Frantisèk Jirásek – Cecoslovacchia

Frantisèk Jirásek – Cecoslovacchia

Erano furiosi perché non dicevo niente.Lasciarono stare d’appendermi e presero a picchiarmi,a darmi calci, a schiaffeggiarmi, , a tirarmi per i capelli,me ne strappa­rono intere ciocche, furiosi come cani.Poi, con la faccia tutta gonfia dagli schiaffi, mi fecero fotografare

 

 

Frantisèk Jirásek

Di anni 25 – studente in medicina – nato il 13 luglio 1916 – residente a Praga — Dal 1935 membro del Komsomol*clandestino – espulso con 500 colleghi dell’Associazione degli Studenti di Medicina, fonda l’Associazione Democratica degli Studenti di Medicina   partecipa alla raccolta di aiuti per i combattenti della guerra di Spagna. Durante l’occupazione è organizzatore del gruppo studentesco comunista «Kostufra » con dei colleghi studenti e con dei medici dell’ospedale di Vinohrady stampa il giornale clandestino « Svo­boda » (« La Libertà ») -. Arrestato a Praga l’8 agosto 1940, da elementi della Gestapo, nella casa del suo collaboratore J. Havag, insieme a quasi tutti i medici del gruppo clan­destino – tradotto alla Pèkárna** di Praga, quindi alle carceri « Pankrác » e infine al campo di concentramento di Mauthausen (Alta Austria) -.

 

Giustiziato a Mauthausen nel febbraio 1942

[secondo altra versione, deceduto per esaurimento] — Dopo la Liberazione nominato Dottore honoris causa in medicina.

 

(Lettera fatta uscire dalle carceri « Pankrác » cucita nella biancheria).

Pankrác

Cara Jarmilka,

comincerò dal principio. Mi hanno preso l’8 agosto nella casa degli Havàs. Giovedí, a casa di Voda, hanno poi preso Spitzer e Stern. Io avevo con me 6o volantini e le matrici per il nuovo numero. Perciò con me si son dati piú da fare. Sono stato percosso con una canna sul sedere fino a svenire, e sulle piante dei piedi, sono stato schiaffeggiato e cosí via. Tutto questo durò ininterrottamente dalle 5 alle 9 di sera. Poi mi portarono, con il sedere rotto, al Pankrác e, alla mattina del giorno dopo, ricominciarono di nuovo. Poiché non riuscivano a tirarmi fuori nulla, si misero a intimidirmi dicendo che mi avrebbero fucilato. Cominciarono a promettere e poi di nuovo a bastonare. Mi legarono mani e piedi in croce e ciò per alcune volte, fino a che facevo pozzanghere di sudore e svenivo. Poi, visto che non dicevo la verità, dissero che mi avrebbero impiccato; che scrivessi a casa per dire addio a mia madre. Ho scritto: «Un saluto di cuore v’invia dal Pankrác il vostro Franta ». Questo li fece andare ancor piú in bestia. Cominciarono ad appendermi in quella stanza dove siete venuti a visitarmi la prima volta, poi mi portarono nei sotterranei e ripresero di nuovo. Sapevo che era tutta una commedia e non dissi nulla. Erano in due: un commissario tedesco e Smola, quel céco che c’era durante la vostra prima visita. Erano furiosi perché non dicevo niente. Lasciarono stare d’appendermi e presero a picchiarmi, a darmi calci, a schiaffeggiarmi, , a tirarmi per i capelli, me ne strappa­rono intere ciocche, furiosi come cani. Poi, con la faccia tutta gonfia dagli schiaffi, mi fecero fotografare. Nel frattempo interrogarono gli altri. Voda tenne duro. Cosi le percosse si alternarono con i confronti fino alla sera (senza mangiare), quando li portai a un immaginario appuntamento; la caccia andò a vuoto. Venerdí mi interrogarono e mi percossero fino alle tre di notte, poi fui trasportato al Pankrác e sabato mattina alle sei mi fecero alzare per ricominciare. Avevano già preso Milka*** 3, presso la quale trovarono del materiale, ma essa tenne duro e non parlò neppure durante le percosse. Nel pomeriggio li ho portati a un altro appuntamento immaginario.

Sabato mi interrogarono solo fino alle sei di sera. Erano annoiati e ormai stanchi. Non riuscivano mai a cavar fuori qualcosa da me. Do­menica pomeriggio, al Pankrác, mi misero le manette e cosí dormii am­manettato, e lunedí lo stesso. Non mi bastonavano piú tanto, soltanto m’ingiuriavano dicendomi « sauhund » **** e avevano rispetto di me. Poi­ché non poterono prendere disposizioni dai loro superiori, lasciarono noi 5 tutta la notte in piedi alla Peckàrna — ci facevano la guardia 3 poli­ziotti céchi — io ero sempre ammanettato. Siamo rimasti masti cosí tutto il martedi, senza che si accorgessero di noi. Dopo mi levarono le manette, po­temmo sederci e si concentrarono su di una nuova vittima. Sono rimasto, dunque, 35 ore quasi senza mangiare e 55 ore ammanettato come un cri­minale. Quando già avevano perduto la speranza di tirar fuori qualcosa da me, nella notte di martedì, catturarono il nostro dirigente. Poi mi misero solamente a confronto con i nuovi arrestati. Qui siamo in tutto 80-100 persone. Fuori sono rimasti solo dei relitti.

Mi hanno poi interrogato ancora, sino alla fine della settimana. Per quanto il mio sacrificio sia stato inutile e tutto sia andato all’aria, ho almeno la coscienza tranquilla di non aver trascinato neppure una per­sona al Pankrác.

Il 7 novembre è stata per me una grande festa. L’anniversario della Rivoluzione, 3 mesi di prigionia, e ho ricevuto da casa la biancheria, nella quale non ho piú trovato i miei bigliettini, ma invece la prova che i collegamenti con l’esterno erano allacciati. Ho passato la festa con lo spirito a Mosca, a casa mia e presso di te. La fiducia nell’Unione Sovie­tica e la convinzione dell’infallibilità del leninismo sostengono qui il mio buon umore.

La visita di Molotov a Berlino ha ancor di piú rinsaldato il mio otti­mismo. Affronto tranquillamente i giorni a venire e specialmente la pri­mavera del 1941 e ogni sera mi dico: siamo di un giorno ancora piú vicini alla libertà. E poi mi conforta anche la coscienza che la nostra disgrazia è trascurabile in confronto a quella di altri prigionieri che sono qui e di coloro che si trovano in tutta la Germania, e in confronto alla disgrazia di intere nazioni trascinate nella guerra. Ognuno di noi deve pagare il suo tributo a questa grande epoca.

E poi mi ricordo soprattutto di te e sono continuamente accanto a te.

Franta

 

Note

*Organizzazione della Gioventú Comunista.

**Palazzo di Praga, adibito a sede della Gestapo, tristamente ramoso per le sue camere di tortura,

***Milka Skrbkovà, una delle dirigenti del gruppo clandestino dei medici.

**** In tedesco: parola intraducibile da sau = scrofa e hund = cane.

 

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