Alfredo Mazzoni

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I Compagni di Firenze

Memorie della Resistenza 1943 / 1944

Istituto Gramsci Toscano

1984

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ALFREDO MAZZONI

Alfredo Mazzoni è nato a Firenze il 16 agosto 1905. Nel 1940 entrò a far parte dell’organizzazione clandestina del PCI esistente nelle Officine Galileo. Fu membro del Comitato cittadino clandestino diretto da Giuseppe Rossi e da Mario Fabiani. Dal dicembre 1943 coordinò il Comitato Settore Industriale del PCI fino agli scioperi del 3 marzo 1944. Fu responsabile del triumvirato della III zona del PCI durante la lotta di liberazione. Per l’attività svolta è stato decorato della croce al merito di guerra e della stella garibaldina e gli è stato assegnato il grado di capitano. Dopo la Liberazione ha fatto parte della Federazione comunista fiorentina, lavorando all’organizzazione. Rientrato nelle Officine Galileo, fu capo del personale fino al 1952, poi per discriminazione politica fu retrocesso a capo reparto e, nel 1956, allontanato dalle Officine Galileo e trasferito alla FLOG (Fondazione Lavoratori Officine Galileo). Nel 1959 fu licenziato. Segretario della FLOG fino al 1965 e membro del Comitato Provinciale dell’ANPI fino al 1980, ha coordinato il Comitato Toscano Legge 36/1974 (licenziati per rappresaglia politica e sindacale),

Figlio di un popolare propagandista socialista, proveniente da Empoli, di professione vetturino, che ogni sera in casa leggeva ad alta voce « La Difesa » commentando poi i vari articoli, sono cresciuto in una atmosfera « rossa » anche frequentando la Casa del Popolo del rione Pignone, di cui mio padre era socio.

Mio fratello, maggiore di 5 anni, mi conduceva in corteo a vari comizi del 1° Maggio e ad altre manifestazioni. Ricordo sempre il comizio in Piazza Torino, oggi Piazza del Lungo, in cui parlarono il deputato socialista Pescetti e l’anarchico Enrico Malatesta in unione d’intenti e quello al mercato ortofrutticolo di S. Ambrogio che fu disciolto dai carabinieri a furia di spintoni e calci di moschetto.

Ragazzo di 10 anni mi sentivo già ribelle ai soprusi e all’inizio della prima guerra mondiale ero già schierato contro. Ricordo ancora tutti gli stornelli antiguerreschi che finivano col ritornello « Bon, Bon, Bon al Rombo del Cannon ». Questo motivo come pure quello di Bandiera rossa e l’Internazionale, verrà poi ripreso con parole cambiate dai fascisti che non sapendo esprimere nulla di nuovo adoperavano tali arie musicali.

A 18 anni fui assunto dalla Pignone in qualità di tornitore meccanico e mi resi subito conto che il fascismo imperava in pieno accordo con la Direzione che aveva già istituito una ferrea disciplina con l’ausilio di un feroce sadico sorvegliante spalleggiato dai fascisti.

Verso il 1926, non ricordo esattamente, fu lanciato il prestito del « Dollaro » e successivamente quello del « Littorio » pretesto del regime per saldare i debiti di guerra contratti con gli USA e sanare le finanze dello Stato, ma in realtà per spremere le tasche dei lavoratori e sovvenzionare le squadracce nere.

Anche alla Pignone ebbe luogo la sottoscrizione e naturalmente rifiutai di aderire a tutte e due, come pure iscrizione nel Sindacato fascista.

Questi rifiuti ed il mio atteggiamento inconsciamente ribelle mi valsero una scazzottatura contro tre squadristi dell’Officina che mi aspettarono fuori del cancello.

Fu il compianto compagno Alessandro Sinigaglia la sera stessa raccontai l’episodio, che mi aprì gli occhi politicamente dicendomi: « Sei un bischero! Ma non sai che rischi inutilmente con il tuo modo di fare! Entra nel sindacato e opera con oculatezza al servizio della causa antifascista! ». Per me la resistenza ebbe inizio in quell’ormai lontano 1927. Resistenza passiva per un certo tempo, dato che ormai i compagni conosciuti e frequentati presso l’università popolare di Via dei Serragli (Sinigaglia, Fosco Frizzi, Romeo Baracchi, Otello Dal Fiore, Foscolo Lombardi, Alberto Albertoni, Dino Verni ed altri) non si vedevano più, in seguito al predominio fascista di quel glorioso sodalizio che fu chiamato Università Fascista di Cultura.

Furono anni di antifascismo ristretto ad un piccolo gruppo di amici, già classificato « Bigi » dai fascisti i quali bollavano con tale appellativo, coloro che non avevano voluto aderire al P.N.F. (a proposito di questa sigla, ricordo la definizione che veniva data conoscendo le ruberie dei gerarchi, Pasqua, Natale, Ferragosto, giorni in cui si mangia di più).

Nel dicembre 1939 mi trasferii alla Galileo e qui finalmente trovai ciò che da tempo anelavo fortemente. Dalla Pignone mi avevano seguito i miei precedenti di antifascista e questo permise al compagno Alfeo Gelli di introdurmi nella organizzazione clandestina del PCI esistente nell’officina, facente capo all’esterno a Cesare Collini. Questa immissione mi consenti di stabilire il collegamento con Athos Bonardi, uno dei 5 amici della Pignone, che a sua volta passò alla formazione delle cellule aziendali. Il Bonardi dopo gli scioperi del 3 marzo 1944 fu tra i deportati a Mauthausen e purtroppo non ne fece ritorno.

Iniziò così per me la vita di cospiratore che affrontai, con fede e entusiasmo e nel marzo 1942 accolsi prontamente la proposta della diffusione di manifestini color rosso il cui contenuto, dopo le spiegazioni della situazione politica e la denunzia delle responsabilità del fascismo, si concludeva con le parole d’ordine: « Il popolo Italiano deve lottare sul fronte interno per la rottura dei rapporti con l’Asse e far Pace separata con l’Inghilterra; Scioglimento della milizia e del Tribunale Speciale; Liberazione dei condannati politici dalle carceri, confino e campi di concentramento; Italiani, l’arma con la quale dovete agire sul fronte interno, per conseguire la vostra liberazione, deve essere il boicottaggio del lavoro. Operai, lavorate poco e male, rifiutate gli straordinari di guerra e lottate per l’aumento dei salati. Contadini non portate i vostri prodotti agli ammassi, solo così finirà la guerra. Donne italiane: non donate più nulla al fascismo, impedite la partenza dei vostri figli, dei vostri mariti, dei vostri fratelli per il fronte. Soldati: questa è guerra del fascismo e non dell’Italia, non combattete contro le democrazie che lottano per la liberazione del popolo italiano

W L’UNIONE DEMOCRATICA DI TUTTI I POPOLI LIBERI – PCI ».

Il lancio fu effettuato nell’intera città e stupì le autorità fasciste le quali sferrarono un feroce attacco alla ricerca degli autori. Infatti più che un lancio fu una distribuzione dei suddetti manifestini, collocati dentro le cassette private della posta, nelle persiane dei piani terra, e negli ingressi delle case. Alla mia cellula fu assegnata la Via Bolognese e ricordo di aver ritirato il voluminoso pacco, da dividere in tre parti, nell’angolo oscuro del Ponte dei Macelli in Via Circondaria, dallo stesso Collini e da Armando Annunziati, e raggiunsi i due compagni al Ponte Rosso a cui consegnai la loro parte.

Avevamo organizzato la distribuzione in tre punti: il primo tratto a partire dal Ponte Rosso al Pellegrino; il secondo da questo alla Lastra ed il terzo fino alle ultime case di Trespiano.

Io, che ero in bicicletta, mi presi l’ultimo tratto di strada ed a piedi iniziai la distribuzione, a ritroso giunsi Alla casa del Fascio della Pietra a cui si accedeva traversando un piccolo giardino e vedendolo deserto vi sparpagliai un bel mazzetto di manifestini. Finito il mio tratto rimontai in bicicletta appena in tempo per sfuggire ad un gruppo di fascisti che mi intimavano l’alt. Avevano già raccolto i manifestini!

A tutta velocità per la discesa con il cuore che mi batteva furiosamente, giunsi al Ponte Rosso e di lì finalmente a casa, dove trovai mia madre agitatissima anche se ignorava completamente lo scopo della mia assenza.

L’opinione pubblica fu scossa da quell’azione ed anche nelle fabbriche vi fu una positiva risonanza da parte dei lavoratori oramai stanchi della guerra e del fascismo. Poi vennero gli arresti, dovuti alla leggerezza di uno già estromesso dall’organizzazione, il quale però conosceva alcuni compagni e fu inconsciamente preda di una spia dell’OVRA

Alla Galileo ne vennero arrestati quattro: Annunziati Armando, condannato poi a 24 anni di carcere, Gelli Alfeo 20 anni, Mercatelli Italo a 18 anni, Rindi Rindo ad 8. Io rimasi fuori per la fermezza dei compagni arrestati che mi conoscevano.

Rimasi quindi a capo delle cellule rimaste e pur accusando il colpo, stringemmo le fila continuando, pur slegate dal centro, il lavoro indicato nelle parole d’ordine. Inoltre iniziammo la raccolta di denaro per aiutare le famiglie dei detenuti. Un particolare curioso da rievocare: tenevo l’amministrazione del Soccorso rosso sul mio tornio fra disegni di lavoro ed altre carte, alla bella vista di tutti, facendola in barba ai fascisti e specialmente all’esperto sindacale da cui ero onorato di una speciale sorveglianza a seguito di un episodio che citerò a parte.

La copertura era costituita da formule algebriche e trigonometriche, che data la mia conoscenza in materia mi consentivano di mascherare il via vai dei compagni con la scusa, disegni di lavoro alla mano, di risolvere i vari problemi di misurazione di triangoli e di altro.

Anche alcuni fascisti venivano a consultarmi ma a loro non davo il nome di X, Y tangente, contagente, seno o coseno, come agli altri. Mandavo regolarmente ogni quindicina, giorno della riscossione del salario, la cifra raccolta alle famiglie e tramite la moglie di uno di questi, inviavo « farfalle » che lei consegnava durante le visite concesse, in modo da tenere informati i compagni detenuti della nostra situazione. Ciò era molto gradito da loro ed un giorno mi giunse una risposta dal compagno Giacomo Pellegrini che terminava con tre parole: « Agire – Agire – Agire! ».

Non mi stancavo di continuare il lavoro già indicato, come pure l’opera di proselitismo efficiente, specialmente durante le lunghe ore notturne (facevamo i doppi turni di 12 ore ciascuno) e il gruppo del mio reparto macchine gradatamente si allargava. Un particolare da porre in evidenza è l’atmosfera vigente in officina: si respirava aria antifascista, nonostante la presenza di squadristi più facinorosi che si sentivano padroni; in realtà erano isolati dalla massa dei lavoratori e ci scambiavamo le nostre impressioni commentando le notizie ascoltate da « Radio Londra » o « Radio Mosca ». Spontaneamente era sorto un sistema che ci permetteva una certa libertà.

Ebbi sentore che in altri reparti vi fossero, oltre al nostro, altri gruppi già organizzati e ne ebbi la certezza dopo aver preso contatto con il gruppo esterno facente capo a Rocco Caraviello il quale mi segnalò alcuni compagni che riuscii a collegare con noi. Insieme proseguimmo l’opera di penetrazione fra gli operai più coscienti sensibilizzandoli verso un orientamento di lotta.

Durante il periodo del regime corporativo funzionava all’interno delle fabbriche uno pseudo sindacalismo demagogico capillare in ogni reparto, ma col sindacalismo ben noto avevano a che fare i così detti « esperti sindacali ». 1,a loro funzione particolare era la sorveglianza politica ed era affidata ad elementi scelti per lo sporco lavoro di spionaggio. Infatti segnalavano le scritte antifasciste fatte sui muri dei gabinetti, le barzellette politiche, provocando talvolta (ai più sprovveduti) punizioni e bastonature.

Ricordo che l’esperto sindacale del mio reparto, all’inizio di un turno di notte, vedendomi in normale tenuta di lavoro, mi apostrofò severamente: « Come mai non avete la camicia nera? ». Era una ricorrenza di festività fascista (n cui vigeva l’obbligo di quel tetro indumento. Alla mia risposta di non essere tenuto ad indossarla perché non iscritto al P.N.F., con un « Ah! » imbarazzato se ne andò con la proverbiale coda fra le gambe. Però da quel giorno la vigilanza su di me fu più attiva.

È ancora vivo in me il ricordo della notte del 25 luglio, quando appresi la notizia della caduta di Mussolini, e dell’improvvisa esultanza in tutte le abitazioni che circondavano il piazzale delle case popolari di via Zanella, dove abitavo, e dell’arrivo di un vecchio fascista mezzo brillo che ancora non sapeva niente, e che, appresa la tizia, borbottava: « Pare un sogno, e il partito? ». « partito » gridò il compagno Otello Bandivi « e non ritornerà più ». Dato che nel nostro condominio non aveva mai disturbato nessuno lo mandammo a letto a smaltire la sbornia Il mattino seguente entrato alle 8 nell’Officina Galileo mi colpi l’enorme confusione che vi regnava, nessuno lavorava e recatomi nel reparto macchine dove lavoravo trovai anche qui la stessa agitazione; fui subito circondato dal compagni della cellula ed insieme decidemmo di abbattere il grande quadro del Duce appeso in alto all’ingresso, mentre altri si davano da fare a cancellare le scritte e gli slogan fascisti. A questo punto il capo reparto macchine che aveva assistito alla scena, mi avvicinò sorridendo e con il suo tipico accento romanesco mi disse: « Beh, vedo che siete il capo di tutta questa gente, ora ve la possiamo dare la carica di capo squadra! ». Si riferiva alla sua proposta di due anni prima, quando la mia promozione fu rifiutata perché non ero iscritto al P.N.F.

Mi raggiunse il compagno Remigio Arzilli,anche egli membro del comitato cittadino, ed insieme, dopo un breve scambio di idee, facemmo un giro per i vari reparti d’officina dove trovammo la stessa situazione; oratori improvvisati cercavano confusamente di dare un indirizzo, poi una voce si levò: « Meno chiacchiere, buttiamo fuori gli squadristi ». Furono le donne ad incominciare ed in quella occasione conobbi la Elsa Becheri che diventò in seguito un’attiva sindacalista. L’esempio fu seguito e ben presto fu fatta pulizia dei vecchi arnesi del fascismo, ad eccezione dei caporioni che avendone avuta tempestiva notizia, si erano ben guardati dall’entrare in officina. Da tener presente che in quel periodo i dipendenti delle O.G. erano circa 5.500 ed i fascisti compromessi una sparuta minoranza.

Uno che si dava un gran da fare era il Leardo Fallaci del Partito d’Azione, che avevo già conosciuto durante una riunione in casa del Dr. Forno, in piazzale Donatello. Uscito allo scoperto in quell’occasione, insieme a lui ed ad altri compagni ci concentrammo sull’azione da svolgere. Come prima cosa pensammo ad una commissione per trattare con la Direzione onde porre alcune rivendicazioni e facemmo passare la parola d’ordine: « Ripristino della Commissione interna! Cacciata dall’officina di tutti gli squadristi! Aumenti salariali e di generi razionati! ». Queste furono accolte con entusiasmo dai lavoratori e rapidamente con elezioni volanti in ogni reparto vennero designati 10 rappresentanti operai di varie matrici politiche conosciuti e stimati per il loro passato antifascista. Anche per gli impiegati avveni la stessa cosa e tutto questo mentre la Direzione (in questa era assente il Direttore generale ex-squadrista) coadiuvata dalle autorità militari che controllavano la produzione bellica sotto l’egida della « Fabbrica di guerra », si sforzava inutilmente per far riprendere il lavoro.

Dopo alcuni giorni, ristabilita una relativa calma venne la mia promozione a capo-squadra e questa carica mi dette più ampia possibilità di azione; potevo circolare liberamente per tutto lo stabilimento e quindi prendere nuovi contatti, impartire disposizioni a quei gruppetti autonomi rivelatisi dopo il 25 luglio. L’orientamento mi veniva da Giuseppe Rossi conosciuto in casa di Fosco Frizzi, subito dopo la sua scarcerazione. Vidi subito in lui il dirigente rivoluzionario forte e deciso oltre ad un’interiore bontà d’animo che riuscivo ad indovinare sotto il suo burbero atteggiamento.

Successivamente presi contatti con Mario Fabiani e Renato Bitossi. Ricordo sempre con quest’ultimo la grande manifestazione del 9 settembre 1943 per la richiesta di una Guardia Nazionale armata da affiancare all’esercito regolare onde difendere la città. Richiesta purtroppo rimasta infruttuosa per l’ottusa caparbietà, o forse per ordini provenienti dall’alto, da parte del generale Chiappi Armellini comandante del presidio, il quale rifiutò categoricamente di armare il popolo adducendo il motivo di avere forze sufficienti per fronteggiare un eventuale attacco tedesco. La vedemmo questa difesa due giorni dopo, Nello Bernini ed io in piazza S. Marco! Un solo carro armato nazista si era impadronito di tutto l’apparato militare!

In questo periodo di semi-legalità fui trascinato in molteplici attività con riunioni di ogni specie nei luoghi più disparati di Firenze, dal magazzino di via dei Cerchi di Osvaldo Benci, dove dopo tanti anni rividi Faliero Pucci che era stato nella mia stessa classe alle scuole Comunali ad un laboratorio di falegnameria di via Fra’ Bartolommeo ad un altro magazzino in via del Moro, ed in ognuno di questi trovavo sempre l’infaticabile, onnipresente Gino Tagliaferri il quale con le sue vaste conoscenze provvedeva ad organizzare le varie riunioni.

Sempre in questo periodo avvenne l’inaspettato incontro con Alessandro Sinigaglia. Fu da Nello Bernini, cognato di Fosco Frizzi, che ebbi comunicazione di un appuntamento con due compagni dirigenti liberati da poco dal carcere di Ventotene, sul Lungarno Amerigo Vespucci all’altezza di piazza Garibaldi, onde prendere direttive politiche. Puntuali all’ora fissata (nel periodo clandestino era molto importante la puntualità) ci incontrammo nel luogo indicato e grande fu la mia sorpresa nel riconoscere nei due Sinigaglia e Romeo Landini. Il primo mi prese a braccetto lieto di rivedermi in veste di militante, e. separatici dall’altra coppia, ebbe inizio un interessante colloquio, in cui mi furono date precise direttive di azione. Poi gli avvenimenti successivi ci divisero e non ebbi possibilità di rivederlo. Ebbi notizia del suo assassinio da Mario Fabiani, la sera stessa, in occasione di un appuntamento in piazza S. Giovanni insieme al compagno Aldo Bramanti. Scusando il suo ritardo ci disse:

«Hanno ammazzato Sinigaglia ».

Intanto la Galileo, come altre importanti aziende, era passata sotto il dominio dei tedeschi, che oltre a razziare tutti i materiali pregiati impiegati nelle varie lavorazioni (materiali segnalati da alcuni squadristi di officina, tornati alla ribalta sotto la protezione dei mitra nazisti) controllavano anche la produzione bellica (centrali di tiro, telemetri, periscopi, proiettori ecc., tutte forniture per la marina italiana). Però l’evolversi della situazione sui vari fronti militari, la lenta ma costante avanzata delle forze alleate e la previsione del loro avvicinamento, pose alla direzione generale di Venezia, la SADE, il problema del trasferimento al Nord d’Italia, di macchine e personale. Nell’intento di continuare i lauti guadagni che la produzione bellica consentiva, la SADE stabilì il trasferimento a Pordenone, a Marghera, a Monselice, a Venezia e a Battaglia Terme. A tale scopo indisse un referendum fra tutte le maestranze per avere indicazioni della quantità e qualità begli aderenti.

Dopo 1’8 Settembre, ritornati nella illegalità, avevamo formato alla Galileo un comitato clandestino all’interno delle fabbriche, e dirigevamo tutto l’apparato del PCI rimasto saldamente in piedi. Ne facevano parte Martino Aliani, Remigio Arzilli, Nello Bernini, Bruno Bisto, Mario F’ardi, io e il Dr. Gianfranco Musco, dirigente del servizio ottico, e nel locale della sala fotometrica facevamo le noste riunioni.

Discutemmo subito cosa fare per boicottare il trasferimento. Ne discutemmo inoltre al Comitato Cittadino che coordinava tutte le forze del PCI di Firenze e del circondario, del quale da tempo facevo parte insieme ad Aldo Bramanti (nella cui casa ci riunivamo ogni domenica mattina dalle 7 alle 13) ad un certo Anichini di Brozzi, A Remigio Arzilli, a Nello Bernini, a Vasco Degl’Innocenti, a Fosco Ricci, a Sandro Setti, a Paolo Tincolini, a Giuseppe Rossi e Mario Fabiani. Lo dirigevano Fabiani e Rossi, il quale teneva rapporti con tutte le altre forze antifasciste della città.

La decisione fu presa all’unanimità e lanciammo la parola d’ordine: «Nessuna collaborazione con il nemico! No ad alimentare la guerra fascista e nazista! ».

L’appello, opportunamente fatto passare attraverso l’organizzazione fu accolto dalla maggioranza ed i foglietti da compilare distribuiti dalla Direzione per il referendum, furono ritirati con circa il 90%dei no. Da tener presente che tale risultato fu dovuto anche ad una grande lotta rivendicativa, ma di orientamento politico, condotta con decisione e fermezza dal Comitato segreto della Officina, che insieme ad altre forze antifasciste ed ad una rappresentanza degli stessi aderenti al trasferimento, ottenne oltre alla normale liquidazione all’atto del licenziamento, una speciale indennità da 6 a 4 mensilità a seconda dell’anzianità di servizio, oltre a 4 mensilità di assegni familiari. Tale accordo fu siglato il 30 ottobre 1943.

Dopo questi avvenimenti la produzione calò enormemente ed iniziò invece il boicottaggio. Un buon lavoro veniva effettuato anche dalla donne durante gli allarmi aerei: smeriglio negli oliatori delle macchine, che dopo breve tempo si íngrippavano, asportazione dei pezzi di montaggio disegni di insieme, che andavano ad accrescere le materie delle fosse biologiche, ed ogni altro accorgimento per crear confusione e difficoltà nel lavoro.

Io provvedevo alla stampa nel reparto macchine, ritiravo l’Unità da un deposito clandestino ben mimetizzato, un garage di rimessa e riparazioni in via Palazzuolo dove il buon Arrigo trovava sempre il modo di consegnarmele facendo attendere i clienti. « L’Azione Comunista » invece la prelevavo dal retro bottega di una pasticceria di via dell’Acqua. A casa facevo dei pacchetti ed il mattino, bene imbottito, passavo dalla portineria centrale con disinvoltura ed in officina la diffondevo chiamando gli operai al mio tavolo di Caposquadra, consegnandole unitamente a disegni di lavoro, raccomandando di passarle ad altri appena lette. In quel periodo il PCI stava organizzando le prime formazioni partigiane e ricordo di avervi inviato, tramite l’addetto militar Osello, due miei operai Mario Farsi e Renato, Materassi, Un giorno, Fabíaní, con cui ero in continuo contatto, mi chiese di scrivere un articolo sull’anniversario della rivoluzione d’ottobre dell’URSS da pubblicare sull’Azione Comunista come corrispondenza di fabbrica; lo feci come meglio potevo con il titolo « 7 Novembre » e fu pubblicato integralmente. Lo rilessi, con una certa emozione, dopo 36 anni, facendo delle ricerche per la rievocazione de scioperi patriottici del 3 marzo 1944. Durante una riunione del Comitato cittadino in cui si discuteva dei vari problemi della città, emerse la necessità di creare un apposito Comitato che si occupasse accuratamente del collegamento fra tutte le aziende e gli stabilimenti della zona industriale di Rifredi. Così ebbi io l’incarico della formazione del C.S.I. (Comitato Settore Industriale) data la mia appartenenza alle Officine Galileo e la provenienza dalla Pignone dove avevo lavorato per 16 anni, essendo quindi a conoscenza delle rispettive forze antifasciste. Lo avrebbe diretto Mario Fabiani, ed infatti notevole fu il contributo politico da lui dato. Mi posi al lavoro e ricercai tramite Otello Bandiní, che abitava sopra al mio appartamento alcuni compagni fidati della Pignone, che accolsero con entusiasmo l’iniziativa: furono oltre al Bandini, Tiberio Ciampi, Galliano Melani, Nello Seccì.

Naturalmente anche Paolo Tincolini ne venne a far parte, dirigendo dall’interno il suo gruppo. Inoltre il Comitato si arricchì con l’immissione di Sergio ßastianini dell’azienda del Gas, di Vasco Degl’Innocenti della De Micheli, di Silvano Mariani della Cipriani e Baccani, di Bruno Bertini e di Fosco Ricci che tenevano contati con la Manifattura Tabacchi e con altre aziende minori, di Bruno Bernini e di Leo Negro della Galileo; quest’ultimo teneva contatti con altre forze antifasciste nelle varie fabbriche. Si stabilì così una efficientissima rete di collegamenti che ogni componente del Comitato teneva separatamente. Le fabbriche collegate, che a loro volta avevano un proprio comitato aziendale, erano, se ben ricordo, oltre alla Galileo, la Pignone, la Manifattura dei Tabacchi, l’Istituto Farmaceutico Militare, la Manettí e Roberts, la Cipriani e Baccani, la Superpila, la Mazzi, la Saivo, la Passigli, la Stice, la C.G.E., la Siette, la Selt-Valdarno, la De Micheli, la Ferrero, la Mannaioni, la Carapelli, la FIAT, le Officine Ferroviarie di Porta al Prato e il Deposito Locomotive del Romito.

Le riunioni di questi singoli Comitati le tenevamo in varie zone della città la sera dopo gli orari di lavoro, collegialmente con i soli responsabili e con la partecipazione di Mario Fabiani, nel sicuro retrobottega del laboratorio di strumenti musicali in piazza della Croce al Trebbio, di proprietà dell’anarchico Altero Squaglia, già operaio tornitore della Galileo nel mio reparto, che accogliendoci fraternamente si preoccupava pure di fare buona guardia per evitare sorprese. Intanto l’eco dei grandi scioperi del Nord avvenuti nel 1943, si propagava in tutta l’Italia e giunse anche a Firenze. Fu Mario Fabiani che ci chiese di attuare anche, a Firenze uno sciopero generale. In un primo momento vi fu della titubanza fra i componenti del C.S.I., ben consapevoli delle situazioni nelle varie aziende, poi gradatamente, presa coscienza dell’importanza po1ítica, si manifestò la certezza di poter riuscire. Alla fine eravamo così convinti, che tale convinzione la trasmettevamo con forza ai comitati aziendali durante le innumerevoli riunioni durate circa due mesi. Vien da sorridere oggi quando si parla di effettuare uno sciopero, ma in quel periodo sotto la continua minaccia dei mitra nazi-fascisti, era cosa molto pericolosa. Fabiani lanciò l’idea di attuare uno sciopero in misura ridotta alla Pignone come prova generale. « Perché non la fai fare alla Galileo questa prova? » gli chiese Nello Secci della Pignone. Allora Fabiani, ricordandogli la manifestazione di protesta, riuscitissima, partita dal reparto calderai ed estesa a tutta la fabbrica per i mancati impegni assunti dalla Direzione dopo il 25 luglio, in seguito alla quale l’azienda dovette cedere, lo convinse che lì vi erano le condizioni più favorevoli per fare la prova generale e Secci, da quel bravo compagno che era, si pose all’opera, insieme agli altri compagni del Comitato aziendale.

I fatti dettero ragione a Fabiani perché il 27 gennaio 1944 alla mensa, durante l’ora d’intervallo, simultaneamente si scatenò un clamore assordante di piatti di alluminio battuti sui tavoli, accompagnato da grida « Vogliamo più pane! più paga! ». Intervennero alcuni dirigenti cercando di sedare il tumulto, ma senza riuscirvi. Chiamato dai repubblichini, intervenne lo stesso capo della Provincia Manganello, ma ormai scatenati, gli operai continuavano a gridare: « Pane, pane, pane! » fino a che venne loro assicurato un supplemento di pane e la revisione delle paghe.

Il Comitato del Settore Industriale riunitosi dopo questo primo successo ebbe solo una considerazione da fare: « La massa risponde se ben condotta! ».

Intanto in seno al C.T.L.N. fu raggiunto l’accordo per l’attuazione degli scioperi e così sotto l’egida di tale sigla e le opportune parole d’ordine riguardanti l’aumento delle razioni alimentari e delle paghe, onde mascherare il motivo politico, fu più facile persuadere anche i più timorosi e i meno combattivi.

Le prospettive per la riuscita dello sciopero erano soddisfacenti ovunque, il Comitato della Galileo, rafforzato dopo il mio licenziamento avvenuto il 31 dicembre 1943 in seguito al rifiuto di trasferirmi al Nord, con l’immissione di Renato Castaldi, Giuseppe Croce, Narciso Niccoli, Renzo Pierini, e Luigi Verreschi, aveva deciso un sabotaggio alle tre cabine elettriche che erogavano l’energia a tutto lo stabilimento in modo da facilitare l’inizio dello sciopero con la mancanza di corrente.

Ne furono protagonisti, con grave rischio per la loro incolumità, non essendo pratici delle apparecchiature di alta tensione, Martino Aliani, Carlo Bartalesi, Mario Fardi, Lelio Mazzanti, Giuseppe Soriani, comunisti e Luigi Quarantelli del Partito d’Azione.

Alla Pignone, dopo il successo della manifestazione del 27 gennaio, il Comitato aziendale composto da Otello Bandini, Alviero Biagiotti, Tiberio Ciampi, Gino Lulli, Galliamo Melani, Nello Secci, Paolo Tincolini riuscì a svolgere un’efficace azione fra i lavoratori, tenendo vivo lo spirito di lotta contro il nazi-fascismo e quindi pronti i lavoratori per il grande evento. Io ero informato fin nei minimi particolari giorno per giorno dal Bandini che abitava proprio sopra la mia casa e che avevo introdotto io ell’organizzazione clandestina del PCI.

Anche alla Manifattura dei Tabacchi c’era una atmosfera di vigile attesa e le valorose compagne « sigaraie » Adele Marini, Corinna Pratesi, Giuliana Serafini, erano sicure dell’esito positivo. Queste le condizioni delle tre più grandi aziende del settore industriale. Finalmente, una sera nel solito retrobottega di piazza della Croce al Trebbio, il C.S.I. al completo, udita la relazione di Mario Fabiani relativa alle azioni predisposte dai GAP nei vari depositi tranviari e ad altre azioni di disturbo contro le forze repubblichine, decise l’inizio dello sciopero generale per le ore 13 del 3 marzo 1944.

Nei giorni precedenti il 3 marzo vi fu un’enorme diffusione di stampa di ogni corrente politica e sempre avallata dal C.T.L.N. e in modo da coinvolgere tutta la massa dei lavoratori antifascisti.

Alle 7 del mattino del 3 marzo 1944 uscii di casa ed in bicicletta iniziai un largo giro per la città raccogliendo le ultime notizie di quanto già avvenuto. 1 GAP avevano fatto un buon lavoro ai tre depositi tranviari, dell’Aretina, delle Cure e di Monticelli, impedendo l’uscita delle vetture dopo aver fatto saltare i binari. Analogo sabotaggio all’edificio dei sindacati fascisti con la distruzione completa degli schedari di lavoratori di officine da inviare in Germania; inoltre gruppi di partigiani entrati di notte in città, stavano dislocati in punti strategici pronti ad intervenire in caso di necessità.

Pieno di emozione passavo e ripassavo davanti ai cancelli di ingresso delle grandi fabbriche, dove tutto sembrava calmo e tranquillo, pensando a quello che sarebbe avvenuto entro poche ore, ed ai lavoratori, veri protagonisti indifesi contro la certa e rabbiosa reazione dei repubblichini, armati solo della loro unanime compatta volontà di lotta.

Poi alle ore 13 la eroica muta esplosione dello sciopero. Muta perché le macchine erano ferme, ai banchi di lavoro ognuno era al suo posto, ma inoperoso, mentre commissioni di operai, già predisposte, si preparavano all’incontro (divenuto in seguito scontro) coni dirigenti e successivamente con le forze fasciste e tedesche chiamate dalla direzione.

A questo punto mi sembra opportuna la descrizione, anche succinta, degli scioperi nelle diverse aziende onde portare a conoscenza, specialmente dei giovani, delle difficoltà e dei pericoli incombenti in quegli anni per effettuare uno sciopero di così vaste proporzioni.

La descrizione è frutto di testimonianze raccolte personalmente dai protagonisti degli scioperi e della preparazione di questi all’interno delle varie officine ed aziende.

Le altre fabbriche organizzate dal CSI che effettuarono lo sciopero furono: l’Istituto Chimico Militare, dove mesi prima, alcune donne riuscirono a liberare diversi militari dai vagoni piombati in viaggio verso la deportazione in Germania (l’Istituto è prospiciente ai binari ferroviari di Castello); la CGE, la Ferrero, la Mazzi, la Mannaioni, la Passigli, la Saivo, la Siette, la Stige, la Selt-Valdarno, la Superpila e altre aziende più piccole.

Alla Galileo alle 13 il personale rientrò nei reparti, ma nessuno dette inizio al lavoro, malgrado che non venisse pronunciata la parola sciopero. I fedelissimi repubblichini sembravano colpiti da questa atmosfera: essi guardavano, non si muovevano, non capivano cosa stesse succedendo. Anche loro non lavoravano. Dopo un po’, cominciarono a rendersi conto che stava succedendo qualche cosa di anormale: allora si misero a correre spauriti da un reparto all’altro con le rivoltelle in pugno. Poi sparirono; si raccolsero nella sala del Reparto Incisioni e rimasero lì a spiare. Ma non successe niente! A un certo punto salirono precipitosamente le scale della direzione, si attaccarono al telefono e chiesero d’urgenza aiuto, dichiarando che gli operai della Galileo erano in rivolta.

Verso le 15,30 arrivò un camion di SS. 1 tedeschi entrarono dal cancello del viale Morgagni e si appostarono ventre a terra dietro i cumuli di materiale ammucchiato sul grande piazzale, appostando le mitragliatrici. Si erano preparati a respingere un ipotetico attacco, ma questo non venne. Allora con i mitra spianati entrarono nel reparto macchine, dove tutti erano silenziosi e immobili. Un ufficiale con voce roboante ordinò di riprendere il lavoro e alcuni dei suoi bravacci puntarono il mitra sugli operai per costringerli a mettere in moto le macchine. Solo a questo punto i tedeschi si resero conto che mancava la corrente, I repubblichini, che forti dei mitra nazisti si erano accodati alle SS, iniziarono le ricerche degli elettricisti, addetti Alla manutenzione; ma questi erano introvabili. Dopo una buona mezz’ora la corrente ritornò, ma gli operai rimasero ancora fermi. Intanto era arrivato il prefetto Manganiello, reduce dalla Pignone, che ordinò la chiusura di tutti i cancelli. Vista però l’inutilità di far riprendere il lavoro, fece rilevare 10 ostaggi, con minaccia di fucilarli. A questo punto i tedeschi obbligarono alcuni operai, con il mitra puntato alla schiena, a recarsi alle macchine; ma le macchine alle quali vennero condotti non erano quelle che appartenevano a questi operai: ebbe inizio così un carosello fra le macchine per condurre ogni operaio alla sua. Poi, a poco a poco, sembrò che il lavoro stesse riprendendo; ma in realtà si trattava solo del rumore delle macchine che giravano a vuoto. Nella tarda serata i tedeschi abbandonarono la Galileo, rilasciando gli ostaggi.

Alla Pignone, al rientro dalla mensa, lo sciopero si produsse al completo: in tutti i reparti non riprese il lavoro. Agli inviti della direzione di riprendere il lavoro, gli operai risposero ponendo le loro rivendicazioni: aumento dei salari, dei generi razionati e degli assegni familiari. Sopraggiunto, Manganiello, nel tentativo di dividere i dimostranti, ordinò di piazzare le mitragliatrici sugli edifici circostanti al piazzale principale; quindi fece uscire gli operai dai reparti e li riunì sul grande piazzale. Dopo aver proclamato che lo sciopero era opera di traditori della patria, pose l’alternativa, con l’evidente intento intimidatorio: « O riprendere immediatamente il lavoro o uscire dalla fabbrica! ». Fu un momento di elevata tensione. Per uscire gli operai dovevano passare sotto il tiro delle mitragliatrici, mentre per rientrare nei reparti la via era completamente libera. Dopo un istante di riflessione, un gruppo di operai, l’avanguardia politica della Pignone, si mosse con decisione verso l’uscita, subito seguita dalla massa compatta di tutti gli altri; essi passarono sotto le terribili armi puntate versoi cancelli, ma i militi repubblichini della GNR, sorpresi da tanto ardire, non osarono impiegarle. Lo stesso Manganiello, sebbene furente di rabbia, si guardò dal dare l’ordine di aprire il fuoco. Ancora una volta l’unità d’azione di tutti í lavoratori aveva vinto!

Purtroppo, l’odio dei repubblichini che si annidavano alla Pignone si scatenerà nell’ombra, fornendo alla SS alcuni nominativi di antifascisti. Nei giorni successivi sette operai dipendenti della Pignone vennero arrestati; essi sono Athos Bonardi, Ugo Bracci, Cerchiai, Luigi Leporatti, Dino Mangini, Narciso Niccolai e Ottorino Taddei. Il Cerchiai, mutilato a una mano e non idoneo al lavoro, fu poi rilasciato; mentre gli altri, dopo una breve detenzione alle carceri delle Murate, furono messi in un vagone piombato e inviati al campo di Mauthausen. Di essi solo Leporatti e Taddei riuscirono a sopravvivere e ritornarono a guerra finita alle loro famiglie in condizioni fisiche impressionanti per le sofferenze inaudite subite durante l’internamento. Appendice incredibile a questa vile delazione fu che la direzione della Pignone, dopo aver consentito ai fascisti di consultare gli schedari del personale per rilevare gli indirizzi dei sette operai denunciati, inviò alle famiglie lettere di licenziamento degli arrestati con la motivazione: « Licenziato per assenze ingiustificate ».

Alla Manifattura Tabacchi, dopo un intenso lavoro di preparazione, tutto era pronto per la riuscita dello sciopero. Anche qui alle 13 le operaie Marina e Valeria provvidero a staccare l’interruttore generale, togliendo la corrente a tutti i reparti. Dopo un momento di silenzio e di indecisione, l’avanguardia delle attiviste politiche si mosse con decisione secondo gli impegni assunti, incitando le altre compagne ad abbandonare il lavoro. Nei reparti si gridava, si reclamava un migliore trattamento economico, più generi alimentarí, la fine della guerra!

Il direttore, sconvolto dal tumulto accorse; chiese spiegazioni e ingiunse la ripresa immediata del lavoro. Ma, visto vano ogni sforzo, telefonò alla Questura e al Comando tedesco. In serata giunse Manganiello, seguito dagli scherani repubblichini armati di mitra. Manganiello per itímídazione fece arrestare a caso tre donne. Ciò accrebbe la confusione e il tumulto. Le tre donne vennero liberate. Le sigaraie continuarono la loro protesta e chiesero con energia di ottenere il riconoscimento delle loro rivendicazioni economiche. Infine accettarono di riprendere il lavoro, a condizione però che dalla Manifattura venissero allontanati i militi repubblichini. L’agitazione mantenuta viva anche nei giorni successivi condusse a un accordo con la direzione per una serie di miglioramenti economici.

All’Officina del Gas, dove operava Sergio Bastianini, con unanime consenso, alle 13 tutti gli operai entrarono in sciopero. Alle 15 giunse un drappello di militi del GNR, guidati dal console Onori. Questi, dopo aver fatto piazzare una mitragliatrice, ordinò all’ingegnere direttore di far rí- prendere il lavoro. Gli operai, che rispetto a quelli della vicina Pignone erano in numero modesto, dopo aver esposte le loro rivendicazioni e avendo ormai dimostrato apertamente con la loro azione la decisa adesione allo sciopero, ripresero il lavoro; ma mancava ormai soltanto mezz’ora alla fine della giornata lavorativa.

Alle Officine Ferroviarie di Porta al Prato e del Romito le cose andarono invece diversamente, nonostante la cura minuziosa della preparazione. Giannetti, Muti e Fanfani, che erano stati i principali organizzatori, trovarono lungo i viali d’accesso ai vari reparti i soldati delle SS, schierati in pieno assetto di guerra, con le mitragliatrici piazzate sui cavalletti, pronte a intervenire al minimo cenno di rivolta. Evidentemente vi era stata la denuncia di qualche delatore che aveva avuto sentore dei propositi di effettuare lo sciopero; ciò provocò l’intervento del Comando tedesco, me more dei continui atti di sabotaggio che venivano effettuati alle Officine Ferroviarie. In tale situazione ed esseri venuto a mancare l’elemento sorpresa, lo sciopero non poté essere effettuato; ma i ferrovieri fiorentini continuarono loro azione patriottica di resistenza alla guerra nazi-fascista

Alle Officine Cipriani e Baccani, nonostante la presenza in fabbrica di un feroce nucleo di repubblichini, fra i suoi 1300 dipendenti operava un Comitato di Agitazione Clandestino. Questo era costituito da Silvano Mariani, Otello Occupati e Otello Signorini. Il Comitato riuscì a sensibilizzare alla causa della Resistenza la quasi totalità degli operai, incitandoli alla lotta. Alle 13 la fermata avvenne simultaneamente in ogni reparto, fra la sorpresa dei fascisti, che rimasero inoperosi e impauriti di fronte a tanto avvenimento. I proprietari dello stabilimento, Cípriani e Baccani, allarmatissimi, scesero in officina e convocarono i fiduciari di fabbrica. Questi avevano già accolto le richieste degli operai. I proprietari promisero il loro interessamento, ma intanto sopraggiungeva un nucleo di carabinieri al comando di un tenente. Improvvisamente un delatore fascista accusò il Mariani e il Signorini come organizzatori della manifestazione. Tutti si sarebbero aspettati l’arresto dei due patrioti; invece il tenente, presi da parte i due accusati, li consigliò di non rientrare nelle proprie abitazioni, non sentendosi in grado, nei giorni futuri, di garantire la loro incolumità. Dopo questo simpatico atteggiamento dell’ufficiale, gli operai, avendo avuta assicurazione dai proprietari circa i miglioramenti richiesti e in particolare circa una straordinaria assegnazione di copertoni per le biciclette, che nei giorni successivi effettivamente avvenne, si mostrarono disposti a rientrare al lavoro; ma la giornata lavorativa era già trascorsa e la ripresa fu rimandata al domani.

Nei mesi successivi al marzo 1944, Firenze venne suddivisa per motivi strategici, suggeriti dal Comando Militare del C.T.L.N. in 4 zone.

La I zona comprendeva tutto I’Oltrarno

La II zona, partendo dalla Porta al Prato a Rifredi, Castello.

La III zona dalla Porta al Prato fino al fiume Affrico

La IV zona comprendeva le Cure, Madonnone, Coverciano, Varlungo.

seguendo questo indirizzo il Comitato Cittadino del P C I, organizzò in ogni zona delle formazioni militari dirette da un Triumvirato con il compito di convogliare tutte le forze vive antifasciste nelle S.A.P. (squadre di azione patriottica ad operare con azioni di sabotaggio contro gli apparati i i nazifascisti, in preparazione dell’insurrezione armata.

Specificamente questo organismo aveva il compito di reperire armi e munizioni, inviare i giovani renitenti al bando del generale fascista Graziani nelle formazioni partigiane operanti in montagna, selezionare inoltre i più arditi per i G.A.P. (gruppi di azione patriottica) passandoli all’apposito responsabile militare, di fornire chiodi tricuspidali e collocarli nelle vie di transito degli autocarri tedeschi, di tagliare i cavi elettrici per impedire le comunicazioni e di effettuare ogni altra azione atta a creare confusione e ritardi nella macchina bellica nazista.

A me ed al compagno « Ricciolo » (nome di battaglia di Fosco Ricci) fu affidata l’organizzazione dei centri cittadini A e B allo scopo di riunirli e formare la 3° zona del P.C.I.

Il centro « A » si dislocava dalla Porta al Prato fino alla piazza della Signoria ed il centro « B » da questa fino 19 piazza Beccaria.

1 Comitati clandestini esistenti si componevano rispettivamente: per il primo di Alessandro Bacci, Silvio Imerelli e Mandino Persegati; per il secondo di Carlo Ducci, Omero Maioli e Ciro Pananti. I Comandanti militari erano Renzo Pani e Tito Crudi.

Furono effettuate molte riunioni per collegare e perfezionare l’organizzazione, che agiva sotto la guida e direzione politica di Mario Fabiani, fino a quando, per misure di sicurezza, venne inviato in montagna in una formazione partigiana. Infatti Fabiani fu preso dai tedeschi durante un rastrellamento a Rifredi mentre si recava ad una riunione. Per fortuna non era conosciuto da loro ed egli, approfittando di un momento di distrazione delle sentinelle tedesche, riuscì a fuggire. Ricordo ancora le sue parole quando mi comunicò la notizia di commiato: « Vado in montagna; quando ritornerò mi rivedrai vestito da garibaldino ».

Fu sostituito da Guido Mazzoni (« Tito ») ed insieme continuammo il lavoro assegnatoci.

Gradatamente l’organizzazione teorica prese forma pratica ed alla fine del mese di luglio la 3a zona poteva conta su una forza complessiva di circa 400 uomini, armati discretamente, suddivisi in 6 compagnie che secondo gli obbiettivi prefissati, ebbero sede nei giorni dell’insurrezione presso:

1) La Villa Favard, in via Curtatone, Comandante Milita Manlio Melani.

2) La sede dell’ex R.A.C.I, in via Cavour, Comandante Militare Sergio Melani.

3) L’ex magazzino distributore di sale e tabacchi di privativa di Stato in via S. Caterina, Comandante Militare Romero.

4) Corpo di Guardia di Palazzo Vecchio, Comandante Militare Mario Pallanti.

5) La Questura Centrale in via S. Gallo (presidiata dal Corpo di polizia per l’ordine pubblico) Comandante Militare Maresciallo Giuseppe Lombardi, coadiuvato dal brigadiere Ferruccio Innocenti.

6) I locali dello sferisterio della ex-Pelota, in via Pietrapiana, Comandante Militare Francesco Petrone.

Inoltre una parte del Fronte della Gioventù comandata da Raffaele De Grada, 1’11 agosto si acquartierò in un locale di via Cherubini.

La sede provvisoria del comando della 3a zona fu un appartamento al 3°piano di piazza degli Ottaviani, situato (ironia della sorte), proprio sopra la prima sede del fascio fiorentino, ed inoltre quasi di fronte all’Hotel Roma, sede del Comando tedesco.

In quel periodo mancava già la corrente elettrica e ricordo che per farmi aprire la porta di strada gridavo: « Carlo! sono Alfredo, apri! ». Carlo era il proprietario del quartiere e lo aveva messo a nostra disposizione.

Lo abbandonammo poco prima della distruzione dei ponti sull’Arno (questo era vicino al Ponte alla Carraia) e nei giorni dello stato di emergenza ci trasferimmo alla Questura Centrale, già occupata dalle forze del C.T.L.N. e presidiata dal capitano Arista, comandante del Corpo degli ausiliari di polizia, passato con tempismo dalla nostra parte, tramite il dr. Roberto Martini ed i graduati Lombardi e Innocenti, già da tempo militanti nel P.C.I. Fu il Dr. Martini che con un’azione di G.A.P., s’introdusse in questura, sequestro il questore Manna, costringendolo a cedere il Comando al C.T.L.N.

In questa sede si attese il suono della Martinella 1’11 Agosto 1944, che segnò l’inizio della lotta per la liberazione , di Firenze.

I giorni seguenti all’11 agosto 1944 furono così pieni di attività che i miei ricordi sfumano nella nebbia, una nebbia che rapidamente sparì come il breve passaggio di una meteora tanto era il fervore degli avvenimenti che si susseguivano. Dal nostro quartier generale della III zona dirigevamo i come meglio potevamo le operazioni militari e cercavamo di risolvere gli altri assillanti problemi, in base alle continue notizie, talvolta contrastanti, ed alle richieste di aiuti pervenuteci dalle varie località di operazioni.

Testimonianze reali e concrete di quei tumultuosi giorni sono rimasti i due biglietti-ordini che Giuseppe Rossi (« Giovanni ») mi inviò tramite una staffetta di cui non ricordo il nome, ed a cui risposi con lo stesso mezzo, quattro bollettini delle varie operazioni militari ed un manifesto plauso alle squadre di azione per il lavoro svolto.

1 bollettini fatti stampare a tempo di record ricordo di averli distribuiti alla folla per le vie del centro insieme al compagno Musco con cui avevamo stilato i comunicati. Rimanemmo nella sede della Questura centrale fino alla completa liberazione di Firenze ed in uno di quei giorni il 13 o íl 14 agosto prendemmo contatto con una pattuglia di militari inglesi che in un primo momento rifiutarono di parlare col « Ricciolo », cercando un agente degli ausiliari, ma poi accolsero le informazioni sulla situazione militare, posizione dei tedeschi e dei franchi-tiratori. La ricerca del suddetto agente ed il rifiuto in un primo tempo di parlare con il comando della III zona del P.C.I., sta a dimostrare l’orientamento politico degli alleati nei nostri confronti.

Dopo di che si tenne una grande assemblea dei comandanti della III zona nella sede provvisorio della Federazione Fiorentina del P.C.I. nel locale della Selt-Valdarno in via del Sole, con la partecipazione dei dirigenti del movimento di Firenze Leonida Roncagli (« Pietro »), Giuseppe Rossi (« Giovanni ») e Antonio Roasio (« Paolo »).

In quella sede successivamente furono designati i primi segretari delle varie sezioni del P.C.I. di Firenze ed io immesso nella organizzazione della federazione di cui fo parte per alcuni mesi, per poi lasciare la carica di funzionari e rientrare alla Galileo.

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