Cesare Massai

I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

bandierarossa[3]

CESARE MASSAI

Cesare Massai è nato a Firenze il 12 febbraio 1911. ‘Tappezziere di professione, entrò a far parte del PCd’I nel 1938, dopo aver militato per un anno in un’organizzazione antifascista clandestina. In quell’anno fu arrestato e deferito al Tribunale Speciale che lo condannò a 7 anni di reclusíone. Uscito di carcere il 25 luglio 1943, dopo l’8 settembre, partecipò alla guerra di Liberazione nelle file della Resistenza fiorentina, prima come partigiano della formazione « Stella Rossa », comandata da Faliero Pucci, e poi nei GAP fiorentini, partecipando a tutte le azioni più importanti effettuate. Nel 1944 fu trasferito a Pisa dove fu ispettore provinciale della Delegazione del Comando Brigate « Garibaldi » della Toscana. Dopo la Liberazione ricoprì incarichi organizzativi presso la Federazione di Arezzo. Fu in seguito responsabile dell’Ufficio Quadri della Federazione fiorentina, vicepresidente dell’ANCR e segretario provinciale dell’ANPI fino al 1957, nonché membro della CFC di Firenze.

Nel mese di agosto 1943 vennero affissi i manifesti per il richiamo generale alle armi per 1’11 agosto.

Dato che ero in libertà vigilata, ritornai in questura per chiedere cosa dovevo fare, se dovevo presentarmi o no alla chiamata, perché, malgrado tutto, ritornare a fare il militare non mi andava a genio; mi dissero che non avrei dovuto andare, ma loro non potevano opporsi al comando militare. Il partito non mi fece avere una risposta precisa, per cui il giorno 11 dovetti partire per Bologna al 10° cavalleggeri. Dal comando del Reggimento venni distaccato di servizio ai Prati di Caprara, poco fuori di Bologna; ero un comunista, dovevano isolarmi. Fu la mia fortuna. Il distaccamento era comandato da un capitano, dal quale dipendevano un sottotenente e una quarantina di soldati con un sottufficiale.

Vi era un deposito pieno di materiale vestiario nuovo, vi sarebbe stato da vestire diversi reggimenti al completo, invece era tenuto lì nei magazzini. Vi furono diversi bombardamenti per fortuna senza vittime, ma diverso materiale andò distrutto.

La sera e la notte del 7 settembre ci fu un continuo passaggio di carri armati tedeschi diretti verso Sud, perché ormai era chiaro che l’Italia, se era importante da un punto di vista strategico, non valeva certo come forza militare, tanto più che ormai era sicura la richiesta di armistizio. Infatti la mattina dell’8 settembre ci arrivò la notizia della posizione dell’Italia.

Arrivò il capitano e disse che sarebbe andato al comando a prendere istruzioni, feci presente che sarebbe stato necessario nascondere le armi che avevamo, per non avere sorprese, mi rispose che i comunisti (era stato informato bene) facevano bene a tacere, non feci in tempo a rispondere che era già partito, vestito da borghese, e non si rivide più.

Si rimase lì, i soldati e il sottufficiale, quando corse la voce (vi erano operai civili che lavoravano nei magazzini), che il nostro reggimento era stato fatto prigioniero e portato allo stadio. Avvennero scene di panico tra i soldati ed era tanta la paura delle truppe tedesche, che in mezz’ora non ci rimase nessuno.

Cercai di mettere da parte quelle poche armi d’accordo con gli operai, mi tolsi i vestiti da soldato e gli operai mi dettero una blusa e un paio di sandali. Cominciai a gironzolare dirigendomi verso la casa di mio cugino che stava in via S. Stefano. A casa di mio cugino chiesi se conosceva Gaiani, per fortuna c’era lì un compagno che mi portò direttamente da lui; era a pochi passi, fuori Porta S. Ruffillo. Seppi da Gaiani quali erano stati i giorni della loro detenzione, come erano stati via via rimessi in libertà e che solo il compagno Corner era stato invece trattenuto. Mi chiese se volevo restare a Bologna oppure ritornare a Firenze, gli risposi che era meglio tornare a Firenze dove conoscevo più compagni e conoscevo meglio la città. Mi procurò un vestito, molto stretto che diedi poi a Bruno, 100 lire e ci salutammo augurandoci di rivedersi presto quando tutto sarebbe stato finito.

A Firenze, la mattina dell’11 settembre si venne informati di andare tutti in Piazza S. Marco per chiedere armi. In piazza c’era un carro armato tedesco con la bandierina bianca che parlamentava col comando italiano perché si arrendesse e noi urlavamo perché ci dessero le armi per combattere conro i tedeschi.

Intervennero la polizia e i carabinieri per far sfollare le diverse centinaia di persone; io e molti altri fummo portati al commissariato vicino a Piazza S. Marco, dove ci tennero circa mezz’ora e poi ci rilasciarono. Ma questo fu sufficiente a farci capire quali erano le intenzioni delle autorità.

Il giorno dopo si venne a sapere di un deposito in via S. Maria quasi davanti alla casa di Bruno Fanciullacci; ci andammo e trovammo un maresciallo che prima cercò di resistere, poi ci fece prendere tutto: c’erano molti fucili modello 91 e qualche pistola. Era evidente però che così non era possibile continuare, occorrevano direttive.

Mi misi d’accordo con Tedaldo Cambi: io sarei andato qualche giorno da mia madre che era sfollata in provincia di Siena e lui mi avrebbe avvertito appena fosse stato possibile organizzare la lotta.

Non so quanto rimasi a Siena, forse una decina di giorni, fino a quando arrivò la lettera del Cambi che mi diceva che dovevo trovarmi a Firenze per incontrarmi con lui e valutare le direttive che il Partito aveva dato.

Ritornai a Firenze e dall’incontro con Cambi, Fanciullacci ed altri, venne deciso che si partisse per Marciola nel Comune di Scandicci per unirci a quelli di Giustizia e Libertà. Fu una delusione. E’ evidente che quella non era la soluzione che noi volevamo, perché ci sembrava una villeggiatura più che una preparazione alla lotta contro i nazi- fascisti.

Si mangiava quello che si raccoglieva nella trattoria, che esiste ancora, anche se oggi è un grande ristorante, e si vagava per la campagna alla ricerca di mezzi di sussistenza (fagioli, ceci, piselli secchi, ecc.) per farceli poi cucinare alla trattoria. La sera si andava nelle case dei contadine a far la veglia, e a discutere di quello che accadeva, per poi arrangiarsi per dormire nei fienili, particolarmente da Bartalino. Ricordo che una volta venne a trovarci Dall’Oppio per discutere il da farsi. Un’altra volta si ebbe un incontro con Francovich che ci disse che si doveva aspettare perché non c’erano armi sufficienti per tutti e non era possibile un’azione di gruppo.

Erano posizioni di attesa e noi ci mordevamo le mani a stare senza far nulla.

Quando si sta in ozio, entra il pessimismo, lo scoraggiamento, anche se le discussioni politiche cercavano di fermarlo.

L’inizio avvenne per caso. Un giorno insieme al Fornaretto si venne inviati a Montespertoli per ritirare dei viveri e tra andare e venire a piedi, ritirare il materiale, si fece buio. Al nostro ritorno si fu informati che era stato giustiziato uno squadrista riconosciuto dal Cambi. Quando, era stato preso aveva detto che lui era venuto a Marciola a cercare funghi; non fu creduto e i compagni decisero di ucciderlo anche se una esigua minoranza del gruppo non era d’accordo, perché temevano rappresaglie.

Quella azione era un colpo all’attesismo che c’era in alcuni del gruppo e forse anche in generale. Si voleva tutto a posto prima di iniziare la lotta: non si capiva o non si voleva capire che era necessaria la lotta subito, che avreb dato la possibilità di prendere le armi e portare scompiglio nelle file avversarie.

Quella sera stessa venne deciso di spostarci (rimasero Fornaretto, Ughi e qualche altro, pochi in verità) a Montagnara dal prete (Zolfino), che ci ospitò nei locali atti alla chiesa e ci faceva da mangiare, pur sapendo bene chi eravamo: lo capiva dalle tante discussioni che facemmo per tutto il tempo che ci ospitò. Sapeva bene anche quello che gli sarebbe successo se ci avessero trovati nella chiesa; non avrebbe potuto salvarsi ospitando dei partigiani. Era un prete antifascista, che, condividendo la lotta partigiana, ci aiutava meglio che poteva. Credo gli si debba della riconoscenza per il suo spirito antifascista e di combattente partigiano che in quel periodo dimostrò insieme a tanti altri parroci e molti contadini che aiutavano la nostra lotta.

Però anche qui non poteva continuare perché si ripeteva la situazione di Marciola; eravamo senza obiettivi, senza direttive e scarsamente armati.

Un giorno venne su il compagno Giotto Censimenti per conto del Partito per invitarci a congiungersi con il gruppo partigiano comandato da Faliero Pucci che già da alcune settimane si era costituito nel Grevigíano nei pressi dell’Argenna. Si presero gli accordi per il nostro trasferimento.

Il congiungimento avvenne di notte, ci fece da guida il compagno Alfredo Cozzi, meglio consociato come « il Marinaro ». Fu una lunga marcia, io avevo uno zaino di 35 chili, perché il Cambi non poteva sopportare pesi.

I due gruppi si fusero in un’unica formazione che prese il nome di « Checcucci », il primo Caduto partigiano nella zona di Sesto Fiorentino. Oltre a quelli già nominati del gruppo di Mardola, vi erano Pucci, Filippetti, Vannoni, Filippi (che chiamavano « il nonno » per l’età avanzata) Giottino, Marinaro, Rosseto Carlo (fucilato poi alle Cascine), inoltre c’era un capitano dei granatieri.

Era tanta la confusione politica che un giorno il capitano disse: « Io sono un comunista monarchico ». Non aveva compreso che vi era un accordo per lottare contro i nazifascisti, ma come lui non poteva essere un comunista, così noi non si poteva essere monarchíci. Ma il problema monarchico si doveva discutere dopo, prima si doveva lottare contro il nemico comune. Così venne deciso e anche il capitano, era d’accordo, ma sparì presto dalla formazione. Si doveva fare anche dell’istruzione perché molti non avevano mai usato un’arma.

Un giorno Pucci, Fanciullacci ed io si venne chiamati a Firenze per un lavoro particolare, sul cui contenuto fummo informati sul posto.

Era la sera del 23 novembre e si era di posta in via Pagnini in attesa che arrivasse il colonnello Gobbi, comandante del distretto militare che faceva la caccia ai renitenti della leva e in mancanza dei giovani faceva arrestare i familiari. Doveva essere giustiziato; era necessario dare una lezione a chi perseguitava i giovani o le famiglie. Sul posto oltrc a noi tre, c’era il compagno Rindo Scorsipa. Ma quella sera non rientrò a casa ed ebbe la possibilità di vivere ancora una settimana. Il 1° dicembre venne giustiziato da un gruppo di cui faceva parte il compagno Scorsipa (detto il Mongolo »).

Lo si seppe in formazione, ma si ebbe anche la notizia dei cinque fucilati per rappresaglia. Questo rafforzò in tutti noi la volontà di non dare tregua ai nemici e accelerare la preparazione per una lotta senza quartiere. Avevamo l’obbiettivo di attaccare la casa del fascio di Greve perché si diceva che era piena di armi necessarie per le formazioni cbe non erano sufficientemente armate e quindi inermi. Di notte si fece il trasferimento, per avere una base più vicina e ci dirigemmo verso una villa credo di proprietà dei Passigli. La notte che si arrivò nella villa ci fu un fuggi fuggi generale: ci avevano preso per farcisi e tutti gli ebrei cercavano di scappare. Quando seppero che eravamo partigiani fu un continuo offrirci da mangiare e ne avevamo bisogno. Dopo una bella scorpacciata di salame, finocchiona e pane fresco (era tanto che non si era mangiato così bene) ci fecero alloggiare nel fienile; la mattina dopo ci si stabilì alla « Stampella », un casolare poco lontano dalla villa. Ci si doveva preoccupare di come organizzare l’assalto Alla casa del fascio ed era ormai questione di giorni. Ma, nel frattempo, si doveva vivere e per questo ci volevano i viveri.

Un giorno due partigiani vennero incaricati di andare a fare rifornimento, per circa 25 membri della formazione. ‘l’ornarono con due filoni di pane, dissero che alla fattoria dove erano andati il fattore non aveva altro, non fummo convinti e la sera, armati, circondammo la villa ed entrammo. Il fattore venne tacciato di traditore e gli fu detto che per i tedeschi e i fascisti da mangiare lo trovava sempre, e quindi doveva tirarlo fuori anche per noi, se no si faceva un’ispezione per tutte le stanze della fattoria.

Uscirono fuori un prosciutto, 2 fiaschi di olio e altri filoni di pane e noi gli rilasciammo la ricevuta del Comitato di Liberazione.

Si ritornò molto stanchi e non ci volle molto, dopo avere organizzato il servizio di guardia, con quelli che erano rimasti, ad addormentarci.

Ci svegliammo di soprassalto per una raffica di mitra sparata contro la porta del casolare che si aprì. Da fuori ci invitarono ad arrenderci. Nessuno perse la testa, malgrado la situazione difficile in cui ci si trovava. Fu tirata una bomba e si cominciò a sparare col mitra (ne avevamo due in dotazione) sia a destra che a sinistra per rompere l’accerchiamento, fu possibile sfondare il pavimento e passare nei locali sottostanti più vicini al bosco. Mentre fuori gridavano di arrenderci, che non ci avrebbero fatto nulla, il compagno Pucci e Fílippetti con i mitra, da una parte e dall’altra facevano partire qualche colpo e noi di rincorsa, circa una quindicina di metri, si entrava nel bosco sparando qualche colpo di pistola.

Ci trovammo tutti nel bosco con due feriti leggeri, Fanciullacci e Cozzi, presi di striscio da colpi d’arma da fuoco, ma nulla di preoccupante.

Sono certo che i fascisti avevano molta più paura di noi e non erano preparati alla lotta antipartigiana, perché se ci avessero chiuso la via verso il bosco per noi era finita. Pare che tra i fascisti ci siano stati due feriti gravi anche se non si è mai potuto avere una conferma. Di certo si sa che gli ebrei che erano ospiti nella villa furono fatti prigionieri e in seguito deportati in Germania, non so quanti hanno potuto fare ritorno. Noi attraverso il bosco si arrivò a S. Donato in Poggio e tramite Simonetta, Sebastiano e il Rossano si venne rifocillati e ospitati in casa di contadini per passare la notte.

Eravamo verso la fine del 1943, e dovevamo fare ancora esperienza se si volevano dare dei seri colpi ai nemici dell’Italia. Quella di Greve fu un’esperienza che servì alle altre formazioni operanti nelle zone della nostra provincia.

Il giorno seguente, alla spicciolata, si rientrò a Firenze; cominciò un periodo piuttosto serio per me: ero solo, non avevo la tessera del pane né mezzi finanziari.

Mi ricordo che sopra a me, in Via de’ Velluti, abitava la compagna Ida Mori, sorella dei compagni Mori e moglie di Guglielmo Torniai, un vecchio compagno ricoverato in ospedale, che la mattina mi calava in terrazza un filoncino di pane e lo lasciava attaccato fino a che lo prendevo. Per me la mattina era una festa: almeno il pane c’era. Altre volte con la scusa di sentire Radio Londra andavo dalla famiglia Celii, in Via Romana, famiglia di noti compagni. Mi recavo là perché avevo la certezza di essere invitato a pranzo.

Questa vita durò parecchio tempo prima che il Partito avesse la possibilità di aiutare i compagni con mezzi finanziari e documenti falsi. Ogni tanto mi capitava qualche lavoro da vecchi artigiani; allora riuscivo a vivere meglio, qualche volta mi aiutò il compagno Cambi, ma non poteva essere questa la soluzione migliore perché potessi dedicarmi in pieno all’attività richiesta e necessaria. Mi ricordo che in diverse azioni a cui ho partecipato ero a stomaco vuoto e pensavo a quel filoncino provvidenziale che sicuramente avrei trovato il mattino successivo.

Le preoccupazioni erano tante, anche per l’alloggio: dovevo dormire in casa mia, cioè dove avevo vissuto fino da bambino, dove tutti mi conoscevano e sapevano del mio passato antifascista (era un rione popolare), anche se certo non sapevano quello che facevo in quel periodo. Escluso qualche breve periodo ho abitato sempre in Via de’ Vellutí n. 12 e credo di essere stato fortunato se oggi posso raccontare queste cose.

Vicino a dove abitavo, in Via Maggio 15, vi cni una caserma della milizia repubblichina e quale fu la mia sorpresa, una mattina, nel vedere mio fratello Bruno di sentinella. Rimasi sbalordito! Non era mai stato fascista e quindi non mi potevo spiegare come avesse potuto finire tra i repubblichini. Mi chiesi la ragione. Forse la mancanza di lavoro e quindi la necessità di sostentare la sua famiglia composta di quattro persone? Certo la guerra aveva provocato tante tragedie e tante doveva provocarne, anche quella di due fratelli che erano combattenti in trincee contrapposte. Io ero cosciente del ruolo che avevo e dei compiti che dovevo svolgere; non credo che altrettanto si potesse dire per mio fratello.

Cominciarono le discussioni per la formazione di gruppi che dovevano operare in città, perché era necessario che i nazi-fascisti non fossero e non si sentissero sicuri in nessun posto, tanto più in una città che era il centro politico e militare di tutta la provincia.

Dopo l’esperienza Gobbi non erano state fatte più azioni in città e quindi fu deciso di iniziare preparando un’azione dimostrativa per il 15 gennaio. Vennero confezionate delle bombe ad alto potenziale con miccia a lenta combustione perché dessero il tempo di fuggire prima dello scoppio; il materiale era confezionato da un esperto in bombe a scoppio ritardato e bottiglie molotov, soprannominato « il Conte ». Il giorno fissato alle ore 18 ci venne consegnato il materiale, perché alle 18,30 fosse piazzato nei punti stabiliti. Alla federazione fascista, in Via de’ Servi, (scherzosamente la si chiamava, allora, Via di Padroni), dove doveva andare il compagno Bruno, vestito da repubblichino per introdursi all’interno e collocare la bomba, coadiuvato da altri compagni che dovevano intervenire in caso di necessità; una bomba andava posta sul davanzale dell’albergo in Piazza dell’Unità Italiana ritrovo di ufficiali tedeschi; due bombe al comando di tappa alla stazione, altre due bombe sul davanzale dell’albergo di Piazza Indipendenza ove era alloggiati ufficiali tedeschi.

Dalle 18,40 alle 18,50 avvennero esplosioni in vari punti della città, qualche morto, diversi feriti e molto panico particolarmente tra i fascisti. La ripercussione fu enorme, sia per la puntualità, sia per i luoghi dove avvennero le esplosioni soprattutto quella alla federazione fascista.

Pensavano che chi sa quale enorme organizzazione fosse dí fronte a loro. Cominciò a crearsi quel clima di paura tale da non sentirsi sicuri neppure in casa loro; i servizi di vigilanza furono raddoppiati, restrizioni vennero poste nel concedere i permessi.

L’obiettivo prefissato era stato raggiunto; si trattava di passare a nuovi e più avanzati obbiettivi per impedire ai giovani di presentarsi, cioè creare l’insicurezza nell’esercito repubblichino a disgregare quindi le forze nemiche. Dopo queste azioni una parte dei compagni vennero inviati altrove: Tagliaferri a Siena, Pucci a Pistoia, ove cadde in un combattimento, Borghesi a Pistoia dove divenne dirigente della Formazione Bozzi, Antonini e Piccini in altre formazioni dislocate in provincia. Non c’era da stare allegri; bisognava trovare nuove forze giovani e combattive per rimpiazzare i posti vacanti, e possibilmente più numerose.

Rimasi deluso quando seppi che in questo lavoro saremmo stati diretti da un compagno molto giovane e volonteroso, ma con quale esperienza? Di fronte ad una eventuale caduta, quali sarebbero stati i risultati? Questo modo di lavorare era per noi incomprensibile. Il Partito allora aveva una rigidezza molto accentuata, e prima di dare una responsabilità ad un compagno si doveva passare attraverso molte discussioni. Cioè la cospirazione era molto più accentuata del periodo carcerario perché non si rischiava più il carcere, ma la vita dei compagni. Neppure oggi sono riuscito a spiegarmi certe leggerezze inconciliabili con un lavoro così rischioso e pericoloso che poteva compromettere l’intera organizzazione del Partito.

Si trattava di costituire un’organizzazione combattiva e agile che doveva agire a gruppi ristretti e con rapidità, tale da poter colpire il nemico in qualsiasi posto e in qualsiasi momento e fuggire. In teoria era stato studiato tutto anche nei dettagli, ma in pratica era tutto da provare, perché dopo l’uccisione del colonnello Gobbi e l’iniziativa del 15 gennaio non si era fatto altro.

Tutti coloro che vennero a formare i G.A.P., non molti In verità, avevano già avuto una certa esperienza di attività clandestina, sia quelli che erano stati condannati dal Tribunale Speciale, sia i giovani che avevano già svolto una attività a Firenze dopo l’arrivo dei Tedeschi (scritte sui muri, lanci di manifestini) e che poi erano venuti in montagna. Ma il lavoro dei G.A.P. era un affare serio e molto diverso. Era necessario tener presente che di coloro che formarono i G.A.P. nessuno aveva mai usato una pistola, direi di più, nessuno aveva mai usato un’arma, se si esclude il Cambi che aveva fatto parte degli « Arditi del Popolo » e aveva combattuto contro le squadre fasciste parecchie volte e il sottoscritto che aveva già fatto il militare e la guerra di Abissinia (ma non aveva mai partecipato a combattimenti). Ma questo non era tutto. Si trattava di un lavoro in territorio nemico, circondati da truppe nemíche e pieno di spie. Anche se la popolazione non collaborava, il rischio era continuo, le difficoltà sembravano insormontabili.

Il 17 gennaio venne affrontato da due gappisti il capitano Mazzuoli che si diceva fosse uno dei responsabili dell’uccisione dell’on. Matteotti, mentre usciva di casa la mattina alle 9 da Via del Casone.

L’operazione non riuscì come doveva per la repentina reazione del Mazzuoli che si accorse del tentativo gettandosi a terra e sparando a sua volta.

Quel giorno i gappisti rimasero alquanto scossi sia perché era la prima esperienza, ma soprattutto per aver fallito. Il tramite del Partito fece capire ai gappisti che non era un problema avere o no giustiziato un fascista: ciò che contava era aver partecipato all’azione, avere fatto capire al nemico che non poteva stare tranquillo e che poteva essere colpito in qualsiasi momento e in qualsiasi posto. Un’altra esperienza anche se riuscita, fatta da due soli gappisti sulle biciclette, fece capire che non era possibile continuare così, occorreva modificare l’organizzazione, cambiare completamente la struttura dei G.A.P. Molte furono le discussioni, i pro e i contro, sull’uso della bicicletta in azione. Per colpire il bersaglio non era possibile sparare stando sulla bicicletta, ma era necessario depositare la bicicletta nei pressi, fare l’azione per poi fuggire. Certo il tempo era maggiore e vi era anche il pericolo che tutta una zona venisse bloccata col rischio di rimanere in trappola, però non era possibile fare diversamente.

Ma l’attività a Firenze doveva per forza iniziare, per assolverei compiti che il Partito si stava assumendo e perché il C.T.L.N. invitava i cittadini a ribellarsi e combattere contro il fascismo e l’occupante tedesco per un’Italia libera e indipendente.

Era necessario iniziare, anche con pochi uomini, perché l’organizzazione si sarebbe sviluppata in seguito. Ma non era facile. Si trattava anche di lottare contro l’attesismo, di chi pensava che tutto si potesse risolvere con l’arrivo degli Alleati.

Era una lotta soprattutto psicologica che doveva mettere i giovani nella condizione di non presentarsi alla chiamata alle armi, perché vi era il rischio della vita anche se erano ben avviati ed equipaggiati. Nessuno dei fascisti poteva permettersi il lusso di uscire la sera da solo, perché poteva trovare un trabocchetto dietro la porta. Anche tra i vari capi non vi era troppa sicurezza e nessuno aveva il coraggio di avere un orario per uscire o rientrare a casa. Carità e Manganiello anche di giorno uscivano con un forte nucleo di gorilla a loro disposizione. Ma forti erano i rischi anche per i gappisti: queste azioni venivano ripetute e poi non eseguite, perché non era possibile tornare per troppi giorni nello stesso posto.

Quante azioni erano pericolose: l’attentato contro il famigerato Domini, (conosciutissimo a Firenze per il caso Matteotti) noto picchiatore e criminale, mise in pericolo la vita di due gappisti per la pronta reazione dell’aggredito.

Era inoltre pericoloso per i gappisti essere eccitati e agitati, occorreva calma e riflessione per poter continuare per la lotta fino alla vittoria.

Per rendere le iniziative più sicure, la decisione fu che ogni gruppo doveva essere composto da 4 compagni, cioè due in azione e due di copertura, così si formarono i primi gruppi, non molti in verità, ma sufficienti per iniziare la lotta. Il massimo raggiunto è stato di 18 compagni adibiti a questo lavoro e ogni tanto vi erano dei cambiamenti, ma il nucleo fondamentale ha operato fino a quando il Partito trasformò l’organizzazione politica in organizzazione militare. Le indicazioni per colpirei nemici (i capi) ci venivano impartiti dai dirigenti, poi venivano scelti gli uomini, che insieme studiavano come portare a termine l’azione. Pcr altre azioni minori, ogni gruppo aveva la sua autonomia, sempre però con la necessità di avvertire, tramite i vari responsabili di ogni gruppo, il responsabile del distaccamento che era il compagno Alvo Fantoni.

I G.A.P. erano un distaccamento della dv. « Potente » (già « Arno »), ma era legata direttamente al centro del Partito.

Il Partito ci stimolava ad agire, e aveva argomenti convincenti, e noi compagni eravamo coscienti del compito che ci era stato affidato e ci sentivamo orgogliosi di tale incarico. Da parte mia non mi sono mai sentito un eroe, ma ho cercato sempre di agire come il Partito indicava rispettando le regole, le direttive che ci faceva pervenire, nel migliore modo possibile. Non credo sarebbe stato possibile lavorare in città, con una così intensa attività per un così lungo periodo di tempo, da dicembre a fine maggio, se non ci fosse stata in tutti noi una grande volontà di lottare contro il fascismo e l’invasore nazista, mantenendo il più stretto regime cospirativo.

In seguito venni incaricato di dirigere un G.A.P. così come Scorsipa e Antonio.

Il gruppo era composto da me, Bruno, Cambi, Aldo, Luciano, Carlo, Scorsipa, Umberto Pilade, Italo, Antonio, Paolo Marcellino e Tosca. In seguito se ne aggiunsero altri: Elsa, Elda, Ortolani, Gormelli ecc.

Non sempre però, questi gruppi agivano come erano composti, perché spesso i gappistí di un gruppo venivano incaricati di operare con un altro gruppo e viceversa, a seconda delle necessità dell’azione. Inoltre vi erano compagni che entravano nell’organizzazione e dopo un’azione ritornavano nelle organizzazioni in montagna o a svolgere il lavoro politico nelle S.A.P. (Squadre di Azione Patriottica).

La lotta dei G.A.P. cominciava a farsi sentire, anche tramite la propaganda del Partito e quindi venivano giovani a rafforzare le nostre file, alcuni restavano, altri non si sentivano idonei per questo genere di lavoro piuttosto complicato e soprattutto pericoloso. Il lavoro però si estese ed entrarono a far parte altri giovani, fino a raggiungere la cifra di circa una ventina di gappisti da poter formare 4 gruppi e poi 5. E infine un vero e proprio distaccamento.

Il responsabile era Fantoni. Io venni incaricato di dirigere due gruppi: il primo e il gruppo di Ortolani, Gonnelli, Mirandoli ed altri. Il tecnico che preparava il materiale, bombe ad alto potenziale e molotov, era Osello Rodolfo, con lo pseudonimo di « Conte ».

Dalla relazione del G.A.P. presentata alla Commissione Regionale Riconoscimento Partigiani, rilevo alcune azioni cercando di dare alcuni chiarimenti in quelle che ritengo più importanti.

21 gennaio: collocata una bomba nella casa di tolleranza di via delle Terme, luogo ove venivano inviati reparti fascístí e tedeschi; si sparse la voce che vi fossero stati morti, feriti e tanto panico. Per noi era difficile controllare, e quíndi valeva molto l’eco che un’azione provocava nella popolazione, anche perché non sempre venivano pubblicati sulla stampa certi avvenimenti.

27 gennaio: giustiziata una sentinella al Ponte della Vittoria, perché si avesse transito più sicuro sui ponti per trasporto di materiale da e per la montagna.

30 gennaio: una bomba viene collocata nel teatro alla Pergola durante una manifestazione fascista con oratore l’avv. Meschiarí: feriti e molto panico.

3 febbraio: sergente tedesco giustiziato nel Viale Belfiore, per 5 giorni impedita la circolazione delle biciclette.

5 febbraio: una pattuglia di repubblichini attaccata in Piazza Donatello: 2 feriti gravi. Questa azione non era programmata, ma essendo fallita l’azione contro il console della milizia Onorio Onori, perché questi non partecipò ad una festa in suo onore, i gappisti vestiti da repubblichini, attaccarono un’altra pattuglia repubblichina e dovettero poi ripiegare precipitosamente, perché i due mitra in dotazione si erano inceppati.

9 febbraio: sergente repubblichino giustiziato alla Fortezza da Basso dopo vari appostamenti e rinvii.

10 febbraio: il compagno Antonio e la compagna Tosca ebbero l’incarico di collocare una bomba nel bar Paskowski m Piazza della Repubblica (allora Piazza Vittorio), luogo di ritrovo di ufficiali tedeschi e fascisti di reparti residenti i Firenze. La bomba venne agganciata ad un tavolo con la miccia accesa a scoppio ritardato, per permettere la ritirata dei compagni, ma mentre stavano per uscire dal locale, la bomba cadde a terra. La compagna Tosca intese riattaccarla al tavolo, ma venne bloccata dai fascisti insospettiti, mentre Antonio riuscì a far perdere le sue tracce. La compagna oltre a doversi preoccupare di spegnere la miccia per non saltare in aria, venne arrestata. Immagino i momenti terribili che la compagna provò in quel momento e le preoccupazioni per ciò che l’aspettava. Nell’organizzazione ci fu una preoccupazione per tutti i gappísti che avevano lavorato con la compagna, anche se non si conoscevano anagraficamente. Si sapeva dei metodi di tortura che avrebbero adoperato per farla parlare. Furono adottati cambiamenti immediati dei luoghi di ritrovo ed altre misure organizzative per impedire nuovi arresti. Ma le preoccupazioni caddero, perché si venne a sapere che malgrado le torture subite, la compagna Tosca non parlò, ma riuscì a sviare qualsiasi indizio che la potesse legare al movimento. Per questo comportamento la compagna Tosca venne decorata di medaglia d’argento al valor militare. I compagni non la dimenticarono e il 9 luglio del 1944 il compagno Bruno, Elio ed altri, insieme ad un tedesco disertore, riuscirono a liberarla dal carcere di S. Verdiana. L’azione ebbe grande eco tra la popolazione per il valore, l’umanità e fraternità che quel gesto venne ad assumere.

11 febbraio: bombe a scoppio ritardato vengono collocate su automezzi nel garage della Feldgendarmeria tedesca in via dei Serragli. Distruzione di vari automezzi.

13 febbraio: nei pressi di Varlungo-Rovezzano viene fatto saltare in due punti la linea ferroviaria perché doveva transitare un treno carico di materiale bellico e di tedeschi.

15 febbraio: caduta di Alessandro Sinigaglia. Mentre si trovava a mangiare nella trattoria in via Matteo Palmieri, vicino a dove abitava sua madre, venne riconosciuto da alcuni repubblichini; capì la situazione e con indifferenza usci dal locale iniziando una fuga precipitosa, ma cadde colpito a morte da raffiche di mitra da parte degli inseguitori in via Pandolfini.

22 febbraio: giustiziato un milite nel viale Amedeo.

2 marzo: nei pressi delle Sieci venne posta una mina elettrica sulla linea Firenze-Roma per bloccare un merci carico di materiale bellico; la linea venne interrotta per molte ore.

La sera del 4 marzo, il compagno Mario Fabiani, che svolgeva attività politica, mi presentò alla compagna Elsa (ex operaia delle Officine Galileo; svolgeva attività politica insieme alla Tosca) perché ci mettesse a disposizione la casa nel viale dei Mille vicino al deposito del tram: là dovevano essere fatti saltare gli scambi davanti al deposito, per aiutare lo sciopero fissato per il giorno dopo. Fu il primo incontro con Elsa. Il giorno 5 marzo, alle ore 5 durante il coprifuoco, vengono fatti saltare scambi di tutti i depositi del tram. Il sabotaggio doveva far sentire agli operai che non erano soli nella lotta, ma vi era una forza armata in città. L’azione riuscì in pieno, ma soprattutto, ed era quello che voleva il Partito, riuscì lo sciopero che ebbe grande ripercussione tra i lavoratori.

7 marzo: giustiziato il maggiore repubblichino Giovanchelli, in via Ciro Menotti.

9 marzo: lanciata una bomba a mano nella caserma in via Lungo l’Affrico.

10 marzo: dopo gli scioperi riusciti dei primi di marzo, vennero segnalati ai sindacati fascisti tutti gli operai e le operaie che erano, stati più attivi nella preparazione dello sciopero e durante lo stesso, per consegnarli agli occupanti tedeschi in vista della deportazione in Germania.

Alle ore 21,30 un gruppo di gappisti, di cui 2 vestiti da ufficiali e sottufficiali della milizia, introdottosi nei locali del sindacato incendiarono gli elenchi degli operai da deportare e per maggiore sicurezza collocarono 4 bombe a scoppio ritardato, perché i pompieri non potessero entrare per spegnere l’incendio.

12 marzo: una bomba lanciata nell’ingresso dell’E.I.A.R., la radio delle menzogne.

17 marzo: 2 sentinelle giustiziate al Ponte alla Carraia. Dopo il fatto del Ponte alla Vittoria, avevano messo due sentinelle ad ogni ponte, dopo questo episodio nessuno volle più fare la sentinella ai ponti. Era quello che volevamo, l’obiettivo era raggiunto!

Non ricordo la data esatta di quando arrivò a Firenze il compagno Gaiani, credo a metà o fine marzo. Ricordo che il compagno Fantoni parlò di un compagno che mi doveva presentare e che si chiamava Aldo Comaschi, ma che io conoscevo molto bene. Quale non fu la gioia di rivedere Gigetto dopo il tempo che avevamo passato a Castelfranco, e che avevo rivisto dopo 1’8 settembre, sebbene da parte mia non fossi tanto propenso a conoscere i dirigenti o a sapere tante cose perché in caso di una caduta meno si conosce e meno si parla. I mezzi dei carnefici li conoscevamo da tempo; sapevamo quali erano stati i metodi dell’O.V.R.A., e nella guerra i mezzi di tortura erano triplicati, fino ad arrivare al sadismo. Le cose cominciarono a modificarsi sia per l’esperienza acquisita dagli uomini, ma soprattutto perché il Partito aveva più mezzi a disposizione. Si iniziò a vedere qualche soldo; le tessere per il pane che erano indispensabili e documenti falsi. Io avevo la tessera d’identità a nome Gonnelli e un documento delle SS, che mi permetteva di circolare in bicicletta anche in caso di allarme aereo. Mi ricordo che un giorno, mentre in via Maggio mi dirigevo verso il Ponte a Santa Trinita, mentre c’era l’allarme aereo fui fermato da due militi di servizio, che mi chiesero i documenti, appena li videro scattarono in un saluto romano chiamandomi camerata e dicendomi di stare all’erta per i pericoli che venivano non solo dall’aria.

I giorni che si aveva un po’ di respiro ci si trovava lontani dal centro: Gaiani, Elda, io, Elsa e qualche volta Bruno con la fidanzata. Pur essendo sempre preoccupati per il lavoro da svolgere e il pericolo continuo di essere presi, si passava delle ore felici. Anche a pensarci oggi, a 32 anni di distanza, quelle mi paiono delle giornate indimenticabili per tutti noi. Mi ricordo che un giorno Elsa, ormai passata nelle file dei G.A.P. (insieme con Elda), ebbe l’incarico di portare del materiale ad Empoli in bicicletta (aveva detto di saper andare, ma non montava più su una bicicletta da molti anni); si trattava oltre che di alcuni mitra anche di bottiglie molotov, tenute nelle borse sulla ruota posteriore, materiale pericoloso perché una caduta avrebbe fatto incendiare tutto. Accompagnai Elsa per qualche chilometro fuori porta S. Frediano e una volta che ci accertammo tutti e due della sicurezza, continuò da sola. Passai ore terribili di attesa quel giorno, sempre con la preoccupazione che succedesse qualcosa. Non sto a dire la gioia al suo ritorno nel sapere che tutto era filato liscio e che portava con sé anche parecchia roba da mangiare, cioè latte, carciofi e pane, molto importanti in quel periodo per ognuno di noi.

9 aprile: sottufficiale tedesco giustiziato al campo sportivo Giglio Rosso, nel viale dei Colli.

15 aprile: dopo molti appostamenti, per i continui cambiamenti di orario, il filosofo fascista Giovanni Gentile, Presidente dell’Accademia d’Italia, viene giustiziato all’ingresso della sua villa al Salviatino, alle ore 13,30. Questa azione sollevò un’inattesa reazione da parte dei componenti di Giustizia e Libertà nel C.T.L.N., che rischiò la rottura perché il P.C.I. aveva diffuso la notizia dell’uccisione di Gentile come opera dello stesso C.T.L.N.

Il 21 aprile quattro gappisti spararono al fascista Bruno Landi (detto « Pollastra »), nota spia, in via S. Maria, azione non prevista né concordata con i dirigenti, per cui tutto il distaccamento ne era all’oscuro.

La vita del gappista non solo non era né semplice né facile, particolarmente per quelli già conosciuti come antifascisti, ma soprattutto era una vita chiusa, circoscritta ai legami con chi doveva operare. Le preoccupazioni, le paure che potevano avere rimanevano in ognuno di noi senza poter esternarle ad altri. Le gioie, le tristezze ognuno le teneva per sé. Quando un’azione andava bene cresceva l’entusiasmo e ci si preparava per un’azione più importante. Non era tanto l’avere o no giustiziato un fascista o un nazista, che entusiasmava, ma l’avere partecipato a quella o altra azione, avere sparato, aver fatto parlare la gente, aver fatto sentire la nostra presenza, impressionare il nemico, terrorizzarlo, costringerlo alla fuga e quindi al raggiungimento di una pace tanto desiderata. Quando poi una azione non riusciva e veniva rinviata perché il designato ritardava e quindi il giorno dopo si doveva nuovamente intervenire, e magari questo si ripeteva 3 o 4 giorni di seguito, c’era il rischio di farsi saltare i nervi, perché non di dimentichi che i gappisti erano uomini né buoni, né cattivi, né coraggiosi, né vili, con tutti i pregi e tutti i difetti di uomini, pieni di fede e di volontà di lotta, ma erano sempre uomini. Il Partito, cioè i dirigenti, con noi non avevano contatti (ed era giusto perché non era possibile esporrei dirigenti a tali pericoli, perché dovevano inviare direttive soprattutto Alle formazioni in montagna che erano le maggiori forze della Resistenza); si era quindi isolati, non si riceveva nemmeno la stampa, quella che c’era veniva inviata nelle formazioni partigiane.

Per un certo periodo si venne trascurati, perché nessuno si rendeva conto di come si viveva e come si tirava avanti. L’unico legame era il compagno Fantoni, che era il tramite col centro direzionale. I nostri contatti servivano per stimolare i gappisti alla lotta e ad avere disposizioni per ottenere le armi e le azioni da compiere. Questo era tutto quello che si poteva avere. Escluso il compagno Fabiani, che ho incontrato due volte per ragioni di lavoro, per il resto non ho mai conosciuto nessuno dei dirigenti, tranne Gaiani quando venne a Firenze da Bologna, e fu l’unico che avevo già conosciuto. È proprio a partire da queste considerazioni, che devo riconoscere il valore e l’eroismo di tutti i gappisti fio- , rentini, che, tranne pochi, erano tutti giovani (uno aveva 16 anni), disciplinati e attaccati alla lotta. Tutti avrebbero dovuto essere decorati al valore, per la lotta condotta dall’inizio alla fine, perché anche quando vennero inviati alle formazioni non è che andassero a riposare. Così pure per coloro che vennero a sostituirli e che venivano da altre formazioni.

29 aprile: vengono giustiziati il colonnello Italo Ingaramo e il suo autista alle ore 9,30 all’uscita dell’albergo Arno, sul Lungarno Acciaiuoli. Per quest’azione furono utilizzati sei gappisti anziché quattro, dislocati nel modo seguente: uno in Borgo S. Apostoli di guardia alle biciclette che erano gli unici mezzi di locomozione di allora; due presso la spalletta dell’Arno pronti ad intervenire in caso di necessità, altrimenti dovevano mescolarsi e scomparire con gli altri cittadini estranei; due per fare l’azione e una volta portatala a termine rientrare nel vicolo prospiciente l’albergo; uno, fermo nel vicolo, doveva lanciare una bomba ad alto potenziale per impedire l’accesso al vicolo di eventuali inseguitori e creare confusione. Tutto riuscì come era stato previsto. Purtroppo l’esplosione causò il ferimento di tre passanti e la distruzione di un negozio di calzolaio, compagno, e luogo di ritrovo di dirigenti del Partito. L’azione suscitò le proteste dei dirigenti che ignorando l’azione progettata avrebbero potuto darvisi appuntamento. Il comando G.A.P. rispose che per motivi di sicurezza e di rapidità d’azione non sempre era possibile avvisare l’intero comitato direttivo del Partito.

La « Nazione » e « Il nuovo giornale » del 1° maggio riportarono la notizia dell’azione e comunicarono che il comando generale della milizia aveva disposto una taglia di 500.000 lire per gli attentatori. Malgrado l’entità della cifra nessuno tradì i gappisti, non vi furono spiate.

Nello stesso mese vengono giustiziati i fascisti al servizio delle SS, Pecchioli e Nocentini figlio. Il padre di quest’ultimo rimase gravemente ferito. L’azione si svolse così.

Un G.A.P., rafforzato da altri gappisti, di cui alcuni vestiti da militi repubblichini, si presentò a casa dei Nocentini, ricevendo benevoli accoglienze e assicurazioni della loro fedeltà ai tedeschi. Questa fu la loro condanna. Fu una azione che ebbe un enorme successo e colpì le spie di tanti compagni di Giustizia e Libertà, che erano stati arrestati per una spiata del Nocentini, anche se purtroppo lui non morì, ma fuggì al Nord. Dopo la liberazione del Nord diceva che suo figlio e suo nipote erano stati assassinati dai fascisti; non so come se la cavò, ma la risposta da Firenze chiarì bene la sua posizione di spia.

2 marzo: attacco al tramvai per Scandicci, alle ore 21,30. Era l’ultimo tramvai che riportava in caserma i militari del battaglione « Muti » ed era sempre sovraccarico. Questa azione era stata studiata da tempo perché era un’azione che tendeva a colpire un grosso gruppo di militi o, per lo meno, a creare una grande confusione. Quella sera insieme alla compagna Elsa (che era entrata ormai nel lavoro militare dei G.A.P.), si aiutò i compagni, tre in tutto, a salire sul muro che porta al bosco di Monteoliveto, in attesa del passaggio del tramvai carico di militi. Il loro compito era di sparare due raffiche di mitra e di lanciare una bomba ad alto potenziale. Con Elsa ci appostammo in una strada adiacente in attesa dell’esito, si vide passare il tramvai, mi sentì quello che era stato stabilito e dopo pochi secondi di silenzio, i fascisti iniziarono una sparatoria, come se fossero stati accerchiati; urlavano contro i partigiani e sparavano all’impazzata in tutte le direzioni. i tre compagni fuggirono nel bosco fino all’Ombrellino, per calare poi a Porta Romana. Riaccompagnai la compagna Elsa ove abitava in quel periodo e quella sera iniziò per me una nuova vita, più bella ma più preoccupante, perché non era solo la mia vita che era in pericolo, ma la vita di entrambi.

La mia vita prima di allora era chiusa. Dopo gli anni della galera era duro essere ancora isolati, vivere nella clandestinità, non potersi esprimere con nessuno, se non per direttive di lavoro, cioè per azioni da compiere. Mi ricordo che un gappista mi diceva: noi si scappa sempre, quindi siamo condannati. Gli rispondevo che un giorno sarebbero scappati loro, quel giorno sarebbe stata la nostra vittoria definitiva.

3 maggio: giustiziato un fascista nel viale de Amicis, dopo diversi appostamenti e pedinamenti.

4 maggio: tentativo di liberare Bruno Fanciullaccí dall’ospedale in via Giusti. Il tentativo non ríusci perché non era prevista una presenza tanto massiccia di fascisti nella via; purtroppo quel giorno era in casa il tristemente famoso maggiore Carità, che era sempre circondato da decine di suoi gorilla. Due gappisti furono bloccati per essere perquisiti, ma questi senza esitare estrassero le loro pistole sparando e riuscirono ad aprirsi un varco e fuggire lasciando sul terreno dei feriti. Il tentativo venne rinviato di pochi giorni, cioè al giorno otto maggio. Di più non era possibile aspettare, perché una volta che Bruno fosse guarito dalle ferite, lo avrebbero trasferito alle Murate, o chissà dove, e sarebbe stato più difficile liberarlo. L’azione si svolse in 40 secondi e diede esito positivo.

Purtroppo dei due gappisti Mazzoli Umberto (Rigore) e Bani Pilade (Pilade) uno, Rigore, venne riconosciuto da un repubblichino che abitava nei pressi della sua abitazíone e arrestato. In seguito venne arrestato anche Pilade, perché il compagno Scorsipa Rindo venne inviato a casa dei familiari per avvertire Pilade di non recarsi a bottega ove lavorava, perché era l’unico posto conosciuto da Rigore, ed era certo che sotto le torture non era tanto facile essere muti su cose che si conosceva. Ma Scorsipa non si spiegò bene con i familiari, per cui non fu possibile evitare l’arresto di Pilade Bani, che purtroppo si recò a bottega. Mi ricordo che Rigore conosceva un deposito di armi in via Fratelli Bandiera, e approfittando di un allarme aereo ci recammo al deposito, io e la compagna Elsa, per portar via tutte le armi non avendo molto materiale a disposizione. Il materiale venne trasferito e subito dopo il cessato allarme, si venne a sapere, che i fascisti fecero irruzione nel ripostiglio. Non sto a prolungarmi sull’errore commesso,

Perché gravissime avrebbero potuto essere le conseguenze di quell’impresa.

10 maggio: gravemente ferito un maresciallo di Sesto Fiorentino, noto per le sue persecuzioni nei confronti degli antifascisti prima e dei partigiani poi.

17 maggio: giustiziata sentinella alla caserma della Guardia repubblichina al Poggio Imperiale.

29 maggio: giustiziato il noto fascista Prevoncin a Rifredi.

14 giugno: ferito gravemente l’ispettore del fascio De Rode.

21 giugno: giustiziato sottufficiale tedesco nel viale dei Colli.

27 giugno: giustiziato maresciallo tedesco a Ponte Oliveto.

7 luglio: giustiziato milite alle Cascine.

9 luglio: liberazione di Tosca.

11 luglio: giustiziata la spia fascista Volpini al chiosco dei Giornali in Piazza S. M. Novella.

I gappisti furono poi incaricati di occupare la tipografia Vallecchi nel periodo della liberazione della città.

Per i gappisti che lavoravano in città ormai dall’inizio (compreso il gruppo di Marciola, che era il più vecchio) con gli arresti di Rigore e di Pilade, il Partito prese una saggia decisione. Decise, che i compagni che lavoravano in città, dalla costituzione dei G.A.P. era necessario trasferirli.

Il compagno Bruno, convalescente, venne trasferito da via Celso nella villa di Ottone Rosai. Il compagno Mattini Giuseppe (« Paolo »), un gappista tra i migliori, fu trasferito a Siena e incorporato nella brigata Spartaco Lavagnini.

Il compagno Tebaldo Cambi fu inviato a Prato a disposizione della zona. Rindo nelle formazioni della nostra provincia. I compagni Umberto Gonnelli e Agostino Ortolani erano deceduti sotto il bombardamento nella casa della compagna Elsa nel viale dei Mille 35. Il compagno Antonio Ignesti venne fatto ricoverare in Ospedale perché grave mente malato di tubercolosi; dopo la morte di Elio e di Bruno uscì dall’ospedale e riprese il comando del gruppo fino alla Liberazione. Morì poi in Ospedale nel 1945, e fu decorato di medaglia d’Argento al valor militare. lo e la compagna Elsa si venne inviati a Pisa come ispettori della Delegazione Toscana Brigata Garibaldi.

Prima di partire mi venne consentito di salutare il compagno Bruno che era stato per me, oltre che un compagno di lotta, essendo dello stesso processo, arrestati nel 1938, un fratello d’armi, con la speranza che ci saremmo ritrovati a liberazione avvenuta. Passai le consegne a Elio Chianesi, Bruno Casini, Marcello Casini, Aldo Bianchi, Valerlo Chiavacci, Ferdinando Del Becaro.

Dal l’ giugno il Partito decise di trasformare l’organizzazione politica in organizzazione militare, attraverso la costituzione delle S.A.P. (Squadre Azione Patriottica). Il lavoro dei G.A.P. si alleggerì parecchio, ma divenne più pericoloso perché le azioni militari aumentarono e purtroppo con uomini di minor esperienza. La lotta diventò più generale: aumentava la ferocia dei servi fascisti nell’aiutare i tedeschi che ricorrevano a rastrellamenti continui e, ormai certi della disfatta, cercavano la vendetta prima di fuggire al Nord.

Nell’avvicinarsi del periodo della liberazione ci fu anche un certo allentamento nello spirito cospirativo; vi era quasi la certezza che tutto si potesse osare con sicurezza, ma non fu così, purtroppo.

Il giorno 11 luglio, l’azione diretta a giustiziare il famigerato Bernasconì, trista figura che aveva sostituito Carità, fallì, e purtroppo venne catturato un gappista. Il giorno successivo fu tra i più neri. In un’azione decisa autonomamente da due gappísti, uno rimase ferito, venne abbandonato dall’altro, fu catturato e torturato, parlò e il giorno successivo il compagno Chianesi, per non farsi catturare, applicò le direttive ricevute: cercò la fuga e venne falciato a colpi di mitra vicino alla sua abitazione.

Due giorni dopo anche Bruno, che aveva ripreso il comando del gruppo (il Partito lo consigliò di trasferirsi altrove, ma non ne volle sapere, preferì rimanere nella sua città) e si era recato in Piazza S. Croce per cercare di riannodare le file dell’organizzazione, così duramente privata, o perché riconosciuto o per delazione di alcuni elementi, fu catturato dai fascisti; era disarmato, altrimenti non sarebbe stato facile prenderlo. Subito dopo l’arresto Bruno fu condotto a Villa Triste e sottoposto a un interrogatorio condotto con particolare ferocia. Egli mantenne sempre un contegno da eroe; non riuscirono a farlo parlare. In attesa di un nuovo interrogatorio il piantone fece sostare Bruno nell’anticamera dove una delle finestre era spalancata. Ciò che passò nella mente di Fanciullacci in quei pochi istanti è, immaginabile: ancora torture atroci, il timore di non resistere e poi la morte certa. Sorprendendo il piantone Bruno si lanciò ancora ammanettato dalla finestra, mentre precipitava i fascisti gli spararono addosso alcuni colpi; nella caduta egli riportò ferite gravissime, ma non immediatamente mortali, secondo quanto un medico di Villa Natalia, che lo soccorse, dichiarò in seguito.

Dopo la caduta, Bruno fu ricoverato nella vicina casa di cura Villa Natalia, dove malgrado le cure si spense il 17.7.1944, senza avere la consolazione di vedere il volto di un amico.

Come ho detto, la mattina del 1° Giugno io e la compagna Elsa eravamo partiti per Pisa. Era venuto a prenderci il compagno Fontani che già da tempo era stato inviato nel settore che comprendeva le province di Pisa, Lucca, Livorno, Grosseto. Là conobbi il compagno Ruggero Parenti, vecchio combattente, responsabile del PCI a Pisa, e Renato Bitossi, fondatore del PCI, ispettore e responsabile del settore. Si venne utilizzati io per Pisa e Provincia, l’Elsa per Lucca ed altre zone. L’attività politica e militare, pur essendo discreta, non poteva paragonarsi a quella di Firenze, anche se vi era già una grossa formazione come la XXIII Brigata Boscaglia che dava non poche noie ai nazi-fascisti,

Fu a Pisa che ebbi il giornale « L’azione comunista », dove c’era la foto di Bruno Fanciullacci morto mentre tentava la fuga da Villa Triste. Fu per me un dolore enor me, credo fosse la prima volta in vita mia che piansi; gli ero molto legato.

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