L’Opera dei Gappisti Fiorentini V°

Gli scioperi e le azioni della primavera

Tali attacchi, compiuti da singoli uomini o dai GAP al completo, miravano a sviluppare e ad affinare quello spirito di iniziativa e di responsabile indipendenza che furono le qualità fondamentali dei gappisti. Ma prima e soprattutto si trattava di abituare gli uomini a sopportare il meglio possibile l’ansietà che precedeva ogni azione, ansietà nella quale si fondevano la paura per la sorte propria, dei compagni e dei familiari, nonché i dubbi circa l’esito dell’impresa. Ed il più delle volte questo stato d’animo si prolungava per ore o addirittura per giorni. cioè da quando si cominciava a preparare l’azione fino al momento in cui era compiuta. Né l’esito, quasi sempre positivo, dell’attacco, allentava la tensione nervosa, poiché in questi uomini all’orgasmo dell’attesa subentrava il timore di essere stati riconosciuti durante l’azione, essendo fiorentini la maggioranza dei gappisti.
La cittadinanza intuiva le mille difficoltà, soggettive ed oggettive, che si frapponevano alla vita e all’attività dei gappisti ed il suo atteggiamento nei loro confronti si rileva agevolmente dal corsivo: « Colpevole passività » apparso su « La Nazione » del 25 febbraio, che rimprovera alla cittadinanza la mancanza di collaborazione con gli « alleati », e dal comunicato che il Comando Tedesco impose alle autorità italiane & pubblicare sul « Nuovo Giornale » del 25 febbraio (34) e di render noto mediante l’affissione di manifesti.

Ai primi di marzo, in vista degli scioperi che si preparavano per il giorno 3 e, ritenendo ormai raggiunto un sufficiente grado di addestramento, fu progettata dal Comando GAP una vasta operazione in appoggio degli scioperanti, che doveva essere condotta contemporaneamente dai migliori uomini dei gruppi in varie zone della città: dovevano essai: bloccati i mezzi di trasporto che conducevano ai complessi industriai cittadini. All’alba del 3 marzo, i gappisti più addestrati, con bombe appositamente preparate, fecero saltare gli scambi tranviari all’uscita dà depositi e quelli sul Ponte del Romito. Fanciullacci ed un altro gappista si occuparono del deposito del viale dei Mille, muovendosi da una casa vicina, ove avevano pernottato. Lo sciopero riuscì in pieno: le stesse fonti fasciste lo ammettono e fanno ammontare gli scioperanti a 12000 (vedi « Repubblica », 18 marzo), il che ci fa ritenere assai superiore il numero degli scioperanti.
La situazione divenne più difficile dopo il divieto di circolazione per le biciclette emanato a seguito dell’uccisione del Senior della Milizia Forestale Mario Giovannelli, avvenuta il 7 marzo, ma i gappisti continuarono ugualmente a colpire. Nella prima metà di marzo per impedire ai tedeschi di deportare i nostri operai,- come avevano già iniziato a fare per rappresaglia degli scioperi dei primi di marzo (35), la Delegazione Comando Brigate Garibaldi, decise di distruggere la sede dei sindacati fascisti, ove si trovavano gli schedari e si preparavano le liste di coloro che dovevano essere inviati in Germania. A tale scopo Fanciullacci e alcuni altri gappisti guidati da Rindo Scorsipa, il « Mongolo », travestito da milite fascista, penetrarono con chiavi false nella sede dei sindacati, sul Lungarno Guicciardini, muniti di una latta di benzina e di quattro bombe a scoppio ritardato, graduate a cinque minuti l’una dal l’altra. Dopo aver innaffiato di benzina gli schedari e gli arredamenti degli uffici, appiccarono il fuoco, accesero le micce delle bombe e se ne andarono. Le bombe, esplodendo a intervalli di cinque minuti, impedirono ai vigili del fuoco, per più di venti minuti, di entrare nei locali, così che la distruzione fu completa (36).
Le autorità nazifasciste erano profondamente preoccupate sia per l’attività di propaganda e di disgregazione delle FF.AA. svolta dai partiti antifascisti, particolarmente dal P.C.I. (37), sia per questa serie ininterrotta di azioni, che denunciava l’estendersi del movimento: infatti in questo periodo i GAP videro aumentare le proprie file con elementi che per la loro capacità ed il loro coraggio, avranno nel seguito della lotta, parti di primo piano. Fra questi nuovi venuti va Elio Chianesi, che dalla diffusione stampa passò ai GAP, giudicando che le necessità del momento richiedessero un più profondo impegno ed un maggiore sacrificio da parte di tutti. Egli ottenne subito la fiducia dei compagni, che lo chiamavano — come fu detto — affettuosamente « Babbo » e che gli affidarono la responsabilità di un GAP.
I timori dei fascisti dovettero aggravarsi ulteriormente a seguito della scoperta, effettuata ai primi di marzo, in varie zone della città, di armi e di esplosivi del Partito d’Azione, frutto di un aviolancio alleato su Monte Giovi. Questo stato d’animo dovette influire non poco sulla sorte dei cinque giovani renitenti alla leva, catturati ‘a Vicchio nel corso di un rastrellamento contro i partigiani e condannati a morte dal Tribunale Militare, presieduto dal Gen. Berti, il 20 Marzo. La sentenza fu eseguita il 22 dello stesso – mese al Campo di Marte e la notizia ufficiale fu data da « La Nazione » del giorno dopo.

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I fucilati allo Stadio del Campo di Marte

Tale eccidio suscitò una profonda reazione nella cittadinanza anche nell’esercito, alcuni reparti del quale erano stati costretti ad assistere all’esecuzione sotto la minaccia delle mitragliatrici del Battaglione Muti.
A questo nuovo delitto del regime fascista repubblicano, il Com GAP decise di rispondere con la massima durezza, non soltanto per assestare un nuovo colpo al fascismo, ma anche, e più, perché i fiorentini e gli italiani sapessero che i partigiani non sparavano soltanto alle truppe ed agli ufficiali subalterni: essi non esitavano a colpire anche i maggiori esponenti e responsabili del nuovo regime.
Fu così stabilito di uccidere Giovanni Gentile, che avendo accettato nel novembre la nomina a Presidente dell’Accademia. d’Italia, aveva dato al Partito Fascista Repubblicano il credito del suo nome, il quale godeva ancora di un largo prestigio negli ambienti intellettuali. Né il Gentile si era fermato a questo; egli si era fatto promotore di un’iniziativa, diretta essenzialmente ai ceti intellettuali, volta a restaurare la concordia nazionale, rimettendo ogni discussione a quando fosse stato compiuto quello che egli proclamava essere un dovere imprescindibile di ciascuno: la cacciata degli anglo-americani dall’Italia.
Nel tentativo di realizzare questo suo proposito, egli fu ostacolato dalla brutale realtà dell’oppressione poliziesca di quei giorni, che suscítava in lui uno sdegno profondo, senza, per altro, indurlo nonché ad abbandonare il fascismo, a cessare dalla sua attività di ispiratore e promotore di un rinnovato sentimento nazionale. Il filosofo fu seguito, sì controllarono i suoi orari, i suoi itinerari abituali ed il 15 aprile, poco dopo le 13,30, quando giunse alla Villa del Salviatino, ove risiedeva; la macchina fu circondata da un GAP, ‘guidato da Fanciullacci e Antonio Ignesti (38), ed il primo uccideva il filosofo con una serie di colpi di pistola (39).

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I funerali di Gentile

Le ripercussioni provocate da tale azione furono vastissime, im Italia e all’estero, e non mancarono attriti e frizioni in seno allo stesso C.T.L.N., poiché gli esponenti del Partito d’Azione, della Democrazia Cristiana e dei Liberali protestarono aspramente. contro i comunisti, che si assunsero definitivamente la responsabilità dell’azione.

L’arresto e la liberazione di Bruno Fanciullacci

Pochi giorni dopo l’uccisione del Gentile, i GAP fiorentini subirono un durissimo colpo; Fanciullacci venne arrestato. L’arresto non fu dovuto a delazione o tradimento, ma ad un colpo di sfortuna ed alla mancanza di disciplina di uno dei gappisti, che non si attenne rigorosamente a quanto disposto dal Comando: non agire mai improvvisamente e di propria iniziativa. Infatti il mattino del 26 aprile 1944, in un colpo « volante », un gappista attentò ad un componente della banda Carità, Bruno Landi, nella via dove questi abitava, via S. Maria. Nella stessa strada era posta l’abitazione di Fanciullacci, che mentre si recava a far visita alla madre, incappò in un rastrellamento, operato per ricercare il feritore del Landi e fu fermato da un nipote del ferito, che, perquisendolo, gli trovò indosso dei proiettili e cercò di arrestarlo. Fanciullacci tentò la fuga, ma fu raggiunto, agguantato, percosso e trascinato prima alla Caserma della 92a Legione, in Via Maggio, poi alla Caserma Cavari in via della Scala.
Qui, poiché rifiutava di parlare, uno dei militi gli si avventò addosso. menandogli pugnalate al basso ventre: Fanciullacci cercò di schivare i colpi, ma fu ferito ben otto volte. In un primo momento fu lasciato dissanguarsi, poi venne chiamata un’autoambulanza della Misericordia, che lo trasportò all’Ospedale Militare di via S. Gallo.
Tuttavia i fascisti non sapevano ancora l’importanza’ che il prigioniero aveva nell’organizzazione gappista cittadina. e quindi, malgrado la ferocia dei primi interrogatori, in ospedale lo sottoposero a misure di sorveglianza, piuttosto strette, ma non tanto severe da impedire che il Comando Brigate « Garibaldi » riuscisse a far avere a Fanciullacci i viveri e le medicine necessarie, mediante un caporal maggiore di Sanità, che prestava servizio all’Ospedale Militare (40).
Contemporaneamente si preparava un’altra azione contro il Comandante Provinciale della GNR, il colonnello Italo Ingaramo, soprattutto per alleggerire la posizione di Fanciullacci, in modo da dimostrare che l’attività gappista in città era tutt’altro che spenta dopo il suo arresto. Inoltre si studiava il modo di liberare Bruno con un ardito colpo di mano sull’Ospedale di via Giusti, dove, nel frattempo, egli era stato trasportato (41).

Il mattino del 30 aprile, davanti all’Albergo Arno, dove abitava il colonnello Ingaramo, due GAP sí disponevano secondo ì piani i due uomini si sedevano sulla spalletta dell’Arno, con compiti di copertura in caso di eventuali complicazioni, altri due passeggiavano davanti l’ingresso, in attesa che il colonnello uscisse, mentre un altro, Elio Chianesi, armato di una grossa bomba si intratteneva poco distante; altri erano dí guardia alle biciclette in un vicolo vicino. Il colonnello uscì e montò rapidamente in macchina; i due gappisti che avevano avuto il compito di eseguire l’azione, rimasero per un attimo sorpresi, ma si ripresero subito: mentre uno giustiziava il milite armato che fungeva da autista e da scorta, l’altro girava dietro la macchina e sparava alcuni colpi dal finestrino posteriore, colpendo il colonnello, che riportò numerose ferite al ventre. Le detonazioni richiamarono l’attenzione di un brigadiere della GNR, che corse verso la macchina: uno dei gappisti fece fuoco contro il fascista ferendolo. Si concludeva così la prima dell’azione e mentre i due compagni che erano seduti sulla spalletta si allontanavano indisturbati, i due uomini, che avevano sostenuto la parte principale dell’attacco, sí dirigevano verso il luogo dove era il Chianesi il quale lanciava la bomba allo scopo di scoraggiare e di acquistare così il tempo necessario a raggiungere le biciclette e eclissarsi.
Purtroppo l’esplosione causò il ferimento di tre passanti e la distruzione dí un negozietto di calzolaio, ritrovo dei dirigenti del P Comunista, suscitando le irate proteste di quest’ultimi, che, ignorando l’azione progettata, avrebbero potuto darvisi appuntamento.
A tali rimostranze il Comando GAP rispose che per motivi di sicurezza e di rapidità di azione, non sempre era possibile avvisare l’intero Comitato Direttivo del Partito.
« La Nazione » ed il « Nuovo Giornale » del l° maggio riportavano la notizia dell’azione e comunicarono che il Comando Generale GNR aveva disposto una taglia di lire 500.000 per gli «attentatori. Malgrado l’entità del premio, nessuno tradì i gappisti; né vi furono delazioní quando il 12 maggio, in occasione del decesso del colonnello Ingaramo avvenuto il 10 maggio, sul « Nuovo Giornale » appariva questo periodo, al termine di un articolo intitolato « Perché la giustizia giunga gli assassini »: « … Nella circostanza si rammenta che fu stabilito un premio di un milione per l’arresto degli autori dell’omicidio in persona di G. Gentile e di mezzo milione per quelli responsabili l’omicidio del colonnello Ingaramo ».
La reazione fascista non si limitò solo a questi provvedimenti infatti è da notare la singolare coincidenza fra l’attacco al colonnello Ingaramo ed il rinvenimento dei cadaveri di quattro vecchi antifascisti, Bruno Cecchi, Gino Cenni, Fernando Traquandi e Leoniero Lemmi, prelevati nelle loro case da sedicenti carabinieri in borghese; ciò fa supporre che venisse effettuata una rappresaglia alla chetichella (42).
Portata a termine questa azione, tutta l’attenzione dei GAP fu rivolta a preparare la liberazione di Fanciullacci che si presentava oltremodo difficile, essendo egli ricoverato nell’Ospedale Militare di via Giusti, strada centrale, ove potevano affluire rapidamente dei rinforzi. Come sé ciò non bastasse nella stessa via abitava il Senior Mario Carità, che usava tenere, quando si trovava in casa, una scorta armata nei pressi della sua abitazione.
Il 4 maggio, nel corso di una delle ricognizioni miranti a stabilire le difficoltà che si frapponevano alla liberazione del Fanciullacci, un GAP venne fermato dagli uomini di Carità-. uno dei gappisti fece fuoco ferendo una delle SS italiane, poi tutti quanti riuscirono a dileguarsi. Tuttavia uno dei gappisti era stato riconosciuto da un appartenente alla banda Carità e fu in seguito arrestato, *non avendo egli tenuto conto degli avvertimenti, impartitigli dai comandanti, di comportarsi con prudenza e di non recarsi nei luoghi abitualmente frequentati.
Questo scontro non fece desistere i gappisti dai loro progetti, anzi li spinse a stringere i tempi, poiché temevano che i fascisti, messi sull’avviso da quanto era accaduto, trasferissero Fanciullacci al carcere per fucilarlo. Invece i fascisti non si erano ancora resi conto che l’uomo che avevano nelle mani era uno dei due responsabili dei GAP fiorentini e lo stesso che aveva giustiziato Giovanni Gentile; perciò non avevano preso alcuna particolare misura di sorveglianza pensando che i gappisti con cui si erano scontrati il 4 maggio stessero cercando di colpire Carità.
Così 1’8 maggio sei gappisti, scelti fra i migliori, si ritrovarono a casa di Elio Chianesi per compiere l’azione. Due gappisti uscirono alla ricerca di un’automobile, necessaria per il trasporto del ferito, gli altri attesero lungamente, ma i due tornarono soltanto con la promessa di avere il mezzo nel pomeriggio. Infatti essi avevano tentato, per ben quattro volte, di impadronirsi di una macchina. Infine uno dei due, Giuliano Gattai, decise di usare la sua macchina, una topolino a metano, che, però, non sarebbe stata disponibile che nel pomeriggio.
Alle 17,30 la macchina giunse al parco dei divertimenti di piazza C. Ciano (ora della Libertà)- dove era stato fissato l’appuntamento e poiché tutti e sei gli uomini non entravano nella macchina tre di loro seguirono l’auto in bicicletta. Per poter entrare nell’ospedale senza destare sospetti uno dei gappisti si fasciò la testa e si finse ferito. Penetrati nell’ospedale, due provvidero a bloccare la portineria e il telefono, gli altri salirono al piano superiore e irruppero nella camera dove Fanciullacci era ricoverato. Mentre due gappisti provvedevano a giustiziare il milite di guardia, gli altri, con l’aiuto di una infermiera, che, assieme ad altri, aveva fornito al Comando GAP tutte le notizie necessarie a rintracciare subito Fanciullacci all’interno dell’ospedale (e che all’ingresso dei patrioti non aveva saputo frenare una manifestazione di gioia), fecero indossare al ferito un impermeabile e lo trasportarono nella macchina che si allontanò rapidamente, mentre i gappisti che non entravano nell’automobile si dispersero in direzioni diverse.
L’azione si era conclusa positivamente: unica vittima da parte antifascista fu l’infermiera, che, per l’aiuto dato ai gappisti e le sue espressioni di gioia, fu incarcerata a S. Verdiana.
Il Fanciullacci fu nascosto prima in una casa di via Celso e, in un secondo tempo, venne trasportato nell’abitazione di Ottone Rosai in via S. Leonardo, dove trascorse in convalescenza tutto il mese di maggio e parte del giugno.

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Un disegno di Rosai raffigurante Fanciullacci

La riorganizzazione dei GAP

Durante questo periodo avvenne l’arresto del gappista riconosciuto dagli uomini dí Carità il 4 maggio, seguito, poco dopo, da quello di un altro, Cesare Bani, che dopo essere stato selvaggiamente torturato a Villa Triste, venne inviato in un campo di sterminio tedesco, dal quale non è tornato.
Poiché entrambi gli arrestati conoscevano Cesare Massai, per evitare eventuali e più gravi danni all’organizzazione GAP, il Comando Militare del Partito Comunista decise di trasferire Massai nel pisano perché vi riorganizzasse i reparti partigiani in previsione di un imminente sbarco alleato, che pareva dovesse essere compiuto sul litorale livornese. Nella seconda metà di maggio, alle Cascine, Massai dava le consegne ad Elio Chianesiunico rimasto ancora efficiente ed in grado, sia per età che per serietà e coscienza, di dirigere l’attività gappista, poichè Fanciullacci era ancor alvalescente e Antonio Ignesti era dovuto entrare in sanatorio per recrudescenza della malattia polmonare cui era la affetto.
In questi giorni il direttivo cittadino del Partito Comunista, in previsione dell’attacco alleato, decise di porre tutto il suo apparato clandestino su piede di guerra. Questa decisione, che per i GAP significava ampliare i propri quadri, dato il favore che l’attività gappista incontrava nell’ambiente popolare di Firenze, provocò un rapido afflusso di volontari nelle file dei GAP. Questo fatto, unito all’allontanamento di Massai, al ricovero di Ignesti, alla convalescenza di Fanciullacci, che si annunciava lunga, ed alla cura particolare messa dalla Delegazione Comando Brigate Garibaldi, nella costituzione delle SAP e delle formazioni di montagna, soprattutto della Divisione « Arno », provocò complicazioni non indifferenti di carattere logistico e cospirativo, che con l’andar del tempo dovevano rivelarsi funeste.
Inoltre la esigenza di sviluppare ulteriormente l’attività militare, richiese una riorganizzazione dei GAP, che comportò un rallentamento delle azioni e dell’attività di educazione politica, volta a chiarire i motivi della lotta gappista ai nuovi combattenti, per lo più giovani. Al consistente afflusso di uomini nei GAP, non corrispose una severa analisi, estremamente necessaria in simili situazioni, della loro personalità morale. Così si ammisero nei GAP alcuni elementi che al momento dell’azione si dimostrarono più che coraggiosi, temerari, ma che quando caddero nelle mani di Carità non seppero resistere alla tortura e parlarono.
Questo difetto di preparazione degli uomini, la cui gravità si rivelò appieno soltanto alla metà del mese di luglio, provocò, quando ebbe luogo di manifestarsi, ben gravi conseguenze a causa dell’allentamento delle più elementari norme di sicurezza cospirativa, dovuto non tanto alla speranza di una rapida avanzata su Firenze degli Alleati, che ai primi di giugno erano entrati a Roma, quanto ad una eccessiva fiducia verso se stessi che i gappisti avevano acquistato a seguito del continuo successo dei loro attacchi e delle loro azioni di disarmo, compiuti anche nel centro cittadino, azioni che miravano, come nel precedente febbraio, ad addestrare alla guerriglia in città gli ultimi venuti e gettavano il terrore nelle file fasciste, le cui pattuglie sparavano al minimo sospetto ferendo i passanti, come si rileva scorrendo la stampa di quei mesi.
Nella seconda metà di giugno, durante una riunione in casa di Chianesi, Fanciullacci, malgrado non si fosse ancora completamente rimesso, chiese al responsabile del Partito Comunista, Aldo Comaschi (nome di battaglia di Luigi Gaiani) di riprendere il suo posto di comandante gappista; benché gli fossero prospettati i pericoli cui andava incontro, e per la salute, ancora debole, e perché ormai conosciutissimo dagli uomini di Carità, Fanciullacci insisté nella sua richiesta e fu esaudito (43).
Si pose subito all’opera ed i frutti si videro presto: il 9 luglio due GAP, guidati da Chianesi e Fanciullacci, si presentavano con un tenente germanico, passato dalla parte dei partigiani, al carcere di S. Verdiana; il tenente tedesco si faceva aprire e i gappisti irrompevano all’interno del carcere, tagliando subito i fili- del telefono e catturando gli agenti di custodia; quindi liberarono diciassette donne detenute per ragioni politiche, fra cui Tosca Bucarelli, la gappista catturata al caffè Paskowski, e l’infermiera che aveva collaborato alla liberazione di Fanciullacci; poi si allontanavano indisturbati con le donne.
Frattanto Carità, vedendo che l’occupazione di Firenze da parte degli Alleati era imminente, si era trasferito al Nord e al suo posto era subentrato al comando della banda Giuseppe Bernasconi, un pregiudicato per reati comuni, una delle prime azioni del quale fu quella di recarsi, con la sua guardia del corpo, al Casellario Giudiziario ove distruggeva documenti compromettenti che lo riguardavano (44).
Fanciullacci progettò di giustiziare questo pregiudicato, seviziatore di patrioti. Studiatene, come al solito, le consuetudini e gli orari abituali, fu stabilito di colpirlo al mattino, quando usciva da un albergo di Piazza S. Maria Novella. L’11 luglio, verso le dieci a.m., un GAP era dislocato nelle vicinanze dell’albergo in attesa del Bernasconi, ma quel giorno usci per primo una delle spie della banda, Valerio Volpini: il gappista che doveva compiere l’esecuzione non conosceva il Bernasconi e, ritenendo che l’individuo uscito fosse lui, fece fuoco uccidendolo. Nel corso del rastrellamento, immediatamente eseguito, veniva catturato il giovane Sergio Posi, che dal Fronte della Gioventù era passato a far parte dei GAP, trovato in possesso di alcune bombe (45).

La tragica conclusione

Il giorno dopo si svolgeva il primo atto della tragedia che doveva coinvolgere quasi tutti i gappisti fiorentini: nel corso di un’azione, decisa all’improvviso da due gappisti contro un ufficiale della milizia, nelle adiacenze del Viale dei Colli, uno dei due rimaneva ferito e l’altro lo abbandonava per recarsi in cerca di aiuto. Il ferito veniva catturato e consegnato al Bernasconi. Quale sia stato il trattamento inflitto al disgraziato non è difficile immaginarlo, quindi si può comprendere, anche se non giustificare, come abbia potAto fare rivelazioni di nomi e luoghi di appuntamento dei gappisti, che egli conosceva a causa di quella progressiva inosservanza delle precauzioni cospirative, di cui abbiamo già spiegato le ragioni.
Una pesante responsabilità grava anche sul compagno del ferito, che abbandonò quest’ultimo per andate a cercare rinforzi e aiuti. Essendo riuscite vane le sue ricerche, il gappista si recò a casa di Chianesi, ormai nota a tutti gli appartenenti ai GAP fiorentini, per avvisarlo di quanto era accaduto ed assieme girarono fino a tarda sera per cercare i loro compagni e porli in allarme. Purtroppo non fu possibile rintracciarli tutti; allora, poiché il coprifuoco era imminente, confidando probabilmente nella resistenza agli interrogatori del gappista catturato, fu stabilito di avvisare il giorno dopo, al consueto appuntamento, tutti quei gappisti che erano rimasti all’oscuro dell’avvenuto.
Invece il 13 Luglio — come narra il Francovich — un’autoambulanza si recò nei punti di ritrovo e gli uomini del Bernasconi balzando fuori all’improvviso con le armi spianate poterono catturare tutti i gappisti che si trovavano agli appuntamenti; verso mezzogiorno un folto gruppo di fascisti irruppe all’improvviso in casa del Chianesi, in via di Mezzo, approfittando del fatto che l’uscio di casa era rimasto socchiuso.
Elio Chianesi quel mattino era uscito con la moglie per cercare un regalino da offrire alla più piccola delle sue bambine, la « Didi », di cui doveva ricorrere il compleanno. Avevano girato per i barroccini di S. Lorenzo ed avevano acquistato una minuscola bambola di gesso; poi, verso mezzogiorno, erano tornati a casa. La signora Chianesi, che attendeva un figlio, non si sentiva bene ed appena a casa si distese sul letto per riposare; poco dopo arrivò Fanciullacci, che fece scendere Elio sul portone di strada. Scambiarono poche parole, poi Elio risalì le scale visibilmente preoccupato. Appena la moglie lo vide, capì che qualcosa non andava e la sua impressione divenne certezza quando vide Elio prendere le sue armi e prepararle febbrilmente. Alle insistenti domande per sapere cosa fosse accaduto egli rispose che era stata fatta una retata di gappisti e che anche il nipote, il diciassettenne Giuliano Molendini, era stato catturato. Mentre il Chianesi parlava, dalla pistola che stava caricando partì un colpo, che si perse nel soffitto. Dallo spavento la signora Chianesi quasi svenne e, per rianimarla e rincuorarla, suo marito le si mise vicino, dopo aver riposto le armi in una valigia, che nascose sotto il letto. Pochi minuti dopo irruppero nella casa gli uomini del Bernasconi, gridando il nome del Chianesi e puntando le armi sulle bambine. Al rumore Elio, immaginando ciò che avveniva nell’ingresso, si fece sulla porta di camera e, alla vista delle figlie terrorizzate, gridò: « Abbassate le armi! Perché volete spaventare le mie bambine?! » Di rimando gli fu chiesto: – « Chi siete? Come vi chiamate? ». Egli rispose prontamente: « Marcello Guidi ». Alla richiesta di mostrare i documenti, egli si avvicinò alla giacca, posta su di una sedia, cercando di prendere tempo. La signora Chianesi, accortasi delle sue manovre, nascondendosi dietro il marito, sfilò dalla tasca della giacca il portafoglio e se lo nascose in seno. Elio, fingendo di cercare i documenti, non vedendo alcuna speranza di salvezza né per sé, né, forse, per i suoi, sussurrò alla moglie: « Dammi una bomba! » « Elio, pensa alle bambine! », supplicò la signora Chianesi. Allora egli, mostrando di non trovare il portafoglio, chiese alla moglie di guardare se non fosse in camera da letto e, mentre la signora si allontanava, approfittò di un istante di disattenzione dei fascisti per farsi largo e scendere d’un balzo la rampa di scale che portava in strada. Uscito e guadagnata via Fiesolana, si mise a camminare sperando di ingannare gli inseguitori. Pare che questo tentativo del Chianesi sia stato reso vano da un repubblichino, che abitava nelle immediate vicinanze, il quale cominciò a sparare gridando: « E’ lui! È lui! ». Elio, allora, cominciò a correre e giunto all’altezza di via dei Pilastri, voltò a sinistra, ma dalla Caserma fu sparata una raffica che lo colpì alle reni ed alla testa, facendolo stramazzare all’incrocio con Borgo Pinti. La stessa raffica dette la notizia di ciò che stava accadendo al responsabile dei GAP, Aldo Comaschi, che stava pranzando in una casa di Borgo Pinti; questi, essendo al corrente della retata di gappisti fatta dai fascisti, immaginò subito la tragedia che si stava svolgendo.
Frattanto a casa Chianesi, vuotatasi improvvisamente, la signora si era ripresa dal malore che l’aveva colta vedendo scomparire il marito con dietro la masnada di fascisti e sentendo la sparatoria nella strada.
Rendendosi conto che i fascisti sarebbero presto tornati, essa affidò le bambine ad una inquilina, prese le valigie con le armi e i documenti, scese nella strada divenuta deserta, e si avviò verso la piazza di S. Ambrogio con il cuore stretto dall’angoscia, senza sapere dove andare a nascondere le valigie. Ad un tratto vide apparire da via de’ Pepi due fascisti; per stornarne i sospetti cominciò a soffermarsi e a guardare i numeri dei portoni, come se stesse cercando un indirizzo. Giunta senza ostacoli a S. Ambrogio, risalì per via Carducci fino al giardino di piazza D’Azeglio, poi prese per via della Colonna. Giunta all’incrocio con Borgo Pinti, vide che questo era sbarrato dai fascisti e che al crocicchio di via dei Pilastri era ferma una autoambulanza; domandò che cosa fosse accaduto e le fu risposto che era stato ucciso un uomo. La certezza che fosse avvenuto ciò che temeva, fece sprofondare la signora Chianesi in in uno stato di semi incoscienza e quasi automaticamente essa si diresse verso via S. Gallo, raggiungendo l’abitazione di una sua cognata, ove, appena udita la notizia della tragedia, fu colta da malore.
Nel primo pomeriggio i fascisti tornarono nella casa di via di Mezzo, dove trovarono solo le bambine di Elio, e cominciarono a frugare ovunque ed a fracassare ogni cosa alla ricerca di armi e documenti.
Alle rimostranze della figlia maggiore del Chianesi risposero minacciando le bimbe con le armi, poi mostrarono una fotografia del padre alla più grande, che disse di non conoscerlo; allora la fecero vedere alla più piccola, che esclamò: « Uh! ih babbino! ». Era quanto cercavano gli uomini del Bernasconi; uno di essi sferrò un manrovescio alla più grande, gridando che esse dovevano sapere che il loro padre era un delinquente.
Intanto un nipote del Chianesi, saputo che Elio non era morto, ma che si trovava ricoverato in condizioni disperate all’Ospedale di S. Maria Nuova, si recò subito a dame notizia alla signora Chianesi; e questa, benché non si fosse ancora ripresa dal malore e corresse il rischio di essere arrestata, non esitò a recarsi al capezzale del marito.
Elio giaceva in una corsia dell’ospedale píantonato e legato al letto per il braccio rimasto sano, che l’altro era paralizzato a causa delle ferite ricevute; al vedere la moglie sgranò gli occhi, temendo che fosse stata catturata, ma ella lo rassicurò subito sulla sorte sua e delle bambine e gli sussurrò che le valigie erano in mani sicure. Poi pregò il milite di guardia di liberare il braccio ad Elio; dapprima quello non ne volle sapere, poi accondiscese poiché la signora Chianesi si assunse ogni responsabilità.
Elio accarezzava il viso della moglie, che si sforzava di trattenere le lacrime e di sorridere; egli non poteva neanche parlare, ma i suoi occhi dicevano tutto: l’amore e la gratitudine per la moglie, il sollievo di sapere che nessuno dei compagni rimasti era in pericolo per colpa sua, l’immensa tristezza di lasciare colei che gli era rimasta coraggiosamente al fianco, anche nei momenti più tragici, e le figlie, per le quali aveva combattuto nelle speranza di poter vivere con loro in un mondo migliore.’ Ad un tratto i suoi occhi si velarono ed un fiotto di sangue gli uscì dalla bocca: era sopraggiunta un’emorragia interna, che ne doveva provocare la morte. La signora Chianesi non poté più contenere lo strazio che la dilaniava e fu colta da una crisi di nervi, che ne sconvolse l’organismo e le fece perdere il figlio che attendeva.
Ricoverata alla Maternità, fu circondata dalle cure più affettuose non appena si seppe chi era e per qual motivo. aveva abortito; ma era detto che essa non potesse stare tranquilla neanche all’ospedale: due o tre giorni dopo il ricovero dovette abbandonare la clinica ostetrica, poiché gli uomini del Bernasconi la stavano cercando in tutti gli ospedali, e fu costretta a nascondersi con le bambine in una casa di conoscenti (46).
In quei giorni, infatti, l’attività poliziesca dei nazifascisti era stata particolarmente intensa: mentre a Villa Triste i gappisti catturati erano continuamente sottoposti a interrogatori e sevizie disumane, un gruppo di fascisti seguiva accanitamente le tracce di Fanciullacci. Egli fu arrestato due giorni dopo la morte di Elio Chianesi nei pressi di Piazza S. Croce, dove si era recato ad un appuntamento, forse nell’estremo tentativo di trovare delle misure per arginare il crollo dell’organizzazione GAP. Non si sa con esattezza in quali circostanze si sia verificato l’arresto, ma non è improbabile che egli sia stato riconosciuto dai fascisti che piantonavano Piazza S. Croce, ove pochi giorni prima erano stati catturati alcuni dei migliori gappisti, fra cui Giuliano Molendini, nipote di Chianesi, Carlo Rosseto e Giuliano Gattai, colui che aveva posto a disposizione dei GAP la propria auto per la liberazione di Fanciullacci ed aveva partecipato all’azione come autista.
Subito dopo l’arresto, Bruno fu condotto a Villa Triste e sottoposto ad un interrogatorio, condotto con particolare ferocia; rinchiuso, quindi, in una cella, ne fu fatto uscire solo nel pomeriggio per un secondo interrogatorio, che doveva avvenire in una stanza al terzo piano; prima di introdurvelo il piantone fece sostare Bruno nell’anticamera, dove una delle finestre era spalancata. Ciò che passò nella mente di Fanciullacci in quei pochi istanti è immaginabile: ancora torture atroci, il timore di non resistere, poi la morte certa.
Sorprendendo il piantone, Bruno si lanciò, ancora ammanettato, dalla finestra: mentre precipitava i fascisti gli spararono dietro alcuni colpi, uno dei quali lo raggiunse. Ma la speranza di Fanciullacci di por fine alle proprie sofferenze doveva, purtroppo, andate delusa: nella caduta egli riportò ferite gravissime, ma non immediatamente mortali, secondo quanto un medico di Villa Natalia, che lo soccorse, dichiarò in seguito, rilasciando il seguente certificato:

« Io sottoscritto Dott. Italo Pizziolo attesto che nel luglio 1944 ho avuto in cura presso la SS tedesca il partigiano Bruno Fanciullacci, il quale aveva riportato la frattura della base del cranio, polso destro, femore destro e presentava una ferita d’arma da fuoco, riportata perché mentre precipitava dall’alto gli fu sparato. In fede Dott. I. Pizziolo » (47).

Dopo la caduta, Bruno fu ricoverato nella vicina casa di cura Villa Natalia, dove, malgrado le cure, si spense il 17 Luglio 1944, senza aver la consolazione di vedere il volto di un amico.
Quella stessa sera si concludeva l’operazione della polizia nazifascista, messa ampiamente in risalto da « La Nazione » del 16 Luglio, con la retata di Piazza Tasso, ove vennero catturati altri gappisti, nel corso della quale si verificò la inconsulta sparatoria, che doveva costare la vita ad alcuni innocenti, fra i quali un vecchio ed un bambino. Anche i gappisti catturati a Piazza Tasso furono condotti a Villa Triste e seviziati, nel- l’intento di far loro rivelare nomi e indirizzi, ma nessuno di essi parlò.
La sera del 21 Luglio tutti i gappisti catturati, fra i quali Giuliano Molendini, di cui abbiamo già parlato, furono fatti salire, assieme ad altri prigioneri, su un camion, che partì per ignota destinazione e rientrò, dopo alcune ore, vuoto. Il giorno dopo « La Nazione » dava notizia dell’avvenuta fucilazione dei « terroristi », « brillante » esito dell’operazione condotta dalla SS tedesca.

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Il Monumento ai fucilati delle Cascine

Per lunghi anni non si è saputo dove i patrioti fossero stati fucilati, benché esistessero fondati motivi per credere che ciò fosse avvenuto alle Cascine. Infatti il 17 Aprile 1956 furono ritrovati i loro resti in una trincea antischegge sul greto dell’Arno, ove oggi sorge un cippo (48).
L’uccisione di Elio Chianesi e di Bruno Fanciullacci, nonché la contemporanea cattura della maggior parte dei gappisti più agguerriti, posero l’organizzazione in gravissime difficoltà: i superstiti erano pochissimi e la liberazione della città, con tutti i problemi che comportava, imminente. Il Comando Militare del P.C1 fu costretto, così, ad impiegare nella lotta elementi non sufficientemente preparati sia dal punto di vista politico,-che militare, posti sotto il comando di Antonio Ignesti, uscito dall’ospedale dopo la morte di Chianesi e Fanciullacci. Malgrado l’impegno dell’Ignesti non fu possibile ricostituire nel breve tempo a disposizione un’organizzazione pienamente efficiente come quella che l’aveva preceduta e perciò i GAP non poterono effettuare azioni di rilievo, nel corso dell’insurrezione di Firenze.
Con gli arresti di Piazza S. Croce, Piazza Madonna, Piazza S. Maria Novella, Piazza Tasso, cadevano gli uomini migliori delle formazioni armate comuniste di città, coloro che avevano coscientemente accettato il posto più rischioso nella lotta atroce, con la convinzione di poter meglio contribuire alla conquista di una nuova società, che fosse soprattutto, più giusta e più libera. La loro scomparsa, più dolorosa per essere avvenuta alla vigilia della nascita di quel mondo da essi sognato e voluto, non fu sterile, ma è necessario che non sia dimenticata da tutti coloro che vissero quei tragici giorni e, soprattutto, che sia conosciuta dalle nuove generazioni perché non sia avvenuta inutilmente. Per questo abbiamo cercato di tracciare le biografie di Alessandro Sínigaglia, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci, e di descrivere gli avvenimenti che li condussero assieme a molti compagni di lotta e di sofferenze, al sacrificio della propria vita.

GIOVANNI VERNI

Note

(1) Tale distinzione non fu di gradimento degli antifascisti: quando l’On. Sandro Pertini, socialista, venne a conoscenza della sua prossima scarcerazione in quanto complesso fra gli antifascisti « generici », rifiutò recisamente di essere dimesso dal carcere, rivendicando violentemente per sé la qualifica di antifascista specifico. (Testimonianza di Dino Saccenti).

(2) Test. di Romeo Landini. Il Landini, a quel tempo meccanico, è un vecchio militante comunista. Arrestato nel 1930 e deferito al Tribunale Speciale, fu condannato a 6 anni di carcere. Partecipò alla guerra civile spagnola con le forze repubblicane avendo, così, modo di conoscere il Sinigaglia, col quale condivise l’internamento nei vari campi francesi ed il confino a Ventotene. Durante la Resistenza fu ispettore del P.C.I. nel pisano ed è con lui che s’incontrò Sinigaglia il 12 febbraio 1944. Attualmente è pensionato della Selt-Valdarno.

(3) Test. di Mario Pirricchi, fornaio, comunista; arrestato col gruppo di Masi, Dolfi, Fanciullacci nel 1938, deferito al Tribunale Speciale e condannato a sei anni di prigione. Uscito dopo H 25 luglio, riprese il suo posto di lotta nella organizzazione clandestina cittadina del P.C.I. Attualmente è Segretario Provinciale dell’ANPI, Segretario del Consiglio Federativo Toscano della Resistenza, consigliere Comunale di Firenze e membro del Comitato Provinciale della Federazione Comunista di Firenze.

(4) Cfr.: C. FRANCOVICH, La Resistenza a Firenze, Firenze, 1962, pag. 38. Circa la partecipazione del Sinigaglia alla formulazione del suddetto appello, test. di Gino Tagliaferri, a quei tempi meccanico di biciclette, uno dei fondatori del P.C.I. a Firenze. Il Tagliaferri, arrestato e deferito al Tribunale Speciale per tre volte, fu con- dannato complessivamente a 9 anni di carcere. Fece parte del primo comando militare del P.C.I. dopo 1’8 settembre, divenendo poi ispettore del Partito per l’organizzazione della Resistenza in provincia di Siena. per impadronirsi di armi e di equipaggiamenti militari; a tale scopo venne lasciata Montagnana per stanziarsi in località Stambella, più vicina a Greve (5).

(5) Test. di Cesare Massai, tappezziere, che fece parte del gruppo clandestino di Dolfi, Masi, Fanciullacci. Arrestato nel 1938 e deferito al Tribunale Speciale fu condannato a 7 anni di carcere. Dopo 1’8 settembre fece parte della formazione partigiana di F. Pucci. Rientrato a Firenze negli ultimi giorni del dicembre ’43 entrò a far parte dei GAP fiorentini, divenendone il comandante. Ricoperse tale incarico fino alla seconda metà del mese di maggio ’44, venendo poi trasferito nel pisano.-

(6) Test. di Alessandro Susini, uno degli organizzatori più solerti del Fronte della Gioventù, in seno Al quale era uno dei rappresentanti del P.C.I. Il ,Susini proviene da una famiglia di repubblicani, che fin dall’inizio si opposero al fascismo. Nel 1924, giovanissimo, Alessandro entrò a far parte della Gioventù Repubblicana e subì una prima bastonatura da parte dei fascisti. Nel 1926 fu arrestato assieme al padre e al fratello maggiore: il primo venne inviato per due anni al confino di Lipari e Favignana, i due giovani ebbero due anni di ammonizione. Nel 1928 il Susini riuscì a entrare come manovale nella azienda del Gas . (dove è tuttora impiegato) senza che se’ne accorgessero i fascisti. Questi scoprirono- la cosa nel 1931 e il Susini venne licenziato per ordine della federazione fascista, ricevendo anche una seconda bastonatura. Nel 1935 aderì al P.C.I.

(7) Test. di G. Tagliaferrí.

(8) Test. di Elsa Massai, moglie di Cesare Massai. Essa durante la Resistenza fece parte dei GAP fiorentini, svolgendo una intensa attività come ufficiale di collegamento. Attualmente è una dirigente della C.G.I.L. e consigliere alla provincia di Firenze.

(9) Test. di Dino Saccenti. Egli fu uno dei primi a far parte della Sez. Pratese del P.C.I. Era stato nel 1921 l’organizzatore degli Arditi del "Popolo (formazioni antifasciste che si proponevano di battere il fascismo sullo stesso terreno della violenza e che si dissolsero rapidamente dopo le prime azioni) di Prato e perciò venne arrestato una prima volta nel 1922 e condannato a 12 anni di prigione dalla Corte d’Assise di Firenze. Uscito, si impiegò come magazziniere e riprese il suo posto nell’organizzazione clandestina comunista milanese. Veniva nuovamente arrestato nel 1928; deferito al Tribunale Speciale fu condannato nel 1929 ad altri 5 anni di carcere. Dimesso dal carcere, espatriò e fu inviato nell’URSS dove ebbe modo di conoscere il Sinigaglia. Allo scoppio della. guerra civile spagnola si arruolò con le forze repubblicane e con esse combatté, riportando una ferita grave nella battaglia dell’Ebro, fino al momento in cui il suo reparto dovette riparare in Francia. Internato al campo di Argelés-sur-Mèr, vi ritrovò il Sinígaglia e condivise le vicende di quest’ultimo fino alla liberazione dal confino di Ventotene. Durante la Resistenza successe al Sinigaglia nella Delegazione Comando Brigate Garibaldi. Adesso è Presidente del Comitato Provinciale ANPI di Firenze, Vice presidente del Consiglio Regionale Toscano della Resistenza e Presidente dell’ANCR di Prato.

(10) Test. Di Cesare MassaiNote

(11) Test. di Aldo Bemporad, nipote della seconda moglie di David Sinigaglia. Il Bemporad ebbe modo di conoscere bene Alessandro, col quale• rimase in contatto epistolare anche dopo la fuga all’estero di quest’ultimo; durante il periodo di confino a Ventotene e dopo 1’8 settembre tali contatti divennero più frequenti, ce%sando solo nell’autunno-inverno del ’43, quando il Bemporad dovette allontanarsi da Firenze per sfuggire alle persecuzioni razziali. Attualmente è Vice Sindaco socialista di Rufina.

(12) Test. di Romeo Baracchi. Il Baracchi, di mestiere tipografo, fu uno dei primi dirigenti e organizzatori della Gioventù Comunista di Firenze. Per tale attività fu arrestato due volte, deferito al Tribunale Speciale e condannato complessivamente a 17 anni e 3 mesi di galera. Uscito di carcere dopo il 25 luglio 1943, riprese il suo posto di combattente antifascista e durante il periodo clandestino ri- coprì importanti funzioni nei settore stampa del P.C.I. P, deceduto nell’aprile 1963.

(13) Test. di Orazio Barbieri, che partecipò attivamente all’organizzazione clandestina del P.C.I. Durante il ventennio fascista fu arrestato e deferito al Tribunale Speciale, fu condannato a un anno di prigione. Nel periodo 8 settembre ’43 -agosto ’44 svolse intensa attività curando la stampa clandestina del P.C.I. Attualmente è Presidente Regionale dell’ARCI. Una più vasta e accurata ricerca di notizie fa ritenere esatta questa informazione di Orazio Barbieri, mentre è da ritenersi errato quanto da me dichiarato a Carlo Francovich e da questi riportato a pag. 376-377 del suo libro « La Resistenza a Firenze », circa una seconda fuga del Sinigaglia a Milano, sempre assieme al Verni. L’errore è dovuto al fatto che quest’ultimo ha dovuto ricostruire avvenimenti accaduti oltre trent’anni fa, sulla sola base dei ricordi personali

(14) Test. di Aldo Bemporad.

(15) Il Chiesa è fratello del patriota livornese Oberdan Chiesa, fucilato dai tedeschi a Rosignano Solvay.

(16) Test. Di Saccenti V. nota 9

(17) Test. Di A, Bemporad

(18) Il Dolfi fu arrestato e condannato a 12 anni di reclusione per aver partecipato alla costituzione di questo nucleo clandestino. Dopo l’8 Settembre fu uno dei primi a raggiungere la montagna ed a contribuire all’organizzazione delle formazioni partigiane. Costituitasi la Divisione Garibaldi « Arno » ne divenne il Commissario Politico.

(19) Vedi: « Storia di un antifascista » in SOCIETÀ del maggio-giugno 1947.

(20) Quest’opera fu mirabilmente tradotta dall’antifascista fiorentino Renato Poggioli, che nel 1938 emigrò negli Stati Uniti d’America, dove si legò in stretta amicizia con Gaetano Salvemini e col gruppo di esuli politici gravitanti intorno a lui. Il Poggioli divenne poi professore di Letteratura comparata e di Slavistica presso l’Università di Harvard ed è morto nell’anno 1963 in California a seguito di un incidente automobilistico. La pubblicazione dell’u Armata a cavallo », avvenuta nel 1932, costituì un notevole atto di coraggio sia per il traduttore che per l’editore ed il titolare della collana, che era Franco Antonicelli, il futuro Presidente del C.L.N. piemontese. Tale opera ebbe una grande risonanza non solo nel mondo dell’opposizione intellettuale, ma anche in quello dell’antifascismo militante, come risulta dal-episodio qui riferito.

(21) Test. di Otello Berti, uno degli organizzatori della rete clandestina comunista, che nel 1942 fu in parte scoperta dalla polizia. Arrestato e deferito al Tribunale Speciale fu condannato a 18 anni di prigione. Uscito dopo il 25 luglio ’43, fece parte delle prime formazioni partigiane ed al momento della costituzione della Divisione Garibaldi « Arno » (poi Potente) fu chiamato a far parte del Comando di Divisione. Adesso è impiegato al Comune di Firenze.

(22) Test. di Sirio Giannini. Il Giannini, nato a Firenze nel 1923, durante la guerra entrò, non ancora ventenne, nell’organizzazione clandestina comunista di Fi- renze, divenendone uno dei più solerti organizzatori. Arrestato e deferito al Tribunale Speciale nel 1942, fu condannato a 25 anni di carcere. Uscito dopo il 25 luglio, fece parte delle prime formazioni partigiane divenendo, poi, il Commissario politico della Brigata Garibaldi « Sinigaglia ». Attualmente è impiegato al Comune di Firenze.

(23) Test. di Elsa Massai.

(24) Da « La Nazione », 16-17 gennaio: « In conseguenza degli attentati commessi la sera del 14 gennaio contro uffici ed abitazioni tedesche, l’inizio del coprifuoco nella città di Firenze viene anticipato alle ore 20 con effetto dal 15 gennaio. t vietato l’uso delle biciclette, che non potranno essere condotte neanche a mano, dalle ore 17,30 fino alla fine del coprifuoco. Il Comandante Militare: Von Kunowski ».

(25) Ved. « Azione Comunista », 3 febbraio 1944.

(26) Test. di Cesare Massai.

(27) Test. di Gino Tagliaferri.

(28) Test. di Cesare Massai.
(29) Da « La Nazione » dei 24 febbraio.

(30) Test., di Romano Bilenchi. Cfr.: « C. FRANCOVICH », op. cit. p. 74.

(31) Test. di Romeo Landini

(32) Test. di Dine Saccenti.

(33) Cfr.: « C. FRACOVICH », op. cit. pag. 144-145. Ved. inoltre «Nuovo Giornale» dell’epoca, vari numeri.

(34) « Ieri alle otto e trenta in Via Incontri è stato sparato da un cichua contro un appartenente alle Forze Armate Germaniche. In conseguenza di ciò. m disposizione del locale Comando Germanico, dalle ore 16 di oggi e fino a nu~ ordine è vietato in modo assoluto la circolazione dei ciclisti nel territorio coni~ fra le seguenti strade: Via Vittorio Emanuele, Via Trieste, Via Bolognese, Via ^ Pietra, Via Gareggi, Via Pergolino, Via Taddeo Alderotti. Si avverte, per altro.
il transito dei ciclisti è consentito su dette strade perimetrali esterne. Contro i rw sgressori sarà fatto uso delle armi, mentre le biciclette saranno sequestrate. A rito dei contravventori vergano anche applicate tutte le altre disposizioni penali tondo le leggi vigenti»,

(35) Cfr.: « C. FRANCOVICI-I », op. cit., pag. 145.

(36) Test. di C. Massai.

(37) La Delegazione Comando « Garibaldi » approfittando dell’atteggiamento neutrale tenuto dai Carabinieri, che in pratica si risolveva in un’alleanza, era riuscita ad inviare in montagna vari appartenenti all’Arma; che resero utili servigi ed in questo periodo riuscì ad appropriarsi di notevoli quantitativi di armi giacenti alla Stazione Centrale. Quasi contemporaneamente venivano iniziati cauti sondaggi per cercare di stabilire contatti con uomini della X’ MAS, al fine di svolgere opera di propaganda e disgregazione anche nelle formazioni militari più dichiaratamente fasciste. Tale lavoro fu proseguito, con risultati solo parzialmente positivi fino al giugno seguente, allorché fu richiesto da un gruppo di appartenenti alla X’ MAS un colloquio con esponenti comunisti, ma quando l’incaricato comunista, tale Rocchi, si presentò loro, fu accolto a colpi di pistola e, benché ferito, riuscì, fortunosamente, a porsi in salvo.

(38) Antonio Ignesti entrò a far parte dei GAP fiorentini fino dal moine~ della loro costituzione e partecipò alle più importanti azioni (Gentile, Ingar~ come uno degli elementi di punta. Coloro che lo conobbero ricordano come egk prima di ogni azione, avesse l’abitudine di riproporre, a sé ed agli altri, i p ed i problemi presenti e futuri del comunismo, quasi a convincersi,ni volta, necessità e della giustezza di ciò che stava per intraprendere. Dopo lo sfasciamene quasi completo della organizzazione gappista, avvenuto nella seconda metà di lugbk ebbe l’incarico di ricostituire i GAP, ma il precipitare degli eventi gli impedì realizzare pienamente il compito affidatogli.

(39) Sulla problematica sollevata dalla uccisione di G. Gentile cfr. C. Francovich, Chi ha ucciso G. Gentile?, in « Atti e Studi » dell’I.S.R.T. n. 3, dicembre 1961 e n. 4, ottobre 1962, pag. 40-41. Dalla nostra ricerca risulta, come il Francovich ha già detto, che i comunisti fiorentini rivendicano appieno la paternità A questa impresa.

(40) Test. di Gino Massai, fratello di Cesare; in quel periodo prestava servizio presso l’Ospedale Militare di Via S. Gallo.

(41) Test. resa dal prof. Aldo Greco, antifascista ed in contatto con l’organizzazione clandestina della Resistenza, che nel 1944 era primario all’Ospedale di Via Giusti, il 15 novembre 1947 durante l’istruttoria dei processo alla banda Carità:
« Ho curato nello stesso ospedale (di Via Giusti) anche il Fanciullacci Bruno, il quale presentava delle ferite piuttosto profonde nella regione perineale, cagionate evidentemente da arma da punta e taglio. Il Fanciullacci mi disse che era stato ridotto in quel modo per ordine di un maresciallo della milizia ad alcuni militi ai quali diceva: " Tirategli nelle natiche, perché così non si vede ".
Ho sentito dire, non ricordo da chi, che il Fanciullacci quando fu arrestato di nuovo si gettò dalla finestra e morì dalla frattura causata dalla caduta:
Ora ricordo che la cosa mi fu detta dal Dott. Pizziolo della Clinica Ortopedica che lo curò »,
Tale testimonianza si trova a pagina 84 delle carte Max Boris, riguardanti il processo di Lucca, giacenti presso l’I.S.R.T.

(42) Vedi « La Nazione » e il « Nuovo Giornale », vari numeri dei primi giorni del maggio 1944; cfr.: « C. Francovich », op. ci t., t., pag. 197.

(43) Test. di Luigi Gaiani, attualmente Senatore del P.C.I. Prese il posto di Sinigaglia dopo che questi fu ucciso.

(44) Secondo gli incartamenti del processo alla banda Carità, il fatto avvenne 1’11 luglio 1944.

(45) Cfr.: « C. FRANCOVICH », op. cit., pag. 243 e l’art. di P. Nesti, ivi citato.
Il Posi venne poi fucilato alle Cascine il 21 luglio con i gappisti e con essi è stato riconosciuto come partigiano combattente.

(46) La morte di Elio Chianesi è stata ricostruita in base alle testimonianze di vari amici e, soprattutto, della signora Rita Chianesi, vedova di Elio.

(47) Copia dattiloscritta di tale certificato si trovano presso l’ANPI di Firenze.

(48) Cit. C. Francovich op. pag 44 e seg

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