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La Repubblica di Salò

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La Repubblica di Salò

Presentazione

Trentanni* di distanza non sono molti per poterne scrivere con assoluta imparzialità, ma non sono nemmeno pochi da non poterne fissare almeno i lineamenti Storici il sangue sparso, i lutti e le rovine che fino a ieri hanno inasprito gli animi ma soprattutto la presenza ai giorni nostri di un movimen­to neonazista costringe lo storiografo ad una intransigenza di giudizio che potrà sembrare eccessiva.

Tuttavia, pur tenendo conto di queste limitazioni, abbiamo voluto realizzare (nello spirito che i nostri lettori ben conoscono, di assoluta fedeltà ai fatti) un numero speciale dedicato a un capitolo che è certo il più scottante tra quelli rievocati da « STORIA ILLUSTRATA » in forma monografica. E a collaborarvi abbiamo chiamato studiosi e giornalisti che da anni vanno compiendo ricerche nei settori di loro competenza, vagliando la bibliografia e le fonti, raffrontando dati e testimonianze; in modo da presentare un panorama di inec­cepibile attendibilità.

Dalla « rinascita » fascista dalle ceneri del 25 luglio alla catastrofe di Dongo, queste pagine ripercorrono le tappe di una crudelissima guerra civile. In suo nome una generazione inte­ra di italiani vi fu bruciata. Idealismi e bassezze, eroismi e viltà vi si mescolarono, alimen­tati dall’odio ideologico. Un odio che perdura e che affonda in quegli anni le sue radici. Siano queste pagine di monito ai giovani, e ai non più giovani siano occasione di un sereno ripensamento.

Il lavoro sarà composto dai

Seguenti Articoli

Giuseppe Mayda  – La lunga notte di Ferrara

Raffaello Uboldi  – Vigliacchi perché gli uccidete

Mario Lombardo  –   Più feroci della Gestapo

Giorgio Bocca   –  Il terrore nella città

Elio Vallini  –  I giorni del castigo

Carlo della Corte  –  Di tetto in tetto,Venezia Libera

Mario Pacor  Le orde cosacche invadono il Friuli

Dal numero speciale “Storia Illustrata”

Arnoldo Mondadori

N 200 del Luglio 1974

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La Repubblica delle Langhe e Alto Monferrato

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La Repubblica delle Langhe e Alto Monferrato

Nel giugno 1944, la VI divisione Garibaldi costituisce, nel paese di Monforte d’Alba (CN), una delegazione civile incaricata di amministrare la zona libera (l’Alta e la Bassa Langa) controllata dai partigiani garibaldini e autonomi. I primi provvedimenti riguardano le risorse alimentari e i loro prezzi, e quindi anche la repressione del mercato nero. Alle delegazioni garibaldine è affiancato l’ufficio affari civili istituito dagli autonomi di Martini Mauri. I due organismi hanno però impostazioni differenti: mentre gli autonomi si limitano a far gestire il territorio dall’autorità militare, i garibaldini «si propongono di sollecitare la partecipazione diretta delle popolazioni all’esperimento di governo» (M. Giovana, Langhe e Alto Monferrato, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, p. 505). Nell’agosto 1944, dunque, attraverso libere elezioni e un’importante mobilitazione del mondo contadino e del clero, nascono le giunte popolari. Queste si occupano dei problemi concreti del mondo rurale in cui sviluppano la propria attività amministrativa: la macellazione degli animali, gli ammassi, la tassazione, l’assistenza ai partigiani, i trasporti. «Non tutto il contesto del territorio occupato dai partigiani – scrive Giovana – risponde positivamente […]; i risultati delle giunte sono diseguali, relativi soprattutto alla somma di ostacoli obiettivi che gli esperimenti incontrano e all’adesione, all’impreparazione – o alla scarsa partecipazione – dei civili» (Ivi, p. 506). Ciononostante, l’esperimento di “democrazia diretta” – che viene stroncato nel dicembre 1944 dai nazifascisti – è un’importante anticipazione di ciò che dovrebbe essere il paese per la cui libertà si sta lottando.

All’area delle Langhe appartiene anche la cosiddetta Repubblica di Alba, città della provincia di Cuneo governata dalle formazioni autonome di Martini Mauri dal 10 ottobre 1944. Alla sua liberazione, in realtà concordata con la RSI (contro il parere del Comando militare regionale piemontese), partecipano anche, «per solidarietà partigiana» (Id., Alba, in Ivi, p. 233), un distaccamento garibaldino e un gruppo GL. La gestione della cittadina, nonostante la creazione di un CLN, è nelle mani del comando militare degli Autonomi, e risente delle tensioni irrisolte tra le varie formazioni. La riconquista da parte della RSI è perciò piuttosto facile, e resta, nella storia della Resistenza, «la sola operazione del genere condotta in Piemonte dai fascisti in modo autonomo» (Ivi, p. 234), cioè senza il supporto dei tedeschi. Ciononostante, dopo i primi scontri, la GNR, le Brigate nere, la X Mas e altri reparti fascisti cercano la mediazione del clero per un accordo con le forze partigiane, che però rifiutano di scendere a patti. Alla fine, sotto la minaccia del cannoneggiamento dell’abitato, i partigiani si ritirano. La Repubblica cade il 2 novembre 1944. La sua storia è stata mirabilmente raccontata da uno dei protagonisti di quell’esperienza partigiana, lo scrittore Beppe Fenoglio, ne I ventitré giorni della città di Alba, Torino, Einaudi, 1a ed. 1952.

25 Dicembre 2010 — aggiornato il 16 Giugno 2016

Repubblica di Montefiorino

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Repubblica di Montefiorino

La Repubblica di Montefiorino, sull’Appennino modenese, è istituita il 18 giugno 1944, e comprende, oltre al “comune-capitale”, altri sei paesi. Nell’area, le forze partigiane, sostenute dalla popolazione e dal clero, sono attive fin dall’autunno del 1943. Le bande scelgono presto di porsi sotto un comando unificato, riuscendo così a condurre una guerriglia efficace che, nel marzo 1944, garantisce loro il controllo dell’area. Nel giugno di quell’anno la Guardia Nazionale Repubblicana è costretta a ritirare i propri reparti dall’Appennino modenese-reggiano. I fascisti di Montefiorino si trovano, a quel punto, isolati e assediati dai partigiani, e sono costretti a cedere.

La Repubblica incarica i capifamiglia di Montefiorino di eleggere una giunta e un sindaco, che si insediano il 25 giugno. La stessa cosa accade in quasi tutti gli altri comuni (sul versante reggiano, però, Villa Minozzo e Ligonchio sono presto nuovamente sotto attacco da parte dei nazifascisti). Il tempo breve dell’esistenza della Repubblica non impedisce alla giunta di Montefiorino di introdurre provvedimenti importanti, come «quelli nel campo degli approvvigionamenti (denuncia e conferimento del bestiame, controllo della trebbiatura, distribuzione del grano), della produzione (riapertura dei caseifici, messa in opera di trebbiatrici, reperimento di carburante per l’agricoltura), delle imposte (revisione delle esenzioni tributarie, imposte di consumo), dei prezzi ([…] adeguati alle possibilità economiche della zona), dei sussidi ai bisognosi».

I partigiani della Repubblica proseguono con un’intensa attività di guerriglia, che colpisce le retrovie della linea Gotica e a un certo punto spinge i tedeschi a cercare un accordo. Le formazioni, tuttavia, non trattano, e ciò scatena la reazione. Montefiorino è attaccata dalla fine di luglio e, nonostante la disparità di forze, le formazioni si difendono accanitamente. Alla fine, però, sono costrette a sganciarsi, pur non rinunciando a combattere fino alla liberazione del territorio. La Repubblica crolla il 2 agosto 1944.

(fonte: L. Casali, Montefiorino, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, pp. 509-512).

Repubblica di Carnia e Friuli Orientale

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Repubblica di Carnia e Friuli Orientale

Con l’armistizio, il Friuli Venezia Giulia entra a far parte della “Zona di operazioni del litorale adriatico”, direttamente amministrata dai tedeschi. Dal marzo 1944 sono attive nell’area della Carnia e del Friuli orientale le formazioni garibaldine, alle quali si affiancano presto le Osoppo. I tentativi di unificazione tra i comandi delle formazioni sono vani, ma talvolta tra Garibaldi e Osoppo si instaura, a livello di brigate, una buona collaborazione, almeno fino all’estate del 1944. In agosto, l’offensiva partigiana porta alla liberazione di vaste aree del territorio – circa 2.500 kmq per 80.000 abitanti di 38 comuni – che vanno a comporre la «più estesa zona liberata dalle formazioni partigiane sul territorio nazionale». Nascono così CLN comunali, CLN di vallata e, l’11 agosto, il CLN carnico, che il mese successivo raggruppa i rappresentanti dei partiti antifascisti e due delegati militari, uno per le Garibaldi e uno per le Osoppo. Il CLN organizza le elezioni delle giunte comunali (agosto-settembre 1944), la lotta al mercato nero, il controllo dei prezzi e un efficace sistema di approvvigionamenti, che riesce a far sopravvivere la zona libera nonostante l’accerchiamento da parte dei nazifascisti. Il 26 settembre 1944 nasce il Comitato zona libera, che ha funzioni di governo provvisorio e dà vita alla Guardia del popolo (polizia municipale), mentre riorganizza il sistema scolastico (con revisione dei libri di testo), delibera in materia fiscale e istituisce il Tribunale del popolo.

Con l’autunno, la situazione interna al movimento partigiano si complica, per il prevalere delle correnti moderate all’interno delle Osoppo e il legame sempre più stretto tra le Garibaldi e la Resistenza iugoslava. Riprende, inoltre, l’offensiva nazista che, dopo una battaglia di quasi tre mesi, ha la meglio sulla zona libera. In Carnia e nelle Prealpi si insediano tra i 20 e i 40.000 cosacchi e caucasici, che hanno combattuto al fianco delle truppe tedesche. Gli occupanti danno vita a una loro “repubblica cosacca”, che reggerà fino alla liberazione (maggio 1945).

(fonte: M. Puppini, Carnia e Friuli orientale, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, pp. 501-503).

Repubblica dell’Ossola

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Repubblica dell’Ossola

La Repubblica viene istituita, sulla spinta dei successi partigiani dell’estate, il 10 settembre 1944, quando le divisioni autonome Valtoce (comandata dal tenente Alfredo Di Dio) e Valdossola (guidata dal maggiore Dionigi Superti) entrano a Domodossola, appena abbandonata dai tedeschi in base a un accordo con gli stessi partigiani. Oltre agli autonomi, protagonisti dei successi del movimento di liberazione nell’estate del 1944 sono i garibaldini, che tuttavia non condividono l’esito della trattativa tra partigiani e tedeschi: questi ultimi, secondo i comunisti, avrebbero dovuto ritirarsi in Svizzera.

Occupata Domodossola, il comando degli autonomi dà vita a una giunta provvisoria di governo dell’Ossola, ma le sue decisioni non sono sostenute né dal CLNAI di Milano, né dai garibaldini né della popolazione. Nessuno di loro, infatti, è stato interpellato in merito. Ciononostante, la giunta, presieduta dal socialista Ettore Tibaldi e composta da rappresentanti dei partiti antifascisti e del clero, riesce a insediarsi e a dar vita a un suo organo di stampa, il “Bollettino Quotidiano d’Informazione”, diretto dal comunista Umberto Terracini. Viene anche costituito il CLN di Domodossola, e si diffondono i giornali delle diverse formazioni partigiane.

La breve vita della repubblica è funestata da numerose difficoltà, tra le quali i «[…] difficili rapporti con i comandi partigiani di Superti e Di Dio, che tendono a sovrapporsi alla giunta e a discriminare politicamente le sinistre e i garibaldini», e le «non distese relazioni con il Clnai, che accusa il governo ossolano di eccesso di autonomismo». Ciononostante, i risultati conseguiti sono significativi: si pensi all’abolizione del sindacato fascista e alla ricostituzione delle organizzazioni sindacali libere, che avviano subito trattative salariali; si pensi alla regolamentazione del mercato e dei prezzi, alla riorganizzazione del sistema scolastico (con revisione dei libri di testo), alla nomina di commissari per i comuni, alla ripresa della produzione industriale e degli scambi commerciali con la Svizzera (che sostiene la repubblica e la riconosce ufficialmente). Alcuni dei provvedimenti assunti dalla repubblica, grazie alla collaborazione di intellettuali del calibro di Piero Malvestiti, Gianfranco Contini e il già citato Umberto Terracini, saranno d’ispirazione per la redazione della Costituzione italiana.

Il 10 ottobre 1944 si avvia la controffensiva tedesca e fascista. Le forze partigiane, oltre a essere spesso non concordi tra loro, non hanno armi né munizioni a sufficienza, ma cercano comunque di difendersi. Quando la sconfitta è ormai prossima, i partigiani, la giunta e parte della popolazione cercano scampo in Svizzera, mentre una divisione garibaldina e una autonoma rifluiscono nelle valli confinanti, da dove continueranno la lotta. Il 23 ottobre l’esperienza della repubblica dell’Ossola è definitivamente conclusa.

(fonte: M. Giovana, Ossola, repubblica dell’, in E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, Dizionario della Resistenza, Torino, Einaudi, 2006, pp. 513-516).

Rafael Alberti – Primo Maggio nella Spagna repubblicana del 1938

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Rafael Alberti
Primo Maggio nella Spagna repubblicana del 1938

Corale di primavera

Primo di Maggio.
Inni, sangue, fiori.
Primavera di guerra dei lavoratori.
*
" Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
Il mio paese è in guerra, contadina.
Io, da vero buon soldato dei mari,
farò che la bandiera di marina
s’agiti sopra i venti regolari. "
*
" Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
– Il mio paese è in guerra. Una gran pioggia
di fuoco i campi vuole flagellare.
lo, come contadina, o marinaio,
offrirò le mie braccia per falciare.
*
" Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
" Il mio paese è in guerra. Le officine
raddoppiano, veloci, la giornata.
Fianco a fianco degli uomini, le donne
presteranno il loro polso affrettato. "
*
Dimmi, che farai il Primo Maggio? "
II mio paese è in guerra. Nel suo cielo
vedo ali d’uccelli predatori.
Io di gloria incoronerò il volo,
o repubblica, dei nostri aviatori.
*
Dimmi, che farai il Primo Maggio?"
" Il mio paese è in guerra. Duramente
farò parlare all’arma quel linguaggio
che porti la mia Spagna eroicamente
a conquistare ancora il suo paesaggio.

Primo di Maggio.
Inni, sangue, fiori.
Primavera di vittoria dei lavoratori.

La Repubblica Partigiana di Cogne – 1 –

Storia della Repubblica Partigiana di Cogne

Tra il 7 luglio e il 2 novembre 1944, a Cogne in Valle d’Aosta, si costituì una Repubblica Partigiana inspiegabilmente sottovalutata dalla storiografia ufficiale.

Per quanto non sia stupefacente che quella straordinaria stagione sia stata trascinata in una corrente di colpevole indifferenza, rimane il desiderio di tentare la risalita, nuotando contro, come fanno i salmoni. Quanto segue intende far parte di questo tentativo.

Dalle testimonianze raccolte, per cominciare, si desume che l’occupazione di Cogne del 7 luglio 1944 da parte delle forze partigiane , fu  organizzata scrupolosamente con l’indispensabile volontà e la personale abnegazione dell’ing. Franz Elter, allora direttore centrale della Soc. Naz. An. COGNE, (allora, la principale industria siderurgica integrale italiana),  la collaborazione delle maestranze della COGNE, e l’indispensabile sostegno di buona parte della popolazione, senza il quale nulla di ciò sarebbe stato possibile.

Vennero accumulate fin dal ’43, e messe da parte, scorte alimentari e altro materiale, come vestiario, esplosivi etc. etc, che avrebbero dovuto garantire l’auto sostentamento delle truppe partigiane per lungo tempo. Di questo discreto e massiccio lavoro da formiche ci sono testimonianze frammentarie e in qualche modo indirette, come di qualcosa che sta sullo sfondo…

Un testimone è Guglielmo Carrara classe 1932, allora dodicenne, che ricorda “un gregge di pecore proveniente da Champorcher,” ma è l’unico testimone in proposito. Suo fratello maggiore era partigiano. Entrambi vivevano a Cogne, dove il padre era stato minatore. E’ probabile che un gregge di pecore sia transitato tra il villaggio minerario di Colonna e Champorcher attraverso il Col Fenêtre, ma non sappiamo quante volte sia successo né esattamente in che direzione fosse diretto il gregge; Guglielmo lo ha messo in relazione, a distanza di settant’anni, con gli accadimenti successivi e, per esempio, del vettovagliamento in favore della banda partigiana di Pedro, operante a Champorcher, parla anche l’ing. Elter come segue: “Il 25 giugno 1944, unitamente al sig. Marchionni Luigi, capo servizio alla Miniera di Cogne, mi incontrai nell’alta valle di Champorcher con l’Avv. Artom, Commissario Civile della banda di Pedro, per concretare un servizio di informazioni e rifornimenti in favore di questa banda.”

Dei rifornimenti avrebbe potuto far parte un gregge di pecore? A questo proposito Piero Elter, uno dei figli di Franz,  tra i partigiani più giovani a Cogne – aveva solo sedici anni – esclude che del lavoro di approvvigionamento avesse fatto parte un gregge di pecore, doveva trattarsi – dice – di una macellazione per la mensa di Colonna: “Probabilmente si tratta di un gregge di pecore effettivamente comprate dalla COGNE (mi sembra nell’estate ’43 ma non ne sono sicuro) che venivano macellate per la mensa di Colonna. Non so se una parte di queste pecore sia finita davvero dai partigiani di Champorcher, ma mi sembra improbabile”.

Questa lunga premessa sulla testimonianza di Guglielmo è per sottolineare l’importanza delle testimonianze dirette per cercare di farsi un’idea dell’aria che altri hanno respirato. Franz Elter scrive di suo pugno in uno dei suoi brevi e concisi memoriali (cinque in tutto) di essersi preoccupato “fin dall’aprile del ’43” di accumulare esplosivi e altro materiale traendolo dai magazzini della COGNE. In parte per rifornire la banda Léxèrt che operava a Fenis, in parte per effettuare sabotaggi alle vie di comunicazione in vari punti della valle “ad alcuni dei quali partecipai io stesso”.

Ma buona parte del materiale era trasportato agli stabilimenti di Colonna (a 2500 mt di altitudine) con prudenza e a intervalli regolari. Sarebbe interessante ricostruire con esattezza questa parte della storia. Il 29 giugno, a pochi giorni dalla concretizzazione finale del piano, quando tutto ormai era pronto salì a Cogne un gruppo di militi tedeschi al comando del ten. Reitch allo scopo di presidiare la miniera timorosi di sabotaggi ai danni dell’industria bellica tedesca, a cui era ormai destinata la produzione della miniera di ferro Cogne.

Soltanto il giorno prima Elter e Marchionni si erano incontrati con “Mésard“ – il cap. degli alpini Cesare Ollietti – e altri membri della sua banda a Acque-fredde per definire l’immediata occupazione di Cogne tramite ferrovia, mediante il trenino del Drinc. Ciò che avvenne attiene al campo dell’imprevedibilità degli incontri e determinò quell’incredibile compromesso tra la dirigenza della COGNE (Elter) i tedeschi (ten. Reitch) e la Resistenza (Mésard), che si concretizzò nella Repubblica di Cogne.

Racconta Franz Elter nel suo memoriale: “…Senonché il 29 giugno, il Comando di piazza germanico di Aosta inviava a Cogne un presidio di gendarmeria a protezione della miniera. Feci allora presente al tenente Reitch, ufficiale germanico di sorveglianza presso la COGNE, che ritenevo questa misura nociva al buon andamento della miniera in quanto che gli operai e la popolazione vedevano in ciò l’intenzione di una deportazione degli uomini in Germania e sarebbero state da prevedersi delle diserzioni dal lavoro. L’ufficiale si persuase facilmente del mio punto di vista e a sua volta persuase il comando di piazza a ritirare il presidio, ciò che avvenne il 1° luglio 1944.”

Più di un documento descrive questo episodio. Lo stile è scarno, essenziale e privo di enfasi, ma pieno di implicazioni interessanti. Intanto la persuasione: come poteva un ufficiale tedesco persuadersi facilmente se non perché già personalmente in qualche misura persuaso? Reitch, pare, era un militare tedesco, ma non era un nazista, non era un uomo violento e certamente Elter consapevole della prossima occupazione dovette trovare il modo e gli argomenti giusti per convincerlo a ritirarsi, mettendocela tutta.

Purtroppo di questo non c’è altra testimonianza oltre i suoi concisi memoriali, ma appare lecito immaginare un comune sentimento pacifista e un forte senso di responsabilità che li portò facilmente a un accordo. Poi si parla di fondato timore per le deportazioni di manodopera e materiale. Questo era stato annunciato dal regime dopo gli scioperi di febbraio assieme alla pena di morte per gli agitatori politici e i partecipanti ad azioni politiche o di sabotaggio, minaccia che conferma la fondatezza del timore. Vennero dunque i partigiani il 7 luglio, prendendo il trenino ad Acquefredde e raggiungendo Epinel e Molina.

Sempre Elter annota: “… Nella notte dal 6 al 7 luglio la valle di Cogne fu occupata dai partigiani che predisposero subito un forte posto di blocco al ponte di Chevril. Il ponte di Chevril fu subito minato ad opera di una squadra di minatori … “. Lo stesso ponte verrà fatto saltare il giorno della battaglia di Cogne – il 2 novembre 1944 – da un soldato tedesco disertore, entrato nelle file partigiane, che si chiamava Herzberg, insieme al giovanissimo partigiano Sergio Mancini , come si vedrà in seguito. Questo è il ricordo di Orsetta Elter, figlia di Franz: “Papà quel giorno era ad Aosta, come il solito, e ha avuto la felice intuizione di non fare la strada abituale per venire a Cogne, ma di passare per Gressan (allora nessuno ci passava in macchina). A Sarre, al bivio per Cogne, si è poi saputo che l’aspettavano per arrestarlo. La COGNE l’ha licenziato in tronco. Più tardi abbiamo saputo di una predica del vescovo di Aosta aspra nei confronti di papà e della taglia di un milione posta sopra la sua testa.” (Orsetta Elter, Memorie, F.lli Pozzo Editore).

Il sig. Cristofori era capo servizio amministrativo delle miniere ad Aosta e mantenne attivo un servizio di telefonia con gli uffici di Cogne, che permetteva a Elter e perciò ai partigiani di essere costantemente informato. Telefonista a Cogne era Aurora Martinetto, che avrebbe poi sposato  Maina, impiegato alla COGNE e attivista comunista; racconta di aver pagato, dopo la guerra, assieme a suo marito, le posizioni prese allora. Sul suo ruolo al telefono ha sempre mantenuto  il riserbo imparato allora: “Dopo la battaglia di Cogne io avevo un fascista sempre vicino, a controllare il telefono. L’ufficio era sopra lo spaccio, vicino al laboratorio dei chimici per il controllo del minerale. Loro controllavano le telefonate e perciò il dottor Elter ha avuto dei problemi…” ( testimonianza di Aurora Martinetto). Cristofori fece sapere da Aosta che il tenente Reitch a seguito dell’occupazione intendeva attaccare militarmente con quindici uomini soltanto.

Elter allora, d’accordo con il Comando partigiano  invitò Reitch a salire a Cogne in “abiti civili” per rendersi conto di persona dei rischi di quell’intervento e garantì per la sua incolumità e per il suo ritorno ad Aosta. “Il tenente Reitch a mezzo dell’interprete sig. Ermanno Favre che era pure dei nostri e più tardi raggiunse il presidio di Cogne come partigiano, fu facilissimamente persuaso a non agire. Egli non domandava di meglio. Si presentò la sera stessa al nostro posto di blocco di Chevril in abito civile. Fu accompagnato a Cogne dove contemplò alquanto interdetto il perfetto apparato militare della piazza e l’abbondanza del vettovagliamento, manifestò apertamente la sua soddisfazione di non averci attaccato con le armi. Dopo essere stato abbondantemente rifocillato fu rimandato incolume ad Aosta…. Il mio scopo era di evitare un immediato conflitto armato in modo che il presidio partigiano di Cogne avesse tempo di organizzarsi e fortificarsi. L’esito di un tale conflitto sarebbe indubbiamente stato favorevole ai partigiani date le esigue forze di cui disponeva il Reitch e volevo evitare la probabile uccisione di questo ufficiale che si era sempre comportato da galantuomo. Era inoltre convenuto col comando dei partigiani, e più tardi fu pure convenuto col CLN regionale, che la miniera avrebbe continuato a funzionare con ritmo produttivo ridotto. Questa misura era infatti opportuna perché la miniera fosse regolarmente approvigionata di viveri e di esplosivi di cui avremmo potuto disporre sotto il mio controllo per l’alimentazione delle truppe partigiane e per uso bellico. Inoltre era necessario fornire minerale agli stabilimenti siderurgici di Aosta per scongiurare la probabile deportazione in massa di tutta la maestranza in caso di arresto della produzione.”

Segue

La Repubblica Partigiana di Cogne – 2 –

2

L’accordo tra Elter, Reitch e il Comando partigiano fece di Cogne una zona franca.

A Cogne la miniera continuava a lavorare, a Cogne nessuno pativa la fame, si era al riparo dalle rappresaglie repubblichine e tedesche e i ragazzi di leva ebbero l’esonero dal servizio militare se assunti alla COGNE, i famoso "foglio di congedo illimitato" Roberto Nicco, storico  e studioso della Resistenza in Valle d’Aosta lo racconta così: “In seguito a questi accordi la Valle di Cogne diventa una delle zone più sicure di tutta la regione e si decide perciò di trasferirvi da Fenis, il 9 agosto, il Comando del sottosettore Alta e Media valle… Per alcuni mesi Cogne sarà il centro del movimento partigiano valdostano. Parecchi giovani renitenti accorrono ad ingrossarvi le file e gli antifascisti aostani individuati dalla polizia vi trovano un sicuro rifugio…” (Roberto Nicco, La resistenza in valle d’Aosta, Musumeci).

In paese, dopo poco più di un mese, dall’iniziale gruppo di trenta partigiani, si arrivò a più di quattrocento, provenienti da gruppi diversi o sopraggiunti  individualmente in quello che era diventato un porto franco e addirittura una Repubblica Partigiana, nell’Italia ancora fascista e occupata dall’esercito tedesco. La banda che aveva occupato Cogne per prima, era composta da gruppi di provenienza diversa al comando di tre ex ufficiali degli alpini: Vigo (Chantel), Biondo (Canova), Plik (Cavagnet). C’era poi un secondo gruppo, di comunisti "garibaldini", al comando di Dulo (Ourlaz) e di Giuliano Calosci ex operaio della COGNE, che portavano una fascia rossa sul braccio con ricamata la falce e il martello successivamente sostituito dalla stella rossa su fondo bianco e verde. Si erano installati in disparte, verso Sylvenoire, per non essere troppo invadenti. Ma uno di loro, il comandante Vigo, si era invece piazzato in albergo. Era un ragazzo prepotente e violento, che fu presto destituito. Poi era arrivato il gruppo della "Scuola degli Alpini" (reparto alpino della leva repubblichina, passato in blocco con i partigiani) al comando di Leo (Leo Garanzini). C’era poi il gruppo di Laurent Ottoz, Mario Ferina e Falco(Mario Bechaz), che aveva radunato partigiani molto validi, ma poco inclini ai grandi assembramenti e alla disciplina militare o all’appartenenza a partiti politici.

Infine gli "svizzeri". Questi erano arrivati in paese a gruppetti, rientrati clandestinamente in Italia ed erano ragazzi che,  avendo disertato l’esercito di Salò, si erano rifugiati in Svizzera, dove erano stati inquadrati dalle organizzazioni antifasciste e molti erano entrati nel partito comunista, e pertanto aderirono alle bande "garibaldine" Li organizzava tutti militarmente, se non politicamente, il Comandante Plik, il Maggiore degli Alpini Giuseppe Ferdinando Cavagnet, nativo di Cogne.

All’inizio i partigiani non possedevano mezzi di trasporto e, per le azioni in fondo valle, avevano addirittura usato la corriera regolare! Poi venne prelevato un camion, il famoso Trerò  guidato da Cino Glarey. Il camion partiva dalla piazza, carico di ragazzi armati che cantavano "Lassù sulle cime nevose", una bella canzone degli alpini, adottata dalla Resistenza. Su tutte si alzava la bella voce di Arturo Verraz, che poi perse la vita in un combattimento a Sarre. La banda della "Scuola degli Alpini" prese il suo nome, diventando "banda Arturo Verraz".

Uno degli "svizzeri", Ugo Pecchioli, era stato compagno di scuola di Giorgio Elter ; diventò dirigente nazionale del PCI nell’Italia liberata e del PDS poi: “Durante i primi giorni io, Ruggero Cominotti, Giorgio e Giulio Elter, Nello Corti e altri fummo ospiti dei frati a Martigny …Poi gli svizzeri ci misero nei campi di internamento…” (Ugo Pecchioli, Tra misteri e verità, Baldini & Castoldi).

Rientrati clandestinamente a Cogne,  presero parte all’occupazione partigiana di Cogne. “…arrivò a Cogne un reparto di alpini italiani del Btg. Aosta ricostituito dai repubblichini.  Il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) aveva consigliato loro di aderire e poi, appena equipaggiati e armati, di disertare e passare alla Resistenza.

Tra gli altri c’erano Giuseppe Cavagnet (Plik), Giulio Dolchi (Dudo), Armando Canova … Eravamo una settantina…”  (Ugo Pecchioli op.cit.) A Cogne transitarono persone in fuga, persone comuni e altre, che in seguito divennero note, come Giulio Einaudi e Nerio (Saverio Tutino) Gaddo (Gianfranco Sarfatti) Martin (Walter Fillak) o Sandro Pertini, c’erano famiglie intere di sfollati,  e alleati ex prigionieri dei tedeschi. Non tutti si salvarono. Nell’estate del ’45, di ritorno dalla Val d’Isère,  Grigia (Franco Berlanda) scoprì i resti dei corpi di trentadue inglesi, ex prigionieri dei tedeschi, che l’inverno precedente avevano tentato l’attraversata, ed erano rimasti sotto una valanga. Altri morirono per la fatica, o nei rastrellamenti.

Occorre ricordare il sacrificio di Lola (Aurora Vuillerminaz), moglie di Dulo (Giulio Ourlaz), che guidava i fuggiaschi attraverso i valichi alpini da e per la Francia e il 16 ottobre 1944 alla fine del suo ultimo viaggio, pare per una soffiata, fu bloccata a Villeneuve dai repubblichini e fucilata assieme ai suoi compagni di sventura. Prima si scusò con loro per non essere riuscita a portarli in salvo e gridò: "viva il comunismo!", e questo noi sappiamo dalla testimonianza di Raimondo Lazzari, che rimasto soltanto ferito si finse morto come nei film e fu soccorso dalla popolazione e ricondotto a Cogne.

Nella officina della miniera furono costruite armi.  Ne hanno parlato i due fratelli Carrara, Roberto Nicco, e lungamente Technical (Breuvé) ,allora diciottenne allievo della Scuola COGNE, trasferito da Fenis a Cogne per eseguire i disegni che avrebbero permesso ai tornitori dell’officina della COGNE di costruire i pezzi di ricambio degli sten; e molti altri: “A Cogne la maggior parte del personale della Miniera, collaborò attivamente con me per facilitare l’opera del Comando locale che divenne poi per un certo periodo di tempo il Comando generale della Valle d’Aosta. Citerò tra i più attivi, oltre al sig. Marchionni già nominato, il nostro medico dott. Alessio Ansermin e il sig. Antonio Arizio, che riuscì a fabbricare con la collaborazione del personale della nostra piccola officina alcuni mitragliatori sten di perfetto funzionamento, che meravigliarono e riscossero il plauso della Commissione Alleata che verso la metà di settembre venne dalla Francia a ispezionare le nostre posizioni; i signori Rodolfo Jeantet e Francesco David che si prodigarono per l’organizzazione logistica, il secondo essendo anche stato il primo Sindaco liberamente eletto del Comune di Cogne; il sig. Guado capo minatore impiegato come specialista in alcune azioni di sabotaggio.

Gli operai elettricisti si prestarono per eseguire il collegamento telefonico con tutti i posti avanzati. Il servizio di disciplina era assicurato regolarmente dai carabinieri che avevano aderito al movimento e fu perfino provveduto alla protezione dei pochi esemplari di stambecchi rimasti nel parco del Gran Paradiso, mediante un servizio di guardia caccia." (Franz Elter – memoriale  3).

“Viene attrezzata un’officina per riparare le armi, vi si costruiranno anche delle mine, denominate V2, e degli sten. Sono indette elezioni per la nomina dell’amministrazione comunale…” (R.Nicco, op.cit). “Alla COGNE si poteva costruire qualche Sten ma non le munizioni che erano molto scarse (alla battaglia della presa io avevo 6 caricatori!). Credo che in occasione della visita alleata sia stato concordato un lancio di armi. Pochi giorni dopo fui mandato con altri 5 partigiani a Peradza, dove dovevamo aspettare il lancio accendendo i classici tre fuochi a triangolo. Aspettammo inutilmente per una settimana! Gli alleati pensarono evidentemente che fosse meglio aspettare la fine di ottobre, quando ormai nevicava, per farci sapere che potevamo andare a prenderci le armi in Francia. A proposito del trasporto armi vorrei ricordare Gratton (ex portatore, morto di stenti dopo la guerra) che, sorpreso dai fascisti mentre cercava di tornare a Cogne, è stato deportato a Mathausen. (Una volta che gli avevo chiesto del campo di sterminio, mi aveva detto: “Il mangiare non era tanto buono!”)” (testimonianza di Piero Elter).

Il fratello di Aurora, Emilio Martinetto, classe 1919, entrato quasi bambino allo spaccio della COGNE, a servizio a casa Elter per qualche tempo, fu richiamato nel ‘40 alla dichiarazione di guerra e spedito in artiglieria di montagna sul Piccolo San Bernardo  e successivamente in Jugoslavia. Al ritorno entrò alla COGNE in officina, e ha sempre lavorato di precisione al tornio nel suo laboratorio. Era un uomo alto,  bellissimo, che ricordava Burt Lancaster. “…A Cogne c’erano pochi fascisti, come un certo Canu, che ha denunciato ai tedeschi dove nascondevamo le armi; noi costruivamo gli sten e i parabellum in officina, con la canna lunga così…Io lavoravo dalle cinque all’una, costruivo bombe da portare giù a St.Pierre;  facevamo una scanalatura larga un centimetro, che potesse disintegrarsi…L’avevamo provata su a Valnontey, era formidabile… Abbiamo avuto delle spie, sì. C’era Césarion del Bellevue e c’erano i fascisti da lui, e lui ascoltava tutto quello che dicevano; aveva fatto un buco in cantina e andava a ascoltare; ha rischiato grosso. Una signora (non dico il nome per rispetto dei famigliari) ha fatto la spia, lui andava a raccontarle tutto …I fascisti l’hanno mandato a chiamare: “Ci dicono che tu sei un rosso, un comunista.” E lui ha detto: “Ma cosa volete… la gente parla, solo perché sono uno che non va tanto in chiesa, fan che dire, che sono comunista! Non sono uno di chiesa, ecco tutto.” Così si è salvato…”.

Segue

La Repubblica Partigiana di Cogne – 3 –

E naturalmente c’era Dudo, quel Giulio Dolchi indimenticabile e esemplare, che tutti hanno conosciuto. Segretario del PCI e sindaco di Aosta, diventò anche Presidente del Consiglio e Presidente mondiale delle città gemellate dopo la guerra. A Cogne dirigeva la radio e apriva le trasmissioni con la celebre frase: “Puisque nous poussions dire demain notre parole”. Orsetta Elter aveva allora tredici anni: “…Lì alla sera c’era la trasmissione della radio.. Io mi arrampicavo da fuori sulla finestra e da lì vedevo e sentivo tutto. Pierino Vuillermoz faceva suonare una grossa campana delle mucche e poi Dudo, con la sua voce squillante diceva: “Allò, allò, ici radio Vallée d’Aoste libre, pour que nous pouissions dire demain notre parole. Soldati della Repubblica, la nostra vittoria è prossima e certa, ripetiamo, prossima e certa! Se volete salvare da condanna sicura la vostra vita, presentatevi armati ai nostri posti di blocco prima che sia troppo tardi”.

Pierino e Cretier cantavano Meleyie e qualche volta Montagnes valdotaines. Poi Pierino suonava di nuovo la campana e la trasmissione era finita… Avrei da raccontare un’infinità di eventi e di persone…I cecoslovacchi coi cavalli, la dolcezza di Plik, il sorriso di Dudo, la timidezza di Mario Bechaz, Ottoz coi suoi “ottoz uomoz”, il Biondo, Gaddo (Walter Fillak), Caracciolo che mi pareva vecchissimo e pieno di saggezza, il moschetto di Piero, che una volta mi ha prestato – scarico – perché gli avevo fatto il piacere di andargli a comprare delle pere; io ero andata in paese tutta gongolante con quel moschetto e Mihailovitch, che faceva il cuoco per i partigiani alla casa dei Francesi, mi aveva sgridata, aveva detto: “Non c’è niente di più brutto che bambini con le armi!”.

Furono indette libere elezioni, e per questo scopo vennero convocati i capifamiglia del paese, che elessero un sindaco, Francesco David. Venne stampato un giornale, il Patriota, che fu diretto da Giulio Einaudi e da Saverio Tutino. C’era anche una situazione molto conflittuale tra orientamenti politici diversi, che alimentò una discussione permanente, a tratti anche aspra, ma certo più vitale del lungo sonno armato fascista.

In paese, il privilegio degli esoneri dal servizio militare, il famoso Foglio di Congedo Illimitato, grazie alla Miniera e all’Acciaieria di Aosta, faceva sentire la guerra più lontana e questo sicuramente aveva contribuito al sentimento comune di fastidio se non di vera e propria diffidenza, degli abitanti, verso l’occupazione partigiana. In aggiunta al fatto che quattrocento persone in più, forestieri  e improduttivi, in un paese di duemila abitanti, aveva creato indubbiamente un  impatto pesante sulla comunità. I vari "gruppi" si erano infine installati nei vari alberghi. Il Comando in una Villa privata. Per tre mesi, nell’estate del ’44 il paese fu preso praticamente in ostaggio, mentre l’attività mineraria continuava la sua produzione.

Ben presto diminuirono le scorte, accumulate nei magazzini della miniera .  Perciò si dovette procedere a una serie di espropri, di latte, formaggio, carne, che venivano retribuiti, ma rimanevano comunque degli espropri. Questo soprattutto aveva aumentato l’ostilità verso i partigiani. Solo gli operai e i minatori simpatizzavano e collaboravano con loro, e i pochi abitanti che erano stati in guerra. E sapevano. Il 6 settembre morì Giorgio Elter durante un’azione al posto di blocco fascista del Pont Suaz. La banda Arturo Verraz prese il suo nome. Dopo settant’anni di relativa democrazia, di relativa libertà, è difficile comprendere l’enormità di ciò che accadeva a Cogne, un pezzetto di Italia liberata dalla dittatura, un paese “autogestito”, grazie alla risorsa della Miniera e alla lungimiranza  dei suoi dirigenti, grazie agli incontri del caso.

Un paese governato in modo democratico da persone di provenienze le più disparate sia a livello sociale, sia geografico, in prevalenza giovanissimi, con l’entusiasmo e la generosità dei vent’anni, nati e vissuti in regime dittatoriale sotto il fascismo, le famiglie – borghesi – degli sfollati, gli operai della miniera, accanto ai cogneins, che a quella miniera dovevano la propria salvezza, come era già avvenuto in passato, in quell’altra miracolosa stagione determinata dal dottor Grappein. E non bisogna dimenticare la partecipazione attiva delle donne nella Resistenza, una partecipazione senza precedenti. Tutto finì il 2 novembre con la famosa battaglia di Cogne. I partigiani erano poco equipaggiati.

Gli alleati avevano tardato molto a inviare i rifornimenti di armi e munizioni promessi (un ritardo intenzionale?). Certo quando i cogneins poterono organizzarsi per andare a prendere le armi in Francia si era già in ottobre e già cominciava a nevicare. Non solo partigiani e operai, ma la più parte della popolazione civile si organizzò in squadre per questo compito. Lo ricorda Attilio Burland, un cognein nato in Francia. A Parigi abitava nel 3°arrondissement in rue Brocard 119 , la cosiddetta “via dei Cogneins”: “…tra il 119 e il 121 eravamo cinquanta!”.

Venuto a Cogne per la prima volta a quindici anni e subito spedito a Colonna… Aveva lasciato la scuola a quattordici anni e aveva lavorato in una delle più importanti tipografie di Francia che si chiamava La Grave:  “Partivo da Parigi dove lavoravo in camicia bianca per venire a spostare delle benne a Colonna! Puoi ben immaginare… una differenza enorme!”. Da Colonna guardava il Monte Bianco sognando un giorno di ritornare a Parigi. “…Poi sono arrivati i partigiani. Nel momento vero e proprio dei partigiani di Cogneins non ce n’erano, perché i cogneins lavoravano; quando poi c’è stato bisogno, allora non si sono tirati indietro… Nell’autunno del ’44 c’era la neve, e bisognava andare a prendere le armi in Francia; avevano organizzato dei gruppi di portatori, che si sono poi scaglionati da qui alla val d’Isère. In quel momento in molti hanno dato una mano. Tutti i portatori erano di Cogne… C’era una squadra che andava in Valsavaranche, un’altra partiva da lì, da Pont e andava al Col di Galisia a prendere le armi e a portarle alla squadra che da Pont ritornava qui. C’era una rotazione…”

“L’organizzazione di cui parla Burland non è però entrata in funzione. Purtroppo i partigiani hanno dovuto sgomberare Cogne (soprattutto per l’esaurimento delle munizioni) prima dell’arrivo delle armi. Mario Bechaz mi raccontava che avevano incontrato la corvée fra il Nivolet e la Galisia e avevano deciso di andare egualmente in Francia pensando di poter ritornare rapidamente in Italia con le armi. Purtroppo non fu così perché i francesi li internarono appena arrivati in Francia. Solo pochi (fra cui Mario Bechaz) poterono tornare più tardi (inverno e primavera ’45) per azioni di commandos in Valle d’Aosta, mentre altri poterono raggiungere le valli piemontesi. Aggiungo ancora che oltre ai Cogneins erano andati in Francia anche molti partigiani che mancavano perciò al momento dell’attacco del 2 novembre, fra cui Dulo.(Giulio Ourlaz)” (testimonianza di Piero Elter). Si arrivò alla “battaglia di Cogne”; i nazifascisti che salirono per sgombrare Cogne il 2 novembre 1944 erano un migliaio ben armati. Erano favoriti da uno spesso nebbione e dalla neve. Data la differenza di mezzi e di uomini, i militi riuscirono a risalire la stretta vallata fino a Vieyes mentre i partigiani scelsero di attestare la difesa nel punto più stretto della strada, in località La Presa, circondata da alti bastioni di roccia. Allora quel tedesco disertore, Herzberg in bicicletta, scese fino al ponte di Chevril e lo fece saltare.

I resti del ponte di Chevril sono crollati nel dicembre 2010; fino ad allora erano  visibili, vicino a quello nuovo. Grazie a questa azione i nazifascisti dovettero abbandonare gli armamenti pesanti. Poco dopo, per un attimo si alzò la nebbia come una tenda. I partigiani attestati sui bastioni di roccia ebbero la visione nitida dell’esercito che stava avanzando lungo la gola e spararono, ininterrottamente, dalle 14,30 fino a sera. Durante la battaglia, durata tutto il giorno, solo un ragazzo della banda era stato leggermente ferito mentre i militi si erano ritirati velocemente lasciandosi dietro, zaini, armi, viveri e numerose vittime. Nonostante la vittoria, il Comando decise l’evacuazione con la certezza che il secondo attacco sarebbe stato fatale. Parte della popolazione civile di Cogne aveva già abbandonato le case dal mattino presto e la sera stessa una colonna di uomini e donne lasciò Cogne per una lunga marcia verso la Val d’Isère. “In qualità di Direttore della miniera della COGNE ho ritenuto mio dovere di resistere alle direttive collaborazioniste dall’8 settembre ’43 in poi. Ho agito dapprima con molta prudenza, perché un arresto improvviso della produzione mineraria avrebbe provocato probabilmente la graduale asportazione degli impianti e la deportazione della mano d’opera… Durante il periodo dell’occupazione di Cogne da parte delle truppe partigiane ho cercato di contribuire con tutte le mie forze perché queste fossero fornite di viveri dai magazzini della miniera, di esplosivi, di indumenti, eccetera. Fu anche iniziata con successo la fabbricazione di bombe ad alto potenziale e di fucili mitragliatori. Detti inoltre la mia collaborazione tecnica e partecipai ad atti di sabotaggio della ferrovia in fondo valle. Le interruzioni frequenti di ponti e della linea ferroviaria riuscirono opportune e solo una minima parte della produzione siderurgica di Aosta poté essere esportata mentre 40.000 tonnellate di acciaio rimasero sui piazzali di Aosta… Due dei miei figli hanno combattuto con l’esercito partigiano. Uno di essi cadde in combattimento il 6 settembre 1944 per la causa dell’umanità e della libertà della patria… (Franz Elter, memoriale numero due, n.p.). Nonostante il fine comune della Liberazione dal nazifascismo, il movimento partigiano della Resistenza non fu mai veramente unito e concorde, al contrario fu attraversato anche da momenti di confronto molto aspri e conflittuali. Il germe della società democratica pluralista stava prendendo vita così, tra le montagne.

fine

Mario Luzi – Muore ignominiosamente la repubblica

Mario Luzi

Muore ignominiosamente la repubblica

Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima – cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.