero relazioni sessuali con uomini tedeschi, spesso costrette con la forza. Inevitabilmente, molte di loro rimasero incinte e, nel caso gli "esperti’ determinassero che il nascituro non avesse abbastanza sangue tedesco, venivano costrette ad abortire, oppure a partorire in condizioni tali da garantire la morte del neonato.

Nonostante la loro estrema vulnerabilità, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere all’Olocausto: ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti, dopo aver portato fuori di nascosto beni personali da poter scambiare. Altri, appartenenti ai movimenti giovanili, parteciparono alle attività della Resistenza clandestina. Molti altri ancora riuscirono a fuggire con i propri genitori, o con dei parenti – e alcune volte anche da soli – e a rifugiarsi nei campi per famiglie creati dai partigiani ebrei.

Tra il 1938 e il 1940, ebbe luogo una grande operazione di salvataggio chiamata ufficiosamente "Trasferimento dei Bambini" (Kindertransport); un’operazione che – dalla Germania e dai territori occupati dai tedeschi – portò in Gran Bretagna migliaia di bambini ebrei profughi e senza genitori. In tutta Europa, inoltre, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In altre occasioni, persone non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In Francia, quasi l’intera popolazione di Le-Chambon-sur-Lignon, insieme a molti preti cattolici, a suore e a laici cattolici, nascosero i bambini ebrei della città dal 1942 al 1944. In Italia e in Belgio, infine, molti sopravvissero nascondendosi in luoghi diversi.

Dopo la resa della Germania nazista, che pose fine alla Seconda Guerra Mondiale, i profughi e i rifugiati cominciarono a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano a quel punto nei campi profughi, mentre molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti dall’Europa dell’Est, unendosi all’esodo di massa (Brihah) verso le zone occidentali della Germania occupata, e dirigendosi poi verso Yishuv (la zona d’insediamento ebraico in Palestina). Grazie alla Youth Aliyah (Immigrazione Giovanile), a migliaia emigrarono nello Yishuv e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, DC

I Lager Tedeschi – Gross Rosen

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Gross Rosen

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Costituzione: 2 agosto 1940
Ubicazione: a circa 60 km da Breslavia

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Questo campo che prende nome dal vicino villaggio di Gross Rosen, Rogoznica in polacco, venne istituito originariamente come dipendenza del KZ Sachsenhausen e divenne campo principale ed autonomo il 1° maggio 1941. Il campo fu costruito da un primo contingente di 98 deportati polacchi, distaccati da Sachsenhausen e progettato originariamente per una capienza massima di 12.000 persone. Ma, attraverso successivi ingrandimenti, nel 1944 ospitava ben 35.000 persone.
La sua ubicazione fu scelta la DEST (Deutsche Erd und Steinwerke GmbH) che aveva in appalto lo sfruttamento di alcune cave di pietra che si trovavano nella zona e per le quali la società – che apparteneva interamente all’amministrazione delle SS – «noleggiava» a condizioni di favore la manodopera a portata di mano. L’impresa non risultò particolarmente vantaggiosa, ma ciò nonostante migliaia di belgi, bulgari, danesi, cechi, greci, francesi, polacchi, rumeni, ungheresi, italiani e russi vi condussero una vita di stenti, di fame, di epidemie. Si calcola che su circa 200.000 deportati che nel giro degli anni passarono per Gross Rosen i morti furono al meno 75.000.
Ad onta del suo nome poetico, Gross Rosen si è conquistata una solida fama di luogo infernale tra coloro che ebbero la disavventura di capitarci, perché sopravvivere in quel Lager non era cosa facile. Infatti il tasso di mortalità era talmente alto che il crematorio risultò insufficiente per «trattare» tempestivamente le spoglie delle vittime. Risulta dagli atti che la ditta Topf & Sohne di Erfurt, specializzata nella costruzione di crematori, fu sollecitata per l’installazione di un impianto di grande capacità, a quattro bocche.
Da Gross Rosen dipendevano circa un centinaio di sottocampi e comandi esterni di deportati messi a disposizione di imprese d’ogni genere, impegnate nella produzione di prodotti chimici e materiale bellico.
Gross Rosen fu liberato il 14 febbraio 1945 da reparti della 52.a armata sovietica del fronte ucraino.

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Tratto da

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

I Lager Tedeschi – Chelmno

Chelmno

Costituzione: 8 dicembre 1941
Ubicazione: fra Poznan e Varsavia

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Realizzato nelle vicinanze del villaggio di Chelmno nad Nerem, ribattezzato dai nazisti in Kulmhof, il Lager è stato uno dei luoghi principali nei quali si perpetrò il genocidio degli ebrei. Un castello, che si trovava nella vicinanza del villaggio, servì come epicentro della barbara iniziativa. Intorno a questo castello (Das Schloss) sorsero, negli immensi boschi che lo circondavano, le baracche del campo ed ivi furono sepolte in fosse comuni o semplicemente bruciate in immense cataste, le spoglie delle vittime.
A Chelmno i nazisti sperimentarono la soppressione degli ebrei, stivati in camion appositamente attrezzati, a mezzo del gas del tubo di scappamento. Da un rapporto rinvenuto casualmente negli archivi della direzione centrale delle SS si legge testualmente «nel giro di sei mesi tre di questi camion hanno "trattato" 97.000 "pezzi" senza inconvenienti di sorta».
Le vittime di Chelmno furono almeno 360.000, in gran parte provenienti dal ghetto di Lodz. Ma vi furono anche trasferiti ed uccisi i bambini provenienti da Lidice, il villaggio cecoslovacco raso al suolo per rappresaglia.
Prima di abbandonare il campo, sotto la pressione dell’avanzata delle armate russe, i nazisti fecero sparire le tracce delle loro imprese, spianando ogni cosa, piantando alberi sulle fosse comuni.
Chelmno fu sciolto e sgombrato nel gennaio 1945. All’ultimo momento, nella confusione generale dell’evacuazione, alcuni deportati riuscirono a sopraffare le guardie e, impossessandosi delle loro armi, e a tentare di fuga. Alcuni furono ripresi e fucilati sul posto, pochi altri riuscirono a mettersi in salvo e furono poi i testimoni d’accusa dei propri aguzzini quando questi dovettero rendere conto del proprio operato alla giustizia democratica.

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Tratto da

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

Zanus Zachenburg – Infanzia miserabile

Zanus Zachenburg
Infanzia miserabile

Infanzia miserabile, catena
che ti lega al nemico e alla forca.
Miserabile infanzia, che dentro il suo squallore
già distingue il bene e il male.
Laggiù dove l’infanzia dolcemente riposa
nelle piccole aiuole di un parco
laggiù, in quella casa, qualcosa si è spezzato
quando su me è caduto il disprezzo:

laggiù, nei giardini o nei fiori
o sul seno materno,
dove io sono nato per piangere…
Alla luce di una candela m’addormento
forse per capire un giorno
che io ero una ben piccola cosa,
piccola come il coro dei 30.000,
come la loro vita che dorme
laggiù nei campi,
che dorme e si sveglierà,
aprirà gli occhi
e per non vedere troppo
si lascerà riprendere dal sonno…

Zanus Zachenburg 1929.19. luglio – Auschwitz 1943. 18. dicembre


Daniel Kempin; Mordecai Gebirtig Brucia, fratelli! Brucia!

27 GENNAIO

Daniel Kempin; Mordecai Gebirtig

"Undzer shtetl brent!"

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Venti malvagi, gonfi di rabbia,
rabbia e devastazione, sfacelo e distruzione;
Più forte adesso quelle fiamme selvagge crescono –
Tutto, intorno a noi, adesso brucia!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! Brucia!
Oh, il nostro povero villaggio, fratelli, brucia!
Presto le lingue di fuoco rabbiose
avranno consumato ogni casa, completamente,
Mentre il vento selvaggio soffia e ulula! –
Tutta la città è in fiamme!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
Oh! Dio non voglia che il momento venga,
Che la nostra città, insieme a noi,
Sia ridotta in cenere e fumo,
Lasciando, quando il massacro sarà terminato
Solo mura carbonizzate e vuote!
E tu stai lì, a guardare
le braccia incrociate e inutili
E tu stai lì a guardare –
Mentre il nostro villaggio brucia!

Brucia, fratelli! La nostra città brucia!
E la nostra salvezza è nelle vostre mani.
Se la vostra città vi è cara
Afferrate i secchi, domate gli incendi!
Fate vedere che sapete farlo!
Non state lì, fratelli, a guardare
Le braccia incrociate e inutili,
Non state lì, fratelli, domate il fuoco! –
Il nostro povero villaggio brucia!

Mordecai Gebirtig, nato a Cracovia (Polonia) nel 1877, scriveva poesie e canzoni in Yiddish. Nel 1936 scrisse "Undzer shtetl brent!" dopo un pogrom che aveva avuto luogo nella città polacca di Przytyk. Durante la guerra, la canzone divenne molto popolare nel ghetto di Cracovia e ispirò molti giovani a prendere le armi contro i Nazisti. Oltre a venir cantata in molti altri ghetti e nei campi di concentramento, questa canzone venne anche tradotta in polacco e in molte altre lingue. Gebirtig venne ucciso nel giugno del 1942 durante un rastrellamento nel ghetto di Cracovia.

Tratto da

OLOKAUSTOS – Storia dell' Olocausto dal 1933 al 1945

Wislawa Szymborska – Il terrorista,

Wislawa Szymborska
Il terrorista, lui guarda
La bomba esploderà nel bar alle tredici e venti.
Adesso sono appena le tredici c sedici.
Alcuni faranno in tempo a entrare
alcuni ad uscire
*
Il terrorista ha già attraversato la strada
Questa distanza lo protegge da ogni male,
e poi la vista è come al cinema
*
Una donna con il giaccone giallo, lei entra.
l’uomo con gli occhiali scuri, lui esce.
Ragazzi in jeans, loro parlano.
le tredici e diciassette c quattro secondi.
Quello più basso è fortunato e sale sulla vespa,
quello duello più alto invece entra.
*
Le tredici e diciassette e quaranta secondi.
La ragazza, lei cammina con un nastro verde
nei capelli.
Ma quell’autobus d’Improvviso la nasconde.
Le tredici e diciotto.
la ragazza non c’è più
Se è stata così stupida da entrare: oppure no
si vedrà quando li porteranno fuori
*
Le tredici e diciannove
Più nessuno che entri, pare.
Invece esce un grassone calvo.
Sembra che si frughi nelle tasche e
alle tredici e venti meno dieci secondi
rientra a cercare i suoi miseri guanti.
*
Sono le tredici e venti
Il tempo come scorre lentamenteDeve essere ora
No, non ancora
Si ora
La bomba . lei esplode

Wislawa Szymborska Il terrorista

Wislawa Szymborska
Polonia
Il terrorista, lui guarda

 

La bomba esploderà nel bar alle tredici e venti.
Adesso sono appena le tredici e sedici.
Alcuni faranno in tempo a entrare,
alcuni a uscire.

 

Il terrorista ha già attraversato la strada.
Questa distanza lo protegge da ogni male,
e poi la vista è come al cinema:

 

Una donna con il giaccone giallo, lei entra.
Un uomo con gli occhiali scuri, lui esce.
Ragazzi in jeans, loro parlano.
Le tredici e diciassette e quattro secondi.
Quello più basso è fortunato e sale sulla vespa,
quello più alto invece entra.

 

Le tredici e diciassette e quaranta secondi.
La ragazza, lei cammina con un nastro verde
nei capelli.
Ma quell’autobus d’improvviso la nasconde.
Le tredici e diciotto.
La ragazza non c’è più.
Se è stata così stupida da entrare, oppure no,
si vedrà quando li porteranno fuori.

 

Le tredici e diciannove.
Più nessuno che entri, pare.
Invece esce un grassone calvo.
Sembra che si frughi nelle tasche
e alle tredici e venti meno dieci secondi
rientra a cercare i suoi miseri guanti.

 

Sono le tredici e venti.
Il tempo, come scorre lentamente.
Deve essere ora.
No, non ancora.
Sì, ora.
La bomba, lei esplode.

Zlata Brysz – Polonia

 

Caro, voglio che tu ricordi chi sono stati i nostri boia.

Ricordati il nome di Katenko. Magari lo incontrerai un giorno,

ricordati tutto su di lui. Io ho insegnato a Józek come morire con dignità.

A te invece chiedo, categoricamente: devi continuare a vivere!

 

 Zlata Brysz

Di età sconosciuta – istitutrice – nata a Lódí, dove si occupa del movimento esperantista -. Dopo l’aggressione tedesca alla Polonia, fugge con il marito e il figlio a Bialystok, in zona sovietica -. Dopo l’aggressione tedesca all’U.R.S.S. collabora con il figlio, esponente del movimento di resistenza, mentre il marito si arruola nell’Armata Rossa _ Al prin­cipio del 1943, preso il figlio durante un’azione e assassinato dalla Gestapo, è arrestata e tradotta nelle celle della Gestapo, dove tenta di suicidarsi tagliandosi le vene – fatta guarire dalla Gestapo, viene torturata perché fornisca notizie sul gruppo in cui operava suo figlio – non avendo parlato,

viene assassinata, a Bialystok, presumibilmente nel luglio 1943-

(Lettera al marito, consegnata prima della morte a una polacca che la conservò tutto il periodo dell’occupazione e la trasmise, a guerra finita, all’Istituto Storico Ebraico di Varsavia).

Bialystok, carceri, luglio 1943

Caro,

ti scrivo oggi per l’ultima volta. Come è strana la vita. È tanto tempo che non c’è piú con me il nostro Józek. Me l’hanno strappato via. Mori da vero eroe. Mi calmava, mi baciava sulla bocca.

Faceva un lavoro duro sulle costruzioni edilizie e ciononostante leg­geva molto la sera dopo il lavoro, risolveva compiti di matematica. Era bello come un sogno.

Lo stesso giorno in cui l’hanno preso, io mi tagliai la gola. I tedeschi mi portarono all’ospedale e mi fecero guarire. Oggi vado ugualmente dal mio Józek.

Caro, voglio che tu ricordi chi sono stati i nostri boia. Ricordati il nome di Katenko. Magari lo incontrerai un giorno, ricordati tutto su di lui. Io ho insegnato a Józek come morire con dignità. A te invece chiedo, categoricamente: devi continuare a vivere!

Ti saluto. Ti bacio.

Tua Zlata