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Medaglie d’oro al V. M della provincia di Firenze

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MEDAGLIE D’ORO AL V. M. DELLA PROVINCIA
DI FIRENZE

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LANCIOTTO BALLERINI

« Comandante dal settembre 1943 la 2a Formazione Garibaldina Toscana, la guidò valorosamente per 4 mesi nelle sue molteplici azioni di guerra. Con soli 17 uomini affrontava preponderanti forze nemiche e dopo aver inflitto fortissime perdite, sí da costringerle a ritirarsi su posizioni retrostanti, assaliva arditamente da solo, a lancio di bombe a mano, l’ultima posizione che ancora minacciava la sorte dei suoi uomini. Cadeva, nel generoso slancio, colpito in fronte dal fuoco nemico ».

Monte Morello, 3 gennaio 1944

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VITTORIO BARBIERI

«Tenente di complemento degli alpini fu tra i primi ad intrapren­dere la lotta clandestina alla quale si dedicò con attività instancabile. Comandante della 2° Brigata " Carlo Rosselli " condusse piú volte i suoi uomini alla vittoria. Dopo un violento combattimento contro il preponderante nemico, riordinate le forze superstiti, cercò di aprirsi la strada verso Firenze, nel supremo tentativo di continuare la lotta per la difesa della città. Catturato dai tedeschi mentre procedeva in avanscoperta, assumeva, di fronte al nemico, con sublime gesto di abnegazione, ogni diretta responsabilità, dichiarando apertamente la propria qualità di Comandante e salvando in tal modo la vita al partigiano che lo accompagnava. Dopo atroci sevizie sopportate con sereno coraggio veniva fucilato. Fulgido esempio di dedizione alla causa della libertà ».

Paretaia – Fiesole, 7 agosto 1944•

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ALIGI BARDUCCI (Potente)

« Sfidando ogni pericolo consacrava la sua attività ad animare, suscitare, rafforzare il fronte della Resistenza in Toscana.

Organizzatore dei primi distaccamenti partigiani in quella zona costituí la Brigata " Garibaldi " Lanciotto, la comandò in ripetuti durissimi scontri guidandola con intrepido valore ed alto spirito di sacri­ficio in vittoriosi combattimenti come quelli ormai leggendari per la difesa di Cetica.

Comandante della Divisione Garibaldi " Arno " portava i propri reparti all’avanguardia dell’esercito alleato nella battaglia per la libera­zione di Firenze.

Affrontava eroicamente l’ostinata e rabbiosa resistenza tedesca, apriva un varco tra le file nemiche e guidava i volontari italiani ad entrare combattendo primi in Firenze, sua città natale.

Alla testa come sempre dei propri uomini mentre dirigeva l’azione dei Garibaldini contro le retroguardie tedesche asserragliate nella città, cadeva colpito da una granata nemica ».

Firenze, 9 agosto 1944

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ENRICO BOCCI

« Tempra di patriota dedicò tutta la sua esistenza alla lotta contro l’oppressore per il supremo ideale della libertà e della giustizia. Fu tra i primi ad impugnare le armi, facendosi promotore ed organizzatore della lotta militare clandestina in Toscana. Organizzò e diresse, in ambiente particolarmente sorvegliato dal nemico, il servizio di radio­trasmissione, che, attraverso numerose stazioni clandestine, mantenne il collegamento con gli alleati. Braccato dai nazifascisti, riuscì a sfug­gire alle insidie che quotidianamente gli venivano tese per catturarlo; finché, sorpreso nella sede del comando del servizio radio, fu impri­gionato e sottoposto ad inaudite sevizie. Agli aguzzini che tentavano strappargli con le barbare torture rivelazioni sul servizio radiocollega­mento che tanto loro nuoceva, rispose col contegno dei forti irrobu­stito dalle sofferenze e non una parola che potesse nuocere ai compagni e al servizio usci dalle sue labbra. Nulla si è saputo del suo destino ».

Firenze, giugno 1944•

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ELIO CHIANESI

« Vessillifero della lotta contro l’oppressore, fu tra i primi ad of­frire il braccio alla Patria umiliata. Organizzatore dei gruppi di azione partigiana diresse e partecipò alle piú ardite azioni, dimostrando spirito di sacrificio ed abnegazione impareggiabile, animando i dipendenti con la fredda determinazione e la indomita temerarietà. Ricercato ac­canitamente dalla polizia nazi-fascista, piuttosto che arrendersi accet­tava un impari combattimento. Piú volte colpito, con le carni lacere e sanguinolenti, interrogato e seviziato con sadica ferocia, parlò solo per esprimer dispregio al barbaro nemico.

Leggendaria figura di combattente per la libertà, a questa offri la vita in olocausto ».

Firenze,15 ottobre 1943 – 15 luglio 1944•

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ANNA MARIA ENRIQUES AGNOLETTI

« Immemore dei propri dolori, ricordò solo quelli della Patria, e nei pericoli e nelle ansie della lotta clandestina ricercò senza tregua i fra­telli da confortare con la tenerezza degli affetti e da fortificare con la fermezza di un eroico apostolato. Imprigionata dagli sgherri tedeschi per lunghi giorni, superò con la invitta forza dell’animo la furia dei suoi torturatori che non ottennero da quel giovane corpo straziato una sola parola rivelatrice.

Tratta dopo un mese di carcere dalle Murate, il giorno 12 giugno 1944, sul greto del Mugnone, in mezzo ad un gruppo di patrioti cadeva uccisa da una raffica di mitragliatrice.

Indimenticabile esempio di valore e di sacrificio »

Firenze, 15 maggio – 12 giugno 1944•

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BRUNO FANCIULLACCI

« Reduce da confino per motivi politici, 1’8 settembre 1943 iniziò la sua attività partigiana compiendo audaci atti di sabotaggio e teme­rari colpi di mano che disorientarono l’avversario.

Arrestato una prima volta e ridotto in fine di vita dalle pugnalate infertegli dalla sbirraglia, veniva salvato dai compagni accorsi genero­samente a liberarlo. Ripreso, ancora convalescente, il suo posto di lotta, veniva nuovamente arrestato. Venuto a conoscenza che le S.S. nazi-fasciste erano in possesso di un documento compromettente la vita dei suoi compagni, tentava con somma audacia di saltare da una finestra per avvertirli del pericolo incombente su loro ma nel com­piere l’atto veniva raggiunto da una raffica di mitra che gli stron­cava la vita ».

Firenze, settembre1943 – luglio 1944•

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ADRIANO GOZZOLI

« Caposquadra partigiano, ardito fra gli arditi, nelle piú dure ed audaci azioni di guerra e nei frangenti piú disperati, con l’esempio lo slancio e la passione sapeva trascinare ad alte gesta i compagni di lotta. San Martino del Mugello, Polcanto, Vicchio di Mugello, Santa Brigida, il Falterona e le campagne di Londa e di Madonna dei Fossi videro l’eroico valore del pugno di uomini da lui guidati che, con il loro sangue, fecondarono per piú alti destini il sacro suolo della Patria oppressa. Catturato per agguato subì torture e sevizie, che alternate a lusinghe, non valsero a piegare la sua tempra e con epica fierezza affron­tava il plotone di esecuzione, suggellando il breve corso della sua giovane vita col grido fatidico di Viva l’Italia ».

Mugello-Firenze, 8 settembre1943 – 3 maggio1944•

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TINA LORENZONI

« Purissima patriota della Brigata " V ", martire della fede italiana compì sempre piú del suo dovere. Crocerossina e intelligente informa­trice, angelo consolatore fra i feriti, esempio e sprone ai combattenti, prestò sempre preziosi servizi alla causa della liberazione d’Italia.

Allo scopo di alleviare le perdite della Brigata, già duramente pro­vata ed assottigliata nel corso delle precedenti azioni, onde render pos­sibile una difficile avanzata, volle recarsi al di là della linea del fuoco per scoprire e rilevare le posizioni nemiche. Il compito volontariamente ed entusiasticamente assuntosi, già altre volte portato felicemente al termine, la condusse verso la cattura e verso la morte. Gloriosa eroina d’Italia, sicura garanzia della rinascita nazionale ».

Firenze, Via Bolognese, 21 agosto 1944•

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LUIGI MORANDI

« Studente universitario, fin dai primi giorni della lotta dedicò la sua attività quotidiana e instancabile a uno dei piú delicati settori della vita clandestina, trasmettendo per radio importanti notizie agli alleati. Benché continuamente braccato dal nemico che cercava con ogni mezzo di stroncare le informazioni sulla propria attività militare e di individuarne la fonte rivelatrice, rimaneva impavidamente al suo posto di combattimento per adempiere, tra i piú gravi rischi e le piú dure difficoltà, il compito che aveva volontariamente assunto. Sorpreso dalle S.S. tedesche mentra trasmetteva messaggi segreti, riusciva con

mirabile sangue freddo a distruggere i cifrari e a dare l’allarme alla stazione ricevente. Sparava quindi, fino all’ultimo colpo, contro i ne­mici, finché dopo averne uccisi tre ed essere stato piú volte colpito, cadeva sopraffatto, salvando il servizio, che egli stesso aveva organiz­zato col proprio eroico sacrificio ».

Firenze 7 giugno 1944

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ITALO PICCAGLI

« Ufficiale di elevatissime doti morali e di fermissimo carattere, assunse immediatamente dopo la dichiarazione di armistizio un aperto atteggiamento di ostilità contro i nemici germanici e di assoluta in­transigenza verso i collaborazionisti italiani. Dopo avere, nella progres­siva organizzazione di una vasta ed efficientissima rete di attività ope­rativa ed informativa, corso per piú mesi i piú gravi rischi ed essersi esposto ai peggiori disagi materiali, che da soli costituirono un irre­parabile danno ed una acuta minaccia per la sua fibra fisicamente mi­nata, non esitò in seguito alla scoperta da parte delle S.S. del centro radio-trasmittente, da lui impiantato e col quale aveva stabilito pre­ziosi collegamenti con l’Italia libera e con gli Alleati, a consegnarsi ai tedeschi per scagionare i compagni che vi erano stati sorpresi. Du­rante l’interrogatorio, malgrado le sevizie esercitate su lui e sulla mo­glie, dichiarò apertamente a fronte alta di essere il capo e il solo responsabile, di essersi mantenuto fedele al proprio giuramento ed al proprio dovere di soldato e di esserne fiero. Già condannato a morte, ma lieto di aver potuto salvare i compagni ed orgoglioso di aver potuto superare con la volontà quella malattia che gli aveva impedito di of­frire per il bene d’Italia la vita come combattente dell’aria, nell’ultimo saluto alla moglie che stava per essere internata in Germania, ebbe la suprema forza d’animo di nascondere la decisione che già era stata presa contro di lui. All’atto dell’esecuzione, con lo sguardo sereno, rincuorò alcuni patrioti, che dovevano essere con lui fucilati, ad af­frontare coraggiosamente la morte.

A questo scopo chiese ed ottenne di essere fucilato per ultimo. Dinanzi al plotone pregò che si mirasse a destra perché il polmone sinistro era già invaso dalla morte. Esempio irraggiungibile di puris­simo amore di Patria ».

Firenze, 9 settembre 1943 – 9 giugno 1944 1-

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La lotta partigiana a Firenze

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze

Motivazione

Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la Liberazione, prodigò se stessa in ogni forma: resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombardamento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte. Combattendo valorosa l’insidia dei franchi tiratori e dei soldati germanici. Contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive dell’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione.

10 agosto 1945

La Resistenza a Firenze

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La Resistenza a Firenze
N°2

Naturalmente episodi come questo della fucilazione degli ostaggi non facevano che rinfocolare la lotta, la quale continuò aspra in campagna ed in città.
Difatti — come abbiamo già notato — nei dintorni piú o meno immediati della città, in ogni zona che appena appena offrisse una qualche possibilità, si erano formati raggruppamenti partigiani. Le formazioni fluide di sol­dati sbandati e di renitenti alla leva avevano perso di con­sistenza, per l’abbandono ed il cedimento degli elementi meno consapevoli : le durezze dell’inverno e le prospettive di una guerra piú lunga del previsto aiutavano le defe­zioni. Ma intanto affluivano alle bande elementi politi­cizzati, che fuggivano dalla città perché ricercati: afflui­vano anche commissari politici, ufficiali e tecnici, inviati dal Partito comunista e da quello d’Azione. Le bande quindi, pur riducendo nell’inverno i loro effettivi, gua­dagnarono in mordente e nella serietà degli intenti.
Sorse cosí uno scambio continuo fra la campagna e la città per rifornire i raggruppamenti partigiani di viveri, ve­stiario, armi e denaro. A tale scopo si erano rimediati a Fi­renze alcuni laboratori per falsificare carte annonarie, carte d’identità ed altri documenti, mercé l’aiuto d’impiegati an­tifascisti presso la prefettura ed il comune. E l’intensificarsi di tutta questa attività causava l’intensificarsi della sorve­glianza da parte delle polizie e dei rastrellamenti : da ciò nascevano scontri quasi quotidiani con morti e feriti.
I fascisti nelle loro azioni di repressione si valevano come basi di partenza di quei paesi dove potevano contare su un nucleo organizzato di fedeli seguaci. Come ad esem­pio Montelupo, che fu il primo paese della provincia ad annoverare una sezione del Fascio repubblicano, dimostra­tasi assai attiva nella lotta antipartigiana e nella cattura dei prigionieri alleati, rifugiati nelle zone limitrofe.
Da qui la necessità per gli antifascisti d’ impedire a qualsiasi costo — anche con il terrorismo — il consolidarsi dei repubblichini nei paesi di campagna. Gli scontri fra i singoli uomini ed i gruppi armati erano ormai inevitabili e si facevano anzi di giorno in giorno piú frequenti. Il 2 dicembre sulle colline di Greve una formazione comunista, guidata da Faliero Pucci, fu improvvisamente attaccata da un reparto di fascisti supe­riori di numero, che furono però messi in fuga.Il giorno successivo la cronaca registra lo scontro fra elementi « sovversivi » e militi della « Muti », dei quali due vengono uccisi; è fra essi il pregiudicato Fanciul­lotti . Ma il primo scontro di un certo rilievo ebbe luogo a Valibona, sui monti della Calvana, nella zona dì Prato, ed ebbe come protagonista la banda capitanata da Lan­ciotto Ballerini, banda che faceva parte dì una grande for­mazione operante nella zona del Monte Morello. Questa formazione era rifornita dal P. d’A. ed in diretto contatto col suo comando militare, in modo particolare con Carlo Ragghianti.
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Lanciotto Ballerini
(Medaglia d’Oro alla Memoria)
Lanciotto Ballerini era di Campi, faceva il macellaio. Aveva partecipato come sergente alla campagna etiopica e poi a quella di Grecia; dopo l’8 settembre, con alcuni giovani compagni si ritirò tra i boschi di Monte Morello, dando vita ad una formazione armata del Partito d’Azione. Quando la situazione di Monte Morello cominciò ad ag­gravarsi per i frequenti rastrellamenti, la banda si divise in due : i comunisti raggiunsero la loro formazione di Monte Giovi, mentre Lanciotto avrebbe dovuto raggiun­gere Pippo (Manrico Ducceschi), che, collegato anche lui al Partito d’Azione, comandava una formazione di parti­giani nell’alto pistoiese. Con Lanciotto erano rimasti à partigiani trai piú giovani, compresi anche due prigionieri russi evasi dal campo di concentramento.
Avevano fatto tappa a Valibona, dove si trattennero forse píú del necessario, dato che Lanciotto, avendo saputo l’arresto di due suoi fratelli, voleva tentare di liberarli, anche a costo di organizzare un assalto a « villa Triste ». Traditi da un fattore delle vicinanze, la notte del 3 gen- naio vennero assaliti da una colonna di circa 600 uomini’.
Sorpresi nel sonno, furono circondati nel cascinale e fu loro intimata la resa. 1 partigiani reagirono con pron­tezza : si chiusero in difesa, passarono al contrattacco ed infine tentarono la sortita. Guidati da Lanciotto, riusci­rono a rompere l’accerchiamento dalla parte della mon­tagna, nel settore tenuto dai carabinieri, i meno accaniti ed i meno entusiasti del combattimento. Ma Lanciotto, un ufficiale russo ed altri due partigiani rimasero sul terreno : gli altri riuscirono a mettersi in salvo.
Cosí fu descritta la fase culminante dello scontro da uno dei sopravvissuti, nel rapporto presentato al comando militare del P. d’A. :
… lo personalmente e tutti i superstiti ed i nemici stessi possono testimoniare il comportamento eroico di tutti. Ma la figura emer­gente è stato Ballerini Lanciotto che a testa alta, impavido, audace, temerario con una bomba per mano, inseguiva i nemici mettendoli in fuga e terrorizzandoli — sembrava un eroe leggendario — gri­dava: squadra A. a destra, fuori le mitragliepesanti; squadra B. a sinistra, fuori i mortai d’assalto; avanti contro questi vigliacchi, mettiamoli in fuga — e come un leone eccitato dal combattimento trascinava gli altri — terminate le bombe, imbracciato il moschetto, si gettava verso la mitraglia fascista che lo fulminava a dieci metri — mi trovavo a cinque metri da lui — sparavo con la rivol­tella. Un altro giovane di Sesto, Vandalo, scamiciato, come un garibaldino in piedi correva a destra e a sinistra dove si riunivano i fascisti, fulminandoli a moschettate. Sono stati tutti bravi e dovranno essere fieri di aver preso parte ad un combattimento cosí impari ed in condizioni d’inferiorità come armi, come numero e come posizione… 2. 1
Fu questa la prima battaglia sostenuta dai partigiani che ebbe una notevole risonanza nell’opinione pubblica. Molti furono i morti (sul campo, od in seguito alle ferite riportate) nelle file fasciste, composte da militi di Prato (fra questi si diceva allora che fosse presente e attivo anche il noto campione ciclista Fiorenzo Magni dal battaglione « Muti » e da alcuni reparti di carabinieri.
Né il rastrellamento operato di conseguenza su tutta la zona intorno a Firenze, compresa fra la Calvana e il Monte Morello, distrusse l’attività partigiana. Le forma­zioni disperse si riformarono in zone limitrofe un po’ piú arretrate — come ad esempio il Mugello — e nella primavera successiva passarono all’offensiva, rioccupando il territorio perduto. Comunque, al principio dell’inverno 1944 — nonostante i rastrellamenti ed il crescente rigore della stagione — era lecito affermare che in qualsiasi dire­zione uno si avviasse, poteva imbattersi, entro un breve raggio di territorio, nelle zone controllate dai partigiani.
Erano queste formazioni partigiane che assalivano i convogli dei tedeschi, che interrompevano con atti di sabo­taggio le comunicazioni ferroviarie e telefoniche, che deva­stavano i magazzini di viveri. La loro attività non rientra nei limiti di questo studio e meriterebbe una trattazione organica a parte.

La lotta,partigiana a Firenze

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La lotta Partigiana a Firenze
N°1

Fu l’azione militare dei comunisti. Costoro, non solo avevano organizzato le loro bande armate in campagna, ma avevano creato con i GAP una efficiente organizzazione terroristica in città, della quale si occu­parono soprattutto Alessandro Sinigaglia, Gino Menconi, Alvo Fontani, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci, Gino Tagliaferri.
Ogni GAP era formato da quattro o cinque elementi, uno dei quali era il « capo-gap », che manteneva contatti regolari e quasi quotidiani con i suoi uomini e con i dirigenti dell’organizzazione, vale a dire gli altri « capo­gap », nonché con Bruno Fanciullacci, il gappista piú audace, e con Elio Chianesi, il vero promotore e respon­sabile di tutto il gruppo.
Ogni GAP aveva una vita autonoma; i componenti, nel caso che non avessero propri mezzi di sussistenza, ricevevano uno stipendio dal partito; non conoscevano gli altri compagni dell’ organizzazione, salvo che l’impresa richiedesse la collaborazione di due GAP, cosa che avve­niva assai di rado. I gappisti venivano informati solo 24 ore prima del colpo da eseguire, studiato in anticipo, nei più minuti particolari, dai dirigenti. In certi casi erano appoggiati dalle SAP (Squadre di azione patriottica), che fungevano da « pali », da « segnalatori », reggevano la bicicletta e davano altra collaborazione di questo tipo.
A Firenze i gappisti veri e propri non superarono mai il numero di venti o di trenta al massimo. Come abbiamo visto, scontri con sparatorie e morti erano già cominciati col 15 di ottobre. L’ 11 novembre la cronaca dei giornali registra l’uccisione di quattro militi a San Godenzo di Prato e la notte stessa altri duefascisti vengono freddati a Sesto Fiorentino.
Ma la prima impresa gappìsta vera e propria (che è forse anche la prima di tutta Italia) fu l’attentato che costò la vita al ten. col. Gobbi, avvenuto la sera del 1 dicembre.
Il ten. col. Gíno Gobbi si era messo completamente a il servizio dei tedeschi ed aveva riordinato il Distretto Milire tare, affrettando il richiamo dei giovani di leva, che avrebbero dovuto servire nel ricostituito esercito fascista. sì
Per quanto concerne questa chiamata alle armi dei giovani del 1924 e del 1925, gli scrittori fascisti dicono che nell’Italia occupata dai tedeschi il numero di coloro che si erano presentati alla chiamata oscilla fra un minimo del 40% e un massimo del 98%, attribuendo questa percentuale così alta ai patriottici appelli di Grazìani e dì Gambara’. Il Ragghiantì invece nella citata lettera al Bauer, per la particolare situazione di Firenze e per i giorni in cui scriveva, dà una percentuale di presentati del 4 o del 5 % ‘. Purtroppo non si possono avere in merito cifre esatte, poiché le carte del Distretto andarono perdute e distrutte durante l’avanzata degli alleati, ma da informazioni assunte presso ufficiali e sottufficiali allora in servizio all’ufficio leva sembrerebbe che la media di coloro che si presentarono alla chiamata nella nostra città non abbia superato di molto, per l’anno 1943 – 1944, la media del 50%. C’è però da osservare che dì tutti quelli che si presentarono al Distretto solo una minima parte rag­giunse poi i reparti : la maggioranza, una volta regolata la propria posizione di fronte alle autorità distrettuali, con una scusa o con la fuga ritornava a casa, o si dava alla macchia.
Comunque i Distretto funzionava e l’aver messo in funzione l’apparato burocratico di questo ufficio merito, o demerito, del ten. col. Gobbi, il quale proprio per tale motivo, la sera del 1 dicembre, alle ore 19,30, fu ucciso con tre colpi di pistola davanti all’uscio della sua casa.
Questa prima impresa dei GAP destò un’impressione enorme nell’ambiente cittadino.
I fascisti, spaventati dall’audacia dell’azione e credendo di dovere stroncare con una vendetta indiscriminata il terrorismo rivoluzionario dei GAP, decisero di ricorrere ad un’impressionante rappresaglia. Nel corso di quella stessa notte, per iniziativa del prefetto Manganiello, si riunirono alcuni individui, che si autocostituirono in Tri­bunale Speciale. Erano costoro, oltre il Manganiello, il maggiore Carità, il gen. Adami Rossi, il luogotenente gen. della milizia Marino, il gen. dei Carabinieri Carlino, il questore Manna, l’avvocato Meschiari e qualche altro. Essi decisero, nonostante l’opposizione dei due che ab­biamo nominato per ultimi, la fucilazione immediata di 10 ostaggi da scegliersi fra i detenuti politici arrestati per misura precauzionale subito dopo l’8 settembre, allorché i tedeschi ebbero occupata la città. Ma di detenuti non ne erano rimasti che cinque, gli altri erano stati rimessi gradatamente in libertà e l’ultimo gruppetto era formato da questi infelici, che fra giorni avrebbero dovuto seguire la sorte fortunata degli altri. Anche di costoro — nell’as­senza del questore — il capo dell’ufficio politico della Questura non avrebbe voluto consegnare al Carità i fasci­coli personali, ma lo zelante dott. Zanti, con minacce lar­vate ai funzionari che opponevano ostacoli di procedura, fece si che la vicenda si risolvesse nel modo voluto da Carità.
Gli altri cinque ostaggi, che mancavano per comple­tare il numero di dieci, avrebbero dovuto essere scelti fra i membri del comando militare del C.T.L.N. già in pre­cedenza arrestati. Essi erano, secondo la richiesta di Ca­rità, Gritti, Frassineti, Barile, Mastropierro e Zoli, ma per buona sorte si trovavano già in mano alle autorità tede­sche, le quali — per la politica da loro adottata ;-prima fase dell’occupazione, che consisteva nello scaricare l’odiosità della violenza sui fascisti — con un pretesto qualsiasi si rifiutarono di consegnarli : benché la tecnica di fucilare gli ostaggi fosse di chiara marca nazista.
Cosí all’alba del 2 dicembre, nel poligono delle Ca­scine, senza nemmeno la formalità di una sentenza scritta, caddero soltanto cinque dei dieci ostaggi stabiliti. Caddero Luigi Pugi, Armando Gualtieri, Orlando Storci, Oreste Ristori, Gino Manetti. Erano anarchici e comunisti di vecchia data, reduci dalla guerra di Spagna e dai campi di concentramento francesi (i primi due si erano resi col­pevoli nel loro passato burrascoso anche di reati comuni); morirono tutti con grande coraggio ed eroismo. Mo­rirono cantando l’Internazionale. « Alcuni di loro non essendo morti subito, si contorcevano fra grida strazianti e sofferenze atroci. Allora il capomanipolo li fini, a colpi di rivoltella. Il sangue cominciò a scorrere sull’erba. Fu allora che il fratello del col. Gobbi, capitano dell’esercito repubblichino, trasfigurato dall’ira, gridò contro le vit­time: — Vigliacchi! Ringrazino Dio che sono morti alla luce del sole; mio fratello e stato ucciso stanotte, a tra­dimento, all’angolo di una strada mentre rincasava dopo avere compiuto il proprio dovere. — Dopo queste parole, alcuni militi fascisti si precipitarono contro le vittime, impugnando i moschetti ed esclamando fra bestemmie e imprecazioni: — Anch’ io voglio tirargli un colpol » ‘.
Fu proprio dopo la fucilazione degli ostaggi che il cardinale Elia Della Costa senti il bisogno ,,di rivolgere al clero e al popolo la seguente notificazione, pubblicata anche sui giornali del 5 dicembre :
Nelle affannose e trepide ore che viviamo è doveroso ufficio dei sacri Pastori rendersi portatori di pace e ministri di riconciliazione, come devono essere i vigili assertori della legge di Dio. Suppli­chiamo pertanto i sacerdoti e quanti sono costituiti in autorità ad adoperarsi perché, cessati i dissensi d’ogni genere che dividono il nostro popolo, si consegua quella interna pacificazione degli animi che è da tutti cosí intensamente desiderata.
Ogni cittadino sia esortato, anzi supplicato, ad astenersi da qualunque violenza. Mentre deve raccomandarsi umanità e rispetto verso i soldati e i Comandanti germanici, occorre avvertire che insulti, vandalismi, uso di armi contro chicchessia non solo non possono migliorare le condizioni ma le aggravano indicibilmente, perché danno origine a reazioni che in nessun modo debbono essere provocate.
Quanto alle uccisioni di arbitrio privato o a tradimento, ricor­diamo a tutti il 5° comandamento della legge: non ammazzare! e tutti scongiuriamo a riflettere che il sangue chiama sangue…
Pertanto rivolgiamo a tutti i figli dell’Archidiocesi supplice preghiera perché non rendano ancor piú triste questa triste ora della nostra storia. Se ognuno si crede sciolto da qualsiasi legge morale e civile e ritiene lecito il delitto, sarà aperta la via ai piú deplorevoli eccessi e a rovine non immaginabili
A questo punto è necessario ricordare che in genere i sacerdoti — soprattutto nelle campagne — si erano schie­rati con la Resistenza. Le belle canoniche e le belle pievi della Toscana si erano trasformate in asili per i militari sbandati e per tutti i perseguitati. Nei conventi e nei mo­nasteri si nascondevano ebrei, ricercati dalla polizia poli­tica, prigionieri alleati. Non di rado vi si raccoglievano viveri e munizioni per le bande armate; non di rado la canonica di un paesello sperduto divenne la sede di un comando partigiano.
Rarissimi in Toscana furono i seguaci di don Calca­gno, come Epaminonda Troia o come don Gregorio Bac­colini, il quale ultimo sulle colonne del foglio ufficiale della Federazione fascista scriverà parole che confermano appieno quanto sopra abbiamo affermato:
i preti dovrebbero essere inchiodati piú d’ogni altro cittadino alle proprie responsabilità. Non bisogna dimenticare che proprio essi sono i responsabili dello sbandamento morale…; sono essi che hanno influito notevolmente sul fenomeno macchia…; sono essi quindi che hanno sulla coscienza le fucilazioni esemplari che la giustizia fascista ha dovuto applicare .

La lotta Partigiana a Firenze

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La lotta Partigiana a Firenze

N°1

Fu l’azione militare dei comunisti. Costoro, non solo avevano organizzato le loro bande armate in campagna, ma avevano creato con i GAP una efficiente organizzazione terroristica in città, della quale si occu­parono soprattutto Alessandro Sinigaglia, Gino Menconi, Alvo Fontani, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci, Gino Tagliaferri.

Ogni GAP era formato da quattro o cinque elementi, uno dei quali era il « capo-gap », che manteneva contatti regolari e quasi quotidiani con i suoi uomini e con i dirigenti dell’organizzazione, vale a dire gli altri « capo­gap », nonché con Bruno Fanciullacci, il gappista piú audace, e con Elio Chianesi, il vero promotore e respon­sabile di tutto il gruppo.

Ogni GAP aveva una vita autonoma; i componenti, nel caso che non avessero propri mezzi di sussistenza, ricevevano uno stipendio dal partito; non conoscevano gli altri compagni dell’ organizzazione, salvo che l’impresa richiedesse la collaborazione di due GAP, cosa che avve­niva assai di rado. I gappisti venivano informati solo 24 ore prima del colpo da eseguire, studiato in anticipo, nei più minuti particolari, dai dirigenti. In certi casi erano appoggiati dalle SAP (Squadre di azione patriottica), che fungevano da « pali », da « segnalatori », reggevano la bicicletta e davano altra collaborazione di questo tipo.

A Firenze i gappisti veri e propri non superarono mai il numero di venti o di trenta al massimo. Come abbiamo visto, scontri con sparatorie e morti erano già cominciati col 15 di ottobre. L’ 11 novembre la cronaca dei giornali registra l’uccisione di quattro militi a San Godenzo di Prato e la notte stessa altri duefascisti vengono freddati a Sesto Fiorentino.

Ma la prima impresa gappìsta vera e propria (che è forse anche la prima di tutta Italia) fu l’attentato che costò la vita al ten. col. Gobbi, avvenuto la sera del 1 dicembre.

Il ten. col. Gíno Gobbi si era messo completamente a il servizio dei tedeschi ed aveva riordinato il Distretto Milire tare, affrettando il richiamo dei giovani di leva, che avrebbero dovuto servire nel ricostituito esercito fascista. sì

Per quanto concerne questa chiamata alle armi dei giovani del 1924 e del 1925, gli scrittori fascisti dicono che nell’Italia occupata dai tedeschi il numero di coloro che si erano presentati alla chiamata oscilla fra un minimo del 40% e un massimo del 98%, attribuendo questa percentuale così alta ai patriottici appelli di Grazìani e dì Gambara’. Il Ragghiantì invece nella citata lettera al Bauer, per la particolare situazione di Firenze e per i giorni in cui scriveva, dà una percentuale di presentati del 4 o del 5 % ‘. Purtroppo non si possono avere in merito cifre esatte, poiché le carte del Distretto andarono perdute e distrutte durante l’avanzata degli alleati, ma da informazioni assunte presso ufficiali e sottufficiali allora in servizio all’ufficio leva sembrerebbe che la media di coloro che si presentarono alla chiamata nella nostra città non abbia superato di molto, per l’anno 1943 – 1944, la media del 50%. C’è però da osservare che dì tutti quelli che si presentarono al Distretto solo una minima parte rag­giunse poi i reparti : la maggioranza, una volta regolata la propria posizione di fronte alle autorità distrettuali, con una scusa o con la fuga ritornava a casa, o si dava alla macchia.

Comunque i Distretto funzionava e l’aver messo in funzione l’apparato burocratico di questo ufficio merito, o demerito, del ten. col. Gobbi, il quale proprio per tale motivo, la sera del 1 dicembre, alle ore 19,30, fu ucciso con tre colpi di pistola davanti all’uscio della sua casa.

Questa prima impresa dei GAP destò un’impressione enorme nell’ambiente cittadino.

I fascisti, spaventati dall’audacia dell’azione e credendo di dovere stroncare con una vendetta indiscriminata il terrorismo rivoluzionario dei GAP, decisero di ricorrere ad un’impressionante rappresaglia. Nel corso di quella stessa notte, per iniziativa del prefetto Manganiello, si riunirono alcuni individui, che si autocostituirono in Tri­bunale Speciale. Erano costoro, oltre il Manganiello, il maggiore Carità, il gen. Adami Rossi, il luogotenente gen. della milizia Marino, il gen. dei Carabinieri Carlino, il questore Manna, l’avvocato Meschiari e qualche altro. Essi decisero, nonostante l’opposizione dei due che ab­biamo nominato per ultimi, la fucilazione immediata di 10 ostaggi da scegliersi fra i detenuti politici arrestati per misura precauzionale subito dopo l’8 settembre, allorché i tedeschi ebbero occupata la città. Ma di detenuti non ne erano rimasti che cinque, gli altri erano stati rimessi gradatamente in libertà e l’ultimo gruppetto era formato da questi infelici, che fra giorni avrebbero dovuto seguire la sorte fortunata degli altri. Anche di costoro — nell’as­senza del questore — il capo dell’ufficio politico della Questura non avrebbe voluto consegnare al Carità i fasci­coli personali, ma lo zelante dott. Zanti, con minacce lar­vate ai funzionari che opponevano ostacoli di procedura, fece si che la vicenda si risolvesse nel modo voluto da Carità.

Gli altri cinque ostaggi, che mancavano per comple­tare il numero di dieci, avrebbero dovuto essere scelti fra i membri del comando militare del C.T.L.N. già in pre­cedenza arrestati. Essi erano, secondo la richiesta di Ca­rità, Gritti, Frassineti, Barile, Mastropierro e Zoli, ma per buona sorte si trovavano già in mano alle autorità tede­sche, le quali — per la politica da loro adottata ;-prima fase dell’occupazione, che consisteva nello scaricare l’odiosità della violenza sui fascisti — con un pretesto qualsiasi si rifiutarono di consegnarli : benché la tecnica di fucilare gli ostaggi fosse di chiara marca nazista.

Cosí all’alba del 2 dicembre, nel poligono delle Ca­scine, senza nemmeno la formalità di una sentenza scritta, caddero soltanto cinque dei dieci ostaggi stabiliti. Caddero Luigi Pugi, Armando Gualtieri, Orlando Storci, Oreste Ristori, Gino Manetti. Erano anarchici e comunisti di vecchia data, reduci dalla guerra di Spagna e dai campi di concentramento francesi (i primi due si erano resi col­pevoli nel loro passato burrascoso anche di reati comuni); morirono tutti con grande coraggio ed eroismo. Mo­rirono cantando l’Internazionale. « Alcuni di loro non essendo morti subito, si contorcevano fra grida strazianti e sofferenze atroci. Allora il capomanipolo li fini, a colpi di rivoltella. Il sangue cominciò a scorrere sull’erba. Fu allora che il fratello del col. Gobbi, capitano dell’esercito repubblichino, trasfigurato dall’ira, gridò contro le vit­time: — Vigliacchi! Ringrazino Dio che sono morti alla luce del sole; mio fratello e stato ucciso stanotte, a tra­dimento, all’angolo di una strada mentre rincasava dopo avere compiuto il proprio dovere. — Dopo queste parole, alcuni militi fascisti si precipitarono contro le vittime, impugnando i moschetti ed esclamando fra bestemmie e imprecazioni: — Anch’ io voglio tirargli un colpol » ‘.

Fu proprio dopo la fucilazione degli ostaggi che il cardinale Elia Della Costa senti il bisogno ,,di rivolgere al clero e al popolo la seguente notificazione, pubblicata anche sui giornali del 5 dicembre :

Nelle affannose e trepide ore che viviamo è doveroso ufficio dei sacri Pastori rendersi portatori di pace e ministri di riconciliazione, come devono essere i vigili assertori della legge di Dio. Suppli­chiamo pertanto i sacerdoti e quanti sono costituiti in autorità ad adoperarsi perché, cessati i dissensi d’ogni genere che dividono il nostro popolo, si consegua quella interna pacificazione degli animi che è da tutti cosí intensamente desiderata.

Ogni cittadino sia esortato, anzi supplicato, ad astenersi da qualunque violenza. Mentre deve raccomandarsi umanità e rispetto verso i soldati e i Comandanti germanici, occorre avvertire che insulti, vandalismi, uso di armi contro chicchessia non solo non possono migliorare le condizioni ma le aggravano indicibilmente, perché danno origine a reazioni che in nessun modo debbono essere provocate.

Quanto alle uccisioni di arbitrio privato o a tradimento, ricor­diamo a tutti il 5° comandamento della legge: non ammazzare! e tutti scongiuriamo a riflettere che il sangue chiama sangue…

Pertanto rivolgiamo a tutti i figli dell’Archidiocesi supplice preghiera perché non rendano ancor piú triste questa triste ora della nostra storia. Se ognuno si crede sciolto da qualsiasi legge morale e civile e ritiene lecito il delitto, sarà aperta la via ai piú deplorevoli eccessi e a rovine non immaginabili

A questo punto è necessario ricordare che in genere i sacerdoti — soprattutto nelle campagne — si erano schie­rati con la Resistenza. Le belle canoniche e le belle pievi della Toscana si erano trasformate in asili per i militari sbandati e per tutti i perseguitati. Nei conventi e nei mo­nasteri si nascondevano ebrei, ricercati dalla polizia poli­tica, prigionieri alleati. Non di rado vi si raccoglievano viveri e munizioni per le bande armate; non di rado la canonica di un paesello sperduto divenne la sede di un comando partigiano.

Rarissimi in Toscana furono i seguaci di don Calca­gno, come Epaminonda Troia o come don Gregorio Bac­colini, il quale ultimo sulle colonne del foglio ufficiale della Federazione fascista scriverà parole che confermano appieno quanto sopra abbiamo affermato:

i preti dovrebbero essere inchiodati piú d’ogni altro cittadino alle proprie responsabilità. Non bisogna dimenticare che proprio essi sono i responsabili dello sbandamento morale…; sono essi che hanno influito notevolmente sul fenomeno macchia…; sono essi quindi che hanno sulla coscienza le fucilazioni esemplari che la giustizia fascista ha dovuto applicare .

Le stragi nascoste – " 2° Firenze”

Le stragi nascoste

QUATTRO CASI DI ORDINARIA VIOLENZA INSABBIATI

(2) Firenze

Il secondo caso qui preso in esame riguarda l’eccidio, in località Lagacciolo e Podernuovo (Firenze), il 25 agosto 1944, di 19 civili, per mano dei soldati del tenente colonnello Karl Ortlieb, comandante del Grenadier-Regiment 754° della 334a Infanterie-Division) senza che apparissero chiari i motivi di un comportamento così feroce. A Villa Podernuovo vennero massacrate otto persone inermi (quattro donne) di età variante dai 14 ai 48 anni; a Villa Lagacciolo furono uc­cisi nove civili (inclusi — insieme alla madre — quattro fratellini dai 5 ai 12 anni e un loro cuginetto di 7 anni) e due vecchi coniugi residen­ti in una fattoria vicina. Tra le 15 persone rimaste seriamente ferite vi erano sei donne, un bimbo di 3 anni, uno di 4, uno di 5 e due di 9.

Questa la ricostruzione dei fatti contenuta nel fascicolo n. 657 del Ruolo generale dei procedimenti contro criminali di guerra tedeschi, nel paragrafo intitolato «Particolari del reato»:

Verso le ore 19 del 25 agosto 1944 una pattuglia di 4 uomini, dipendente dal 7406.0 reparto tedesco, di transito in quella località, dopo aver rastrella­to 18 persone, le rinchiuse nella stanza da bagno della villa di Lagacciolo e ivi, a colpi di bombe a mano, ne uccise 8 e ne ferì 7.

La stessa pattuglia, recatasi poco dopo nella villa e fattoria del signor Taddei Raffaello, in Podernuovo, distante circa 350 metri, a colpi di bombe a mano e con raffiche di mitra uccise altre 10 persone e ne ferì 7.

Il mattino successivo ritornarono a Lagacciolo, ove uccisero un’altra per­sona e ne ferirono 2, tra cui una donna. Le testimonianze dei civili sfiorati dalla morte comprovano la premeditazione della strage e descrivono le ruberie seguite al mas­sacro. Questo il ricordo di una giovane di 34 anni, abitante in una lo­calità montana nei pressi di Lagacciolo:

Il giorno 25 agosto 1944, verso le ore 13, passò e si fermò in casa mia un soldato tedesco ferito ad un braccio. Egli era in compagnia di altri due o tre Soldati, ma camminava bene. Gli domandai come si era ferito, ed egli mi ri­spose che era stato ferito dai partigiani nel bosco e, facendomi cenno con la mano, mi indicò le vette delle montagne comprese fra la Consuma e Sec­chietta (Reggello).

Poco dopo il soldato andò via, dirigendosi per la strada che conduce alla località Fossi e Alpi Recise (Rufiria).

Alle ore 16 dello stesso giorno 25, passarono 14 soldati tedeschi armati di fucile mitragliatore che andavano verso la località Albergo Nuovo, che dista circa 30 metri dalla strada statale Pontassieve-Consuma.

Appena passati i 14 soldati, un maresciallo tedesco che stava da diversi giorni in casa mia, mi disse che quei militari andavano ad una casa grande, situata oltre la strada grande (strada statale Consuma-Pontassieve) per am­mazzare 80 civili, compresi bambini e donne, per rappresaglia del soldato che era stato ferito la mattina.

Il giorno 26 successivo, ripassarono, provenienti dalla parte dell’Albergo Nuovo e diretti verso i Fossi, una quindicina di soldati tedeschi, portavano: borse da spesa, cartelle da scuola e sacchetti pieni di biancheria. Sapendo che in località Lagacciolo-Podernuovo i tedeschi avevano ucciso diverse persone, pensai che quella roba l’avessero presa in quelle case.

L’interrogatorio di una donna sessantenne, scampata fortunosa­mente all’eccidio, dimostra con quale facilità la violenza potesse di­rottarsi dall’una all’altra località, da questo a quel gruppo di civili, senza giustificazioni oggettive bensì sulla base di impressioni estemporanee o più semplicemente del caso:

Il 25 luglio 1944, verso le ore 16.30, vidi nei pressi della località Albergo Nuovo, circa 15 soldati tedeschi che venivano verso casa mia e difatti poco dopo giunsero e piazzarono tre mitragliatrici intorno alla mia casa. Avvicinai uno di essi domandandogli cosa dovevano fare. Mi risposero che dovevano ammazzare tutti i civili e che l’indomani sarebbero tornati a vedere i morti. Presero subito mio marito e Giulio Consumi, per portarli via. Poi mio marito fu lasciato libero e Consumi lo trattennero. Io prima mi raccomandai di la­sciarci vivere e poscia offrii loro pane e formaggio che accettarono. Subito do­po venne un certo Rinaldi Rinaldo da Firenze, sfollato a Podernuovo, che sa­peva parlare il tedesco, e parlando con alcuni dei soldati riuscì a dissuaderli ed accompagnarli oltre l’abitato, verso la località Laga&ciolo. Poco dopo il Ri­naldi tornò dicendo che erano andati via e che non c’era più paura.

Circa due ore dopo sentimmo sparare verso Lagacciolo raffiche di mitra e bombe a mano. E dopo circa mezz’ora quei tedeschi tornarono e incomin­ciarono a sparare, con le bombe a mano e con le mitragliatrici, uccidendo e ferendo diverse persone residenti e sfollate a Podernuovo.

Tra le vaghe ipotesi circa il movente della strage, si ipotizzò «la mi­steriosa morte di un militare tedesco», oppure «la sepoltura data da quella popolazione ad un aviatore inglese, caduto la sera del 25 luglio 1944, e sulla cui tomba era stata scritta un’epigrafe in lingua inglese». Nel dopoguerra le responsabilità furono ricondotte «sul tenente co­lonnello Horlib, che dette l’ordine di eseguire l’eccidio» e sui quattro militari che lo perpetrarono. Quando l’istruttoria poteva «ritenersi ultimata circa l’accertamento dei fatti e le modalità con cui si svolse­ro», la pratica finì negli scaffali della Procura generale militare e, in­sieme a centinaia di altre, seguì la sorte dell’insabbiamento, con la tar­diva e inefficace riapertura delle indagini a metà anni Novanta.

L’archiviazione appariva tanto più immotivata in quanto contro gli uomini del tenente colonnello Ortlieb pesavano, oltre alle risul­tanze dell’indagine italiana, i circostanziati riscontri dell’inchiesta condotta nel settembre 1944 dalla Commissione alleata d’indagine del quartier generale della 5a armata — composta dal maggiore Edwin S. Booth (commissario per i crimini di guerra dell’esercito de­gli Stati Uniti), dal maggiore Milton R. Wexler (avvocato militare), dal capitano Charles N. Bourke (avvocato difensore) e da due tecni­ci (interprete e verbalizzante) — che il 20 settembre aveva raccolto le testimonianze di sei sopravvissuti. La commissione effettuò un so­pralluogo a Villa Podernuovo: «L’esame della stanza ha dimostrato che dal lato opposto dell’entrata entrambe le mura erano segnate da numerosi piccoli buchi che sarebbero potuti essere stati causati dalle bombe a mano; le macchie sul muro e sulla vasca da bagno avevano un carattere tale da essere state probabilmente causate da sangue umano». Categoriche le convinzioni tratte dagli inquirenti: «Non esiste indizio di alcuna provocazione che possa giustificare questo massacro». Lo scatenamento della violenza risultava sconcertante alla luce dell’ospitalità ricevuta dai soldati a Villa Podernuovo fino al 23 agosto. Tornati dopo due giorni, essi avevano manifestato in un primo momento sentimenti amichevoli, tranne mostrare improv­visamente il volto spietato dell’occupante:

Alla Villa Lagacciolo essi chiesero del cibo, che gli venne dato, e tutte le persone all’interno della casa furono raggruppati all’interno di un bagno di dimensioni pari a 9 piedi per 12 piedi [m 2,75 x 3,65] che si trovava al piano terreno. I tedeschi, quindi, consumarono il pasto che queste persone aveva­no preparato e successivamente uno dei tedeschi scese verso il bagno e lan­ciò due bombe a mano nella stanza. Dopo di ciò, lo stesso sparò con il suo fucile all’interno della stanza per essere sicuro che tutti fossero morti.10

Tre settimane dopo l’eccidio uno degli abitanti della villa, Mario Taddei, lasciato per morto dai tedeschi, rilasciò alla Commissione militare statunitense una testimonianza sul livello di brutalità dei militari del 745° reggimento granatieri:

Tutta la famiglia era pronta per andare a mangiare. Sentimmo una mitragliatrice sparare davanti all’ingresso della casa. Io andai vicino alla porta e` vidi il mio cane ferito, e cercai di scoprire perché fosse ferito. Vidi un solda­to tedesco con una bomba nella mano pronto a lanciarla. Alzai le mani e dissi «camerata», ma vidi che il tedesco era pronto per lanciarla. Tornai indie­tro per avvertire tutti quelli presenti nella casa di scappare, e la bomba di mano passò attraverso la porta ed esplose nella prima stanza. Io scappai con undici persone della famiglia verso il seminterrato. Tra le undici persone vi erano quattro bambini che stavano strillando ed erano spaventati. Durante questo arco di tempo altre tre o quattro bombe a mano erano esplose intor­no alla casa e le mitragliatrici continuavano a sparare. Un soldato tedesco, che sarei in grado di riconoscere in qualsiasi momento, scese al piano infe­riore. Una donna chiese pietà perché vi erano quattro bambini fra di loro. Il tedesco non rispose e lanciò due bombe a mano dentro la stanza. Dopo di ciò essi iniziarono a sparare con il fucile perché volevano essere sicuri che tutti fossero morti. Quattro persone furono uccise dalle bombe a mano, tre dai fucili e due furono ferite. Io riuscii a scampare perché feci finta di essere morto. I quattro morti erano sopra di me.

A conclusione dell’inchiesta, il quartier generale della 5′ armata

indicò senza ombra di dubbio la formazione militare responsabile dell’eccidio: «il reparto interessato appare essere, con assoluta evi­denza, il 754° reggimento granatieri».

Tratto da

Le stragi nascoste

Di Mimmo Franzinelli

Editore Le Scie Mondadori 2002

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze
Motivazione
Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la Liberazione, prodigò se stessa in ogni forma: resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombardamento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte. Combattendo valorosa l’insidia dei franchi tiratori e dei soldati germanici. Contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive dell’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione.
10 agosto 1945

11 Agosto 1943 – Firenze Libera

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DALL’1 1 AGOSTO 1944
NON DOMATA MA RICONQUISTATA
A PREZZO DI ROVINE, DI TORTURE, DI SANGUE
LA LIBERTA’
SOLA MINISTRA DI GIUSTIZIA SOCIALE
PER INSURREZIONE DI POPOLO
PER VITTORIA DEGLI ESERCITI ALLEATI
IN QUESTO PALAZZO DEI PADRI
PIÙ ALTO SULLE MACERIE DEI PONTI
HA RIPRESO STANZA
NEI SECOLI
« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,
andate nelle montagne dove caddero i partigiani,
nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità,
andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

4 Agosto 1944 – La Brigata Sinigaglia entra in Firenze

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4 Agosto 1944
La Brigata Sinigaglia entra a Firenze

Inno Partigiani Fiorentini

Sinigaglia, Lanciotto, Potente

sono nomi coperti di gloria
trucidati sì barbaramente
dai nemici di tutta la storia.
Ma se i martiri nostri son morti
guarderan verso di noi così
e diranno: no, non siam morti,
marceremo con voi come un dì.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!
Fanciullacci, Caiani, Rosselli
son brigate di garibaldini
che guidati dagl’inni più belli
marcian verso i migliori destini
di un’Italia tradita vilmente
da un ventennio di lutti e di orror
liberata sarà finalmente
dal tedesco tiranno invasor.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!

La banda Carità di Taina Dogo 1 parte Firenze

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La banda Carità di Taina Dogo

1 parte Firenze

Il «Gazzettino» del 26 settembre 1945, riferendo sull’apertura del processo celebrato alla Corte Straordinaria d’Assise di Padova contro la banda Carità, cosi diceva:

La fosca attività che per lunghi mesi ha gravato, con un alone di ossessionante mistero, sulla vita padovana, nell’ultimo periodo dell’oppressione nazifascista ad opera della tristemente famosa banda Carità, dietro le vecchie mura del Palazzo Giusti di via San Francesco, si è stamane ravvivata di sinistra luce nella prima giornata di udienza al processo contro un gruppo di componenti, i principali della sbirraglia prezzolata al servizio del nemico invasore.

Aveva avuto inizio quel giorno, dopo un’inchiesta istruttoria condotta dal Pubblico Ministero Aldo Fais, il giudizio pubblico dell’operato della banda Carità, assente tra gli imputati il principale responsabile, Mario Carità, sorpreso nel sonno da due soldati americani all’Alpe di Siusi ed ucciso mentre tentava di afferrare la pistola che teneva a portata di mano. Sul banco degli imputati sedici uomini e tre donne, quasi tutti toscani. Chi erano? Quali colpe erano loro attribuite? Dove e come avevano agito prima di insediarsi nell’ottobre del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova? Il clima di disgregazione politico-morale della repubblica fantoccio di Salò ha certamente favorito lo sviluppo di quei gruppi d’azione paramilitare, le cosiddette bande di tortura, in cui istinti degeneri, desideri di vendetta, ambizioni paranoidi dei singoli si manifestavano con atti di efferata crudeltà. È pertanto nel quadro degli avvenimenti storici verificatisi in Italia dopo 1’8 settembre, che va ricercato l’ingranaggio che ha permesso all’informatore fascista Mario Carità di assumere un incarico poliziesco ufficiale e di servirsene con tanta insensata criminalità attraverso la banda di tortura da lui organizzata con i peggiori elementi di Firenze, servendo di esempio allo stesso Pietro Koch.

Verso la metà di settembre del 1943 Ricci, tornato in Italia, con l’incarico di comandante della nuova milizia, da Rastenhurg dove si era incontrato con Mussolini, aveva aperto il reclutamento con risultati modesti, ma sufficienti per far nascere nelle varie regioni le sezioni di partito, ricostituite dai relitti del vecchio regime. E, come Ricci e Pavolini, segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano, erano di origine toscana, cosi questa regione divenne automaticamente la base delle nuove organizzazioni fasciste. A Firenze si ricostituisce rapidamente la XCII legione della milizia, con gli ex fascisti che in Toscana erano rimasti fedeli al regime dopo la bufera del 25 luglio. I tedeschi, poco propensi a credere alle capacità organizzative, militari e politiche del nuovo governo fascista, ne prendono le redini, affidando a Rahn il comando politico dell’Italia, a Kesselring e· a Rommel quello militare, a Wolff il comando delle SS e della polizia. In virtù di questo potere, Wolff organizza la distruzione dei primi nuclei di resistenza degli antifascisti, attribuendo alla nuova milizia funzioni poliziesche più che militari. A Firenze, appunto con un tale tipo di incarico, comincia a far parlare di sé Mario Carità. Già confidente politico della Questura, egli si era presentato subito dopo 1’8 settembre alle nuove autorità tedesche ed era entrato alloro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Dopo qualche settimana, lascia tale incarico al ten. Giovanni Castaldelli, un ex prete, ed assume col grado di maggiore il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS) dipendente dalla XCII legione. Per espletare le sue nuove funzioni, Carità stabilisce una prima sede in via Benedetto Varchi; si trasferisce in novembre nella Villa Malatesta in via Foscolo, e infine, nel gennaio del 1944, in quella che sarà la Villa Triste di Firenze, in via Bolognese 67. Contemporaneamente organizza altri uffici in diverse zone della città (Hotel Savoia, Hotel Excelsior), passando da una sede all’altra con itinerari e macchine diverse, accompagnato sempre dal suo autista personale, Antonio Corradeschi, e da due militi armati di mitra, e utilizzando spesso un’autoambulanza come copertura. La sua abitazione privata è un lussuoso appartamento in via Giusti, già proprietà di un ebreo. Attorno a sé raccoglie rapidamente 200 uomini, espressione di un’umanità viziosa e violenta. Divisi in gruppi, essi assolvono a servizi precisi: stato maggiore (del quale fa parte in un primo tempo anche Pietro Koch), guardie personali del maggiore Carità, amministratori, addetti ai corpi di reato, informatori, spie, addetti ai rastrellamenti e alle spedizioni punitive. Quest’ultimo gruppo si fraziona in squadre, che ben presto diventano famose: tra queste, la squadra Perotto, detta «squadra della labbrata », la squadra Manente o «degli assassini », e la « squadra dei quattro santi» (N. Cardini, A. Natali, V. Menichetti e L. Sestini). Così organizzata, la banda Carità prende l’appellativo di Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze. Ne fanno parte fin dall’inizio, oltre Corradeschi e Castaldelli, parecchi di coloro che vedremo poi nell’autunno del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova o in via Fratelli Albanese a Vicenza: V. Chiarotto (capo guardia personale di Carità), T. Piani e Massai (guardie personali di Carità), G. Faedda (amministratore), A. Sottili (addetto ai corpi di reato), A. Fogli (informatore), U. Cialdi (spia), F. Bacoccoli (rastrellamenti e spedizioni punitive), ecc. Affiancando, nelle sue funzioni investigative, le SS tedesche e pur dipendendo ufficialmente da esse, la banda Carità, come altri organi fascisti, conduce una specie di guerra privata contro le forze della Resistenza, esasperando la violenza della lotta con atti di dissennato sadismo. Nel corso dei processi celebratisi a Padova e, più tardi, a Lucca, sono emersi raccapriccianti testimonianze sui mezzi di tortura usati per estorcere delle confessioni ai prigionieri. Ma di questo si parlerà più avanti. Qui saranno elencati solo i fatti più gravi emersi a carico di Carità e dei suoi sgherri relativamente al periodo toscano. "Alloro arrivo a Padova sorpresero la Resistenza veneta con l’esperienza acquisita dell’uso di metodi inquisitori di sapore medioevale. È probabile tuttavia che considerazioni di opportunità come l’imminente fine della guerra, l’inevitabilità della . sconfitta tedesca e la possibilità di utilizzare i prigionieri come moneta di scambio, abbiano contenuto l’elenco dei morti fra i prigionieri caduti nelle mani della banda Carità a Padova e di Vicenza.

Il 10 dicembre 1943 un gruppo di partigiani scende dalla montagna a Firenze e uccide il comandante fascista Gino Gobbi. Il giorno seguente viene organizzata una rappresaglia e Carità ordina la fucilazione di 10 ostaggi; solo per il pressante intervento di autorità fasciste, il numero sarà ridotto a cinque. Il 12 febbraio 1944 cade a Firenze Alessandro Sinigaglia, capo dei GAP. Arrestato in una trattoria dalla squadra dei « quattro santi », tenta la fuga; Cardini spara e lo uccide. II 22 dello stesso mese compaiono davanti al Tribunale Militare Straordinario cinque giovani accusati di renitenza alla leva. Carità, che assiste al processo, induce i giudici, di cui era amico, di condannarli a. morte. La sentenza viene eseguita il giorno stesso a Campo di Marte: Carità dà il colpo di grazia. Il l° marzo, durante lo sciopero generale organizzato dai CLN, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze avevano incrociato le braccia. II Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, che provava verso di lui rispetto e timore, entra nella fabbrica e, con i suoi sgherri, distribuisce pugni e calci alle donne che gli oppongono, davanti alle macchine ferme, tutto il loro disprezzo. Il 30 aprile Bernasconi, Masi, Cecchi e Gramigni uccidono a Carmignano Bruno Cecchi, noto antifascista. Lo stesso giorno Sottili ed Elio Cecchi arrestano a Firenze Gino Cenni mentre esce dalla sua abitazione in Lungarno del Pignone, e in auto si dirigono verso la località « Canonica ». Qui lo fanno scendere e gli sparano a bruciapelo sul collo lasciandolo ferito molto gravemente. Il 1 maggio una spia fascista si presenta ad Anna Maria Enriques Agnoletti, chiedendo rifugio. Il giorno dopo Anna Maria è arrestata e sottoposta per settimane a torture dai tedeschi e da Carità. Sarà ospite della Villa Triste di via Bolognese fino al giorno della sua fucilazione, eseguita il 12 giugno. Avrà per compagni alcuni dirigenti di Radio Cara scoperti mentre trasmettevano da un’abitazione di piazza D’Azeglio. La sera del 19 dello stesso mese quattro uomini armati (Corradescru, Cecchi, Massai e un altro) si introducono nell’abitazione della signora Maria Koss in via de’ Tavolini 2 a Firenze, dove erano convenuti il sottotenente Vincenzo Vannini, Franco Martelli e Rocco Caraviello per studiare il modo di liberare alcuni partigiani ricoverati nell’Ospedale Militare di Firenze. La Koss e tutti i partecipanti al convegno, arrestati, vengono condotti in via Bolognese, ad eccezione del Caraviello, ucciso subito dopo l’arresto in un vicolo dietro piazza della Signoria ed abbandonato cadavere nel Chiasso del Buco. La sera stessa, dopo sevizie e sommari interrogatori dei prigionieri, sono tratti in arresto anche il fratello del Caraviello, Bartolomeo, e la moglie Maria Tenna. Nelle prime ore de1 21 giugno, la Koss, la Tenna e il Vannini sono condotti in macchina nella Val Terzollina. Il Vannini riesce a fuggire, ma le due donne sono freddate con una raffica di mitra. Qualche ora più tardi il Martelli e Bartolomeo Caraviello con un altro prigioniero, Edgardo Savoli, subiscono la stessa sorte nei pressi del Campo di Marte. Infine, nella notte tra il 6 ed il 7 luglio Carità uccide Carolo Griffoni, noto antifascista fiorentino, dopo averlo derubato di portafoglio e gioielli.

Nel frattempo l’offensiva alleata di maggio a Cassino. lo sfondamento della seconda linea difensiva tedesca sul Garigliano, ed infine l’entrata in Roma di Clark e di Alexander, costringono Pavolini a ordinare il ripiegamento dei reparti della GNR di Firenze nell’Italia del Nord. Carità decide di abbandonare la Toscana. Lascia a Firenze una squadra dei suoi, comandata da Giuseppe Bernasconi, un ex galeotto che aveva subito 16 condanne per truffa e che aveva partecipato anche alle imprese di Pietro Koch a Roma. Mentre per le strade di Firenze, all’avvicinarsi degli Alleati, infuria la repressione fascista, la squadra Bernasconi cattura in piazza Tasso un gruppo di gappisti. Torturati in via Bolognese, vengono fucilati la notte del 21 luglio alle Cascine. Lasciando Firenze il 7 luglio – secondo la deposizione rilasciata dal capitano Ferdinando Bacoccoli, comandante il distaccamento di Vicenza, a Bruno Campagnolo il 3 maggio 1945 nelle Carceri di Vicenza – la banda Carità porta con sé il frutto di diverse rapine: 55 milioni rapinati alla Banca d’Italia di Firenze, il tesoro della Sinagoga, preziosissimi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili e altri oggetti di provenienza ebraica.

1 parte

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972