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La lotta Partigiana a Firenze

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La lotta Partigiana a Firenze

N°1

Fu l’azione militare dei comunisti. Costoro, non solo avevano organizzato le loro bande armate in campagna, ma avevano creato con i GAP una efficiente organizzazione terroristica in città, della quale si occu­parono soprattutto Alessandro Sinigaglia, Gino Menconi, Alvo Fontani, Elio Chianesi, Bruno Fanciullacci, Gino Tagliaferri.

Ogni GAP era formato da quattro o cinque elementi, uno dei quali era il « capo-gap », che manteneva contatti regolari e quasi quotidiani con i suoi uomini e con i dirigenti dell’organizzazione, vale a dire gli altri « capo­gap », nonché con Bruno Fanciullacci, il gappista piú audace, e con Elio Chianesi, il vero promotore e respon­sabile di tutto il gruppo.

Ogni GAP aveva una vita autonoma; i componenti, nel caso che non avessero propri mezzi di sussistenza, ricevevano uno stipendio dal partito; non conoscevano gli altri compagni dell’ organizzazione, salvo che l’impresa richiedesse la collaborazione di due GAP, cosa che avve­niva assai di rado. I gappisti venivano informati solo 24 ore prima del colpo da eseguire, studiato in anticipo, nei più minuti particolari, dai dirigenti. In certi casi erano appoggiati dalle SAP (Squadre di azione patriottica), che fungevano da « pali », da « segnalatori », reggevano la bicicletta e davano altra collaborazione di questo tipo.

A Firenze i gappisti veri e propri non superarono mai il numero di venti o di trenta al massimo. Come abbiamo visto, scontri con sparatorie e morti erano già cominciati col 15 di ottobre. L’ 11 novembre la cronaca dei giornali registra l’uccisione di quattro militi a San Godenzo di Prato e la notte stessa altri duefascisti vengono freddati a Sesto Fiorentino.

Ma la prima impresa gappìsta vera e propria (che è forse anche la prima di tutta Italia) fu l’attentato che costò la vita al ten. col. Gobbi, avvenuto la sera del 1 dicembre.

Il ten. col. Gíno Gobbi si era messo completamente a il servizio dei tedeschi ed aveva riordinato il Distretto Milire tare, affrettando il richiamo dei giovani di leva, che avrebbero dovuto servire nel ricostituito esercito fascista. sì

Per quanto concerne questa chiamata alle armi dei giovani del 1924 e del 1925, gli scrittori fascisti dicono che nell’Italia occupata dai tedeschi il numero di coloro che si erano presentati alla chiamata oscilla fra un minimo del 40% e un massimo del 98%, attribuendo questa percentuale così alta ai patriottici appelli di Grazìani e dì Gambara’. Il Ragghiantì invece nella citata lettera al Bauer, per la particolare situazione di Firenze e per i giorni in cui scriveva, dà una percentuale di presentati del 4 o del 5 % ‘. Purtroppo non si possono avere in merito cifre esatte, poiché le carte del Distretto andarono perdute e distrutte durante l’avanzata degli alleati, ma da informazioni assunte presso ufficiali e sottufficiali allora in servizio all’ufficio leva sembrerebbe che la media di coloro che si presentarono alla chiamata nella nostra città non abbia superato di molto, per l’anno 1943 – 1944, la media del 50%. C’è però da osservare che dì tutti quelli che si presentarono al Distretto solo una minima parte rag­giunse poi i reparti : la maggioranza, una volta regolata la propria posizione di fronte alle autorità distrettuali, con una scusa o con la fuga ritornava a casa, o si dava alla macchia.

Comunque i Distretto funzionava e l’aver messo in funzione l’apparato burocratico di questo ufficio merito, o demerito, del ten. col. Gobbi, il quale proprio per tale motivo, la sera del 1 dicembre, alle ore 19,30, fu ucciso con tre colpi di pistola davanti all’uscio della sua casa.

Questa prima impresa dei GAP destò un’impressione enorme nell’ambiente cittadino.

I fascisti, spaventati dall’audacia dell’azione e credendo di dovere stroncare con una vendetta indiscriminata il terrorismo rivoluzionario dei GAP, decisero di ricorrere ad un’impressionante rappresaglia. Nel corso di quella stessa notte, per iniziativa del prefetto Manganiello, si riunirono alcuni individui, che si autocostituirono in Tri­bunale Speciale. Erano costoro, oltre il Manganiello, il maggiore Carità, il gen. Adami Rossi, il luogotenente gen. della milizia Marino, il gen. dei Carabinieri Carlino, il questore Manna, l’avvocato Meschiari e qualche altro. Essi decisero, nonostante l’opposizione dei due che ab­biamo nominato per ultimi, la fucilazione immediata di 10 ostaggi da scegliersi fra i detenuti politici arrestati per misura precauzionale subito dopo l’8 settembre, allorché i tedeschi ebbero occupata la città. Ma di detenuti non ne erano rimasti che cinque, gli altri erano stati rimessi gradatamente in libertà e l’ultimo gruppetto era formato da questi infelici, che fra giorni avrebbero dovuto seguire la sorte fortunata degli altri. Anche di costoro — nell’as­senza del questore — il capo dell’ufficio politico della Questura non avrebbe voluto consegnare al Carità i fasci­coli personali, ma lo zelante dott. Zanti, con minacce lar­vate ai funzionari che opponevano ostacoli di procedura, fece si che la vicenda si risolvesse nel modo voluto da Carità.

Gli altri cinque ostaggi, che mancavano per comple­tare il numero di dieci, avrebbero dovuto essere scelti fra i membri del comando militare del C.T.L.N. già in pre­cedenza arrestati. Essi erano, secondo la richiesta di Ca­rità, Gritti, Frassineti, Barile, Mastropierro e Zoli, ma per buona sorte si trovavano già in mano alle autorità tede­sche, le quali — per la politica da loro adottata ;-prima fase dell’occupazione, che consisteva nello scaricare l’odiosità della violenza sui fascisti — con un pretesto qualsiasi si rifiutarono di consegnarli : benché la tecnica di fucilare gli ostaggi fosse di chiara marca nazista.

Cosí all’alba del 2 dicembre, nel poligono delle Ca­scine, senza nemmeno la formalità di una sentenza scritta, caddero soltanto cinque dei dieci ostaggi stabiliti. Caddero Luigi Pugi, Armando Gualtieri, Orlando Storci, Oreste Ristori, Gino Manetti. Erano anarchici e comunisti di vecchia data, reduci dalla guerra di Spagna e dai campi di concentramento francesi (i primi due si erano resi col­pevoli nel loro passato burrascoso anche di reati comuni); morirono tutti con grande coraggio ed eroismo. Mo­rirono cantando l’Internazionale. « Alcuni di loro non essendo morti subito, si contorcevano fra grida strazianti e sofferenze atroci. Allora il capomanipolo li fini, a colpi di rivoltella. Il sangue cominciò a scorrere sull’erba. Fu allora che il fratello del col. Gobbi, capitano dell’esercito repubblichino, trasfigurato dall’ira, gridò contro le vit­time: — Vigliacchi! Ringrazino Dio che sono morti alla luce del sole; mio fratello e stato ucciso stanotte, a tra­dimento, all’angolo di una strada mentre rincasava dopo avere compiuto il proprio dovere. — Dopo queste parole, alcuni militi fascisti si precipitarono contro le vittime, impugnando i moschetti ed esclamando fra bestemmie e imprecazioni: — Anch’ io voglio tirargli un colpol » ‘.

Fu proprio dopo la fucilazione degli ostaggi che il cardinale Elia Della Costa senti il bisogno ,,di rivolgere al clero e al popolo la seguente notificazione, pubblicata anche sui giornali del 5 dicembre :

Nelle affannose e trepide ore che viviamo è doveroso ufficio dei sacri Pastori rendersi portatori di pace e ministri di riconciliazione, come devono essere i vigili assertori della legge di Dio. Suppli­chiamo pertanto i sacerdoti e quanti sono costituiti in autorità ad adoperarsi perché, cessati i dissensi d’ogni genere che dividono il nostro popolo, si consegua quella interna pacificazione degli animi che è da tutti cosí intensamente desiderata.

Ogni cittadino sia esortato, anzi supplicato, ad astenersi da qualunque violenza. Mentre deve raccomandarsi umanità e rispetto verso i soldati e i Comandanti germanici, occorre avvertire che insulti, vandalismi, uso di armi contro chicchessia non solo non possono migliorare le condizioni ma le aggravano indicibilmente, perché danno origine a reazioni che in nessun modo debbono essere provocate.

Quanto alle uccisioni di arbitrio privato o a tradimento, ricor­diamo a tutti il 5° comandamento della legge: non ammazzare! e tutti scongiuriamo a riflettere che il sangue chiama sangue…

Pertanto rivolgiamo a tutti i figli dell’Archidiocesi supplice preghiera perché non rendano ancor piú triste questa triste ora della nostra storia. Se ognuno si crede sciolto da qualsiasi legge morale e civile e ritiene lecito il delitto, sarà aperta la via ai piú deplorevoli eccessi e a rovine non immaginabili

A questo punto è necessario ricordare che in genere i sacerdoti — soprattutto nelle campagne — si erano schie­rati con la Resistenza. Le belle canoniche e le belle pievi della Toscana si erano trasformate in asili per i militari sbandati e per tutti i perseguitati. Nei conventi e nei mo­nasteri si nascondevano ebrei, ricercati dalla polizia poli­tica, prigionieri alleati. Non di rado vi si raccoglievano viveri e munizioni per le bande armate; non di rado la canonica di un paesello sperduto divenne la sede di un comando partigiano.

Rarissimi in Toscana furono i seguaci di don Calca­gno, come Epaminonda Troia o come don Gregorio Bac­colini, il quale ultimo sulle colonne del foglio ufficiale della Federazione fascista scriverà parole che confermano appieno quanto sopra abbiamo affermato:

i preti dovrebbero essere inchiodati piú d’ogni altro cittadino alle proprie responsabilità. Non bisogna dimenticare che proprio essi sono i responsabili dello sbandamento morale…; sono essi che hanno influito notevolmente sul fenomeno macchia…; sono essi quindi che hanno sulla coscienza le fucilazioni esemplari che la giustizia fascista ha dovuto applicare .

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Le stragi nascoste – " 2° Firenze”

Le stragi nascoste

QUATTRO CASI DI ORDINARIA VIOLENZA INSABBIATI

(2) Firenze

Il secondo caso qui preso in esame riguarda l’eccidio, in località Lagacciolo e Podernuovo (Firenze), il 25 agosto 1944, di 19 civili, per mano dei soldati del tenente colonnello Karl Ortlieb, comandante del Grenadier-Regiment 754° della 334a Infanterie-Division) senza che apparissero chiari i motivi di un comportamento così feroce. A Villa Podernuovo vennero massacrate otto persone inermi (quattro donne) di età variante dai 14 ai 48 anni; a Villa Lagacciolo furono uc­cisi nove civili (inclusi — insieme alla madre — quattro fratellini dai 5 ai 12 anni e un loro cuginetto di 7 anni) e due vecchi coniugi residen­ti in una fattoria vicina. Tra le 15 persone rimaste seriamente ferite vi erano sei donne, un bimbo di 3 anni, uno di 4, uno di 5 e due di 9.

Questa la ricostruzione dei fatti contenuta nel fascicolo n. 657 del Ruolo generale dei procedimenti contro criminali di guerra tedeschi, nel paragrafo intitolato «Particolari del reato»:

Verso le ore 19 del 25 agosto 1944 una pattuglia di 4 uomini, dipendente dal 7406.0 reparto tedesco, di transito in quella località, dopo aver rastrella­to 18 persone, le rinchiuse nella stanza da bagno della villa di Lagacciolo e ivi, a colpi di bombe a mano, ne uccise 8 e ne ferì 7.

La stessa pattuglia, recatasi poco dopo nella villa e fattoria del signor Taddei Raffaello, in Podernuovo, distante circa 350 metri, a colpi di bombe a mano e con raffiche di mitra uccise altre 10 persone e ne ferì 7.

Il mattino successivo ritornarono a Lagacciolo, ove uccisero un’altra per­sona e ne ferirono 2, tra cui una donna. Le testimonianze dei civili sfiorati dalla morte comprovano la premeditazione della strage e descrivono le ruberie seguite al mas­sacro. Questo il ricordo di una giovane di 34 anni, abitante in una lo­calità montana nei pressi di Lagacciolo:

Il giorno 25 agosto 1944, verso le ore 13, passò e si fermò in casa mia un soldato tedesco ferito ad un braccio. Egli era in compagnia di altri due o tre Soldati, ma camminava bene. Gli domandai come si era ferito, ed egli mi ri­spose che era stato ferito dai partigiani nel bosco e, facendomi cenno con la mano, mi indicò le vette delle montagne comprese fra la Consuma e Sec­chietta (Reggello).

Poco dopo il soldato andò via, dirigendosi per la strada che conduce alla località Fossi e Alpi Recise (Rufiria).

Alle ore 16 dello stesso giorno 25, passarono 14 soldati tedeschi armati di fucile mitragliatore che andavano verso la località Albergo Nuovo, che dista circa 30 metri dalla strada statale Pontassieve-Consuma.

Appena passati i 14 soldati, un maresciallo tedesco che stava da diversi giorni in casa mia, mi disse che quei militari andavano ad una casa grande, situata oltre la strada grande (strada statale Consuma-Pontassieve) per am­mazzare 80 civili, compresi bambini e donne, per rappresaglia del soldato che era stato ferito la mattina.

Il giorno 26 successivo, ripassarono, provenienti dalla parte dell’Albergo Nuovo e diretti verso i Fossi, una quindicina di soldati tedeschi, portavano: borse da spesa, cartelle da scuola e sacchetti pieni di biancheria. Sapendo che in località Lagacciolo-Podernuovo i tedeschi avevano ucciso diverse persone, pensai che quella roba l’avessero presa in quelle case.

L’interrogatorio di una donna sessantenne, scampata fortunosa­mente all’eccidio, dimostra con quale facilità la violenza potesse di­rottarsi dall’una all’altra località, da questo a quel gruppo di civili, senza giustificazioni oggettive bensì sulla base di impressioni estemporanee o più semplicemente del caso:

Il 25 luglio 1944, verso le ore 16.30, vidi nei pressi della località Albergo Nuovo, circa 15 soldati tedeschi che venivano verso casa mia e difatti poco dopo giunsero e piazzarono tre mitragliatrici intorno alla mia casa. Avvicinai uno di essi domandandogli cosa dovevano fare. Mi risposero che dovevano ammazzare tutti i civili e che l’indomani sarebbero tornati a vedere i morti. Presero subito mio marito e Giulio Consumi, per portarli via. Poi mio marito fu lasciato libero e Consumi lo trattennero. Io prima mi raccomandai di la­sciarci vivere e poscia offrii loro pane e formaggio che accettarono. Subito do­po venne un certo Rinaldi Rinaldo da Firenze, sfollato a Podernuovo, che sa­peva parlare il tedesco, e parlando con alcuni dei soldati riuscì a dissuaderli ed accompagnarli oltre l’abitato, verso la località Laga&ciolo. Poco dopo il Ri­naldi tornò dicendo che erano andati via e che non c’era più paura.

Circa due ore dopo sentimmo sparare verso Lagacciolo raffiche di mitra e bombe a mano. E dopo circa mezz’ora quei tedeschi tornarono e incomin­ciarono a sparare, con le bombe a mano e con le mitragliatrici, uccidendo e ferendo diverse persone residenti e sfollate a Podernuovo.

Tra le vaghe ipotesi circa il movente della strage, si ipotizzò «la mi­steriosa morte di un militare tedesco», oppure «la sepoltura data da quella popolazione ad un aviatore inglese, caduto la sera del 25 luglio 1944, e sulla cui tomba era stata scritta un’epigrafe in lingua inglese». Nel dopoguerra le responsabilità furono ricondotte «sul tenente co­lonnello Horlib, che dette l’ordine di eseguire l’eccidio» e sui quattro militari che lo perpetrarono. Quando l’istruttoria poteva «ritenersi ultimata circa l’accertamento dei fatti e le modalità con cui si svolse­ro», la pratica finì negli scaffali della Procura generale militare e, in­sieme a centinaia di altre, seguì la sorte dell’insabbiamento, con la tar­diva e inefficace riapertura delle indagini a metà anni Novanta.

L’archiviazione appariva tanto più immotivata in quanto contro gli uomini del tenente colonnello Ortlieb pesavano, oltre alle risul­tanze dell’indagine italiana, i circostanziati riscontri dell’inchiesta condotta nel settembre 1944 dalla Commissione alleata d’indagine del quartier generale della 5a armata — composta dal maggiore Edwin S. Booth (commissario per i crimini di guerra dell’esercito de­gli Stati Uniti), dal maggiore Milton R. Wexler (avvocato militare), dal capitano Charles N. Bourke (avvocato difensore) e da due tecni­ci (interprete e verbalizzante) — che il 20 settembre aveva raccolto le testimonianze di sei sopravvissuti. La commissione effettuò un so­pralluogo a Villa Podernuovo: «L’esame della stanza ha dimostrato che dal lato opposto dell’entrata entrambe le mura erano segnate da numerosi piccoli buchi che sarebbero potuti essere stati causati dalle bombe a mano; le macchie sul muro e sulla vasca da bagno avevano un carattere tale da essere state probabilmente causate da sangue umano». Categoriche le convinzioni tratte dagli inquirenti: «Non esiste indizio di alcuna provocazione che possa giustificare questo massacro». Lo scatenamento della violenza risultava sconcertante alla luce dell’ospitalità ricevuta dai soldati a Villa Podernuovo fino al 23 agosto. Tornati dopo due giorni, essi avevano manifestato in un primo momento sentimenti amichevoli, tranne mostrare improv­visamente il volto spietato dell’occupante:

Alla Villa Lagacciolo essi chiesero del cibo, che gli venne dato, e tutte le persone all’interno della casa furono raggruppati all’interno di un bagno di dimensioni pari a 9 piedi per 12 piedi [m 2,75 x 3,65] che si trovava al piano terreno. I tedeschi, quindi, consumarono il pasto che queste persone aveva­no preparato e successivamente uno dei tedeschi scese verso il bagno e lan­ciò due bombe a mano nella stanza. Dopo di ciò, lo stesso sparò con il suo fucile all’interno della stanza per essere sicuro che tutti fossero morti.10

Tre settimane dopo l’eccidio uno degli abitanti della villa, Mario Taddei, lasciato per morto dai tedeschi, rilasciò alla Commissione militare statunitense una testimonianza sul livello di brutalità dei militari del 745° reggimento granatieri:

Tutta la famiglia era pronta per andare a mangiare. Sentimmo una mitragliatrice sparare davanti all’ingresso della casa. Io andai vicino alla porta e` vidi il mio cane ferito, e cercai di scoprire perché fosse ferito. Vidi un solda­to tedesco con una bomba nella mano pronto a lanciarla. Alzai le mani e dissi «camerata», ma vidi che il tedesco era pronto per lanciarla. Tornai indie­tro per avvertire tutti quelli presenti nella casa di scappare, e la bomba di mano passò attraverso la porta ed esplose nella prima stanza. Io scappai con undici persone della famiglia verso il seminterrato. Tra le undici persone vi erano quattro bambini che stavano strillando ed erano spaventati. Durante questo arco di tempo altre tre o quattro bombe a mano erano esplose intor­no alla casa e le mitragliatrici continuavano a sparare. Un soldato tedesco, che sarei in grado di riconoscere in qualsiasi momento, scese al piano infe­riore. Una donna chiese pietà perché vi erano quattro bambini fra di loro. Il tedesco non rispose e lanciò due bombe a mano dentro la stanza. Dopo di ciò essi iniziarono a sparare con il fucile perché volevano essere sicuri che tutti fossero morti. Quattro persone furono uccise dalle bombe a mano, tre dai fucili e due furono ferite. Io riuscii a scampare perché feci finta di essere morto. I quattro morti erano sopra di me.

A conclusione dell’inchiesta, il quartier generale della 5′ armata

indicò senza ombra di dubbio la formazione militare responsabile dell’eccidio: «il reparto interessato appare essere, con assoluta evi­denza, il 754° reggimento granatieri».

Tratto da

Le stragi nascoste

Di Mimmo Franzinelli

Editore Le Scie Mondadori 2002

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze

Medaglia d’oro al valor militare alla Città di Firenze
Motivazione
Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la Liberazione, prodigò se stessa in ogni forma: resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombardamento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte. Combattendo valorosa l’insidia dei franchi tiratori e dei soldati germanici. Contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive dell’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione.
10 agosto 1945

11 Agosto 1943 – Firenze Libera

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DALL’1 1 AGOSTO 1944
NON DOMATA MA RICONQUISTATA
A PREZZO DI ROVINE, DI TORTURE, DI SANGUE
LA LIBERTA’
SOLA MINISTRA DI GIUSTIZIA SOCIALE
PER INSURREZIONE DI POPOLO
PER VITTORIA DEGLI ESERCITI ALLEATI
IN QUESTO PALAZZO DEI PADRI
PIÙ ALTO SULLE MACERIE DEI PONTI
HA RIPRESO STANZA
NEI SECOLI
« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione,
andate nelle montagne dove caddero i partigiani,
nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità,
andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

4 Agosto 1944 – La Brigata Sinigaglia entra in Firenze

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4 Agosto 1944
La Brigata Sinigaglia entra a Firenze

Inno Partigiani Fiorentini

Sinigaglia, Lanciotto, Potente

sono nomi coperti di gloria
trucidati sì barbaramente
dai nemici di tutta la storia.
Ma se i martiri nostri son morti
guarderan verso di noi così
e diranno: no, non siam morti,
marceremo con voi come un dì.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!
Fanciullacci, Caiani, Rosselli
son brigate di garibaldini
che guidati dagl’inni più belli
marcian verso i migliori destini
di un’Italia tradita vilmente
da un ventennio di lutti e di orror
liberata sarà finalmente
dal tedesco tiranno invasor.
Siamo partigiani
si lotta, si vince, si muor
siamo gli italiani
abbiamo una fede nel cuor
per l’Italia bella
tutto daremo ancor
contro i barbari nazifascisti
inesauribile è il nostro valor.
Vai fuori d’Italia
va’ fuori ch’è l’ora
va’ fuori d’Italia,
va fuori stranier!

La banda Carità di Taina Dogo 1 parte Firenze

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La banda Carità di Taina Dogo

1 parte Firenze

Il «Gazzettino» del 26 settembre 1945, riferendo sull’apertura del processo celebrato alla Corte Straordinaria d’Assise di Padova contro la banda Carità, cosi diceva:

La fosca attività che per lunghi mesi ha gravato, con un alone di ossessionante mistero, sulla vita padovana, nell’ultimo periodo dell’oppressione nazifascista ad opera della tristemente famosa banda Carità, dietro le vecchie mura del Palazzo Giusti di via San Francesco, si è stamane ravvivata di sinistra luce nella prima giornata di udienza al processo contro un gruppo di componenti, i principali della sbirraglia prezzolata al servizio del nemico invasore.

Aveva avuto inizio quel giorno, dopo un’inchiesta istruttoria condotta dal Pubblico Ministero Aldo Fais, il giudizio pubblico dell’operato della banda Carità, assente tra gli imputati il principale responsabile, Mario Carità, sorpreso nel sonno da due soldati americani all’Alpe di Siusi ed ucciso mentre tentava di afferrare la pistola che teneva a portata di mano. Sul banco degli imputati sedici uomini e tre donne, quasi tutti toscani. Chi erano? Quali colpe erano loro attribuite? Dove e come avevano agito prima di insediarsi nell’ottobre del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova? Il clima di disgregazione politico-morale della repubblica fantoccio di Salò ha certamente favorito lo sviluppo di quei gruppi d’azione paramilitare, le cosiddette bande di tortura, in cui istinti degeneri, desideri di vendetta, ambizioni paranoidi dei singoli si manifestavano con atti di efferata crudeltà. È pertanto nel quadro degli avvenimenti storici verificatisi in Italia dopo 1’8 settembre, che va ricercato l’ingranaggio che ha permesso all’informatore fascista Mario Carità di assumere un incarico poliziesco ufficiale e di servirsene con tanta insensata criminalità attraverso la banda di tortura da lui organizzata con i peggiori elementi di Firenze, servendo di esempio allo stesso Pietro Koch.

Verso la metà di settembre del 1943 Ricci, tornato in Italia, con l’incarico di comandante della nuova milizia, da Rastenhurg dove si era incontrato con Mussolini, aveva aperto il reclutamento con risultati modesti, ma sufficienti per far nascere nelle varie regioni le sezioni di partito, ricostituite dai relitti del vecchio regime. E, come Ricci e Pavolini, segretario del nuovo Partito Fascista Repubblicano, erano di origine toscana, cosi questa regione divenne automaticamente la base delle nuove organizzazioni fasciste. A Firenze si ricostituisce rapidamente la XCII legione della milizia, con gli ex fascisti che in Toscana erano rimasti fedeli al regime dopo la bufera del 25 luglio. I tedeschi, poco propensi a credere alle capacità organizzative, militari e politiche del nuovo governo fascista, ne prendono le redini, affidando a Rahn il comando politico dell’Italia, a Kesselring e· a Rommel quello militare, a Wolff il comando delle SS e della polizia. In virtù di questo potere, Wolff organizza la distruzione dei primi nuclei di resistenza degli antifascisti, attribuendo alla nuova milizia funzioni poliziesche più che militari. A Firenze, appunto con un tale tipo di incarico, comincia a far parlare di sé Mario Carità. Già confidente politico della Questura, egli si era presentato subito dopo 1’8 settembre alle nuove autorità tedesche ed era entrato alloro servizio come ufficiale di collegamento con l’esercito nazista. Dopo qualche settimana, lascia tale incarico al ten. Giovanni Castaldelli, un ex prete, ed assume col grado di maggiore il comando del costituendo Reparto Servizi Speciali (RSS) dipendente dalla XCII legione. Per espletare le sue nuove funzioni, Carità stabilisce una prima sede in via Benedetto Varchi; si trasferisce in novembre nella Villa Malatesta in via Foscolo, e infine, nel gennaio del 1944, in quella che sarà la Villa Triste di Firenze, in via Bolognese 67. Contemporaneamente organizza altri uffici in diverse zone della città (Hotel Savoia, Hotel Excelsior), passando da una sede all’altra con itinerari e macchine diverse, accompagnato sempre dal suo autista personale, Antonio Corradeschi, e da due militi armati di mitra, e utilizzando spesso un’autoambulanza come copertura. La sua abitazione privata è un lussuoso appartamento in via Giusti, già proprietà di un ebreo. Attorno a sé raccoglie rapidamente 200 uomini, espressione di un’umanità viziosa e violenta. Divisi in gruppi, essi assolvono a servizi precisi: stato maggiore (del quale fa parte in un primo tempo anche Pietro Koch), guardie personali del maggiore Carità, amministratori, addetti ai corpi di reato, informatori, spie, addetti ai rastrellamenti e alle spedizioni punitive. Quest’ultimo gruppo si fraziona in squadre, che ben presto diventano famose: tra queste, la squadra Perotto, detta «squadra della labbrata », la squadra Manente o «degli assassini », e la « squadra dei quattro santi» (N. Cardini, A. Natali, V. Menichetti e L. Sestini). Così organizzata, la banda Carità prende l’appellativo di Ufficio di Polizia Investigativa (UPI) della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze. Ne fanno parte fin dall’inizio, oltre Corradeschi e Castaldelli, parecchi di coloro che vedremo poi nell’autunno del 1944 nel Palazzo Giusti di Padova o in via Fratelli Albanese a Vicenza: V. Chiarotto (capo guardia personale di Carità), T. Piani e Massai (guardie personali di Carità), G. Faedda (amministratore), A. Sottili (addetto ai corpi di reato), A. Fogli (informatore), U. Cialdi (spia), F. Bacoccoli (rastrellamenti e spedizioni punitive), ecc. Affiancando, nelle sue funzioni investigative, le SS tedesche e pur dipendendo ufficialmente da esse, la banda Carità, come altri organi fascisti, conduce una specie di guerra privata contro le forze della Resistenza, esasperando la violenza della lotta con atti di dissennato sadismo. Nel corso dei processi celebratisi a Padova e, più tardi, a Lucca, sono emersi raccapriccianti testimonianze sui mezzi di tortura usati per estorcere delle confessioni ai prigionieri. Ma di questo si parlerà più avanti. Qui saranno elencati solo i fatti più gravi emersi a carico di Carità e dei suoi sgherri relativamente al periodo toscano. "Alloro arrivo a Padova sorpresero la Resistenza veneta con l’esperienza acquisita dell’uso di metodi inquisitori di sapore medioevale. È probabile tuttavia che considerazioni di opportunità come l’imminente fine della guerra, l’inevitabilità della . sconfitta tedesca e la possibilità di utilizzare i prigionieri come moneta di scambio, abbiano contenuto l’elenco dei morti fra i prigionieri caduti nelle mani della banda Carità a Padova e di Vicenza.

Il 10 dicembre 1943 un gruppo di partigiani scende dalla montagna a Firenze e uccide il comandante fascista Gino Gobbi. Il giorno seguente viene organizzata una rappresaglia e Carità ordina la fucilazione di 10 ostaggi; solo per il pressante intervento di autorità fasciste, il numero sarà ridotto a cinque. Il 12 febbraio 1944 cade a Firenze Alessandro Sinigaglia, capo dei GAP. Arrestato in una trattoria dalla squadra dei « quattro santi », tenta la fuga; Cardini spara e lo uccide. II 22 dello stesso mese compaiono davanti al Tribunale Militare Straordinario cinque giovani accusati di renitenza alla leva. Carità, che assiste al processo, induce i giudici, di cui era amico, di condannarli a. morte. La sentenza viene eseguita il giorno stesso a Campo di Marte: Carità dà il colpo di grazia. Il l° marzo, durante lo sciopero generale organizzato dai CLN, il più grosso sciopero effettuato nell’Europa occupata, le maestranze della Manifattura Tabacchi di Firenze avevano incrociato le braccia. II Carità, accompagnato dal prefetto Manganiello, che provava verso di lui rispetto e timore, entra nella fabbrica e, con i suoi sgherri, distribuisce pugni e calci alle donne che gli oppongono, davanti alle macchine ferme, tutto il loro disprezzo. Il 30 aprile Bernasconi, Masi, Cecchi e Gramigni uccidono a Carmignano Bruno Cecchi, noto antifascista. Lo stesso giorno Sottili ed Elio Cecchi arrestano a Firenze Gino Cenni mentre esce dalla sua abitazione in Lungarno del Pignone, e in auto si dirigono verso la località « Canonica ». Qui lo fanno scendere e gli sparano a bruciapelo sul collo lasciandolo ferito molto gravemente. Il 1 maggio una spia fascista si presenta ad Anna Maria Enriques Agnoletti, chiedendo rifugio. Il giorno dopo Anna Maria è arrestata e sottoposta per settimane a torture dai tedeschi e da Carità. Sarà ospite della Villa Triste di via Bolognese fino al giorno della sua fucilazione, eseguita il 12 giugno. Avrà per compagni alcuni dirigenti di Radio Cara scoperti mentre trasmettevano da un’abitazione di piazza D’Azeglio. La sera del 19 dello stesso mese quattro uomini armati (Corradescru, Cecchi, Massai e un altro) si introducono nell’abitazione della signora Maria Koss in via de’ Tavolini 2 a Firenze, dove erano convenuti il sottotenente Vincenzo Vannini, Franco Martelli e Rocco Caraviello per studiare il modo di liberare alcuni partigiani ricoverati nell’Ospedale Militare di Firenze. La Koss e tutti i partecipanti al convegno, arrestati, vengono condotti in via Bolognese, ad eccezione del Caraviello, ucciso subito dopo l’arresto in un vicolo dietro piazza della Signoria ed abbandonato cadavere nel Chiasso del Buco. La sera stessa, dopo sevizie e sommari interrogatori dei prigionieri, sono tratti in arresto anche il fratello del Caraviello, Bartolomeo, e la moglie Maria Tenna. Nelle prime ore de1 21 giugno, la Koss, la Tenna e il Vannini sono condotti in macchina nella Val Terzollina. Il Vannini riesce a fuggire, ma le due donne sono freddate con una raffica di mitra. Qualche ora più tardi il Martelli e Bartolomeo Caraviello con un altro prigioniero, Edgardo Savoli, subiscono la stessa sorte nei pressi del Campo di Marte. Infine, nella notte tra il 6 ed il 7 luglio Carità uccide Carolo Griffoni, noto antifascista fiorentino, dopo averlo derubato di portafoglio e gioielli.

Nel frattempo l’offensiva alleata di maggio a Cassino. lo sfondamento della seconda linea difensiva tedesca sul Garigliano, ed infine l’entrata in Roma di Clark e di Alexander, costringono Pavolini a ordinare il ripiegamento dei reparti della GNR di Firenze nell’Italia del Nord. Carità decide di abbandonare la Toscana. Lascia a Firenze una squadra dei suoi, comandata da Giuseppe Bernasconi, un ex galeotto che aveva subito 16 condanne per truffa e che aveva partecipato anche alle imprese di Pietro Koch a Roma. Mentre per le strade di Firenze, all’avvicinarsi degli Alleati, infuria la repressione fascista, la squadra Bernasconi cattura in piazza Tasso un gruppo di gappisti. Torturati in via Bolognese, vengono fucilati la notte del 21 luglio alle Cascine. Lasciando Firenze il 7 luglio – secondo la deposizione rilasciata dal capitano Ferdinando Bacoccoli, comandante il distaccamento di Vicenza, a Bruno Campagnolo il 3 maggio 1945 nelle Carceri di Vicenza – la banda Carità porta con sé il frutto di diverse rapine: 55 milioni rapinati alla Banca d’Italia di Firenze, il tesoro della Sinagoga, preziosissimi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili e altri oggetti di provenienza ebraica.

1 parte

Tratto da

RITORNO A PALAZZO GIUSTI

TESTIMONIANZE DEI PRIGIONIERI DI CARITÀ A PADOVA (1944-45)

A cura di Taina Dogo Baricolo

La Nuova Italia Firenze

Edizione 1972

Il Presidente Parri consegna a Firenze la Medaglia d’oro per la lotta Partigiana

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Il Presidente del Consiglio dei Ministri Ferruccio Parri consegna a Firenze la
Medaglia d’Oro al Valor Militare

*

Motivazione della Medaglia d’Oro al
Valore Militare della Città di Firenze

*

Generosamente e tenacemente nelle operazioni militari che ne assicurarono la liberazione, prodigò se stessa in ogni for­ma: – resistendo impavida al prolungato, rabbioso bombar­damento germanico, mutilata nelle persone e nelle insigni opere d’arte: – combattendo valorosa l’insidia (lei franchi tiratori e dei soldati germanici: – contribuendo con ogni forza alla Resistenza e all’insurrezione: nel centro, sulle rive del­l’Arno e del Mugnone, a Careggi, a Cercina e dovunque; -donava il sangue dei suoi figli copiosamente perché un libero popolo potesse nuovamente esprimere se stesso in una libera nazione .

Giovanni Baldini – La battaglia di Valibona

“per dignità, non per odio”

La battaglia di Valibona

di Giovanni Baldini, 14-7-2003, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Questa storia si svolge nel comune di Calenzano (FI).

Su Monte Morello erano acquartierati gli uomini di due comandanti: Giulio Bruschi e Lanciotto Ballerini (vedi la biografia).
Originario di Campi Bisenzio e di indole istintiva Ballerini non tardò ad avere contrasti con Bruschi, che invece era un militante comunista di vecchia data e molto più propenso alla disciplina e alla pianificazione.
Venne così decisa la rilocazione di uno dei due gruppi e i Lupi Neri di Ballerini scelsero di unirsi a combattenti del Partito d’Azione nella zona fra Pistoia e Lucca.

Partirono dal Vecciolino su Monte Morello il 26 dicembre 1943 e la loro presenza sui monti della Calvana, nel piccolo borgo medievale di Valibona, era dunque temporanea.
Erano i primi partigiani ad arrivare in Calvana e la voce si sparse rapidamente. Inoltre una delle due squadre in cui era diviso il gruppo, guidata dal russo Vladimir, ebbe uno scontro a fuoco con alcuni fascisti in località Cornocchio e a Prato e Firenze si iniziò a parlare di un gruppo di comunisti guidati da un sovietico.

Un reparto del Battaglione Muti (comandato da Duilio Sanesi), un folto gruppo di camicie nere e i carabinieri di Calenzano salirono a Valibona la notte fra il 2 e il 3 gennaio: il gruppo di Lanciotto Ballerini venne attaccato da circa 150 nemici.

L’accerchiamento non era ancora completato che i partigiani si accorsero del pericolo ed ebbero il tempo di organizzare lo sganciamento.
Dopo tre ore di battaglia e aver inflitto importanti perdite al nemico (il capomanipolo Pietro Incalza viene ucciso, mentre il capo spedizione Duilio Sanesi, nove legionari e un carabiniere moriranno successivamente per le ferite riportate) Lanciotto Ballerini viene colpito alla testa e muore sul colpo.
Dei 17 Lupi Neri cadono, oltre a Lanciotto, Vladimir Andrej (vivo al termine della battaglia, ma massacrato a sangue freddo immediatamente dopo) e Luigi Giuseppe Ventroni. Cinque vengono catturati, pestati in maniera indicibile, riportandone amputazioni e invalidità permanenti, e portati alle carceri di Firenze, mentre gli altri riescono a rompere l’assedio e darsi alla fuga.

Le famiglie di contadini che avevano ospitato i partigiani verranno condotte a Prato, poi in parte condotte alle carceri di Firenze e in parte rilasciate. Le loro case saranno date alle fiamme.

Il 6 gennaio il quotidiano La Nazione, in mano ai fascisti, scrive:

… dei ribelli alcuni riuscirono a fuggire, ma sul terreno rimasero uccisi tredici e sei si arresero e furono catturati. Fra i morti, i ribelli lasciarono il capobanda che risultò di nazionalità russa.

Lanciotto Ballerini sarà il nome di una delle più attive divisioni partigiane (vedi anche Cetica) che parteciperanno alla liberazione di Firenze. La "Lanciotto" verrà formata attorno ad alcuni degli scampati a questa battaglia e sarà inizialmente comandata da Renzo Ballerini, fratello di Lanciotto.

I segni della battaglia

Il sardo Luigi Giuseppe Ventroni, caduto nello scontro, era l’addetto alla mitragliatrice Breda di cui era dotato il gruppo dei Lupi Neri.
Si trattava di un’arma che poggiava su un bipede e che ebbe un buon effetto deterrente, oltre al fatto che sembra essere stata una sua raffica a falciare il comandante della spedizione fascista Duilio Sanesi.

Questa era l’unica arma pesante in dotazione ai partigiani e si inceppò più volte durante la battaglia, principalmente perchè Ventroni per ovviare alla scarsità di munizioni e per migliorare la mira aveva inserito un proiettile tracciante ogni cinque.
I segni dell’arma, così come quelli delle armi pesanti in dotazione ai militi fascisti, sono rimasti indelebili sul traliccio metallico che tuttora staziona nel mezzo di quelli che al tempo furono i due fronti di fuoco.

Si noti infine che il nome Ventrone, così come riportato nelle varie lapidi, è sconosciuto in Sardegna. Per questo qui riportiamo la versione Ventroni, che invece risulta avere una buona diffusione.

Dopo Valibona

Da questa battaglia non fece ritorno a casa neppure il maresciallo dei carabinieri Pierantozzi, sebbene la dinamica della sua morte non sia ancora chiara sembra che ad ucciderlo a pugnalate furono alcuni fascisti poco dopo la battaglia. Secondo alcune testimonianze si rifiutò di aprire il fuoco sui partigiani in fuga, ma forse più probabilmente cercò di mettere un freno alle violenze e ai saccheggi dei militi contro i contadini della zona.
Come responsabile della caserma dei carabinieri di Calenzano Pierantozzi, pur avendo aderito alla Repubblica Sociale, si era già fatto notare per non aver mai perseguito i renitenti alla leva repubblichina.

Il racconto della battaglia di Valibona assunse da subito toni epici e moltissimi, sia fra i fascisti che fra i partigiani, si gloriavano dell’avervi partecipato senza averne il diritto.
Fra i fascisti più d’uno ebbe a pentirsi di tali affermazioni, veritiere o meno che fossero. Ma in particolare il guardiacaccia della fattoria Spranger (sequestrata tempo prima in quanto di proprietà di un inglese) pagò con la vita. E’ accertato infatti che fu lui a guidare i fascisti verso i partigiani la notte del 3 gennaio e difatti se ne vantava a gran voce. I partigiani lo presero, lo portarono a Valibona e lo passarono per le armi.

I Lupi Neri

Benito Guzzon e Danilo Ruzzante: entrambi diciassettenni, provengono da famiglie antifasciste del Nord Italia, arrivano in Toscana proprio perchè hanno sentito dire che in queste zone iniziano ad organizzarsi i partigiani.

Ferdinando Puzzoli detto Nandino e Guglielmo Tesi: il Puzzoli è anarchico noto, viene arrestato ben 48 volte durante il ventennio, è il commissario politico del gruppo; quando sale in montagna con Lanciotto ha 51 anni. Tesi invece ha 19 anni, come Lanciotto e "Nandino" è di Campi Bisenzio, richiamato sotto le armi diserta per seguire i due amici, dopo Valibona continuerà la lotta nelle fila della Resistenza fino al 17 aprile 1944, ucciso a tradimento nell’eccidio di Berceto.

Giuseppe Ventroni: originario di Oristano, con una buona preparazione bellica. Ha 21 anni ed è anche il cuoco del gruppo.

Loreno Barinci, Corrado Conti detto Ciccio la Rosa, Vandalo Valoriani, Fernando Buccelli detto Grillo e Giuseppe Galeotti detto Uragano: il gruppo proveniente da Sesto Fiorentino. Barinci è un renitente fuggito di prigione dopo l’otto di settembre, a Valibona viene ferito in maniera molto grave e sopravvive per miracolo. Buccelli e Galeotti non partecipano alla battaglia di Valibona perchè quella notte erano stati inviati a Sesto Fiorentino a fare rifornimenti.

Antonio Petrovic detto Toni e Tommaso Bertovich: studente di Belgrado il primo, croato il secondo.

Stuart Hood detto Carlino: ventinovenne scozzese di Edzel, colto, marxista, si arruola volontario per combattere il nazismo e viene fatto prigioniero. L’otto di settembre fugge dalla prigionia nei pressi di Parma e dopo molti spostamenti raggiunge Monte Morello.

Matteo Mazzonello detto Rosolino e Ciro Pelliccia detto Napoli o Vesuvio: Mazzonello è un trapanese di venti anni, soldato sorpreso dall’armistizio nei pressi di Firenze, dopo aver inutilmente tentato di rientrare in Sicilia si unisce ai partigiani. Pelliccia invece proviene da Afragola.

Mario Ori: fiorentino, è il più anziano, ha 52 anni.

Mirko e Vladimir Andrej: un ucraino e un moscovita. Vladimir in particolare è un personaggio molto attivo, è lui che si accorge dell’accerchiamento e dà l’allarme. Aveva difficoltà nel camminare per i dolori ad un piede, dovuti alle lunghe marce a cui era stato forzato.

Franco Terreni – Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Franco Terreni

Assalto alla stazione di Carmignano in provincia di Firenze

Per quanto ci fosse la guerra e ci fosse l’abitudine ai bombardamenti e alle cannonate, l’esplosio­ne fece pensare alla fine del mondo: dal­la periferia di Firenze, fino a Empoli, dai dintorni di Pistoia alla Val d’Elsa, le case tremarono. Intorno a Signa i vetri delle finestre andarono in pezzi, molti tetti vennero scoperchiati e in più di una abi­tazione i telai delle persiane furono di­velti e finirono sui letti di quelli che dor­mivano. I bassorilievi in ceramica che ri­traevano Santa Barbara (la protettrice di chi lavora con l’esplosivo) e che ogni operaio o operaia teneva affisso in casa, finirono sui pavimenti in mille pezzi. Un camion tedesco, distante alcune centi­naia di metri dal luogo dell’esplosione, venne proiettato verso il Masso della Gonfolina. Molti, intorno alle rive del­l’Arno, nelle Signe, pensarono che lo stabilimento Nobel fosse saltato in aria. E invece era un treno carico di esplosivo, fermo sulle rotaie della stazione di Car­mignano, vicino allo stabilimento, che era stato fatto esplodere dai partigiani.

Era un sabato, sabato Il giugno 1944. Un sabato notte, con la fabbrica ormai deserta e i dipendenti chiusi nelle pro­prie case, tra Comeana, Carmignano, Si­gna e Lastra a Signa, paesi separati dall’Arno. Erano centinaia che lavoravano in quello stabilimento. Vi si produceva­no esplosivi e si confezionavano ordigni e le maestranze sapevano che quel mate­riale aiutava la guerra dei nazisti contro gli alleati, che il 4 giugno avevano già li­berato Roma e stavano risalendo la peni­sola. Ma cosa potevano fare I nazisti controllavano tutto e non permettevano diserzioni ne rallentamenti nella produ­zione. La cosa che alcuni facevano, d’ac­cordo con la Resistenza, era di usare le pietanziere, ossia le gavette, che gli ope­rai si portavano da casa: contenevano qualcosa da mangiare, all’arrivo, poi c’e­ra la pausa per il pranzo ria gli avanzi –pochi, in verità, perché poco era il cibo non venivano buttati. Nessuno dei sor­veglianti sospettava che sotto a qualche crosta di formaggio o di pane, qualcuno nascondesse scaglie di tritolo da portare fuori della Nobel e che sarebbero servite a confezionare bombe da usare contro gli occupanti e, quella sera a distrarre i nazisti dall’attentato al treno. L’esplosione dell’1 1 giugno fu un even­to clamoroso, trasmesso anche da Radio Londra, che il giorno seguente, dopo i consueti colpi di tamburo che richiama­vano l’inizio della Quinta sinfonia di Beethoven, raccontò quello che era acca­duto alla stazione di Carmignano. E cioè che un treno carico di torpedini da mari­na e tritolo era stato fatto saltare dai par­tigiani, distruggendo un notevole poten­ziale devastante destinato alla Werh­macht e alla guerra nazista. Parte di quel tritolo era probabilmente destinato ai ponti di Firenze, che comunque i nazisti fecero saltare nell’agosto successivo. Ma è indubbio che l’azione rappresentò un duro colpo per gli invasori. Soprattutto perché dimostrò, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che i nazisti non erano in­vincibili e che potevano essere attaccati e indeboliti.

Ma chi fu a compiere l’azione? La storia di quell’impresa generosa non e ancora del tutto scritta, ma comincia dal bando Graziavi per l’arruolamento dei giovani nell’esercito repubblichino di Salò. Si racconta che molti ragazzi, su consiglio delle forze della Resistenza, nella quale comunisti e cattolici erano la parte più attiva, si recassero al di­stretto, prendessero i soldi del bi­glietto per raggiungere Salò e poi si rendessero irreperibili e raggiun­gessero le forze partigiane che agi­vano sul Montalbano. Erano forze fresche, ancora poco organizzate, scampate alle retate naziste più per fortuna che per capacità militare. Ma seppero poi organizzarsi e for­se con l’aiuto di alcuni operai del­le vicine cave di pietra serena che usavano gli esplosivi ogni giorno, eccoli preparare e portare a temi­ne l’attentato al treno

Pare che il commando fosse com­posto di otto uomini, ma sarebbe più gusto dire otto ragazzi diretti da un poeta-partigiano, Bogar­do Buricchi. Una carica di esplosi­vo venne posta sul pianale di un vagone che fu facilmente aperto. Era una bomba primitiva, quasi una bomba carta, e la lunghezza della miccia doveva assicurare la fuga degli attentatori. Invece l’e­splosione avvenne prima del previ­sto e soprattutto si propagò imme­diatamente al resto del treno, con risultati che forse il commando non aveva calcolato. Fu una esplo­sione terribile, che raggiunse e in­vestì direttamente quattro parti­giani: Bogardo Buricchi, il fratello Alighiero, Bruno Spinelli e Ario­dante Nardi.

Il pittore Enzo Faraoni venne rag­giunto da un rottame che lo ferì gravemente ad una gamba, ma ri­uscì a raggiungere la propria abita­zione. Un altro partigiano, Ruffo Del Guerra, fu più tardi sorpreso dal nazisti coli evidenti ferite fre­sche, ma raccontò in maniera convincente di essersi ferito lavorando con l’aratro e se la cavò. Mario Barni e Lido Sarti riuscirono a na­scondersi grazie all’aiuto dei citta­dini delle Signe. Enzo Faraoni, il pittore, raggiunse Firenze qualche giorno dopo, grazie ad un curioso stratagemma: l’amico Ottone Ro­sai, cioè, gli inviò un carro mor­tuario nel quale prese posto, che i nazisti si guardarono bene dal fer­mare e controllare. Rosai, che era stato un fascista della prima ora, aveva col tempo preso le distanze dal regime, aiutando infine la Resi­stenza, nascondendo in casa pro­pria persino il partigiano gappista Bruno Fanciullacci.

Il treno non era sorvegliato e que­sto probabilmente grazie all’azio­ne diversiva che i partigiani aveva­no compiuto all’Olmo, vicino a Firenze, ai danni di una caserma fascista che fu fatta saltare con un ordigno confezionato probabil­mente con le scaglie di tritolo fat­te uscire proprio dalla Nobel, che impiegava allora 4.000 operai e che dopo l’episodio dell’attentato venne chiusa, togliendo il lavoro a tanti operai che però, a quanto ri­sulta, mai si lamentarono, coscienti che la lotta antifascista era sacro­santa e avrebbe portato alla Libe­razione di lì a due mesi.

C’è ancora un testimone vivente di quell’evento: si chiama Renzo Ri­mediotti, ha 88 anni e all’epoca abitava vicinissimo al luogo dell’e­splosione. Ricorda lucidamente i fatti ma l’emozione spesso lo frena e lo inonda di lacrime.

L’ho intervistato e la cosa che più ricorda sono i cipressi di un viale, con il tronco tanto largo «che in tre non si abbracciavano». Quei cipressi furono spazzati via dall’e­splosione del treno come fuscelli, «con le barbe e tutto… Purtroppo trovammo il Nardi sbriciolato: la sua mamma lo riconobbe dai denti…» .

A Poggio alla Malva, vicino al luogo dell’attentato, un cippo ricorda il sacrificio di quei ragazzi, con la scritta «Una preghiera faccio al viandante/ al visitatore di questi luoghi fate sì che non manchi mai almeno un fiore/ sul loro mo­numento perché dal loro sacrifi­cio è dipesa la nostra libertà». Un fiore… Il fiore del partigiano.

Tratto da

Patria Indipendente

Renzo Funosi – Testimonianze

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Testimonianze
Renzo Funosi
Mi chiamo Renzo Funosi. Sono nato il 3 di febbraio 1927.
Nell’estate in cui venne Hitler a Firenze non ero in città, ero qui a Peretola, però c’era la radio accesa e io sentivo tutto. Tutti i cittadini erano in pieno entusiasmo. Parlava anche Mussolini. lo ero un ragaz­zino, avevo dodici, tredici anni e stavo ad ascoltare. Sembrava che ci fosse una grande euforia.
Quando ero bambino, ero un balilla Il sabato pomeriggio biso­gnava avere la camicia nera, vestiti da balilla, con il fez, se no pren­devi due labbrate (anche se s’era ragazzini di sei, sette anni) e poi bisognava che te lo mettessi uguale. Poi si diventava avanguardisti per prepararsi a fare la guerra e via dicendo.
Sono entrato a lavorare al Pignone nell’Agosto del ’42. Ero pro­prio con il Maggi*. il Maggi era di Peretola ed era un attivista di par­tito. Ero con lui e anche con Bracci nello stesso reparto, il torpedificio, dove si montavano le torpedini antinave.
Ero quindi un ragazzo ma già proiettato e interessato nella sinistra.
Mi tenevano molto in considerazione. lo ero quello che riportava le notizie, dal fronte russo che sentivo alla radio, al Pignone: "Allora come vanno? L’Armata Rossa come va?" Per questo i compagni mi avevano soprannominato Tymosenko, che era il grande condottie­ro dell’Armata Sovietica. Il Bracci, il Maggi, il Vanni e tanti altri erano già tutti segnalati dai fascisti, come anche io. Siccome però ero un ra­gazzino se c’era da portare notizie e messaggi ai compagni (sempre verbalmente, mai con carta) andavo io.
Nel Marzo del ’43 si organizzò il grande sciopero`. S’andava a con­tattare i dipendenti, che per la stragrande maggioranza erano orien­tati a sinistra. Certamente c’erano anche i fascisti, che ci tenevano d’occhio e oltre tutto facevano la spia. L’ufficio del caporeparto e di altri (certamente tutti fascisti) erano in alto due metri e mezzo, tre metri dal reparto sicché dominavano tutto e vedevano tutto. Ti con­trollavano attimo per attimo.
Ci vollero parecchi giorni per organizzare il grande sciopero. Non mi ricordo la data precisa ma mi ricordo bene che era di Marzo. Fu organizzato in tutta Italia per dare volta al periodo fascista.
Fu all’inizio del pomeriggio, mi ricordo bene, che ci fermammo tutti. Vennero i militari per mandarci via, per buttarci fuori dallo sta­bilimento. Si doveva passare attraverso le mitragliatrici puntate su di noi. Ci frugarono tutti per vedere se s’aveva manifestini e via dicen­do. Però, è chiaro, tutto si faceva verbalmente e dunque uscimmo.
Poi andarono a casa a prendere i compagni più in vista: il Bracci (che fu mandato nei campi di sterminio ad Auschwitz e non tornò più), il Maggi (che si diede alla macchia e poi morì in un confronto di armi).
lo un par di labbrate le presi anche dopo questo fatto qua. Mi dis­sero i fascisti: "Te tu sei un ragazzo, però ricordati che sei tenuto d’oc­chio. La prima cosa che tu fai e anche per te c’è il campo di sterminio.
Di lì fu la volta in Italia al fascismo e da lì poi nacque la Resistenza. Molti andarono alla macchia, chi doveva andare militare andò alla macchia invece di andare alla guerra con i fascisti e i tedeschi e così nacque la Resistenza.
La Resistenza fu un periodo molto travagliato per il nostro paese, questo bisogna dirlo. Anche per noi che eravamo ragazzi il disagio era tremendo. Non c’era da mangiare. lo mi ricordo che al Pignone, per esempio, ci davano 100 grammi di pane per chi lavorava e basta al giorno. Sicché bisognava arrangiarsi. Poi davano un pochina di pasta, un pochino di riso per casa. Comunque la fame era tremenda.
Quando cadde il governo Mussolin , eravamo al cinematografo dal Tazzi, all’aperto. Tutt’a un tratto accendono le luci: "E’ caduto il governo! E’ caduto Mussolini!" Vi fu molto entusiasmo perché si dis­se: "Ora la guerra è finita!" Mi ricordo che la mattina dopo s’era tutti fuori e si fece un corteo. Si partì da Peretola, eravamo tanti, poi in centro a Firenze (sempre a piedi) s’arrivò fino al Galluzzo.
L’8 settembre fu uno sfascio completo. Tutti i militari abbandona­rono le armi e andarono via.
Dopo quattro o cinque giorni i tedeschi occuparono l’Italia. E lì cominciarono le stragi. Se ti vedevano ti mitragliavano, non c’era scher­zi da fare. Fu l’entusiasmo e poi la delusione.
Mi ricordo bene che proprio qui dove c’è ora la Casa del Popolo (allora c’erano tutti campi) lungo la strada tutti ammassati c’erano proiettili di cannone, a centinaia lungo la strada e c’era anche una cassa di bombe a mano. Noi, ragazzi incoscienti, si prese a fatica per darla ai partigiani. Sotto la strada c’erano dei canali, dei fognoni alti circa un metro e venti, un metro e trenta, belli larghi. Si portò sotto questa cassa a forza di strisciarla. Eravamo incoscienti perché se sal­tava una si saltava tutti per aria. Erano centinaia di bombe, non una.
Poi però quelle persone qui di fronte il giorno dopo chiamarono i carabinieri e le fecero portar via. Forse avevano paura che esplodes­se.
Un altro episodio è nel ’42 d’estate. Noi ragazzi si andava a fare il bagno nell’Arno all’Indiano. Si passava per la stazione [delle Cascine], si attraversava i binari. Un giorno si fece per andare su e c’erano le SS e tre vagoni fermi. Si sentiva fare dentro "Aiutoooo! Sete!" Si sen­tiva bambini piangere dentro. Erano gli Ebrei in tre vagoni piombati. C’era il filo spinato sulle feritoie e si vedevano le mani.
Si disse: "Bisogna portare da bere a questa gente." Si andò a pren­dere le bottiglie. Si disse: "Stiamo attenti ai tedeschi, alle SS." Avevano i mitra, ma in un momento di distrazione, un paio di bottiglie gli si passarono. Poi i tedeschi ci videro, cominciarono a spararci con i mitra e si scappò.
Era un caldo terribile. Questi vagoni li tennero 3 o 4 giorni fermi lì. Poi un giorno si ripassò e non c’erano più. Li avevano portati ai campi di sterminio.
Questo è un episodio che mi è rimasto nella mente, la tragedia di questa gente… di questi digraziati…
Saranno quel che saranno gli Ebrei ma io sarò sempre dalla loro parte dopo questo fatto. Chi ha visto queste cose, non può dimenti­care.
lo mi sono ritrovato ad un bombardamento al Pignone nel ’44. Quando suonavano le sirene, dovevamo ripararci in rifugi a triango­lo, dello spessore di più di un metro, che erano stati costruiti a cento, centocinquanta metri dagli stabilimenti. Però noi le più volte si scap­pava nei campi.
Quella volta che gli americani bombardarono, (non so se volevano bombardare il Pignone o la ferrovia) eravamo in una fossa. Una bom­ba mi cascò a cinque, sei metri. Fece una buca di un diametro di una decina di metri. Ci venne la terra addosso ma non ci successe nulla.
Mi ricordo anche che lì c’era un pecoraio che presero in pieno e c’erano decine di pecore sbranate. C’erano anche, sparse per una de­cina, anche cinquanta metri, una serie di monete da 5 lire d’argento che ci piovevano addosso. Avevano fatto due orci pieni che furono presi in pieno e volarono tutti. E’ quasi una barzelletta, ma è la verità!
Arrivammo al ’44 quando l’armata sovietica cominciò a sfondare. Mi ricordo che si sentiva alla radio tutti i giorni che i tedeschi erano accerchiati. Queste cose si sapevano perché si ascoltava Radio Londra se no eravamo all’oscuro.
Arrivarono i giorni dell’emergenza. Gli americani erano di là dall’Ar­no e al Mugnone, al Ponte alle Mosse. Noi di qua eravamo nella zona di nessuno. Brozzi e San Dannino li sfollarono e mandarono tutta la gente a Peretola. Era l’estate dei ’44, avevo 17 anni. Essendo zona di nessuno, nessuno ti dava da mangiare.
Si stette tre o quattro mesi in queste condizioni, non tre giorni.
Ci toccava arrangiarsi, andare nei campi (perché nei campi non c’era nessuno). I tedeschi avevano chiuso la via Pistoiese. Di là da quella, dalla ferrovia all’Arno era zona proibita a tutti. Però, siccome laggiù nei campi c’erano patate, uva e via dicendo, bisognava arran­giarsi. I tedeschi erano sulla ferrovia e ci mitragliavano.
Un pomeriggio, sempre in estate, si passò in una viottola che c’è ancora dove c’è la cabina e che porta alla ferrovia. Eravamo tre o quattro ragazzi. Avanti a me c’era Alvaro De Lilla (la sua cognata abi­ta a Petriolo ed è vecchia oggi). Tutt’a un tratto… bum! I tedeschi, che sapevano che si passava per quella viottola (dove eravamo pas­sati anche la mattina dei giorno stesso), avevano messo una mina an­tiuomo. Lui saltò per aria e io ero subito dietro ma non mi feci nulla. Lui era tutto sbranato, aveva tutte le budella fuori, le gambe tutte mozzate. Avevano fatto l’ospedale (diciamo "ospedale") dalle suore accanto a dove abito io ora. Però non c’avevano nulla, avevano un po’ di spirito e basta. Insomma questo ragazzo, urli, urli, urli, morì dissanguato dopo qualche ora a forza di urlare.
Due o tre giorni dopo, dove c’è l’ambulanza [A.V.S. Fratellanza Po­polare di Peretola] (ora c’è la strada ma prima c’era il fossetto e un cannetino), c’era un vialino stretto; si passò un pomeriggio (io ero il primo di questi ragazzi) e si vide venir fuori un paio di gambe con gli stivali. I tedeschi avevano preso uno, gli fecero fare la buca e poi lo mitragliarono, gli buttarono un paio di pale di terra addosso e rima­se con le gambe fuori. Mi ricordo che al cimitero avevano messo un elmetto e la scritta: "defunto ignoto" perché nessuno ha mai saputo chi fosse questa persona.
Mi ricordo anche, sempre nel44 (ormai la guerra i tedeschi l’aveva­no già persa), un pomeriggio (allora io abitavo in una corte in fondo a via di Peretola) ero nell’orto che dà dalla parte del fosso. Tutt’a un tratto un rumore e vedo centinaia e centinaia di fortezze volanti. Sa­ranno state due, trecento mica una. Oscuravano il cielo. Andavano al Nord a bombardare la Germania. Erano quadrimotori e il rumore era assordante. In Italia ormai non c’era artiglieria, non c’era nulla. Era chiaro che ormai era la fine.
Dopo qualche giorno, mi ricordo, cominciarono a minare il campo d’aviazione, a far saltare per aria gli aerei e i capannoni che erano lì. Poi si andava a prendere i bandoni. I primi giorni d’Agosto sulla casa mia cadde uno shrapne che fece una buca terribile. Sicché si mise i bandoni per coprire il tetto sfondato.
Otellino Bianchi*, che abitava accanto a me, con altri andò di là dell’Arno a chiamare gli americani e ci rimase. Alla fine si decisero, prima arrivarono i Neozelandesi coi carri armati e poi arrivarono gli americani.
Alla fine del ’43, inizio ’44, tutti i ragazzi sotto i 18 anni erano stati mandati via dal Pignone perché il fronte si avvicinava e non volevano responsabilità. Ci richiamarono dopo il passaggio della guerra, ma io sono rientrato nel ’47.
Ero andato, come tanti ragazzi, dagli americani allo stadio dove avevano fatto dei depositi di carburante. Ci davano da mangiare. I tedeschi erano ancora a Fiesole e lo stadio è proprio sotto. C’era un carro armato che ogni poco tirava cannonate, era come tirare ai pas­serotti. Un giorno presero il deposito e io ero dentro. Rimasi dentro tra la benzina incendiata. Dalla vita in giù ero tutto terzo grado. Un militare italiano si levò la giacca e mi avvolse. Sono stato più di tre anni senza camminare! Ne ho visti morire tanti. Quelli bruciati il 90% morivano. lo, nel male, ebbi fortuna.
A Careggi c’erano ancora i tedeschi. Al Giardino dei Semplici ave­vano fatto il cimitero e in una scuola lì vicino avevano fatto l’ospedale ma non avevano medicine. Tutte le mattine il dottore (mi ricordo che si chiamava Bianchi) mi asportava la pelle e metteva le bende sopra e passava l’alcool. Urlavo come un pazzo. Sono stato circa sei mesi in questo ospedale. Poi tornato a casa mi ci vollero altri due anni per camminare.
Un altro episodio quasi da ridere, ma purtroppo è sempre il dramma della guerra. Quando tornai dall’ospedale, non camminavo, ero a letto e avevo il tetto sfondato coperto con i bandoni. Tutte le sere alla stessa ora una talpa mi veniva sul letto: Iiiihh! Iiiihh!" Veniva a salutarmi e poi andava via. Tutte le sere. A raccontarlo vien da ridere.
Il mio babbo era morto nel ’42 per un’ulcera perforante. Avevo due sorelle già sposate. Un cognato era sul fronte balcanico e l’altro era in marina nei sommergibilisti a La Spezia, mi sembra. Una volta che il som­mergibile rientrò alla base, andò in congedo, si diede alla macchia e non tornò. Il giorno che doveva ripresentarsi, il suo sommergibile uscì fuori dalla rada e fu affondato e morirono tutti. Lui fu salvo. Lo presero e lo dovevano fucilare. Lo portarono al tribunale a La Spezia. Il comandante era fiorentino e invece di fucilarlo lo prese con sé come attendente.
La scelta da che parte stare era soggettiva. Non c’era un’organizza­zione capillare. Il fascismo era quello. Poi ognuno di noi si faceva un’idea delle cose. La stragrande maggioranza era contro il fascismo, però non potevi manifestarlo se no c’era il campo di sterminio. Le botte e le lab­brate vanno e vengono ma se ti mandavano via, non tornavi a casa.
Anche oggi, ognuno, dentro di sé, con il suo cervello ragiona e fa le sue scelte. Allora era lo stesso. In un periodo drammatico come quel­lo lì il fascismo era odiato dalla maggioranza degli Italiani… Dall’80 al 90% erano contrari al fascismo.
lo mi ricordo per esempio quell’imbecille di Maccherone che andò nelle brigate nere. Veniva in piazza di Peretola, allora dal Pollastri c’era il bar, e buttava le bombe a mano sul biliardo. "Via tutti! Ora fo come voglio io!" Bisognava tu andassi via, me lo ricordo come ora.
Lui lo faceva pubblicamente e in faccia. Altri erano più pericolosi. C’erano quelli invece che non vedevi ma che controllavano le perso­ne una per una. Una mattina venivano a casa e ti portavano via come fecero al tabaccaio Bruno Cecchi*. Il fatto è che lui le cose le diceva pubblicamente e a quell’epoca non si poteva. Finché s’era ragazzi potevi prendere qualche labbrata ma un uomo di una certa età… Poi i fascisti una mattina andarono a casa, lo portarono via al masso della Gonfolina e l’ammazzarono.
C’erano ricompense per chi faceva la spia. A Campi Bisenzio c’era un gobbo che era una spia dei fascisti. Subito dopo il passaggio della guerra, lo presero, lo misero ad un palo delle luce e gli "raddrizzaro­no" la spina e poi lo buttarono nei Bisenzio di sotto al ponte.
Oggi è un problema. Chi governa sono manovali, Renzi compreso, che fanno solo il gioco del grande padrone. Il potere non ce l’ha Ren­zi, non ce l’ha il governo, ce l’hanno i banchieri, i padroni del vapore. Son loro che decidono le sorti del mondo, i paesi che devono andare in guerra, quelli che non devono andare, quanti devono morire. Sono i padroni del vapore.
Prima c’era un’altra dignità, un’altra morale, oggi non c’è più nulla. E l’hanno voluto per imperare. li grande padronato ci manipola come vuole. Quando si degenera così in modo diffuso, poi direttamente o in­direttamente, ne subiamo tutti ma, diciamo, subiamo e ci adattiamo.
Però io non consiglio nessuno di vedere il futuro che sarà, perché
i
io vedo un grande futuro nero per i giovani e per le generazioni a venire. Purtroppo questo mi dispiace.
Che libertà è questa? C’è la libertà di fare quello che tu vuoi però fai quello che voglian loro. Siamo più schiavi di prima!
Un degradare passo, passo, indietro…
Quello che sarà domani non ve lo dico, perché io non ci sarò.
Note
Vittorio Maggi (1903 – 1944), dipendente della Pignone, antifascista e partigiano. Il 15 Agosto 1944 ritornò dalla montagna per riabbracciare la moglie incinta ma fu sorpreso da una pattuglia tedesca a pochi chilometri da casa che lo falciò con una scarica di mitraglia­trice.
Otello Bianchi (1896-1944) macellaio, antifascista condannato nel 1939 a tre anni di confino. Cadde durante la liberazione di Peretola in uno scontro con un nucleo tedesco presso la stazione delle Cascine.
Bruno Cecchi (S. Mauro a Signa 1896 — 30 aprile 1944) gestore di una tabaccheria nella piazza di Peretola, era un antifascista perseguitato dal regime più volte arrestato e portato a Villa Triste. Rimasto vedovo, viveva con le due figlie, Ardelia e Fiorita. Il 30 aprile fu prele­vato da casa dai fascisti, portato al Masso della Golfolina dove fu fucilato. Anche al fratello Guido toccò la stessa sorte nei pressi di Cervina.