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La banda Carità di Taina Dogo 1 parte Firenze

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La banda Carità di Taina Dogo

1 parte Firenze

Il «Gazzettino» del 26 settembre 1945, riferendo sull’apertura del processo celebrato alla Corte Straordinaria d’Assise di Padova contro la banda Carità, cosi diceva:

La fosca attività che per lunghi mesi ha gravato, con un alone di ossessionante mistero, sulla vita padovana, nell’ultimo periodo dell’oppressione nazifascista ad opera della tristemente famosa banda Carità, dietro le vecchie mura del Palazzo Giusti di via San Francesco, si è stamane ravvivata di sinistra luce nella prima giornata di udienza al processo contro un gruppo di componenti, i principali della sbirraglia prezzolata al servizio del nemico invasore.

Aveva avuto inizio quel giorno, dopo un’inchiesta istruttoria condotta dal Pubblico Ministero Aldo Fais, il giudizio pubblico dell’operato della banda Carità, assente tra gli imputati il principale responsabile, Mario Carità, sorpreso nel sonno da due soldati americani all’Alpe di Siusi ed ucciso mentre tentava di afferrare la pistola che teneva a portata di mano. Sul banco degli imputati sedici uomini e tre donne, quasi tutti toscani. Chi erano? Quali colpe erano loro attribuite? Dove e come avevano agito prima di insediarsi nell’ottobre del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova? Il clima di disgregazione politico-morale della repubblica fantoccio di Salò ha certamente favorito lo sviluppo di quei gruppi d’azione paramilitare, le cosiddette bande di tortura, in cui istinti degeneri, desideri di vendetta, ambizioni paranoidi dei singoli si manifestavano con atti di efferata crudeltà. È pertanto nel quadro degli avvenimenti storici verificatisi in Italia dopo 1’8 settembre, che va ricercato l’ingranaggio che ha permesso all’informatore fascista Mario Carità di assumere un incarico poliziesco ufficiale e di servirsene con tanta insensata criminalità attraverso la banda di tortura da lui organizzata con i peggiori elementi di Firenze, servendo di esempio allo stesso Pietro Koch.

Verso la metà di settembre del 1943 Ricci, tornato in Italia, con l’incarico di comandante della nuova milizia, da Rastenhurg dove si era incontrato con Mussolini, aveva aperto il reclutamento con risultati modesti, ma sufficienti per far nascere nelle varie regioni le sezioni di partito, ricostituite dai relitti del vecchio regime. E, come Ricci e Pavolini, segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano, erano di origine toscana, cosi questa regione divenne automaticamente la base delle nuove organizzazioni fasciste. A Firenze si ricostituisce rapidamente la XCII legione della milizia, con gli ex fascisti che in Toscana erano rimasti fedeli al regime dopo la bufera del 25 luglio. I tedeschi, poco propensi a credere alle capacità organizzative, militari e politiche del nuovo governo fascista, ne prendono le redini, affidando a Rahn il comando politico dell’Italia, a Kesselring e· a Rommel quello militare, a Wolff il comando delle SS e della polizia. In virtù di questo potere, Wolff organizza la distruzione dei primi nuclei di resistenza degli antifascisti, attribuendo alla nuova milizia funzioni poliziesche più che militari. A Firenze, appunto con un tale tipo di incarico, comincia a far parlare di sé Mario Carità. Già confidente politico della Questura, egli si era presentato subito dopo 1’8 settembre alle nuove autorità tedesche ed era entrato alloro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Dopo qualche settimana, lascia tale incarico al ten. Giovanni Castaldelli, un ex prete, ed assume col grado di maggiore il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS) dipendente dalla XCII legione. Per espletare le sue nuove funzioni, Carità stabilisce una prima sede in via Benedetto Varchi; si trasferisce in novembre nella Villa Malatesta in via Foscolo, e infine, nel gennaio del 1944, in quella che sarà la Villa Triste di Firenze, in via Bolognese 67. Contemporaneamente organizza altri uffici in diverse zone della città (Hotel Savoia, Hotel Excelsior), passando da una sede all’altra con itinerari e macchine diverse, accompagnato sempre dal suo autista personale, Antonio Corradeschi, e da due militi armati di mitra, e utilizzando spesso un’autoambulanza come copertura. La sua abitazione privata è un lussuoso appartamento in via Giusti, già proprietà di un ebreo. Attorno a sé raccoglie rapidamente 200 uomini, espressione di un’umanità viziosa e violenta. Divisi in gruppi, essi assolvono a servizi precisi: stato maggiore (del quale fa parte in un primo tempo anche Pietro Koch), guardie personali del maggiore Carità, amministratori, addetti ai corpi di reato, informatori, spie, addetti ai rastrellamenti e alle spedizioni punitive. Quest’ultimo gruppo si fraziona in squadre, che ben presto diventano famose: tra queste, la squadra Perotto, detta «squadra della labbrata », la squadra Manente o «degli assassini », e la « squadra dei quattro santi» (N. Cardini, A. Natali, V. Menichetti e L. Sestini). Così organizzata, la banda Carità prende l’appellativo di Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze. Ne fanno parte fin dall’inizio, oltre Corradeschi e Castaldelli, parecchi di coloro che vedremo poi nell’autunno del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova o in via Fratelli Albanese a Vicenza: V. Chiarotto (capo guardia personale di Carità), T. Piani e Massai (guardie personali di Carità), G. Faedda (amministratore), A. Sottili (addetto ai corpi di reato), A. Fogli (informatore), U. Cialdi (spia), F. Bacoccoli (rastrellamenti e spedizioni punitive), ecc. Affiancando, nelle sue funzioni investigative, le SS tedesche e pur dipendendo ufficialmente da esse, la banda Carità, come altri organi fascisti, conduce una specie di guerra privata contro le forze della Resistenza, esasperando la violenza della lotta con atti di dissennato sadismo. Nel corso dei processi celebratisi a Padova e, più tardi, a Lucca, sono emersi raccapriccianti testimonianze sui mezzi di tortura usati per estorcere delle confessioni ai prigionieri. Ma di questo si parlerà più avanti. Qui saranno elencati solo i fatti più gravi emersi a carico di Carità e dei suoi sgherri relativamente al periodo toscano. "Alloro arrivo a Padova sorpresero la Resistenza veneta con l’esperienza acquisita dell’uso di metodi inquisitori di sapore medioevale. È probabile tuttavia che considerazioni di opportunità come l’imminente fine della guerra, l’inevitabilità della . sconfitta tedesca e la possibilità di utilizzare i prigionieri come moneta di scambio, abbiano contenuto l’elenco dei morti fra i prigionieri caduti nelle mani della banda Carità a Padova e di Vicenza.

Il 10 dicembre 1943 un gruppo di partigiani scende dalla montagna a Firenze e uccide il comandante fascista Gino Gobbi. Il giorno seguente viene organizzata una rappresaglia e Carità ordina la fucilazione di 10 ostaggi; solo per il pressante intervento di autorità fasciste, il numero sarà ridotto a cinque. Il 12 febbraio 1944 cade a Firenze Alessandro Sinigaglia, capo dei GAP. Arrestato in una trattoria dalla squadra dei « quattro santi », tenta la fuga; Cardini spara e lo uccide. II 22 dello stesso mese compaiono davanti al Tribunale Militare Straordinario cinque giovani accusati di renitenza alla leva. Carità, che assiste al processo, induce i giudici, di cui era amico, di condannarli a. morte. La sentenza viene eseguita il giorno stesso a Campo di Marte: Carità dà il colpo di grazia. Il l° marzo, durante lo sciopero generale organizzato dai CLN, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze avevano incrociato le braccia. II Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, che provava verso di lui rispetto e timore, entra nella fabbrica e, con i suoi sgherri, distribuisce pugni e calci alle donne che gli oppongono, davanti alle macchine ferme, tutto il loro disprezzo. Il 30 aprile Bernasconi, Masi, Cecchi e Gramigni uccidono a Carmignano Bruno Cecchi, noto antifascista. Lo stesso giorno Sottili ed Elio Cecchi arrestano a Firenze Gino Cenni mentre esce dalla sua abitazione in Lungarno del Pignone, e in auto si dirigono verso la località « Canonica ». Qui lo fanno scendere e gli sparano a bruciapelo sul collo lasciandolo ferito molto gravemente. Il 1 maggio una spia fascista si presenta ad Anna Maria Enriques Agnoletti, chiedendo rifugio. Il giorno dopo Anna Maria è arrestata e sottoposta per settimane a torture dai tedeschi e da Carità. Sarà ospite della Villa Triste di via Bolognese fino al giorno della sua fucilazione, eseguita il 12 giugno. Avrà per compagni alcuni dirigenti di Radio Cara scoperti mentre trasmettevano da un’abitazione di piazza D’Azeglio. La sera del 19 dello stesso mese quattro uomini armati (Corradescru, Cecchi, Massai e un altro) si introducono nell’abitazione della signora Maria Koss in via de’ Tavolini 2 a Firenze, dove erano convenuti il sottotenente Vincenzo Vannini, Franco Martelli e Rocco Caraviello per studiare il modo di liberare alcuni partigiani ricoverati nell’Ospedale Militare di Firenze. La Koss e tutti i partecipanti al convegno, arrestati, vengono condotti in via Bolognese, ad eccezione del Caraviello, ucciso subito dopo l’arresto in un vicolo dietro piazza della Signoria ed abbandonato cadavere nel Chiasso del Buco. La sera stessa, dopo sevizie e sommari interrogatori dei prigionieri, sono tratti in arresto anche il fratello del Caraviello, Bartolomeo, e la moglie Maria Tenna. Nelle prime ore de1 21 giugno, la Koss, la Tenna e il Vannini sono condotti in macchina nella Val Terzollina. Il Vannini riesce a fuggire, ma le due donne sono freddate con una raffica di mitra. Qualche ora più tardi il Martelli e Bartolomeo Caraviello con un altro prigioniero, Edgardo Savoli, subiscono la stessa sorte nei pressi del Campo di Marte. Infine, nella notte tra il 6 ed il 7 luglio Carità uccide Carolo Griffoni, noto antifascista fiorentino, dopo averlo derubato di portafoglio e gioielli.

Nel frattempo l’offensiva alleata di maggio a Cassino. lo sfondamento della seconda linea difensiva tedesca sul Garigliano, ed infine l’entrata in Roma di Clark e di Alexander, costringono Pavolini a ordinare il ripiegamento dei reparti della GNR di Firenze nell’Italia del Nord. Carità decide di abbandonare la Toscana. Lascia a Firenze una squadra dei suoi, comandata da Giuseppe Bernasconi, un ex galeotto che aveva subito 16 condanne per truffa e che aveva partecipato anche alle imprese di Pietro Koch a Roma. Mentre per le strade di Firenze, all’avvicinarsi degli Alleati, infuria la repressione fascista, la squadra Bernasconi cattura in piazza Tasso un gruppo di gappisti. Torturati in via Bolognese, vengono fucilati la notte del 21 luglio alle Cascine. Lasciando Firenze il 7 luglio – secondo la deposizione rilasciata dal capitano Ferdinando Bacoccoli, comandante il distaccamento di Vicenza, a Bruno Campagnolo il 3 maggio 1945 nelle Carceri di Vicenza – la banda Carità porta con sé il frutto di diverse rapine: 55 milioni rapinati alla Banca d’Italia di Firenze, il tesoro della Sinagoga, preziosissimi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili e altri oggetti di provenienza ebraica.

1 parte

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Il Presidente Parri consegna a Firenze la Medaglia d’oro per la lotta Partigiana

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Il Presidente del Consiglio dei Ministri Ferruccio Parri consegna a Firenze la
Medaglia d’Oro al Valor Militare

*

Motivazione della Medaglia d’Oro al
Valore Militare della Città di Firenze

*

Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la liberazione, prodigò se stessa in ogni for­ma: – resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombar­damento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte: – combattendo valorosa l’insidia (lei franchi tiratori e dei soldati germanici: – contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive del­l’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; -donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione .

Giovanni Baldini – La battaglia di Valibona

“per dignità, non per odio”

La battaglia di Valibona

di Giovanni Baldini, 14-7-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nel comune di Calenzano (FI).

Su Monte Morello erano acquartierati gli uomini di due comandanti: Giulio Bruschi e Lanciotto Ballerini (vedi la biografia).
Originario di Campi Bisenzio e di indole istintiva Ballerini non tardò ad avere contrasti con Bruschi, che invece era un militante comunista di vecchia data e molto più propenso alla disciplina e alla pianificazione.
Venne così decisa la rilocazione di uno dei due gruppi e i Lupi Neri di Ballerini scelsero di unirsi a combattenti del Partito d’Azione nella zona fra Pistoia e Lucca.

Partirono dal Vecciolino su Monte Morello il 26 dicembre 1943 e la loro presenza sui monti della Calvana, nel piccolo borgo medievale di Valibona, era dunque temporanea.
Erano i primi partigiani ad arrivare in Calvana e la voce si sparse rapidamente. Inoltre una delle due squadre in cui era diviso il gruppo, guidata dal russo Vladimir, ebbe uno scontro a fuoco con alcuni fascisti in località Cornocchio e a Prato e Firenze si iniziò a parlare di un gruppo di comunisti guidati da un sovietico.

Un reparto del Battaglione Muti (comandato da Duilio Sanesi), un folto gruppo di camicie nere e i carabinieri di Calenzano salirono a Valibona la notte fra il 2 e il 3 gennaio: il gruppo di Lanciotto Ballerini venne attaccato da circa 150 nemici.

L’accerchiamento non era ancora completato che i partigiani si accorsero del pericolo ed ebbero il tempo di organizzare lo sganciamento.
Dopo tre ore di battaglia e aver inflitto importanti perdite al nemico (il capomanipolo Pietro Incalza viene ucciso, mentre il capo spedizione Duilio Sanesi, nove legionari e un carabiniere moriranno successivamente per le ferite riportate) Lanciotto Ballerini viene colpito alla testa e muore sul colpo.
Dei 17 Lupi Neri cadono, oltre a Lanciotto, Vladimir Andrej (vivo al termine della battaglia, ma massacrato a sangue freddo immediatamente dopo) e Luigi Giuseppe Ventroni. Cinque vengono catturati, pestati in maniera indicibile, riportandone amputazioni e invalidità permanenti, e portati alle carceri di Firenze, mentre gli altri riescono a rompere l’assedio e darsi alla fuga.

Le famiglie di contadini che avevano ospitato i partigiani verranno condotte a Prato, poi in parte condotte alle carceri di Firenze e in parte rilasciate. Le loro case saranno date alle fiamme.

Il 6 gennaio il quotidiano La Nazione, in mano ai fascisti, scrive:

… dei ribelli alcuni riuscirono a fuggire, ma sul terreno rimasero uccisi tredici e sei si arresero e furono catturati. Fra i morti, i ribelli lasciarono il capobanda che risultò di nazionalità russa.

Lanciotto Ballerini sarà il nome di una delle più attive divisioni partigiane (vedi anche Cetica) che parteciperanno alla liberazione di Firenze. La "Lanciotto" verrà formata attorno ad alcuni degli scampati a questa battaglia e sarà inizialmente comandata da Renzo Ballerini, fratello di Lanciotto.

I segni della battaglia

Il sardo Luigi Giuseppe Ventroni, caduto nello scontro, era l’addetto alla mitragliatrice Breda di cui era dotato il gruppo dei Lupi Neri.
Si trattava di un’arma che poggiava su un bipede e che ebbe un buon effetto deterrente, oltre al fatto che sembra essere stata una sua raffica a falciare il comandante della spedizione fascista Duilio Sanesi.

Questa era l’unica arma pesante in dotazione ai partigiani e si inceppò più volte durante la battaglia, principalmente perchè Ventroni per ovviare alla scarsità di munizioni e per migliorare la mira aveva inserito un proiettile tracciante ogni cinque.
I segni dell’arma, così come quelli delle armi pesanti in dotazione ai militi fascisti, sono rimasti indelebili sul traliccio metallico che tuttora staziona nel mezzo di quelli che al tempo furono i due fronti di fuoco.

Si noti infine che il nome Ventrone, così come riportato nelle varie lapidi, è sconosciuto in Sardegna. Per questo qui riportiamo la versione Ventroni, che invece risulta avere una buona diffusione.

Dopo Valibona

Da questa battaglia non fece ritorno a casa neppure il maresciallo dei carabinieri Pierantozzi, sebbene la dinamica della sua morte non sia ancora chiara sembra che ad ucciderlo a pugnalate furono alcuni fascisti poco dopo la battaglia. Secondo alcune testimonianze si rifiutò di aprire il fuoco sui partigiani in fuga, ma forse più probabilmente cercò di mettere un freno alle violenze e ai saccheggi dei militi contro i contadini della zona.
Come responsabile della caserma dei carabinieri di Calenzano Pierantozzi, pur avendo aderito alla Repubblica Sociale, si era già fatto notare per non aver mai perseguito i renitenti alla leva repubblichina.

Il racconto della battaglia di Valibona assunse da subito toni epici e moltissimi, sia fra i fascisti che fra i partigiani, si gloriavano dell’avervi partecipato senza averne il diritto.
Fra i fascisti più d’uno ebbe a pentirsi di tali affermazioni, veritiere o meno che fossero. Ma in particolare il guardiacaccia della fattoria Spranger (sequestrata tempo prima in quanto di proprietà di un inglese) pagò con la vita. E’ accertato infatti che fu lui a guidare i fascisti verso i partigiani la notte del 3 gennaio e difatti se ne vantava a gran voce. I partigiani lo presero, lo portarono a Valibona e lo passarono per le armi.

I Lupi Neri

Benito Guzzon e Danilo Ruzzante: entrambi diciassettenni, provengono da famiglie antifasciste del Nord Italia, arrivano in Toscana proprio perchè hanno sentito dire che in queste zone iniziano ad organizzarsi i partigiani.

Ferdinando Puzzoli detto Nandino e Guglielmo Tesi: il Puzzoli è anarchico noto, viene arrestato ben 48 volte durante il ventennio, è il commissario politico del gruppo; quando sale in montagna con Lanciotto ha 51 anni. Tesi invece ha 19 anni, come Lanciotto e "Nandino" è di Campi Bisenzio, richiamato sotto le armi diserta per seguire i due amici, dopo Valibona continuerà la lotta nelle fila della Resistenza fino al 17 aprile 1944, ucciso a tradimento nell’eccidio di Berceto.

Giuseppe Ventroni: originario di Oristano, con una buona preparazione bellica. Ha 21 anni ed è anche il cuoco del gruppo.

Loreno Barinci, Corrado Conti detto Ciccio la Rosa, Vandalo Valoriani, Fernando Buccelli detto Grillo e Giuseppe Galeotti detto Uragano: il gruppo proveniente da Sesto Fiorentino. Barinci è un renitente fuggito di prigione dopo l’otto di settembre, a Valibona viene ferito in maniera molto grave e sopravvive per miracolo. Buccelli e Galeotti non partecipano alla battaglia di Valibona perchè quella notte erano stati inviati a Sesto Fiorentino a fare rifornimenti.

Antonio Petrovic detto Toni e Tommaso Bertovich: studente di Belgrado il primo, croato il secondo.

Stuart Hood detto Carlino: ventinovenne scozzese di Edzel, colto, marxista, si arruola volontario per combattere il nazismo e viene fatto prigioniero. L’otto di settembre fugge dalla prigionia nei pressi di Parma e dopo molti spostamenti raggiunge Monte Morello.

Matteo Mazzonello detto Rosolino e Ciro Pelliccia detto Napoli o Vesuvio: Mazzonello è un trapanese di venti anni, soldato sorpreso dall’armistizio nei pressi di Firenze, dopo aver inutilmente tentato di rientrare in Sicilia si unisce ai partigiani. Pelliccia invece proviene da Afragola.

Mario Ori: fiorentino, è il più anziano, ha 52 anni.

Mirko e Vladimir Andrej: un ucraino e un moscovita. Vladimir in particolare è un personaggio molto attivo, è lui che si accorge dell’accerchiamento e dà l’allarme. Aveva difficoltà nel camminare per i dolori ad un piede, dovuti alle lunghe marce a cui era stato forzato.

Franco Terreni – Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Franco Terreni

Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Per quanto ci fosse la guerra e ci fosse l’abitudine ai bombardamenti e alle cannonate, l’esplosio­ne fece pensare alla fine del mondo: dal­la periferia di Firenze, fino a Empoli, dai dintorni di Pistoia alla Val d’Elsa, le case tremarono. Intorno a Signa i vetri delle finestre andarono in pezzi, molti tetti vennero scoperchiati e in più di una abi­tazione i telai delle persiane furono di­velti e finirono sui letti di quelli che dor­mivano. I bassorilievi in ceramica che ri­traevano Santa Barbara (la protettrice di chi lavora con l’esplosivo) e che ogni operaio o operaia teneva affisso in casa, finirono sui pavimenti in mille pezzi. Un camion tedesco, distante alcune centi­naia di metri dal luogo dell’esplosione, venne proiettato verso il Masso della Gonfolina. Molti, intorno alle rive del­l’Arno, nelle Signe, pensarono che lo stabilimento Nobel fosse saltato in aria. E invece era un treno carico di esplosivo, fermo sulle rotaie della stazione di Car­mignano, vicino allo stabilimento, che era stato fatto esplodere dai partigiani.

Era un sabato, sabato Il giugno 1944. Un sabato notte, con la fabbrica ormai deserta e i dipendenti chiusi nelle pro­prie case, tra Comeana, Carmignano, Si­gna e Lastra a Signa, paesi separati dall’Arno. Erano centinaia che lavoravano in quello stabilimento. Vi si produceva­no esplosivi e si confezionavano ordigni e le maestranze sapevano che quel mate­riale aiutava la guerra dei nazisti contro gli alleati, che il 4 giugno avevano già li­berato Roma e stavano risalendo la peni­sola. Ma cosa potevano fare I nazisti controllavano tutto e non permettevano diserzioni ne rallentamenti nella produ­zione. La cosa che alcuni facevano, d’ac­cordo con la Resistenza, era di usare le pietanziere, ossia le gavette, che gli ope­rai si portavano da casa: contenevano qualcosa da mangiare, all’arrivo, poi c’e­ra la pausa per il pranzo ria gli avanzi –pochi, in verità, perché poco era il cibo non venivano buttati. Nessuno dei sor­veglianti sospettava che sotto a qualche crosta di formaggio o di pane, qualcuno nascondesse scaglie di tritolo da portare fuori della Nobel e che sarebbero servite a confezionare bombe da usare contro gli occupanti e, quella sera a distrarre i nazisti dall’attentato al treno. L’esplosione dell’1 1 giugno fu un even­to clamoroso, trasmesso anche da Radio Londra, che il giorno seguente, dopo i consueti colpi di tamburo che richiama­vano l’inizio della Quinta sinfonia di Beethoven, raccontò quello che era acca­duto alla stazione di Carmignano. E cioè che un treno carico di torpedini da mari­na e tritolo era stato fatto saltare dai par­tigiani, distruggendo un notevole poten­ziale devastante destinato alla Werh­macht e alla guerra nazista. Parte di quel tritolo era probabilmente destinato ai ponti di Firenze, che comunque i nazisti fecero saltare nell’agosto successivo. Ma è indubbio che l’azione rappresentò un duro colpo per gli invasori. Soprattutto perché dimostrò, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che i nazisti non erano in­vincibili e che potevano essere attaccati e indeboliti.

Ma chi fu a compiere l’azione? La storia di quell’impresa generosa non e ancora del tutto scritta, ma comincia dal bando Graziavi per l’arruolamento dei giovani nell’esercito repubblichino di Salò. Si racconta che molti ragazzi, su consiglio delle forze della Resistenza, nella quale comunisti e cattolici erano la parte più attiva, si recassero al di­stretto, prendessero i soldi del bi­glietto per raggiungere Salò e poi si rendessero irreperibili e raggiun­gessero le forze partigiane che agi­vano sul Montalbano. Erano forze fresche, ancora poco organizzate, scampate alle retate naziste più per fortuna che per capacità militare. Ma seppero poi organizzarsi e for­se con l’aiuto di alcuni operai del­le vicine cave di pietra serena che usavano gli esplosivi ogni giorno, eccoli preparare e portare a temi­ne l’attentato al treno

Pare che il commando fosse com­posto di otto uomini, ma sarebbe più gusto dire otto ragazzi diretti da un poeta-partigiano, Bogar­do Buricchi. Una carica di esplosi­vo venne posta sul pianale di un vagone che fu facilmente aperto. Era una bomba primitiva, quasi una bomba carta, e la lunghezza della miccia doveva assicurare la fuga degli attentatori. Invece l’e­splosione avvenne prima del previ­sto e soprattutto si propagò imme­diatamente al resto del treno, con risultati che forse il commando non aveva calcolato. Fu una esplo­sione terribile, che raggiunse e in­vestì direttamente quattro parti­giani: Bogardo Buricchi, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli e Ario­dante Nardi.

Il pittore Enzo Faraoni venne rag­giunto da un rottame che lo ferì gravemente ad una gamba, ma ri­uscì a raggiungere la propria abita­zione. Un altro partigiano, Ruffo Del Guerra, fu più tardi sorpreso dal nazisti coli evidenti ferite fre­sche, ma raccontò in maniera convincente di essersi ferito lavorando con l’aratro e se la cavò. Mario Barni e Lido Sarti riuscirono a na­scondersi grazie all’aiuto dei citta­dini delle Signe. Enzo Faraoni, il pittore, raggiunse Firenze qualche giorno dopo, grazie ad un curioso stratagemma: l’amico Ottone Ro­sai, cioè, gli inviò un carro mor­tuario nel quale prese posto, che i nazisti si guardarono bene dal fer­mare e controllare. Rosai, che era stato un fascista della prima ora, aveva col tempo preso le distanze dal regime, aiutando infine la Resi­stenza, nascondendo in casa pro­pria persino il partigiano gappista Bruno Fanciullacci.

Il treno non era sorvegliato e que­sto probabilmente grazie all’azio­ne diversiva che i partigiani aveva­no compiuto all’Olmo, vicino a Firenze, ai danni di una caserma fascista che fu fatta saltare con un ordigno confezionato probabil­mente con le scaglie di tritolo fat­te uscire proprio dalla Nobel, che impiegava allora 4.000 operai e che dopo l’episodio dell’attentato venne chiusa, togliendo il lavoro a tanti operai che però, a quanto ri­sulta, mai si lamentarono, coscienti che la lotta antifascista era sacro­santa e avrebbe portato alla Libe­razione di lì a due mesi.

C’è ancora un testimone vivente di quell’evento: si chiama Renzo Ri­mediotti, ha 88 anni e all’epoca abitava vicinissimo al luogo dell’e­splosione. Ricorda lucidamente i fatti ma l’emozione spesso lo frena e lo inonda di lacrime.

L’ho intervistato e la cosa che più ricorda sono i cipressi di un viale, con il tronco tanto largo «che in tre non si abbracciavano». Quei cipressi furono spazzati via dall’e­splosione del treno come fuscelli, «con le barbe e tutto… Purtroppo trovammo il Nardi sbriciolato: la sua mamma lo riconobbe dai denti…» .

A Poggio alla Malva, vicino al luogo dell’attentato, un cippo ricorda il sacrificio di quei ragazzi, con la scritta «Una preghiera faccio al viandante/ al visitatore di questi luoghi fate sì che non manchi mai almeno un fiore/ sul loro mo­numento perché dal loro sacrifi­cio è dipesa la nostra libertà». Un fiore… Il fiore del partigiano.

Tratto da

Patria Indipendente

Renzo Funosi – Testimonianze

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Testimonianze
Renzo Funosi
Mi chiamo Renzo Funosi. Sono nato il 3 di febbraio 1927.
Nell’estate in cui venne Hitler a Firenze non ero in città, ero qui a Peretola, però c’era la radio accesa e io sentivo tutto. Tutti i cittadini erano in pieno entusiasmo. Parlava anche Mussolini. lo ero un ragaz­zino, avevo dodici, tredici anni e stavo ad ascoltare. Sembrava che ci fosse una grande euforia.
Quando ero bambino, ero un balilla Il sabato pomeriggio biso­gnava avere la camicia nera, vestiti da balilla, con il fez, se no pren­devi due labbrate (anche se s’era ragazzini di sei, sette anni) e poi bisognava che te lo mettessi uguale. Poi si diventava avanguardisti per prepararsi a fare la guerra e via dicendo.
Sono entrato a lavorare al Pignone nell’Agosto del ’42. Ero pro­prio con il Maggi*. il Maggi era di Peretola ed era un attivista di par­tito. Ero con lui e anche con Bracci nello stesso reparto, il torpedificio, dove si montavano le torpedini antinave.
Ero quindi un ragazzo ma già proiettato e interessato nella sinistra.
Mi tenevano molto in considerazione. lo ero quello che riportava le notizie, dal fronte russo che sentivo alla radio, al Pignone: "Allora come vanno? L’Armata Rossa come va?" Per questo i compagni mi avevano soprannominato Tymosenko, che era il grande condottie­ro dell’Armata Sovietica. Il Bracci, il Maggi, il Vanni e tanti altri erano già tutti segnalati dai fascisti, come anche io. Siccome però ero un ra­gazzino se c’era da portare notizie e messaggi ai compagni (sempre verbalmente, mai con carta) andavo io.
Nel Marzo del ’43 si organizzò il grande sciopero`. S’andava a con­tattare i dipendenti, che per la stragrande maggioranza erano orien­tati a sinistra. Certamente c’erano anche i fascisti, che ci tenevano d’occhio e oltre tutto facevano la spia. L’ufficio del caporeparto e di altri (certamente tutti fascisti) erano in alto due metri e mezzo, tre metri dal reparto sicché dominavano tutto e vedevano tutto. Ti con­trollavano attimo per attimo.
Ci vollero parecchi giorni per organizzare il grande sciopero. Non mi ricordo la data precisa ma mi ricordo bene che era di Marzo. Fu organizzato in tutta Italia per dare volta al periodo fascista.
Fu all’inizio del pomeriggio, mi ricordo bene, che ci fermammo tutti. Vennero i militari per mandarci via, per buttarci fuori dallo sta­bilimento. Si doveva passare attraverso le mitragliatrici puntate su di noi. Ci frugarono tutti per vedere se s’aveva manifestini e via dicen­do. Però, è chiaro, tutto si faceva verbalmente e dunque uscimmo.
Poi andarono a casa a prendere i compagni più in vista: il Bracci (che fu mandato nei campi di sterminio ad Auschwitz e non tornò più), il Maggi (che si diede alla macchia e poi morì in un confronto di armi).
lo un par di labbrate le presi anche dopo questo fatto qua. Mi dis­sero i fascisti: "Te tu sei un ragazzo, però ricordati che sei tenuto d’oc­chio. La prima cosa che tu fai e anche per te c’è il campo di sterminio.
Di lì fu la volta in Italia al fascismo e da lì poi nacque la Resistenza. Molti andarono alla macchia, chi doveva andare militare andò alla macchia invece di andare alla guerra con i fascisti e i tedeschi e così nacque la Resistenza.
La Resistenza fu un periodo molto travagliato per il nostro paese, questo bisogna dirlo. Anche per noi che eravamo ragazzi il disagio era tremendo. Non c’era da mangiare. lo mi ricordo che al Pignone, per esempio, ci davano 100 grammi di pane per chi lavorava e basta al giorno. Sicché bisognava arrangiarsi. Poi davano un pochina di pasta, un pochino di riso per casa. Comunque la fame era tremenda.
Quando cadde il governo Mussolin , eravamo al cinematografo dal Tazzi, all’aperto. Tutt’a un tratto accendono le luci: "E’ caduto il governo! E’ caduto Mussolini!" Vi fu molto entusiasmo perché si dis­se: "Ora la guerra è finita!" Mi ricordo che la mattina dopo s’era tutti fuori e si fece un corteo. Si partì da Peretola, eravamo tanti, poi in centro a Firenze (sempre a piedi) s’arrivò fino al Galluzzo.
L’8 settembre fu uno sfascio completo. Tutti i militari abbandona­rono le armi e andarono via.
Dopo quattro o cinque giorni i tedeschi occuparono l’Italia. E lì cominciarono le stragi. Se ti vedevano ti mitragliavano, non c’era scher­zi da fare. Fu l’entusiasmo e poi la delusione.
Mi ricordo bene che proprio qui dove c’è ora la Casa del Popolo (allora c’erano tutti campi) lungo la strada tutti ammassati c’erano proiettili di cannone, a centinaia lungo la strada e c’era anche una cassa di bombe a mano. Noi, ragazzi incoscienti, si prese a fatica per darla ai partigiani. Sotto la strada c’erano dei canali, dei fognoni alti circa un metro e venti, un metro e trenta, belli larghi. Si portò sotto questa cassa a forza di strisciarla. Eravamo incoscienti perché se sal­tava una si saltava tutti per aria. Erano centinaia di bombe, non una.
Poi però quelle persone qui di fronte il giorno dopo chiamarono i carabinieri e le fecero portar via. Forse avevano paura che esplodes­se.
Un altro episodio è nel ’42 d’estate. Noi ragazzi si andava a fare il bagno nell’Arno all’Indiano. Si passava per la stazione [delle Cascine], si attraversava i binari. Un giorno si fece per andare su e c’erano le SS e tre vagoni fermi. Si sentiva fare dentro "Aiutoooo! Sete!" Si sen­tiva bambini piangere dentro. Erano gli Ebrei in tre vagoni piombati. C’era il filo spinato sulle feritoie e si vedevano le mani.
Si disse: "Bisogna portare da bere a questa gente." Si andò a pren­dere le bottiglie. Si disse: "Stiamo attenti ai tedeschi, alle SS." Avevano i mitra, ma in un momento di distrazione, un paio di bottiglie gli si passarono. Poi i tedeschi ci videro, cominciarono a spararci con i mitra e si scappò.
Era un caldo terribile. Questi vagoni li tennero 3 o 4 giorni fermi lì. Poi un giorno si ripassò e non c’erano più. Li avevano portati ai campi di sterminio.
Questo è un episodio che mi è rimasto nella mente, la tragedia di questa gente… di questi digraziati…
Saranno quel che saranno gli Ebrei ma io sarò sempre dalla loro parte dopo questo fatto. Chi ha visto queste cose, non può dimenti­care.
lo mi sono ritrovato ad un bombardamento al Pignone nel ’44. Quando suonavano le sirene, dovevamo ripararci in rifugi a triango­lo, dello spessore di più di un metro, che erano stati costruiti a cento, centocinquanta metri dagli stabilimenti. Però noi le più volte si scap­pava nei campi.
Quella volta che gli americani bombardarono, (non so se volevano bombardare il Pignone o la ferrovia) eravamo in una fossa. Una bom­ba mi cascò a cinque, sei metri. Fece una buca di un diametro di una decina di metri. Ci venne la terra addosso ma non ci successe nulla.
Mi ricordo anche che lì c’era un pecoraio che presero in pieno e c’erano decine di pecore sbranate. C’erano anche, sparse per una de­cina, anche cinquanta metri, una serie di monete da 5 lire d’argento che ci piovevano addosso. Avevano fatto due orci pieni che furono presi in pieno e volarono tutti. E’ quasi una barzelletta, ma è la verità!
Arrivammo al ’44 quando l’armata sovietica cominciò a sfondare. Mi ricordo che si sentiva alla radio tutti i giorni che i tedeschi erano accerchiati. Queste cose si sapevano perché si ascoltava Radio Londra se no eravamo all’oscuro.
Arrivarono i giorni dell’emergenza. Gli americani erano di là dall’Ar­no e al Mugnone, al Ponte alle Mosse. Noi di qua eravamo nella zona di nessuno. Brozzi e San Dannino li sfollarono e mandarono tutta la gente a Peretola. Era l’estate dei ’44, avevo 17 anni. Essendo zona di nessuno, nessuno ti dava da mangiare.
Si stette tre o quattro mesi in queste condizioni, non tre giorni.
Ci toccava arrangiarsi, andare nei campi (perché nei campi non c’era nessuno). I tedeschi avevano chiuso la via Pistoiese. Di là da quella, dalla ferrovia all’Arno era zona proibita a tutti. Però, siccome laggiù nei campi c’erano patate, uva e via dicendo, bisognava arran­giarsi. I tedeschi erano sulla ferrovia e ci mitragliavano.
Un pomeriggio, sempre in estate, si passò in una viottola che c’è ancora dove c’è la cabina e che porta alla ferrovia. Eravamo tre o quattro ragazzi. Avanti a me c’era Alvaro De Lilla (la sua cognata abi­ta a Petriolo ed è vecchia oggi). Tutt’a un tratto… bum! I tedeschi, che sapevano che si passava per quella viottola (dove eravamo pas­sati anche la mattina dei giorno stesso), avevano messo una mina an­tiuomo. Lui saltò per aria e io ero subito dietro ma non mi feci nulla. Lui era tutto sbranato, aveva tutte le budella fuori, le gambe tutte mozzate. Avevano fatto l’ospedale (diciamo "ospedale") dalle suore accanto a dove abito io ora. Però non c’avevano nulla, avevano un po’ di spirito e basta. Insomma questo ragazzo, urli, urli, urli, morì dissanguato dopo qualche ora a forza di urlare.
Due o tre giorni dopo, dove c’è l’ambulanza [A.V.S. Fratellanza Po­polare di Peretola] (ora c’è la strada ma prima c’era il fossetto e un cannetino), c’era un vialino stretto; si passò un pomeriggio (io ero il primo di questi ragazzi) e si vide venir fuori un paio di gambe con gli stivali. I tedeschi avevano preso uno, gli fecero fare la buca e poi lo mitragliarono, gli buttarono un paio di pale di terra addosso e rima­se con le gambe fuori. Mi ricordo che al cimitero avevano messo un elmetto e la scritta: "defunto ignoto" perché nessuno ha mai saputo chi fosse questa persona.
Mi ricordo anche, sempre nel44 (ormai la guerra i tedeschi l’aveva­no già persa), un pomeriggio (allora io abitavo in una corte in fondo a via di Peretola) ero nell’orto che dà dalla parte del fosso. Tutt’a un tratto un rumore e vedo centinaia e centinaia di fortezze volanti. Sa­ranno state due, trecento mica una. Oscuravano il cielo. Andavano al Nord a bombardare la Germania. Erano quadrimotori e il rumore era assordante. In Italia ormai non c’era artiglieria, non c’era nulla. Era chiaro che ormai era la fine.
Dopo qualche giorno, mi ricordo, cominciarono a minare il campo d’aviazione, a far saltare per aria gli aerei e i capannoni che erano lì. Poi si andava a prendere i bandoni. I primi giorni d’Agosto sulla casa mia cadde uno shrapne che fece una buca terribile. Sicché si mise i bandoni per coprire il tetto sfondato.
Otellino Bianchi*, che abitava accanto a me, con altri andò di là dell’Arno a chiamare gli americani e ci rimase. Alla fine si decisero, prima arrivarono i Neozelandesi coi carri armati e poi arrivarono gli americani.
Alla fine del ’43, inizio ’44, tutti i ragazzi sotto i 18 anni erano stati mandati via dal Pignone perché il fronte si avvicinava e non volevano responsabilità. Ci richiamarono dopo il passaggio della guerra, ma io sono rientrato nel ’47.
Ero andato, come tanti ragazzi, dagli americani allo stadio dove avevano fatto dei depositi di carburante. Ci davano da mangiare. I tedeschi erano ancora a Fiesole e lo stadio è proprio sotto. C’era un carro armato che ogni poco tirava cannonate, era come tirare ai pas­serotti. Un giorno presero il deposito e io ero dentro. Rimasi dentro tra la benzina incendiata. Dalla vita in giù ero tutto terzo grado. Un militare italiano si levò la giacca e mi avvolse. Sono stato più di tre anni senza camminare! Ne ho visti morire tanti. Quelli bruciati il 90% morivano. lo, nel male, ebbi fortuna.
A Careggi c’erano ancora i tedeschi. Al Giardino dei Semplici ave­vano fatto il cimitero e in una scuola lì vicino avevano fatto l’ospedale ma non avevano medicine. Tutte le mattine il dottore (mi ricordo che si chiamava Bianchi) mi asportava la pelle e metteva le bende sopra e passava l’alcool. Urlavo come un pazzo. Sono stato circa sei mesi in questo ospedale. Poi tornato a casa mi ci vollero altri due anni per camminare.
Un altro episodio quasi da ridere, ma purtroppo è sempre il dramma della guerra. Quando tornai dall’ospedale, non camminavo, ero a letto e avevo il tetto sfondato coperto con i bandoni. Tutte le sere alla stessa ora una talpa mi veniva sul letto: Iiiihh! Iiiihh!" Veniva a salutarmi e poi andava via. Tutte le sere. A raccontarlo vien da ridere.
Il mio babbo era morto nel ’42 per un’ulcera perforante. Avevo due sorelle già sposate. Un cognato era sul fronte balcanico e l’altro era in marina nei sommergibilisti a La Spezia, mi sembra. Una volta che il som­mergibile rientrò alla base, andò in congedo, si diede alla macchia e non tornò. Il giorno che doveva ripresentarsi, il suo sommergibile uscì fuori dalla rada e fu affondato e morirono tutti. Lui fu salvo. Lo presero e lo dovevano fucilare. Lo portarono al tribunale a La Spezia. Il comandante era fiorentino e invece di fucilarlo lo prese con sé come attendente.
La scelta da che parte stare era soggettiva. Non c’era un’organizza­zione capillare. Il fascismo era quello. Poi ognuno di noi si faceva un’idea delle cose. La stragrande maggioranza era contro il fascismo, però non potevi manifestarlo se no c’era il campo di sterminio. Le botte e le lab­brate vanno e vengono ma se ti mandavano via, non tornavi a casa.
Anche oggi, ognuno, dentro di sé, con il suo cervello ragiona e fa le sue scelte. Allora era lo stesso. In un periodo drammatico come quel­lo lì il fascismo era odiato dalla maggioranza degli Italiani… Dall’80 al 90% erano contrari al fascismo.
lo mi ricordo per esempio quell’imbecille di Maccherone che andò nelle brigate nere. Veniva in piazza di Peretola, allora dal Pollastri c’era il bar, e buttava le bombe a mano sul biliardo. "Via tutti! Ora fo come voglio io!" Bisognava tu andassi via, me lo ricordo come ora.
Lui lo faceva pubblicamente e in faccia. Altri erano più pericolosi. C’erano quelli invece che non vedevi ma che controllavano le perso­ne una per una. Una mattina venivano a casa e ti portavano via come fecero al tabaccaio Bruno Cecchi*. Il fatto è che lui le cose le diceva pubblicamente e a quell’epoca non si poteva. Finché s’era ragazzi potevi prendere qualche labbrata ma un uomo di una certa età… Poi i fascisti una mattina andarono a casa, lo portarono via al masso della Gonfolina e l’ammazzarono.
C’erano ricompense per chi faceva la spia. A Campi Bisenzio c’era un gobbo che era una spia dei fascisti. Subito dopo il passaggio della guerra, lo presero, lo misero ad un palo delle luce e gli "raddrizzaro­no" la spina e poi lo buttarono nei Bisenzio di sotto al ponte.
Oggi è un problema. Chi governa sono manovali, Renzi compreso, che fanno solo il gioco del grande padrone. Il potere non ce l’ha Ren­zi, non ce l’ha il governo, ce l’hanno i banchieri, i padroni del vapore. Son loro che decidono le sorti del mondo, i paesi che devono andare in guerra, quelli che non devono andare, quanti devono morire. Sono i padroni del vapore.
Prima c’era un’altra dignità, un’altra morale, oggi non c’è più nulla. E l’hanno voluto per imperare. li grande padronato ci manipola come vuole. Quando si degenera così in modo diffuso, poi direttamente o in­direttamente, ne subiamo tutti ma, diciamo, subiamo e ci adattiamo.
Però io non consiglio nessuno di vedere il futuro che sarà, perché
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io vedo un grande futuro nero per i giovani e per le generazioni a venire. Purtroppo questo mi dispiace.
Che libertà è questa? C’è la libertà di fare quello che tu vuoi però fai quello che voglian loro. Siamo più schiavi di prima!
Un degradare passo, passo, indietro…
Quello che sarà domani non ve lo dico, perché io non ci sarò.
Note
Vittorio Maggi (1903 – 1944), dipendente della Pignone, antifascista e partigiano. Il 15 Agosto 1944 ritornò dalla montagna per riabbracciare la moglie incinta ma fu sorpreso da una pattuglia tedesca a pochi chilometri da casa che lo falciò con una scarica di mitraglia­trice.
Otello Bianchi (1896-1944) macellaio, antifascista condannato nel 1939 a tre anni di confino. Cadde durante la liberazione di Peretola in uno scontro con un nucleo tedesco presso la stazione delle Cascine.
Bruno Cecchi (S. Mauro a Signa 1896 — 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime più volte arrestato e portato a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. Il 30 aprile fu prele­vato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato. Anche al fratello Guido toccò la stessa sorte nei pressi di Cervina.

Pierino Banchelli – Testimonianze

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Pierino Banchelli
Chiacchierata del 23 marzo 2014
"Ciao Pierino, sono venuto a portarti la tessera dell’ANPI". "Bene, entra che si fa due chiacchiere."
"Come stai Pierino?"
"Come si può stare alla mia età, si sentono tutti gli acciacchi, ma quello che più mi da fastidio è la situazione politica che si è venuta a creare in questo paese."
"Cosa vuoi dire?"
"Voglio dirti che abbiamo lottato per un paese diverso da questo… avevamo degli ideali, eravamo contro le ingiustizie, c’era solidarietà, dividevamo tutto in parti uguali; per noi partigiani era una cosa normale, era giusto fare così. Oggi il mondo è pieno di egoismo, ognuno pensa solo ad arraffare, non c’è solidarietà, ci sono pochi ricchi e tanta povertà. Avevamo la volontà di cambiare il paese, renderlo libero dal nazifascismo, più umano. Si pensava ad una società dove i diritti fossero assicurati a tutti, abbiamo combattuto con questa intenzione e la Costituzione, nata dalla Resistenza, era un mezzo; invece mi rendo conto che abbiamo combattuto, ma i diritti sono diventati privilegi. Questo mondo non mi piace per niente!’
"Ma come decidesti di aderire al movimento partigiano?"
"Nel ’44 abitavo a San Martino, ricevetti la chiamata per essere arruolato militare nella Repubblica di Salò come marinaio al porto di Livorno, ma non avevo nessuna intenzione di aderire, dunque io e tanti altri ci buttammo alla macchia. Mi nascosi a Campi, nel quartiere di San Martino, rifugiato presso un contadino che mi dava assistenza. Nella chiesa e nei campi c’erano tante persone rifugiate. Era impossibile, per noi renitenti alla leva, fare qualsiasi lavoro, ma in qualche modo si riusciva a sopravvivere.
In quel periodo ho fatto la staffetta per la Brigata Lanciotto Ballerini.
Ricordo che la gente della zona in cui ero nascosto, fu presa da una infezione alla gola. lo e un mio compagno, andammo, sotto le cannonate, all’ospedale di Prato a cercare le medicine necessarie per queste persone.

Un giorno fui preso dai tedeschi, ma per fortuna dopo poco riuscii a scappare rifugiandomi su un campanile e non mi ritrovarono.
La svolta ci fu nel febbraio del ’45 quando mi arruolai volontario nel Gruppo di Combattimento Cremona.
Il 9 marzo dello stesso anno arrivai in territorio di guerra dove partecipai per cinque mesi alle azioni per liberare l’alta Italia nel 22° Reggimento Fanteria Cremona. Il primo impatto fu sulla linea del Po. Dopo due mesi di combattimento, il Cremona, lanciò una offensiva appoggiata dall’artiglieria che sgominò il nemico, assicurandosi il plauso delle forze alleate del comandante Alexander.
Il 10 aprile 1945, con l’appoggio delle artiglierie italiana e britannica, il Gruppo ebbe ragione della resistenza tedesche, occupate Fusignano e Alfonsina, il 12 aprile raggiunse il Santerno. Nonostante la ferrea difesa tedesca, il fiume venne passato il giorno seguente, mentre i partigiani si attestarono a Taglio di Po.
Da lì si raggiunse Adria e l’avanzata proseguì verso il fiume Adige. Il 29 aprile i Battaglioni del 21° Reggimento occuparono Corbezzole e Codevigo, attestandosi sul Brenta. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il 22° Reggimento raggiunse Mestre, dove fu accolto dalla popolazione entusiasta.
Il 2 Maggio, il 22° Reggimento innalzò il tricolore in piazza S. Marco a Venezia tra le indescrivibili manifestazioni di gioia dei veneziani, commossi e grati per essere stati liberati da soldati italiani, e io c’ero."

Marino Bausi – Testimonianze

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Testimonianze
Marino Bausi
Mi chiamo Bausi Marino. Sono nato a Firenze, all’ospedale di Santa Maria Nova, l’8 gennaio 1920.
Quando avevo 16 anni, fu costruito l’aeroporto di Firenze e istituito un corso per aerei civili e militari. Feci il corso per il brevetto di pilota e andai in Aeronautica. Il mio istruttore era Vasco Magrini, maggiore della milizia. Durò sei mesi. Si cominciò l’istruzione volando su aerei a doppio comando (lui davanti e noi di dietro) con la cloche che si comandava sia io che lui.
Abitavo a Novoli dove c’era una torre bellissima, la Torre degli Agli, che fu buttata giù dai tedeschi. Aveva una corona dove c’era la guardia che controllava tutta la città di Firenze.
Ero impiegato alle officine Galileo . Si facevano lavori per strumenti di bordo di navi e per questo sarei dovuto andare in Marina, ma avendo il brevetto di pilota andai in Aeronautica.
Dopo l’8 Settembre 1943, ci fu lo sbandamento dell’esercito e ci organizzammo come partigiani. Gli antifascisti che avevano fatto la galera e che erano stati condannati dal tribunale speciale, come Ugo Corsi` e altri, dovettero andare in montagna. Volevo andare in montagna anch’io, ma Ugo mi disse: "Se tu vieni anche te chi ci rifornisce di armi, informazioni e vettovagliamenti?"
Così io e altri siamo rimasti giù e si mandava alle formazioni partigiane mitra, moschetti, ecc. lo andavo in montagna ogni venti giorni con mio padre. Salivo su ad Acone, sul Monte Giovi`, sopra Pontassieve. Avevo cartucce di caricatori, rivoltelle e li consegnavo a loro. Un giorno portai su 5/6 moschetti. La formazione partigiana che rifornivamo si chiamava "Faliero PUCCi (che era un martire antifascista).
Mi sarei dovuto presentare alla Repubblica di Salò, ma avevo una licenza particolare perché figuravo come ufficiale di reggimento e potevo entrare e uscire nell’aeroporto. C’era la guardia, io ero in divisa dell’aeronautica, entravo senza e uscivo col moschetto. Salutavo la guardia e andavo a casa. A casa lo smontavo… la canna… il calcio… e lo portavo su in montagna.
Alla Torre degli Agli la notte c’era uno di guardia ma spesso lasciavano all’aperto i moschetti. lo passavo di dietro e portavo via un moschetto.
lo e Ugo Corsi abitavamo accanto a Novoli, eravamo amici. lo so del 1920, lui era del `17’18. Fu condannato dal tribunale speciale a anni, mi pare, di carcere. La mamma di Ugo, la Bruna, stava in quella casetta accanto alla chiesa di Novoli e io la confortavo: "Vedrai, quando finisce il fascismo, Ugo torna libero."
In casa mia, con mio padre e mio fratello Giuliano, si parlava di politica. Mio padre non era fascista iscritto, ma si iscrisse alla milizia volontaria, quelli che portavano i berretti come gli alpini il sabato, se no lo buttavano fuori dal Comune.
Poi ci fu lo sbandamento.
Note
Ugo Corsi nato a Firenze nel 1913, entrò a far parte dell’organizzazione clandestina comunista nel 1937. Arrestato nel marzo del 1942, venne liberato nell’agosto dell’anno successivo, dopo la caduta del fascismo. Durante la Resistenza fece parte del distaccamento garibaldino "Faliero Pucci " (Stella Rossa) e poi, come commissario politico, della Brigata d’assalto garibaldina " Sinigaglia " Dopo la Liberazione, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare e della stella garibaldina e proseguì la sua attività politica nel PCI.
41 Faliero Pucci (Firenze 1905, caduto nel Pistoiese il 4 aprile 1944) tassista. Nei primi anni Trenta era entrato nell’organizzazione clandestina comunista di Firenze. Nel 1937 il tassista fiorentino fu arrestato e condannato dal Tribunale speciale a sette anni di reclusione. Nel settembre del 1943 Pucci fu chiamato a far parte del Comitato militare regionale del Partito comunista e fu tra gli organizzatori del gruppo partigiano "Stella Rossa", che divenne operativo nelle colline a sud di Firenze. Nell’aprile, il militante comunista fu mandato, con un altro antifascista Giulio Bruschi, a compiere un’ispezione presso un gruppo di patrioti nel Pistoiese. Sulla via del ritorno Pucci e il suo compagno incapparono in un posto di blocco repubblichino: nello scontro che seguì, i fascisti ebbero un morto e tre feriti, ma Pucci restò sul terreno e Bruschi fu catturato. Da quel momento, il gruppo "Stella Rossa", riorganizzato, assunse il nome del valoroso tassista.

Testimonianze – Leandro Agresti II

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Leandro Agresti

II

Appena loro si ritirarono, noi si pensò ai nostri ragazzi: si avvolsero in delle coperte e si intendeva seppellirli. Ma il terreno era tutto sasso e anche col piccone non si riusciva a scavare, finché un contadino ci indicò un prativo e si seppellirono lì. Dopo due mesi, perché succes­se subito la liberazione, li recuperarono quasi tutti interi e li portaro­no a Sesto. Questa è la storia di Monte Morello.

Nessuno sa che Lanciotto fu il primo vero comandante di Monte Morello e ci insegnò la guerra mordi-e-fuggi, di stare in guardia, di insegnare alle staffette quando venivano su che non passassero per i sentieri ma dentro il bosco per non farsi vedere dalla famosa cicogna. Tra queste staffette c’erano anche le mie sorelle. Non ci si rendeva conto.

Molte cose ce l’ha insegnate il Checcucci. La prima canzone che si cantò ce la insegnò lui: "… dai monti ai piani, lottano i partigian1.." quella canzone è nata su Monte Morello nella cappella di Ceppeto. Invece quella famosa canzone che canta sempre Silvano Sarti: "Per voi bambine belle della via, per voi future spose del domani…" la in­ventò Carlo Cau, soprannominato il poeta, nella cappella di Ceppeto.

Il Checcucci ci raccontava della galera che aveva passato. Era mol­to provato da questa esperienza. Per questo, quando vide i fascisti scappare, si alzò: per la voglia di combattere.

Dopo questo combattimento, Lanciotto venne su e prese il co­mando insieme a Folgore. Lanciotto mi aveva messo di guardia alla Fonte dei Seppi per controllare sia il versante del Vecciolino, sia quel­lo della Castellina. "Tu c’hai gli occhi boni e vedi sia di qua che di la, mi disse. "Mi raccomando! Stai bene attento!"

Ogni due ore si faceva il cambio mentre lui girava per tutte le sen­tinelle che aveva appostato. Ad un certo punto sentii dietro rompere uno stecco e levai la sicura: "Fermo! Sono Lanciotto." Mi disse: "Vedi, se ero un nemico ti avevo già fatto fuori. Quando siamo nei boschi, bisogna guardarsi da tutte le parti, non dico sempre, ma ogni tanto bisogna guardarsi anche dietro le spalle." Gli chiesi: "Ma quella sen­tinella lassù allora a che serve?" "Vuoi che spari per far scoprire dove siamo? Non può sparare lui. Spara in caso di attacco ma altrimenti no." Da vecchio sottufficiale che aveva fatto la guerra, aveva una certa esperienza. Fu una brontolata amichevole, poi mi dette una pacca sulla spalla e andò via.

Si aveva poco tempo per parlare e molto da camminare, fare e di­sfare. Vi racconto anche questo episodio: nessuno lo sa ma Fabiani* un giorno ci raggiunse sulla seconda punta. Fu Biondetti, grande cor­ridore di automobile, quello che portò su Fabiani con la Cinquecento.

Fu quando il comandante Marino volle sapere se c’era qualcuno vicino al Partito Comunista. Eravamo una quindicina. Ci disse che do­vevamo sacrificarci e andare sempre prima degli altri per dare l’esem­pio. E difatti fu così. Quando successe della battaglia della Fonte dei Seppi, Gambalesta, che era ufficialmente il comandante della brigata Fanciullacci, ordinò alla prima squadra di pronto intervento di anda­re giù per primi ed erano quasi tutti "iscritti" al Partito Comunista, o meglio, allora non c’era "iscrizione", era tutti figlioli di appartenenti al Partito Comunista. Oggi nessuno vuole sentire rammentare il Partito Comunista ma invece sarebbe bene parlarne perché ha avuto tanti morti.

Le donne sono state eccezionali. Hanno rischiato la pelle per portar­ci un boccone da mangiare su in montagna. Tante volte, poiché il pane era duro, venivano le lacrime agli occhi anche a loro. "Non vi preoccu­pate, si ammorbidisce noi" rispondevamo. Si metteva un po’di sale e un po’ d’acqua sopra, qualche volta si aveva qualche goccia d’olio.

Si è patita molto la fame. Si è mangiato di tutto: vitalbe, luppoli, cicerbite, asparagi, radicchio. Tante volte non s’aveva nemmeno l’ac­qua per lavarli. A volte si trovava le ciliegie o le corbezzole. Quando si trovavano era una manna, però se ne poteva mangiare una o due, il resto bisognava portarlo in brigata.

Un contadino ci dette un paniere di ciliegie, si portarono in bri­gata, si contarono e ne toccò dodici per uno. Di una formettina di formaggio s’è fatto anche trenta spicchi. Quella era la possibilità che c’era, s’era tutti uguali, ma Lanciotto era sempre l’ultimo a mangiare. Un bestione com’era, ma anche lui si arrangiava così.

C’era anche un grande ragazzo che non viene mai rammentato, Ugo Corsi`. Era quello che trasportava molta gente su Monte Morel­lo e ha fatto chilometri e chilometri per portare la gente da Monte Morello a Monte Giovi. Era facile raggiungere Monte Giovi, s’attra­versava la Bolognese, la Faentina, poi le Quattro Strade, le Salaiole, il Cischio e poi Monte Giovi. I partigiani non avevano sentieri, per noi il bosco era un sentiero unico.

Monte Morello è stata l’officina dei partigiani toscani. Molti dei partigiani che erano con me in Secchieta, sul Pratomagno, sul Monte Giovi, li ho ritrovati in tutte le parti della Toscana. Tutti ragazzi che erano passati di lì, come Timo`, Vasco Palazzeschi, che poi erano andati a finire in Pratomagno con la brigata Caiani*.

Il 31 luglio da Maiano ci eravamo attestati al Vincolo (così si chia­mava allora) tra la cappella di Ceppeto e la Fonte dei Seppi.

II primo agosto si ricevette l’ordine di venire giù quindici- venti per volta e si doveva passare dalle fogne dell’ospedale. Quando mi dis­sero di passare dalle fogne, dissi a Gambalesta : Io faccio la strada che ho sempre fatto dieci, venti volte, non so quante volte, chi vuole, venga con me." Ecco perché mi sono trovato con il grado di sergente maggiore.

La prima notte si dormì nel rifugio di Piazza Leopoldo, dai rifugi a casa mia c’erano cento metri. Si passava la Superpila e la Manetti & Roberts. Il Casonati Valerio stava invece prima di me al numero 4.

II novanta per cento della popolazione era con noi e se non fosse stato così, non si sarebbe fatto quello che si è fatto. Mi ricordo quelle che noi chiamavamo "frappappine", quelle che studiavano per infer­miere a Careggi. Quando si entrò in Firenze qualcuna ci avrà visto ma nessuna parlò e si raggiunse tranquillamente il rifugio in Piazza Leopoldo.

II due Agosto ero dunque a casa e mi buttai sul letto. Era tanto che non ci dormivo! La mattina, saranno state le otto, mi svegliò il mio babbo e mi fece: "Leandro! C’è due che hanno minacciato di portar via tutti questi ragazzi…"

C’erano due fascisti, un uomo e una donna, la Bitto e il Lavorini che volevano prendere l’acqua. Le donne si ribellavano perché avevano solo due, tre ore di tempo prima che sparassero. I franchi tiratori in­fatti sparavano dalla Manetti & Roberts e avevano già ammazzati sei, sette, donne, bambini e vecchi (uomini in giro non ce n’erano più). Queste si ribellarono e i due minacciarono di far portar via i ragazzini che aiutavano a tirare su l’acqua, dodici, tredici anni, quattordici il massimo. Mi affacciai e vidi che uno aveva un fucile di precisione e doveva essere un cecchino` così chiesi:

"Babbo, ma dove stanno?"

"Al villino del Linari, quello in cantonata."

"Senti, fra un quarto d’ora, venti minuti, manda la Pierina e l’Eda (le mie sorelle, una del ’20 e una del ’21) giù a prendere l’acqua."

Noi quattro ci si nascose nel giardino del villino. I due entrarono con l’acqua, puntammo loro contro quattro Sten, aprimmo la porta e si buttarono dentro.

Dopo sette giorni, il Comitato di Liberazione ci ordinò di ammaz­zarli, io e Valerio si disse: "Noi non s’ammazzano." "Ma il Comitato di Liberazione gli ha fatto il processo e ha deciso di ammazzarli." Allora presero due della GAP, tra cui uno al quale avevano trucidato il fratel­lo in Pratomagno, che li ammazzarono.

Non sapevano dove buttarli, in mezzo di strada avrebbe provoca­to dure rappresaglie. In realtà, eliminato quello della Manetti & Ro­berts, di franchi tiratori non ce n’erano più, il rione era in mano a noi.

Furono buttati nelle fosse biologiche. Successivamente in quella casa c’è stata la prima sezione del Partito Comunista di Rifredi. Il mio babbo, da intelligente vecchio comunista, andò dal segretario e gli disse che sotto c’erano due cadaveri e consigliò loro di buttare due secchi di calce. Non lo fecero. Dopo venticinque anni, pulirono le fos­se biologiche e ritrovarono le ossa.

Al processo, il Comitato di Liberazione Nazionale si è assunto la responsabilità dell’uccisione come fatto di guerra.

II 2 agosto quindi si catturò questi franchi tiratori e si misero nel vil­lino ad angolo. Dopo un paio di giorni si sentì saltare i ponti sull’Arno. L’unico che non era saltato era il Ponte di Mezzo perché lì c’era una squadra di giovani, comandata da un nostro compagno, ora morto, il Nannarelli, che era del ’31 e quindi avrà avuto tredici anni.

Fu uno dei primi ragazzi che ha fatto la staffetta a Monte Morello. Una volta portò su un mitra con un caricatore solo. Gli chiesero: Per­ché hai portato un caricatore solo?" "Madonna!" e ripartì in tromba e andò a prendere gli altri caricatori. Rischiò la vita due volte. Aveva tredici anni. I suoi genitori e i suoi zii erano vecchi comunisti.

L’8 agosto si raggiunse Gracco` al Casone dei Ferrovieri*, ove c’era il comando di tutto.

Ero fidanzato con una figliola. Quando l’8 settembre andai a tro­varla e le dissi che andavo in montagna, lei mi rispose: "Che vai a fare carbone?" No, io vado in montagna per questo… questo … e que­sto… ci siamo consigliati con il mi’ babbo e vo in montagna perché con i tedeschi e i fascisti non ci voglio andare." e non la rividi più.

Quella mattina, il 9 o 10 agosto, mentre parlavo con Gracco della perlustrazione fatta alla Villa Demidoff`, arrivò una donna che mi abbracciò e mi baciò. In quel mentre passò il suo babbo e la bron­tolò. Lei fece: "Babbo, è dodici mesi che non vedo il mio fidanzato!" "Fidanzatoooo??" "Senta, sor Gino, io son sincero, io non sapevo nem­meno più di esser fidanzato perché non ho avuto il tempo di pensare alla fidanzata." E lui: "Si dovrà parlare un po’ io e lei." "Sì certo! Ora però finisco di parlare coi tedeschi e coi fascisti e dopo verrò a parlare anche con lei."

La domenica successiva al 7 settembre (quando ci disarmarono) andai a parlargli a casa.

Tanti non sanno che la divisione Potente si chiamava Arno. Nel Co­mitato di Liberazione Nazionale ci fu una discussione tra le varie cor­renti che non volevano si parlasse di Garibaldi. Ad un certo momento fu deciso di mettere "divisione Amo" perché riguardava tutta la To­scana proprio come l’Arno che dalla fonte del Falterona gira tutta la Toscana. E’ stata divisione Arno fino al 12 di agosto. Quel giorno si ri­unirono tutti i comandanti delle varie brigate e fu deciso di cambiare "divisione Amo" con "divisione Potente Aligi Barducci" *

Il 12 agosto, quando si riunirono tutte le brigate e si dettero i gradi, vo­levano darmi il grado di tenente ma io dissi che preferivo che lo dessero a Libero Mannelli che era morto. Lui salvò la nostra brigata: fu trucidato ma non parlò. Se avesse parlato ci avrebbero ammazzati mezzi.

In questo cartello che vi ho fatto vedere siamo 110 persone, tutti mescolati tra GAP, SAP e partigiani di montagna, che si è liberato Firenze. Dal 2 agosto, quando si catturò i due franchi tiratori, al 12 agosto, abbiamo liberato Rifredi. Non c’era nessun altro e fino al 30, 31 agosto non si vide un alleato. Quando arrivarono, fecero una volata fino a Sesto.

Tornato a casa, un giorno si sentì l’intervento di Togliatti` che invi­tava i partigiani di Firenze a continuare la guerra nel nuovo esercito per la liberazione del Nord. Ero con il mio babbo e gli feci: "Babbo, hai sentito cosa ha detto Togliatti?", "Ho sentito, ho sentito." "Che tu pensi?", "Se avevo gli occhi boni, partivo io." "Ho bell’e capito, babbo. Va bene, riparto io. Però alla mia fidanzata e alla mamma racconta qualche barzelletta te perché io non ce n’ho più da raccontare."

Ci portarono a Gaiole in Chianti dove c’era la divisione Friuli che stava partendo per Fano. Da Fano si raggiunse Brisighella: Casonati lo misero nel 35° artiglieria con un cannone da 88, a me fecero fare una prova e mi misero su una mitragliera da 40 mm a quattro bocche del peso di 27/28 quintali e trainata da un cingolato. A Natale s’era già sul fronte.

S’era sempre in allarme perché bisognava difenderci dagli aeropla­ni e sparare nelle feritoie dei fortini. Nella nostra mitragliera c’era una pallottola tracciante, una perforante e una dirompente. Se eri capace di buttare la dirompente dentro il fortino, chi c’era dentro moriva. Quando si fece l’attacco, i primi a sfondare i fortini si fu noi. Poi partì la fanteria all’attacco, baionetta in canna. Si sfondò il fronte e in tre giorni si arrivò a Bologna ma si dovette stare duecentosettantasette giorni in posizione. Quota 92 fu riconquistata da noi sei o sette vol­te. Ogni volta che arrivavano gli americani, si sentiva combattere e poi scappavano subito. Allora si disse: "E no! Ogni volta si ha feriti e morti… ora ci si sta noi A Villa Zacchìa c’è una lapide dove è scritto: "Caparbiamente insistendo i fanti della divisione Friuli permisero alla V e all’V111 Armata di avanzare."

I nostri fanti, quella quota lì, non la lasciarono più.

Sul Senio fu fermato un Tigre" da una batteria nostra a forza di sparargli nei cingoli. A un carrarmato se rompi il cingolo è fermo. Il capitano faceva: "Ragazzi! Dai sul quel cingolo!" Ma ci fecero fuori due batterie. A noi non ci presero perché si fece in tempo a spostarsi.

I tedeschi ci individuavano e ci colpivano con i mortai con precisione, ma noi ci si spostava da un punto ad un altro.

Noi s’è avuto tante soddisfazioni, abbracci e baci dalle donne, feste da ballo.

A forza di camminare si finì a Massa Lombarda, sotto Paganella. Un giorno si dovette andare sulla Paganella perché c’erano dei tedeschi che si erano buttati alla macchia. Ci chiamarono per la nostra espe­rienza di guerriglia e infatti si fece 100/150 prigionieri: arrivammo loro addosso e non se ne accorsero nemmeno.

Era venuto da noi, da qualche tempo, un ufficiale, mi pare un te­nente colonnello. La mattina ci si svegliava tardi e questo ci fece: "Poltroni, cosa fate? Levatevi! Via!". A un certo punto uno di noi buttò una bomba Balilla dietro a una finestra. Lui protestò con una frase infelice: 1 miei soldati in Ispagna…!" Venne il generale Scattini, che per noi era come un babbo, e gli raccontammo dell’uscita infelice del tenente colonnello. li generale lo richiamò e gli disse: "Hanno fatto la guerra: hanno diritto al riposo. Calma! E poi che ha detto? I suoi soldati in Ispagna? Bene! La si rimanda con il suoi soldati!"

Il generale Scattini, quando sentiva il profumo del sugo che si face­va noi con le scatolette, veniva subito a mangiare con noi.

Le nostre speranze erano di tornare a casa, ma ci congedarono a settembre, ottobre! Noi s’era firmato per la fine della guerra e la guerra era finita ad aprile. Alla fine, in quindici giorni, a scaglioni ci mandarono via.

Tornai a casa e mi riassunsero alla Cipriani & Baccani dove ho lavo­rato per altri dieci anni. Poi la ditta fallì ed entrai all’ATAF.

Dopo la liberazione si era preso l’impegno di andare a recuperare tutti i nostri caduti. Fui tirato a sorte insieme ad altri due e si andò sulle montagne pistoiesi a recuperare due salme. Si misero su un camioncino come sempre si faceva, ma questo si ruppe. C’era poco da fare: il camioncino si lasciò dal meccanico e si prese il treno con le salme avvolte nella carta gialla e legate alla meglio. Ci sedemmo nello scompartimento insieme a tre donne. Dopo un po’ queste, che guardavano gli involti che avevamo sulle ginocchia, ci dissero: Met­teteli su, stanno meglio." no… non importa…" Ad un certo punto mi fecero: "Che c’avete oro lì dentro?" "Guardi, oro no, però c’è del­le cose preziose…" Insomma, la curiosità è femmina e finirono per aprirli. Videro le croci e corsero a dirlo al capotreno. Venne il capotre­no e gli spiegai cosa era successo. "Ci penso io, state calmi." E attaccò un foglio con scritto "RISERVATO". Così si arrivò a Firenze tranquilli e non ci ruppe le scatole nessuno.

Insomma, Mario Fabiani, primo sindaco di Firenze, è stato coman­dante delle brigate Garibaldi.

Prima di venire a liberare Firenze, si facevano grandi progetti ma lui disse: "Calma! Ci vorranno diversi anni e forse dovremo passarne anche delle brutte." E difatti fu così. Anche io ho avuto due denunce, di cui una per omicidio. Per fortuna quando spiccarono il mandato di cattura ero in viaggio di nozze e quello mi ha salvato dall’andare in galera, se no sarei stato qualche anno in galera come quel calciatore del Livorno che si fece qualche anno di galera per processo indiziario e poi si scusarono con lui.

A me fecero un processo indiziario accusandomi di aver ammazza­to uno, sparandogli un colpo alla nuca. Mi difesero Filastò e Pacchi, due grossi avvocati di Firenze. Mi dissero di presentarmi da loro al mio ritorno che ci avrebbero pensato loro a portarmi in questura. Dal ’48 (anno in cui mi sono sposato) al ’50 sono stato sotto processo.

Filastò mi aveva istruito: "Quando ti faranno il confronto all’ame­ricana, ti metteranno insieme ad altri cinque o sei individui. Quan­do entrano i testimoni tu mettiti subito in un posto diverso." Infatti, quando entrò il primo e gli chiesero: "Lei riconosce Agresti Leandro?", "E’ il primo." "Ma è sicuro lei?", "Sì è il primo." Non ero il primo!!

Venne un altro ragazzo e disse: "Agresti Leandro è lui ma non è quello che ci fermò in Piazza Signoria." E anche lui testimoniò a favore mio. Entrò poi una signorina ma non sapeva indicare chi fosse

Agresti Leandro e il giudice la mandò via. Su tre nessuno mi aveva riconosciuto. Era un processo indiziario. Quando mi mandarono a casa, nella sentenza non c’era scritto "assoluzione" e io mi arrabbiai, ma Filastò mi disse: "Questo vuol dire che non c’era motivo di farti un processo."

Noi si lottava perché l’Italia avesse finalmente la sua libertà, i suoi diritti del lavoro, una società migliore, non una banda di ladri. Biso­gna essere sinceri: anche fra noi abbiamo avuto dei disonesti. L’A.N.P.I. cosa chiede? Onestà e moralità. Non si chiede tante cose ma queste si vogliono.

Note

Mario Fabiani (Empoli, 1912 — Firenze, 1974) fu politico italiano, antifascista, dirigente di primo piano della Resistenza in Toscana, dal 1946 al 1951 primo sindaco eletto di Firenze dopo la guerra, presidente della provincia di Firenze dal 1951 al 1962 e senatore del PCI

dal 1963 al 1974

Ugo Corsi nato a Firenze nel 1913, entrò a far parte dell’organizzazione clandestina co­munista nel 1937. Arrestato nel marzo del 1942, venne liberato nell’agosto dell’anno suc­cessivo, dopo la caduta del fascismo. Durante la Resistenza fece parte del distaccamento garibaldino "Faliero Pucci " (Stella Rossa) e poi, come commissario politico, della Brigata d’assalto garibaldina " Sinigaglia ". Dopo la Liberazione, fu decorato della medaglia d’argento al valor militare e della stella garibaldina e proseguì la sua attività politica nel PCI.

Danilo Guidotti detto Timo.

Vasco Palazzeschi nato il 24 novembre 1912. Entrato a far parte del PCc11 nel 1935. Nel 1942 fu arrestato e condannato dal Tribunale Speciale a 14 anni di carcere. Uscito dal carce­re di Fossano nell’agosto 1943, partecipò al movimento partigiano, prima a Pian dei Cerri, a Scandicci e a S. Casciano, poi come staffetta d’informazione e commissario politico di distaccamento sul Monte Giovi e sul Pratomagno. Infine fu commissario politico della Bri­gata "I-anciotto".

24 Da Silvano Caiani, partigiano della Lanciotto, nato a San Frediano. Durante una perlu­strazione nel Casentino, per salvare i compagni, uscì dal suo riparo e si buttò in mezzo di strada ed aprì il fuoco. Uccise tre tedeschi che si trovavano su un auto, ma rimase a terra anche lui ucciso dai mitra dei due tedeschi superstiti.

Loder Pirro detto Gambalesta, comandante della Brigata Fanciullacci.

Tiratore scelto o franco tiratore. Nel Luglio del 1944 i fascisti fuggirono da Firenze la­sciando un gruppo di franchi tiratori, per lo più giovanissimi o donne, appostati nelle case o sui tetti con il compito di seminare il terrore sparando a qualunque essere animato che

si aggirasse per le strade.

Angiolo Gracci, nome di battaglia Gracco (Livorno, lo agosto 1920 – Firenze, 9 marzo 2004), partigiano e politico italiano, comandante della Brigata "Vittorio Sinigaglia" Per i suoi meriti fu decorato con la medaglia d’argento ai valor militare.

Edificio che occupa l’isolato tra Via Mercadante, Via Rinuccini, Via Petrella e Via Ponchielli a Firenze, formato da alloggi destinati alle famiglie dei ferrovieri. Importante sede della 30 Resistenza nel quartiere San Jacopino – Piazza Puccini a Firenze.

29 Villa San Donato o Villa Demidoff era una sontuosa villa appartenuta alla famiglia Demi­doff, tra le più belle ville ottocentesche di Firenze, situata nella periferia Ovest della città e pesantemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale.

30 Aligi Barducci "Potente" nato a Firenze il 10 maggio 1913 e morto a Greve in Chianti il 9 agosto 1944, fu militare e partigiano italiano. Protagonista di numerose azioni tra cui la liberazione di Firenze nell’agosto del 1944, fu decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria.

31 Le Squadre di azione patriottica (SAP) erano gruppi di combattimento partigiano nella Resistenza italiana. Formate nell’estate 1944 come formazioni di circa 15-20 uomini cia­scuna, per espandere la partecipazione popolare alla lotta. Svolsero azioni di sabotaggio, fiancheggiando GAP e Brigate partigiane. 31

Testimonianze – la liberazione di Firenze

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La liberazione di Firenze

Ancor prima dei due mesi che separano la liberazione di Roma da quella di Firenze, il Comitato Toscano di Liberazione Naziona­le (C.T.L.N.), sezione toscana del Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), si applica affinché sia preparata un’azione politica e militare volta a cacciare dalla città l’occupante tedesco e ad insediarvi subito un governo provvisorio con pieni poteri amministrativi e costituito da uomini dell’antifascismo.

Nel Luglio del 1944, quando le truppe anglo-americane si avvici­nano a Firenze, il C.T.L.N dirama l’ordine alle formazioni partigiane di convergere verso la pianura e di tenersi pronte ad intervenire in cit­tà. Esse hanno operato nelle immediate vicinanze della città dove si sono distinte nell’azione di disturbo e di resistenza contro le forze tedesche e i gruppi di fascisti collaborazionisti. Sono circa 3000 uomi­ni a cui viene affidato il compito di dimostrare agli anglo-americani e alle città del Nord Italia, ancora occupate, che il popolo italiano è capace di liberarsi da solo e che, pertanto, gli spetta il diritto all’au­togoverno e all’amministrazione civile della cosa pubblica. Il compito non è facile, poiché sussiste sul territorio una temibile presenza mili­tare tedesca da contrastare e arginare, ed è necessario stabilire una concordanza tra strategia partigiana e strategia degli alleati anglo­americani.

Intanto, il 29 Luglio, il Comando Militare tedesco ordina che tutti i Fiorentini abitanti nei quartieri prospicienti l’Arno, abbandonino le loro abitazioni senza portarsi dietro masserizie che ingombrino le strade e ostacolino il facile scorrimento delle vie di comunicazione. Hanno ventiquattro ore di tempo per eseguire l’ordine; chi sarà tro­vato ancora sul posto sarà fucilato. Il 31 Luglio i genieri tedeschi ini­ziano a minare i ponti sull’Arno ad eccezione del Ponte Vecchio, alla cui salvezza sono sacrificate le strade dei quartieri medioevali sulla riva destra e su quella sinistra del fiume. Il 1° Agosto gli alleati varca­no il fiume Pesa, ma si fermano in vista della città.

Il 3 Agosto il Comando Tedesco dichiara lo stato d’emergenza su tutto il territorio fiorentino: significa che sono sospese tutte le garan­zie individuali e che entrano in vigore le leggi di guerra.

Il C.T.L.N. si riunisce in seduta permanente in attesa di dare l’ordine d’insurrezione.

Nella notte fra il 3 e il 4 Agosto i genieri tedeschi fanno brillare le cariche che hanno preparato: crolla il cuore antico della città. Il 4 Agosto, all’alba, le avanguardie dell’ VIII Armata Britannica penetrano in Oltrarno insieme ai partigiani. La città, divisa in due, diventa cam­po di battaglia.

Fino al 10 Agosto gli alleati e i partigiani combattono i nazisti e i franchi tiratori fascisti dalla riva sinistra dell’Arno. Nella notte tra il 10 e I’ 11 Agosto le truppe della Wehrmacht si ritirano dal centro storico per attestarsi sulla linea dei Viali di Circonvallazione e del corso del Mugnone, nella parte nord-ovest della città. L’11 Agosto alle 7 del mattino, la Martinella di Palazzo Vecchio e la campana del Bargello danno il segnale dell’ insurrezione. Il C.T.L.N. insedia i suoi uomini in Palazzo Medici Riccardi, nomina il Sindaco e il Presidente della Pro­vincia e le rispettive giunte.

Quando le truppe anglo-americane varcano l’Arno, trovano una città già in grado di governarsi, liberatasi da sola, anche se fino al 18 del mese i tedeschi continueranno a cannoneggiarla dalle alture di Fiesole, mirando ai monumenti storici e agli edifici privati. Tuttavia per la periferia ovest, né il 4, né I’11, né il 20 d’Agosto cessa il terrore della guerra, delle rappresaglie, dei rastrellamenti, né vengono meno le sofferenze per la fame e le privazioni. A tutto ciò si aggiungono i pericoli dell’essere sulla linea del fronte esposti al fuoco contrappo­sto dei soldati in lotta.

Anche qui le azioni di guerra sono cominciate la notte del 3 Ago­sto quando saltano in aria tutti i piccoli ponti che valicano il Fosso Macinante e quelli che attraversano il Mugnone; saltano i cavalcavia ferroviari, salta la storica Torre degli Agli perché le macerie facciano ostacolo all’avanzare degli alleati, è minato il Parco delle Cascine che diventa terra di nessuno. Al calare della notte cominciano a cade­re shrapnels, sorta di granate che scoppiano in aria e spandono una rosa di schegge anti-uomo; a queste seguono fino all’alba cannonate più pesanti che sfondano i tetti e sventrano le case.

Con il ritiro delle truppe tedesche dall’Arno al Mugnone, la zona che va da Porta al Prato al Ponte alle Mosse si trova ad essere in pri­ma linea. I paracadutisti tedeschi, attestati sulla sponda destra del torrente, controllano con facilità il quartiere che è sgombro degli alti palazzi costruiti nel dopoguerra. In Piazza San Jacopino, una squadra di partigiani cerca di contenere, con una sola mitragliatrice, le incur­sioni nemiche dal Ponte all’Asse verso i Viali di Circonvallazione.

Importante base strategica per i partigiani è il Casone dei Ferrovie­ri, un edificio singolare che occupa un intero isolato, tra le vie Merca­dante, Rinuccini, Petrella e Ponchielli, destinato, sin dalla sua costru­zione, alle abitazioni delle famiglie dei ferrovieri, spesso di tradizione antifascista. Grazie alla sua struttura, quasi fortificata, le vie d’accesso facilmente controllabili, le terrazze, ideali posti di guardia per avvista­re chiunque si avvicinasse, i pozzi artesiani, l’infermeria, la mensa, ma soprattutto grazie alla coesione e alla solidarietà dei suoi abitanti, il Casone diventa un rifugio sicuro sia per i partigiani delle SAP locali che per varie brigate che vi troveranno ospitalità.

Solo il 18 di Agosto i tedeschi lasciano il Mugnone e la Manifattura Tabacchi la cui torre viene occupata da un piccolo gruppo di parti­giani. Tuttavia il territorio oltre il Ponte alle Mosse non è ancora com­pletamente libero e di ciò ne fa le spese il partigiano Enrico Rigarci "Gogo" che cade in un’imboscata.

Ancora la notte del 28 Agosto i tedeschi fanno irruzione nella Ma­nifattura Tabacchi scontrandosi con i partigiani di guardia che riesco­no a respingerli grazie anche ai rinforzi accorsi dal Casone.

Contemporaneamente la popolazione di Peretola vive nelle cantine, nei rifugi scavati negli orti, nei sottoscala di casa, ritenuti più protetti e in un grande rifugio antiaereo nel giardino della ex Casa del Fascio. Nelle stanze di questo locale il Comitato di Liberazione, con l’aiuto dei cittadini, ha allestito un ospedale di fortuna con cinquanta letti. Lo ge­stiscono un pugno di compaesani infermieri della locale Società Vo­lontaria di Mutuo Soccorso, coadiuvati nell’azione di assistenza da un folto gruppo di donne e di ragazze improvvisatesi crocerossine che, a turno, raggiungono l’ospedale di Prato per procurare medicine e che, nel bisogno, diventano anche staffette partigiane.

L’emergenza dura quasi un mese e vi sono 56 morti civili a Peretola e un numero di poco inferiore a Brozzi. I feriti superano i 260, curati nel solo ospedaletto di Peretola.

Il 31 Agosto, mentre le brigate partigiane liberano l’ospedale di Ca­reggi, presidiato dai nazisti, cinque partigiani passano a guado l’Arno in località Pesciolino e raggiungono il Comando Alleato: lì espongo­no la situazione, i disagi della popolazione e riferiscono che i tede­schi sono ormai ridotti a una sparuta retroguardia. Quella sera stessa i partigiani locali escono allo scoperto e prendono l’iniziativa di slog­giarli dalle loro posizioni: vi riescono, ma tre di loro trovano la morte in luoghi diversi del quartiere. Il giorno seguente, l’ Settembre, dopo quasi un mese d’attesa, gli americani della V Armata guadano l’Arno anche nel punto antistante queste contrade e pongono fine alla lun­ga sofferenza.

Tutto il territorio del Comune di Firenze è finalmente libero.

Don Elio Monari

per la libertà

Don Elio Monari
Medaglia d’Oro al Valor Militare
Nato a Spilamberto (Modena) il 25 ottobre 1913, trucidato a Firenze nel luglio del 1944, sacerdote,
Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Di famiglia contadina, era stato ordinato sacerdote nel 1936 ed aveva cominciato ad insegnare Lettere all’Istituto San Carlo di Modena. Dopo l’armistizio, don Elio fu tra i primi a Modena ad impegnarsi nella Resistenza, nel ruolo che meglio gli si confaceva: prestare aiuto ai militari italiani sbandati, agli ex prigionieri alleati, agli ebrei e ai patrioti che stavano per essere deportati in Germania. Ben presto il sacerdote si trovò a capo di un’organizzazione clandestina, ramificata dalla Svizzera a Roma, che riuscì a portare in salvo diecine e diecine di persone. Don Elio riuscì ad operare, senza destar sospetti, sino al febbraio del 1944, quando, con l’aiuto di medici ed infermieri, riuscì a far evadere dall’Ospedale civile di Modena un partigiano ferito che vi era ricoverato: il maestro Alfeo Martini, con un abito talare portato dal sacerdote, riuscì ad eclissarsi, ma l’attenzione della polizia fascista finì su don Elio, che qualche mese dopo dovette lasciare Modena e rifugiarsi in montagna. Qui don Monari divenne cappellano partigiano della Brigata "Italia", anche se non disdegnava di prestare il suo sacerdozio presso tutte le formazioni partigiane con le quali veniva in contatto. Fu proprio questa sua pietas a perderlo. Il 5 luglio del 1944, durante un rastrellamento e negli scontri che ne seguirono, un ufficiale tedesco era caduto, gravemente ferito, a poca distanza da una postazione partigiana, Don Elio uscì allo scoperto e raggiunse il soldato nemico morente per amministrargli i sacramenti. Il prete stava ancora confortando il moribondo quando i nazifascisti lo catturarono. Tradotto da Pievelago a Firenze nella famigerata "Villa Triste", don Monari vi fu torturato per dieci giorni. Poi si suppone sia stato eliminato con altri partigiani, dei cui corpi non è stata trovata traccia. L’ultimo indizio su don Elio: una tonaca, notata da una donna che il 16 luglio era andata in via Bolognese, dove stanziavano i fascisti della Banda Carità; l’abito talare era stato gettato tra le immondizie.
Tratto da,
Religiosi nella Resistenza

http://www.anpi.it/