I 29 Martiri di Figline di Prato

I 29 Martiri di Figline

Dalla seconda metà di giugno, quando venne costituita, La Brigata Buricchi aveva sempre stazionato al Pian delle Vergini in cima al monte Iavello, dov’era già stata la base della dissolta Orlando Storai.
Il raggruppamento, che in poco tempo raggiunse una buona consistenza numerica, operò nella zona fino al 5 settembre del 1944 giorno in cui iniziò la sua marcia verso Prato con circa 250 uomini, con alla testa Armando Bardazzi comandante militare della formazione e Carlo Ferri commissario politico.
L’ordine era di scendere verso Prato evitando ogni tipo di scontro con i tedeschi, in vista della prossima liberazione della città.

Ci sono varie versioni sulla paternità dell’ordine di scendere. La brigata iniziò la sua discesa parecchio in ritardo sull’ora programmata.

La colonna, abbastanza lunga, percorse il primo tratto di strada sul crinale e, a Piandemassi, prese il sentiero piuttosto ripido che porta alla Collina.
Dalla mattina il Salinari con una squadra di trenta uomini controllava che tutto fosse a posto durante la discesa.
La colonna evitò l’abitato di Cerreto, prendendo il sentiero che porta alla Pesciola e lì si fermarono raccogliendosi nell’ampio spazio accanto alla cascina.

A questo punto accadde un fatto imprevisto:
Il Fabbrini, la staffetta alla quale era stato affidato il compito di guidare la formazione da quel momento in poi non c’era.
Vi fu una consultazione tra i comandanti, i capisquadra ed i partigiani presenti sul posto; venne deciso di andare avanti. Così Renato Diddi e Salinari guidarono la colonna al posto della staffetta che non si era presentata, senza inconvenienti fino a Pacciana.
I tedeschi erano arrivati a Vainella ai primi di Settembre.
Piazzarono due obici nella valle, poi presero tutti gli uomini validi e fecero scavare delle postazioni per mitragliatrici e armi individuali nei dintorni, quasi delineando una mezzaluna al di sopra di Villa Massai.
I tedeschi sapevano tutto, dunque, sullo spostamento della Buricchi.
Erano in attesa e non sapremo mai come la cosa fu possibile.
Certo è che la segretezza per una operazione simile, si era andata progressivamente attenuando con i giorni che separavano l’ordine, dalla discesa dai Faggi.

Non si sa quanti fossero i tedeschi ad attendere i Partigiani, ma certamente erano ben armati e pronti a colpire quella brigata che aveva dato loro tanti problemi e che mai avevano osato andare a sfidare ai Faggi di Iavello.

A Pacciana erano le quattro del mattino e una voce in puro italiano gridò:

Arrendetevi vigliacchi!

A mia volta gridai ai partigiani:

Pronti a far fuoco!

Eravamo circondati. I tedeschi lanciarono i bengala e cominciarono a far fuoco.

Così scrive Carlo Ferri di quelle drammatiche ore.

Quei ragazzi allenati a colpire e dileguarsi erano capitati sotto il tiro preciso delle mitragliatrici tedesche, piazzate con studio, irraggiungibili, azionate insieme o alternativamente per non dare il tempo e la possibilità di respirare.
Lo scontro fu durissimo e ai partigiani non restava che sganciarsi e ritirarsi.
L’ordine era che in caso di attacco si dovevano ritrovare alla base, cioè ai Faggi.
Il Bardazzi e altri, cercarono di dirigervisi, ma furono catturati.
Riuscirono a liberarsi uccidendo due tedeschi. Poi nel pomeriggio tornarono sul monte Iavello, ma furono di nuovo catturati dai tedeschi arrivati lassù prima di loro. Si liberarono con un’azione che portò alla morte di Ferruccio Moggi sui tornanti della strada alla Collina.

Fino all’alba durò la violenta sparatoria.
Era la mattina del 6 settembre.
Poi ebbe inizio il setacciamento del territorio e la caccia all’uomo.

Intanto a Figline i partigiani catturati furono alla meglio raggruppati con le mani alla nuca, e condotti almeno in parte a Villa Nocchi Una trentina di loro furono schierati davanti al portone d’ingresso. La messa in scena durò pochi minuti. Il comandante aguzzino tedesco fece tradurre da Franz

Poiché siete civili trovati con armi e munizioni,

vi condanno a morte tramite impiccagione!

Altri quindici partigiani che erano riusciti a confondere i tedeschi affermando di essere degli sfollati, tra i quali anche Salinari, attendevano sotto il portico del contadino di essere trasferiti a Bologna. I condannati furono incolonnati e condotti verso Figline, mentre i tedeschi cercavano le corde per compiere la strage
La cronaca degli ultimi avvenimenti è stata scritta da Argilano Bailonni al quale i tedeschi vollero fare assistere affinchè potesse testimoniare la barbarie del loro gesto.

Così è oggi il luogo dell’impiccagione


Sotto le travi della via oggi intitolata ai martiri a Figline furono impiccati 29 partigiani appartenenti alla brigata Buricchi.
Appoggiati al muro della Bardena con le mani incrociate alla nuca attesero il proprio turno.
Soo due partigiani riuscirono a salvarsi approfittando dello scompiglio che alcune cannonate alleate avevano creato sui tedeschi:
Santino Grassi e Romano Villani.
Gli altri furono tutti impiccati. Sembra che solo 21 partigiani fossero sulla Bardena con le mani alla nuca, quindi secondo il macabro costume nazista, a Figline furono impiccati anche i morti. Fu persino impedito di benedire quei ragazzi, infatti don Milton Nesi li benedì da lontano

Quella triste giornata era finita:
con 7 feriti,

14 dispersi,

13 uccisi nello scontro

e 29 impiccati.

Questo fu il tributo che la sfortunata brigata Buricchi pagò a poche ore dalla liberazione della città.
Quei ragazzi che in quei mesi avevano combattuto un nemico potente, nei dintorni di casa propria, erano morti proprio alla soglie della conclusione della dura contesa.
Avevano combattuto come avevano potuto tra gente che si era dimostrata amica, chi pretendeva di asservili e umiliarli.
Avevano imbracciato un’arma ed erano saliti ai Faggi, con un’ideale d’indipendenza e di dignità, pagando con la morte il 6 settembre del 1944.

I tedeschi lasciarono sul terreno 7 uomini e si allontanarono con il loro fardello d’infamie.
Gli alleati stavano arrivando e la resa dei conti s’avvicinava.

Figline di Prato – Monumento ai 29 impiccati

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