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La Banda Carità – Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Il laboratorio dell’umiliazione di Amleto Sartori

Sono stato arrestato due volte. La prima volta verso il 12 febbraio 1945 circa alle 10 del mattino. Mi trovavo nella canonica della Chiesa di S. Prosdocimo dove avevo un appuntamento col parroco don Antonio Varotto per metterei d’accordo circa un lancio di manifestini e la fabbricazione di documenti per i partigiani indiziati. C’erano con me, oltre al parroco, il partigiano Fernando Cardellin (Giga), il capo partigiano di Solesino e il capo partigiano Marcello Olivi (Ronco). Ad un tratto fummo avvertiti che la casa era circondata dalle SS. Non facemmo in tempo a muoverci. Subito dopo, attraverso la vetrata opaca della stanza, riconobbi la nota figura del tenente Trentanove. Lui e altri due o tre figuri irruppero nella stanza e ci portarono fuori dividendoci l’uno dall’altro. Dopo un sommario accertamento dei documenti, gli altri furono rilasciati e io portato a Palazzo Giusti: ebbi uno stringato interrogatorio circa le ragioni per le quali ero in contatto con il parroco. Fui accusato e minacciato violentemente dal Corradeschi, da Mario Chiarotto e dal Trentanove. Negai ogni addebito e addussi la giustificazione di certi lavori di scultura che avevo in corso per la chiesa. Non venni battuto. Alla sera fui rilasciato. li secondo arresto avvenne a circa un mese di distanza dal primo. Mi trovavo nell’atrio dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico », dove insegno, circa alle nove e mezzo del mattino. Senza farsi notare, entrò un uomo con un giaccone di cuoio che mi sembrava aver visto altrove. Si trattava del Cecchi; quando lo riconobbi, il custode mi aveva già indicato a lui. Fui dal Cecchi pregato di seguirlo, perché, disse, « il maggiore Carità ha bisogno di qualche informazione da voi ». Ebbi appena il tempo di raccogliere il soprabito e di avvertire un amico perché fosse dato l’allarme. Andammo a Palazzo Giusti a piedi Dopo circa un’ora e mezza di attesa fui introdotto in una stanza (l’ultima a destra entrando nel salone dallo scalone), dove il tenente Trentanove sedeva alla scrivania parlando animatamente con un tipaccio che seppi poi essere lo Squilloni. Vi erano anche altre persone. Il Trentanove mi riconobbe subito e mi ricordò l’aria offesa che avevo assunto al mio primo arresto, protestando la mia innocenza. lo Squilloni ‘ si fregava le mani e beveva gran sorsate di grappa da una bottiglia. L’interrogatorio cominciò con una cortesia esagerata e quindi sospetta. Ad un tratto, per effetto delle mie continue negazioni, lo Squilloni s’infuriò; trasse dal cassetto una tavoletta di legno e mi chiese se la riconoscevo (si trattava di una xilografia rappresentante un asinello con un carrettino carico di sigarette che era stata fatta per beffeggiare le autorità ricordando il trafugamento di quattro quintali di sigarette per i nostri partigiani come strenna natalizia; il legno era stato trovato in tasca di Renato il giorno in cui era venuto a morte per mano loro). Lo Squilioni ribatté alla mia negazione battendomela più volte violentemente sulla testa. lo reagii urtandolo. Fui preso alle spalle da qualcuno e tenuto fermo affinché lo Squilloni potesse picchiarmi coi pugni sulla bocca e sul naso, e coi gomiti sul ventre. Quando dio volle lo Squilloni fu chiamato in un’altra stanza. Restai senza fiato e tramortito. Ricordo vagamente che qualcuno rideva di me e del sangue che mi usciva di bocca. Poco dopo fui portato nell’ufficio del maggiore Carità. Vi erano presenti molte persone, tra le quali ricordo il medico Pugliese, il Chiarotto e un colonnello dell’aviazione in divisa con il rombo rosso di squadrista. lo Squilloru mi illustrò come l’incisore della copertina del Pinocchio e di tutte le vignette apparse sui giornali clandestini, dicendo di avere assolto il suo mandato e mantenuta la sua promessa individuandomi e arrestandomi. Mentre Squilloni parlava, fui perquisito e spogliato di quanto possedevo; mi si lasciò solo il fazzoletto inzuppato di sangue.

Il maggiore Carità ringraziò lo Squilloni e cominciò a dire di essere ormai in possesso di tutte le prove contro di me e di poter disporre della mia vita come voleva e che mi conveniva parlare se volevo salvare la pelle. Ebbi offese di tutti i generi. io negavo. Il colonnello durante un attimo di tregua aggiunse: «Carità è troppo buono, ma io ti porto via con me e ti faccio impiccare ad un albero della mia caserma». L’interrogatorio si protrasse per più di due ore. Fui poi portato al piano superiore in una sala dove c’era un caminetto e li rimasi da solo, sorvegliato da un aguzzino che seppi poi chiamarsi Marzotto. Questo tristo figuro, probabilmente per indurmi a fare delle delazioni, ebbe l’animo di raccontarmi quello che avrebbe fatto di me se non aderivo alle richieste del maggiore, raccontandomi dei mezzi che erano a loro disposizione. Mi sentii sollevato quando vidi apparire col pentolone della broda l’amico Zanocco. Scambiai due parole con lui, di nascosto, mi misi d’accordo su certi punti in caso di confronti personali. Rividi Zanocco a sera con l’altro pasto e gli parlai ancora. Durante tutto il giorno fino al cambio dei secondini ebbi il Marzotto alle costole, poi l’Accomanni. Verso le undici di notte fui chiamato dal Carità. Ebbi da lui ancora minacce e dovetti rispondere a molte domande. Quando il Carità se ne andò, rimasi con lo Squilloni ubriaco. Erano presenti il Cecchi, Mario Chiarotto e altri che non ricordo. Fui nuovamente accusato. Negai. Questo infuriò lo Squilloni che si levò l’orologio da polso, il soprabito e la giacca e mi picchiò alla cieca fino a perdere il fiato e a mostrarmi compiangendosi le mani gonfie e arrossate. io temendo di essere tacciato di vigliacco e di irritarlo gridando, non mi lamentavo. Questo lo irritava ancor più. Per battermi non adoperò più le mani e riprese la tavoletta di legno, che era il massimo capo d’accusa, il calcio di una pistola e la guaina di un pugnale che era sul tavolo. Smise di battermi quando fu chiamato al telefono dal maggiore Carità che gli chiedeva a quale punto fosse arrivata la conversazione. Lui rispose che con le buone maniere mi aveva quasi « convinto ». Avevo la testa in fiamme e doloravo dappertutto. Mi lasciò dichiarandomi fortunato perché aveva una cosa più importante da fare, altrimenti mi avrebbe scavato tutto quella sera. Il Cecchi e il Chiarotto non fecero parola durante tutto l’interrogatorio. Da come mi trattarono, credo che ispirassi loro pietà. Passai la notte nella sala del caminetto su una seggiola, col solo guardiano. Mancavano i vetri alle finestre; il freddo, le umiliazioni e le botte mi provocarono una gran febbre; avevo forti brividi alla schiena, la testa era infiammata. Il mattino seguente lo Squilloni mi fece ancora chiamare. Ebbi altri colpi. Alla sera lo stesso. Il bastonatore era furibondo. All’interrogatorio del mattino aveva assistito anche una signorina bionda che seppi poi essere la figlia maggiore di Carità. Ricordo che essa rise di gusto vedendo la mia faccia pesta con la bocca gonfia e storta. Alla sera, questa stessa, probabilmente accecata da qualcosa che ignoro o per pura malvagità, mi si avvicinò e dandomi due schiaffi mi disse: «Che non si riesca a vedere umiliato questo delinquente! ». Ricordo che per l’umiliazione, il male che sentivo dappertutto e specialmente per l’alito odorante di grappa dello Squilloni, quella sera svenni due volte. . Dopo l’interrogatorio fui portato nuovamente al piano superiore, dove poco più tardi mi alloggiarono in una cella già abitata da sette od otto persone. Ricordo che mi si aperse il cuore quando vidi il professor Zamboni. Nella mia ingenuità gli ricordai che lo conoscevo e che l’avevo visto parecchie volte dal tipografo Zanocco. » Per carità! – esclamò lo non sono mai stato da Zanocco, non lo conosco neppure ». Capii che avevo fatto male e che un eventuale delatore o un compagno debole avrebbe potuto rovinarci. Zamboni era, credo, il più anziano ospite di Palazzo Giusti e la sua esperienza era tale che i consigli che ebbi da lui mi furono di molto conforto e aiuto. Con noi nella cella vi erano: don Giovanni Apolloni, il signor Faccio di Vicenza, il dottor Miraglia e altri di cui mi sfugge il nome. Nella cella accanto c’era, assieme a molti altri, il professar Meneghetti: per mezzo di Zanocco, ci accordammo di non conoscerci. Con i miei buoni compagni di cella passai tre giorni durante i quali ebbi altri due o tre interrogatori: uno con lo Squilloni che mi somministrò qualche altro schiaffo, gli altri col maggiore Carità, presente il tenente Trentanove che con le sue pretese esperienze artistiche era il mio maggiore accusatore. In quei giorni ebbi forti malesseri e febbri. Alla mattina del terzo giorno di cella, chiesi visita e il dottor Pugliese decise di farmi ricoverare in ospedale dicendo che li sarei stato un po’ tranquillo perché altrimenti il Carità e lo Squilloni mi avrebbero « accoppato ». Nel pomeriggio mi trasferirono. In infermeria trovai il professar Cestari che aveva appena superato una pleurite traumatica contratta in seguito ai colpi avuti, il signor Avossa, il dottor Sotti ancora sofferente di commozione cerebrale per i colpi ricevuti, l’ingegner Casilli di Venezia. Dopo un giorno o due vi fu portato anche un partigiano con una gamba ingessata, che noi chiamavamo Mario, e don Luigi Panarono, parroco di Nove di Bassano, con costole rotte e il viso e il corpo pieni di lividure. In quei giorni fui lasciato tranquillo. Alle ansie, ai batticuori, ai tormenti morali e fisici si deve aggiungere una sera di spavento terribile. Si tratta dell’ultimo bombardamento notturno di Padova. Di solito, al segnale d’allarme, i detenuti venivano portati al piano terra e guardati a vista. Quella sera, subito dopo il segnale d’allarme, si udirono sopra la città i ronzii degli apparecchi. Le guardie con i detenuti pronti si recarono come al solito al piano terra. Noi dell’infermeria eravamo tutti a letto e ci mancò il tempo di vestirci che già trovammo le porte chiuse. Dovemmo rimanere dov’eravamo, col solo soffitto che ci proteggeva, all’ultimo piano e in zona relativamente vicina alla stazione di San Sona. Udimmo le prime bombe cadere lontano e sentimmo il palazzo tremare. Alla prima scarica, ne fecero seguito parecchie altre sempre più vicine. Sentivamo i sibili delle bombe e degli spezzoni sopra la testa. Dalla finestra aperta sul giardino vedevamo gli scoppi e le colonne di fumo levarsi. Entravano vampate d’aria calda. La casa ballava sotto i piedi. A meno di duecento metri da noi un edificio bruciava. I nostri aguzzini erano al sicuro in un trincerone che i nostri compagni avevano scavato nel cortile. Dopo circa dieci giorni, fui chiamato ancora una volta per essere interrogato. Mi interrogò il Corradeschi. Lui compilò anche un verbale. Fu chiamato per la perizia della xilografia il professar Francesco Canevacci, direttore dell’Istituto d’Arte «Pietro Selvatico »: risultò negativa (almeno per loro). Fui rilasciato nelle prime ore del pomeriggio dopo aver firmato una dichiarazione che imponeva il silenzio su quanto avevo visto e sentito a Palazzo Giusti.

Dalla Testimonianza per il processo alla banda Carità.

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

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