A Mauthausen Sotto la bandiera nera

II
A MAUTHAUSEN
Sotto la bandiera nera
(“l’Unità”, 24 agosto 1945)

 

A pochi chilometri da Linz nell’Austria superiore sorge sulla sponda del Danubio una borgata che si allunga su una bella strada tra il fiume e i colli. È una borgata tranquilla e simpatica sulla quale pesa la maledizione: si chiama Mauthausen. Durante l’altra guerra mondiale gli austriaci internarono nei pressi di questo paese centinaia di migliaia di prigionieri di guerra; non avevano né l’intenzione né la tecnica per massacrarli ma non avevano nulla per nutrirli o per curarli e li lasciarono morire a decine e centinaia di migliaia.
Frusta e passo ginnastico
Pochi giorni dopo aver occupato l’Austria, i nazi si ricordarono di Mauthausen e vi stabilirono il primo campo di concentramento del paese che avevano “liberato”. Sulla collina che domina il paese portarono i primi convogli di uomini, all’interno di una rete di filo di ferro spinato ammucchiarono banditi e criminali di professione portati dai campi tedeschi assieme ai patrioti austriaci, agli operai di Linz e di Vienna, ai contadini, agli intellettuali di un paese che voleva difendere la sua indipendenza. Là su quella collina cominciò a sorgere il campo di Mauthausen, il K.L.M., e sorse, come prima istituzione del campo, l’inevitabile crematoria. All’entrata del campo sventolavano due grandi bandiere, quella della croce uncinata e quella nera col teschio bianco, la bandiera dei pirati, la bandiera delle S.S.
Il campo era fatto perché la gente vi morisse, vi morisse di botte, vi morisse di torture. Dei 18.000 internati venuti nel ’38 sopravvivevano nel ’45 una decina di persone, i criminali più incalliti, coloro che erano sopravvissuti perché meglio avevano aiutato le S.S. ad assassinare gli altri.
A suon di frusta e a passo ginnastico, gli internati lavoravano a edificare baracche, a costruire caserme e stadi per le truppe di guarnigione, a pavimentare piazze e strade con pietre, a edificare muraglie turrite. Essi trasformarono la fisionomia della pacifica collina austriaca in quella della più massiccia e odiosa fortezza medioevale: su ogni torre le S.S. con la mitragliatrice, su ogni torre il teschio e le tibie incrociate.
Da ogni parte arrivavano i convogli dei deportati. Prigionieri cechi, polacchi, antifascisti spagnoli catturati in Francia, ebrei presi nei vari paesi venivano a migliaia e migliaia. Tuttavia gli effettivi del campo non aumentavano.
La matricola più alta era il 6000, dal ’39 al ’41 arrivavano in media più di 10.000 persone al mese, ognuno riceveva una matricola e la matricola più alta restava il 6.000. Il nuovo arrivato riceveva la matricola che avevano portato prima di lui tanti altri e vi era sempre una matricola libera.
I nuovi arrivati passavano sotto l’arco di entrata su cui troneggiavano tre grandi manichini di internati. Erano vestiti dell’orribile uniforme a righe del K.L. e guardavano con gli occhi di vetro coloro che avevano pensato che la perdita della libertà fosse la pena loro inflitta e che si accorgevano subito tra le bastonate degli aguzzini e gli urli dei grossi cani che a Mauthausen si veniva per morire.
Ammazzare subito tutti non era redditizio, si poteva cominciare a tenerli in vita il tempo sufficiente a perfezionare e ad ingigantire il campo stesso. Il regime hitleriano si preparava a dominare il mondo per mille anni e voleva costruire cose solide; per questo ci volevano pietre e sotto la collina di Mauthausen sorse così un’enorme cava di pietre; erano portate a dorso da uomini su per una salita di più di 180 gradini.
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Mauthausen La scala della morte
Le baracche infernali
Dieci, dodici ore al giorno gli uomini sottoalimentati salivano e scendevano spinti dagli aguzzini che non impiegavano le fruste ma i manici dei badili: a ogni nuova ondata e ritorno decine e centinaia di uomini rimanevano per terra, così gli effettivi del campo potevano non aumentare. Così ogni pietra, ogni ciottolo della piazza del campo costava la vita di un uomo.
Gli internati vivevano in baracche, ogni baracca aveva il suo capo baracca, questi aveva un diritto di vita e di morte su ognuno degli internati, era egli stesso un internato, un bandito professionale che dava alle S.S. la garanzia di essere feroce almeno quanto loro. Il regolamento imponeva per esempio che gli internati non avessero mai il vestito strappato, ma era loro assolutamente interdetto il possedere ago e filo: sbrogliatevi come potete, se non vi sbrogliate peggio per voi. Il regolamento richiedeva la massima igiene. Per applicarla, gli internati passavano una parte delle loro notti sotto le docce gelate; se molti di essi morivano non importava, morivano lavati. Il regolamento comportava che le baracche dovevano essere pulite come specchi, gli uomini arrivavano a passo ginnastico dalla cava fangosa: alla entrata delle baracche dovevano presentare le scarpe pulite, ed evitare che un briciolo di terra insudiciasse i pavimenti tirati a cera.
Abbiamo detto gli uomini e ci siamo sbagliati, gli internati si chiamavano detenuti e guai a chi li avesse chiamati uomini. Nell’anno di grazia ’45, quando tutti dicevano che il regime interno del campo si era molto addolcito, successe un fatto curioso: un internato accompagnava altri due internati a un lavoro in una dipendenza del campo, passando davanti a un posto di guardia nel pronunciare la formula rituale in tedesco impiegò la parola “uomo” invece di “detenuto” per definire i suoi accompagnati, questo errore imperdonabile gli costò un rabbuffo e delle buone botte. Internati e non uomini, e questi internati non avevano bisogno di dormire, non avevano bisogno di mangiare.
Dormivano ammucchiati come bestie per poche ore divorati dai pidocchi. Ogni tanto entravano le S.S. a fare una visita naturalmente camminavano coi loro scarponi chiodati sulle facce, sulle mani, sui ventri della gente sdraiata al suolo e se tutto restava in silenzio se tutto piaceva loro, se ne andavano, e se le cose non piacevano o se semplicemente erano un po’ più ubriachi del solito davano un fischio: tutti fuori! In due minuti la baracca era vuotata.
C’era una porta sola ma dalle finestre guizzavano gli uomini sotto le randellate. Allora tutti in piazza, in piazza a fare due ore, tre ore, quattro ore, di esercizi ginnastici: “in piedi! pancia a terra! in piedi! pancia a terra! fate la rana!” e allora centinaia di spettri saltavano a rana e gli S.S. ridevano oppure bestemmiavano o picchiavano nel mucchio.
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