URSS Lettere di Condannati a morte

URSS  Lettere di Condannati a morte

 Sono Caduti per la “Libertà”

Con il nome della “Patria sulle labbra

E “Bandito” sul cartello al collo dell’impiccato

 

La tragedia dei territori dell’U.R.S.S. occupati dai tedeschi presenta aspetti analoghi a quelli indicati per la Polonia e aspetti suoi propri. Come. in Polonia, si ha lo sterminio sistematico degli ebrei e lo sfruttamento intensivo misto a sterminio diretto della popolazione in genere. 

 

Particolare all’U.R.S.S. è invece lo sterminio, condotto di pari passo a quello degli ebrei, dei « bolscevichi» (esponenti comunisti, dirigenti dell’economia sovietica, intellettuali) e quello diretto o indiretto dei prigionieri di guerra, in numero, sia in cifre assolute che relative, non uguagliato da nessun altro Paese. Inoltre, pur nella grande varietà dei principì adottati e dei metodi seguiti, non è emerso dai testi e dalla documentazione consultata alcun caso di esecuzione capitale che avvenisse in seguito a un qualsivoglia procedimento penale. È evidente che di fronte a un simile quadro non è possibile né avrebbe senso ricercare le cifre in perdite umane del movimento di resistenza distinte dalle perdite generali subite dall’U.R.S.S.; la resistenza è insieme causa ed effetto della situazione determinatasi con l’invasione e va dalla lotta per la pura e semplice sopravvivenza, fino alla lotta organizzata nelle retrovie nemiche per la liberazione nazionale e la difesa dei principi su cui è basata la società sovietica.

 

Secondo dati ufficiali dell’Enciclopedia Sovietica, i cittadini dell’U.R.S.S. caduti nella seconda guerra mondiale o finiti in deportazione furono circa 7 milioni. Tuttavia non risulta chiaramente se tale cifra comprenda anche le perdite della popolazione civile. Secondo altre fonti, fra cui l’Enciclopedia Italiana, vi furono 10 milioni di vittime civili oltre ai 7 milioni di militari morti o dispersi.

Le perdite della popolazione civile sono dovute in gran parte alla fame e agli stenti; razionamenti, asportazione di bestiame e generi alimentari, distruzione (da parte di entrambi gli eserciti) di villaggi e cittadine, ecc. (nella sola Leningrado assediata per 900 giorni si calcola che i morti per fame siano stati 632.258). In parte le perdite sono dovute a cause dirette di guerra (sempre a Leningrado, i morti in seguito a bombardamenti, esclusi i militari, furono 16.747 e 33.782 i feriti). In parte ancora sono da attribuirsi ai crimini dell’occupante (si usa qui il singolare, riferito ai tedeschi, non risultando agli estensori di questa nota crimini rilevanti compiuti dagli altri occupanti: italiani, romeni, ungheresi e dai più esigui corpi di spedizione di altri Paesi), nella misura e nelle forme di cui si può qui portare solo una scarna esemplificazione.

Sui crimini tedeschi nell’U.R.S.S. esiste un’ampia documentazione, risultato del lavoro compiuto a partire dal 1943 dalla « Commissione Straordinaria di Stato dell’Unione Sovietica per l’accertamento e l’indagine dei crimini degli invasori tedesco-fascisti e dei loro complici» e base per la deposizione della delegazione sovietica al processo di Norimberga. Si va dalle disposizioni generali e particolareggiate emanate dalle massime autorità politiche e militari del Reich, attraverso le iniziative prese da comandanti locali, fino alle manifestazioni addirittura individuali.

 

Nel principio del maresciallo von Keitel, enunciato in un atto ufficiale, secondo cui. « la vita umana nei territori occupati non vale assolutamente nulla», non stupisce di trovare nel diario di un caporale tedesco la storia di 1200 uccisioni da lui compiute, per lo più di propria iniziativa; o la storia del comandante del campo di Janov che, per festeggiare il compleanno di Hitler, sceglie a suo piacimento 14 prigionieri e personalmente li abbatte. Né può stupire che, accanto ai grandi metodi di sterminio (fucilazione con armi a tiro rapido, camere e autotrasporti a gas, roghi umani, metodi scientifici, epidemie artatamente propagate, ecc.), si riscontrino metodi che hanno le caratteristiche dell’invenzione individuale. Si hanno così cittadini sovietici legati a un palo sotto il solleone o nel gelo invernale; appesi per le gambe a un trave o ramo; messi in botti d’acqua gelida; squartati con strumenti da macellaio; fatti assalire da cani affamati; usati come reggibersaglio e, quando feriti, abbattuti; fatti salire su piante che vengono fatte abbattere, etc.

 

Gli eccidi in massa, compiuti secondo precise direttive e sistematici piani, furono prevalentemente opera degli Einzatzgruppen che entravano in funzione nelle varie zone (Stati Baltici, settore di Leningrado, Russia Bianca, retrofronte di Mosca, Ucraina, Crimea) man mano che esse venivano occupate dalle formazioni dell’esercito. Si volle affidare questo compito a tali reparti specializzati, curando che le truppe regolari non ne fossero edotte; tuttavia risulta che, non solo gli alti capi dell’esercito erano a conoscenza di ciò che avveniva alle loro spalle, ma gli stessi reparti dell’esercito compirono vasti eccidi, specie nella fase dell’avanzata e ancor più nella fase della ritirata. All’esercito avanzante vanno attribuiti, ad esempio, almeno una parte degli eccidi compiuti a Kiev (dove le vittime della città e dei dintorni furono 195 mila), a Rostov (dove furono massacrati nei loro uffici 48 impiegati delle ferrovie e fucilati o impiccati ai balconi delle loro case diverse decine di cittadini presi per strada). All’esercito in ritirata vanno attribuiti, ad esempio, l’episodio dei 300 cittadini di Gracevo bruciati vivi nel marzo 1943; o avvelenamento di buona parte della popolazione di Gheorghievsk sul cui mercato i Tedeschi avevano venduto alcool metilico e acido ossalico spacciandoli rispettivamente per alcool e per acqua di seltz; cosi come lo sterminio della popolazione di villaggi (nei quali presumibilmente agivano franchi tiratori) come a Jaskino (Smolensk), a Pocinok (Smolensk), a Jemelcino Òbtomir), a Jerskovo (Zvenigorod, Mosca) e in innumerevoli altri casi. Vi sono diversi casi in cui reparti dell’esercito si servirono di gruppi di civili per la propria copertura durante le operazioni militari.

Prescindendo dall’attribuzione dei crimini ai reparti regolari o a quelli ausiliari, si riportano qui alcuni altri esempi: a Perceje (Trakaj), 187 bruciati vivi, di cui 21 uomini, 97 donne e 69 bambini; a Borisovka, 169 persone fucilate, di cui 49 uomini, 97 donne e 23 bambini; a Gorkij (Lyskovskij), 96 vengono deportati, 29 muoiono di stenti e restano in tutto 6 donne. Questi eccidi compiuti contro gli abitanti di villaggi perché in genere ritenuti « contaminati» dai partigiani, e che si verificarono in centinaia, se non in migliaia di casi, comportano tuttavia cifre irrilevanti rispetto a quelle dei cittadini sovietici uccisi o fatti morire nei grandi campi di concentramento (parte dei quali sono stati menzionati trattando della Polonia), nelle grandi città (in talune delle quali, come Smolensk, funzionavano camere a gas) e nei luoghi prescelti per gli stermini in massa. Ecco alcune cifre di cadaveri esumati da fosse comuni (comprensive anche delle vittime delle zone ex-polacche e degli Stati Baltici annesse all’U.R.S.S.): nella foresta di Livenitz (fra Leopoli e Tarnopol), circa 7 mila cadaveri; nella foresta di Birkenek (Riga), 46.500; a Paranai (Vilna), circa 100 mila; al Forte n. 9 di Kovno (detto « forte della morte »), circa 70 mila; a Smolensk, 35 mila; nei pressi di Rovno, 102 mila; a Leopoli, nella sola giornata del 3 novembre 1943, 18 mila persone prelevate dal locale campo, dalla città e da altri campi, fucilate a gruppi di 50-100.

Queste cifre sono comprensive anche del massacro degli ebrei, il primo che fu compiuto su scala nazinoale e risultò praticamente ultimato nel dicembre 1941. La cifra degli ebrei uccisi non è calcolabile, non esistendo nell’U.R.S.S. il censo degli ebrei; il REITLlNGER (op. cit.) li stima fra 700 e 750 mila e fornisce le seguenti valutazioni particolari: 30 mila fucilati a Kiev nei giorni 29 e 30 settembre 1941; da 80 a 120 mila sterminati a Riga. Altri eccidi in cui vengono finiti in una sola volta da 4 a 10 mila ebrei: per i Paesi Baltici, a Kovno, Vilna. e Riga; per la Russia Bianca, a Minsk e Pinsk; per l’Ucraina, a Leopoli, Vinnitsa, Zitomir e, piu a est, a Kiev, Charkov, Dnjepropetrovsk. Quando l’Armata Ròssa riconquistò il territorio nazionale, non vi trovò piu nemmeno una comunità ebraica.

Un accenno particolare s’impone per gli eccidi di bambini: 2 mila concentrati e uccisi nelle carceri centrali di Riga;

3 mila uccisi nel campo di Salaspilsko;

54 prelevati dal collegio di Teberda (Stavropol), caricati e uccisi su un autocarro adattato a camera a gas;

54 dai 3 ai 7 anni prelevati con la loro direttrice dal collegio di Domacev, caricati su un autocarro, fucilati in un fosso e in parte sepolti vivi;

 200 utilizzati nel campo di Bobruisk per il prelievo di sangue destinato ai tedeschi feriti, e uccisi quando giungevano a esaurimento; e così via fino al caso limite, registrato in piu luoghi, di bambini utilizzati come bersaglio per esercitazioni di tiro.

 

 Quanto alle donne, deportate a centinaia di migliaia in Germania per essere utilizzate come domestiche nonché nelle campagne nelle fabbriche, si sa che a migliaia morirono di stenti già durante il tragitto. Si registrarono casi di decine di donne di un unico villaggio violentate e poi sterminate.

 

 

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