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Luca Madrignani – Rastrellamenti e lotta in Lunigiana

Luca Madrignani

Rastrellamenti e lotta in Lunigiana

Ed ecco quello che accadde All’alba del 29 novembre 1944, nella Lunigiana interna, alcune staffette avvistarono un numero insolito di soldati nemici che si apprestavano a risalire le colline fosdinovesi, lungo la direttrice della “Spolverina” (la statale che collega l’Alta Lunigiana con Carrara e Massa). Intanto, nella bassa Val di Magra, i tedeschi stavano formando un cordone di lunghezza inimmaginabile, che lungo la Via Aurelia si dispiegava da S. Stefano Magra fino ai confini con Carrara: l’accerchiamento era compiuto. I comandi della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini” diramarono immediatamente l’ordine di “sganciamento” a piccoli gruppi, poiché in tal modo sarebbe stato più facile sottrarsi all’accanimento nemico. «Se si fosse trattato di un normale attacco, avremmo reagito diversamente», dice Paolino Ranieri “Andrea”, Commissario Politico di Brigata, «ma così non c’erano vie di scampo. Allora abbiamo deciso che io e il Vice Comandante “Walter”, Flavio Bertone, ci saremmo fermati sul posto con pochi uomini, mentre il Comandante “Federico”, Piero Galantini, avrebbe guidato i distaccamenti verso l’unica direzione possibile». Sotto i fitti bombardamenti tedeschi, provenienti dai fortini militari di Punta Bianca e Bocca di Magra, quasi tutta la Brigata si riversò nella V al d’Isolone, soprattutto nel paese di Gignago, territorio che in quel momento era controllato capillarmente dall’«Ubaldo Cheirasco» di “Orti”. «Gignago – racconta quest’ultimo – fino al 29 novembre era considerato una fortezza inespugnabile. Avevamo diffuso la voce che il territorio circostante fosse minato, mentre facevamo esplodere dei semplici petardi». Per tutta la notte “Orti”, coi suoi uomini più fidati, ingaggiò col nemico una feroce battaglia fatta di colpi di mortaio, bombe al plastico tirate a mano, MG 42 Maschine Gewehr, mentre da Gignago transitavano centinaia di uomini in fuga. Le speranze di salvezza erano sostanzialmente due: trovare un rifugio che garantisse sicurezza per diversi giorni; sfuggire all’accerchiamento incamminandosi verso la Linea Gotica, lungo la quale da diversi mesi si era attestato il fronte di avanzamento degli eserciti alleati.

La prima scelta fu praticata soprattutto dai civili, alcuni sfruttando delle vere e proprie “tane” preparate da tempo in previsione di un attacco del genere, altri inventandosi qualcosa lì per lì. C’è chi ha passato giornate intere dentro una botte sotterrata mentre la moglie, facendo finta di tagliare dell’erba, gli portava informazioni sui movimenti del nemico. Altri avevano scavato dei fossati attorno alla propria casa, lunghi abbastanza per accogliere decine di persone. Rifugi preparati da tempo, per una vita nella clandestinità, «che era terribile» dice Nella Marchini, che passò quella notte a cuocere frittelle per i partigiani che passavano dalla sua casa, «ma dalla quale, senza l’aiuto delle spie, non avrebbero tirato fuori nessuno».

La Brigata Garibaldi “Gino Menconi”, che era di Carrara, aveva a disposizione le cave di marmo delle

Alpi Apuane, un territorio che se durante l’anno costituiva un problema per gli approvvigionamenti

(«qui c’era solo marmo e il marmo non si mangia mica!», dice Anna Maria Vignolini, staffetta, in un’intervista conservata presso il Museo Multimediale della Resistenza di Fosdinovo), in frangenti come questo garantiva l’impenetrabilità di fronte a qualsiasi tipo di attacco. Tanto che Ernesto Carpini, “Lo Spezzino”, decise di fermarsi da solo con la sua MG 42 nei pressi di Codena, ad aspettare l’arrivo dei tedeschi. Tenne la postazione per ore, consentendo ai compagni che poco prima erano con lui di incamminarsi verso le cave. Poi, come forse anche lui si aspettava quando prese quella decisione, fu sopraffatto ed ucciso dai nemici. Ad avviarsi verso i “territori liberati” fu, invece, il grosso della Brigata Garibaldi “Ugo Muccini”, che era di Sarzana e se prima del rastrellamento contava quasi mille uomini dopo dovette ripartire da poche decine. Turiddo Tusini, “Volga”, ricorda le guide ad aspettarli ad Antona, l’attraversamento del passo dell’Altissimo con la neve e il terreno minato, i mortai tedeschi che li bersagliavano. «Giunti fuori dal loro tiro, trovammo dei soldati neri americani che, dopo averci frugato, ci caricarono su un carro bestiame, diretti nei centri di raccolta profughi».

Bruno Brizzi, “Nino”, il 29 novembre non era sul territorio, tornò il 2 dicembre per trovare la sua gente allo sbando, ma anche per continuare le sue azioni notturne in compagnia dell’amico “Carlin”, Nello Masetti.

«Ci vestivamo da tedeschi, con vestiti presi ai nemici catturati, poi andavamo a fare puntate fin sull’Aurelia. Eravamo in giro così ogni notte. Roba da farsi ammazzare!». Intanto, tra i civili, si stava consumando l’altro aspetto, l’altra tragedia del rastrellamento: i catturati, dopo essere stati radunati, venivano scelti in base all’età e alle condizioni di salute; per chi superava questa prima selezione, c’era l’ex colonia “Italo Balbo” di Marinella trasformata per l’occasione in centro di permanenza temporaneo; da lì, se non si veniva giudicati fin troppo giovani da un tedesco o da una Brgata Nera (ma era un rischio remoto, dato che i quindicenni erano già arruolati), si ripartiva alla volta di Genova dove, una volta caricati su carri bestiame, si veniva spediti in Germania, a Turkheim, nei pressi di Monaco e di Dachau, per diventare la nuova forza lavoro del Terzo Reich.

Guglielmo Pucci all’epoca aveva sedici anni, era di Massa e aveva dovuto sfollare nella Val d’Isolone. Ricorda ancora quando, nella piazza centrale di Castelnuovo Magra, durante la prima selezione lo separarono da suo padre, e ricorda i vani tentativi di sua madre per convincere le guardie della “Italo Balbo” a rilasciarlo, perché troppo giovane. Avrebbe fatto ritorno a casa soltanto nel giugno del ’45. Il 29 novembre 1944 segnò una svolta per la Resistenza apuana e lunigianese. Ripresasi dal trauma, durante l’inverno la “Muccini” cominciò a ricostituirsi «riallacciando i rapporti con la popolazione, recuperando chi era andato a nascondersi e trovando nuove leve per sostituire chi aveva superato il fronte», spiega Paolo Ambrosini, “Gurj”, uno dei pochi a fermarsi, «il tutto sotto la guida del nostro nuovo Comandante “Walter”». «Sembrava che tutto fosse finito, invece poi scoprimmo che non tutto era finito», fa ancora in tempo a dire “Volga” prima che Wanda Bianchi, “Sonia” il suo nome da staffetta, chiuda così: «Mio padre mi diceva che non dovevo perdermi d’ani-

mo – vedrai che ce la facciamo – continuava a ripetermi. Io, per la verità, dopo il rastrellamento mi ero

un po’ persa. Il giorno dopo, però, quando sono tornata ai monti ho visto che qualcuno c’era ancora, e che

stavano cercando di riorganizzarsi. Allora ho pensato che forse aveva ragione lui. Certo, la lotta dopo è diventata più dura, i rastrellamenti erano sempre più frequenti e le Brigate Nere … chi prendevano … li massacravano sempre di più. Però, alla fine, ce l’abbiamo fatta». È con queste parole che termina “Un popolo alla macchia”, iniziato con quelle di un messaggio speciale di Radio Londra che esortava il popolo italiano a tener duro, poiché per quanto potesse esser difficile la situazione ne sarebbe uscito certamente vittorioso. Parole che, come quelle di “Sonia”, contengono il senso di tutto il film 1944/2004.

Tratto da

Patria Indipendente

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Luca Madrignani Rastrellamenti e lotta in Lunigiana

Luca Madrignani
Rastrellamenti e lotta in Lunigiana
Il 29 novembre, da settant’anni, è una data particolare per gran parte della zona lunigianese e apuana: un territorio difficile da descrivere sia dal punto di vista amministrativo, a cavallo tra le province di La Spezia (Liguria) e Massa Carrara (To­scana), sia dal punto di vista morfologico, essendo al contempo pianeggiante (la Val di Magra), collinare (Fosdinovo, Castel­nuovo e tutti i borghi compresi tra le città di Sarzana e Carrara) e montuoso (le Alpi Apuane).
Un territorio difficile anche da gestire e controllare, tanto che in questo i tedeschi e i fascisti dovettero applicare capillarmen­te e scientificamente tutte quelle tecniche, dalla rappresaglia al rastrellamento, dal­l’eccidio alla strage, tese all’annientamento delle Brigate partigiane e della popolazio­ne civile che le sosteneva.
Al 29 novembre, negli ultimi settant’anni, sono state intitolate strade e monumenti. Ogni anno, dal 1944, viene ricordato con una commemorazione cui partecipano tut­ti i protagonisti della Resistenza, che han­no scelto questa data per ricordare il più grande rastrellamento compiuto dalle truppe nazi-fasciste nella zona. Un’azione che, in realtà, si protrasse ben oltre quella singola giornata, concludendosi a Massa circa una settimana dopo e per la quale furono impiegati migliaia di soldati della Wehrmacht (sempre condotti dalle Brigate Nere locali).
L’obiettivo primario era quello di distrug­gere le due Brigate Garibaldi operanti sul territorio, la "Ugo Muccini" e la "Gino Menconi", e la "II Carrara" di ispirazione azionista. Un rastrellamento, quindi, cer­tamente studiato da tempo e, probabil­mente, favorito dalla situazione in cui si trovavano in quel momento le formazioni partigiane, che dal 13 novembre erano sta­te formalmente invitate a sospendere l’atti­vità dal generale Alexander.
Quest’anno anche il ricordo si è protratto ben oltre la singola giornata. Il 29 novem­bre è stato il momento delle celebrazioni, con il consueto ritrovo nei pressi del paese di Caprognano, dove si trova il cip­po con incisi i nomi di otto giovani caduti della formazione "Ubaldo Cheirasco", da­vanti al quale il loro Comandante Lido Galletto, "Orti", si è fermato per ricordare e raccontare il suo e il loro 29 novembre. Poi il raduno e la manifestazione al Parco della Resistenza di Caniparola dove, con il sindaco di Fosdinovo Dino Bologna e il Consigliere regionale Anna Annunziata, protagonisti intervengono i protagonisti di allora, tra cui il Vice Comandante della Divisione "Coduri", Italo Fico. Basta un rapido giro tra la folla per capire che, registratore alla mano, ci sarebbe un patrimonio orale pronto ad essere raccolto, e che in parte ora comincia ad esserlo.
Il giorno precedente, infatti, era stata inaugurata, con la presenza dell’Onorevo­le Valdo Spini, la mostra "Un popolo alla macchia. 29 novembre 194412004», realiz­zata dall’Associazione "Archivi della Resi­stenza – Circolo Edoardo Bassignani" in collaborazione con l’Associazione "Supra­luna" e i comuni di Castelnuovo Magra e Fosdinovo, rappresentati dal Sindaco Mar-zio Favini e dall’Assessore Marco Marchi­ni. Veniva anche riproposto in continua­zione un documentario, firmato dalla regia di Andrea Castagna.
Il film, della durata di un’ora, è stato co­struito sulle interviste raccolte nelle settimane precedenti con 24 protagoni­sti di allora: staffette, Comandanti, Commissari
CommissaPolitici, collaboratori e semplici civili compongono il qua­dro dell’opera come sessant’anni fa componevano quello della guerra di Liberazione, e rendono chiara la perfetta integrazione che c’era, su questo territorio, tra la sua compo­nente armata e quella civile.
Ferdinando De Leoni, Presidente onorario dell’ANPI nazionale, tor­nato dopo sessant’anni sui luoghi che attraversò, da partigiano, pro­prio nel periodo del rastrellamento, ha ricordato nel corso della presen­tazione che uno storico ha il dovere, al contrario del giudice, di tenere aperto il caso, rivisitarlo continua­mente per scoprirne nuovi aspetti. Le microstorie di queste 24 persone sembrano la concretizzazione di quest’auspicio. Con la cornice delle splendide fotografie, in gran parte inedite e fornite dagli stessi intervi­stati, per tutta la settimana centinaia di persone, scuole comprese, hanno ascoltato i racconti dei loro nonni, padri e compagni  .
Ed ecco quello che accadde
All’alba del 29 novembre 1944, nel­la Lunigiana interna, alcune staffette avvistarono un numero insolito di soldati nemici che si apprestavano a risalire le colline fosdinovesi, lungo la direttrice della "Spolverini" (la statale che collega l’Alta Lunigiana con Carrara e Massa). Intanto, nella bassa Val di Magra, i tedeschi stavano formando un cordone di lun­ghezza inimmaginabile, che lungo la Via Aurelia si dispiegava da S. Ste­fano Magra fino ai confini con Car­rara: l’accerchiamento era compiu­to. I comandi della Brigata Garibal­di "Ugo Muccini" diramarono im­mediatamente l’ordine di "sgancia­mento" a piccoli gruppi, poiché in tal modo sarebbe stato più facile sottrarsi all’accanimento nemico. «Se si fosse trattato di un normale attacco, avremmo reagito diversa­mente», dice Paolino Ranieri "An­drea", Commissario Politico di Bri­gata, «ma così non c’erano vie di scampo. Allora abbiamo deciso che io e il Vice Comandante "Walter", Flavio Bertone, ci saremmo fermati sul posto con pochi uomini, mentre il Comandante "Federico", Piero Galantina, avrebbe guidato i distac­camenti verso l’unica direzione pos­sibile».
Sotto i fitti bombardamenti tede­schi, provenienti dal fortini militari di Punta Bianca e Bocca di Magra, quasi tutta la Brigata si riversò nella Val d’Isolone, soprattutto nel paese di Gignago, territorio che in quel momento era controllato capillar­mente dall’«Ubaldo Cheirasco» di "Orti". «Gignago – racconta que­st’ultimo – fino al 29 novembre era considerato una fortezza inespugna­bile. Avevamo diffuso la voce che il territorio circostante fosse minato, mentre facevamo esplodere dei sem­plici petardi».
Per tutta la notte "Orti", coi suoi uomini più fidati, ingaggiò col ne­mico una feroce battaglia fatta di colpi di mortaio, bombe al plastico tirate a mano, MG 42 Maschine Ge­wehr, mentre da Gignago transita­vano centinaia di uomini in fuga.
Le speranze di salvezza erano so­stanzialmente due: trovare un rifu­gio che garantisse sicurezza per di­versi giorni; sfuggire all’accerchia­mento incamminandosi verso la Li­nea Gotica, lungo la quale da diver­si mesi si era attestato il fronte di avanzamento degli eserciti alleati.
La prima scelta fu praticata soprat­tutto dai civili, alcuni sfruttando delle vere e proprie "tane" prepara­te da tempo in previsione di un at­tacco del genere, altri inventandosi qualcosa lì per lì. C’è chi ha passato giornate intere dentro una botte sotterrata mentre la moglie, facendo finta di tagliare dell’erba, gli portava informazioni sui movimenti del ne­mico. Altri avevano scavato dei fos­sati attorno alla propria casa, lunghi abbastanza per accogliere decine di persone. Rifugi preparati da tempo, per una vita nella clandestinità, «che era terribile» dice Nella Macchini, che passò quella notte a cuocere frittelle per i partigiani che passava­no dalla sua casa, «ma dalla quale, senza l’aiuto delle spie, non avreb­bero tirato fuori nessuno».
La Brigata Garibaldi "Gino Menco­ni", che era di Carrara, aveva a di­sposizione le cave di marmo delle Alpi Apuane, un territorio che se durante l’anno costituiva un problema per gli approvvigionamenti («qui c’era solo marmo e il marmo non si mangia mica!», dice Anna Maria Vignolini, staffetta, in un’in­tervista conservata presso il Museo Multimediale della Resistenza di Fosdinovo), in frangenti come que­sto garantiva l’impenetrabilità di fronte a qualsiasi tipo di attacco. Tanto che Ernesto Carpini, "Lo Spezzino", decise di fermarsi da so­lo con la sua MG 42 nei pressi di Codena, ad aspettare l’arrivo dei te­deschi. Tenne la postazione per ore, consentendo ai compagni che poco prima erano con lui di incamminarsi verso le cave. Poi, come forse anche lui si aspettava quando prese quella decisione, fu sopraffatto ed ucciso dai nemici.
Ad avviarsi verso i "territori liberati" fu, invece, il grosso della Brigata Garibaldi "Ugo Muccini", che era di Sarzana e se prima del rastrella­mento contava quasi mille uomini dopo dovette ripartire da poche de­cine. Turiddo Tusini, "Volga", ri­corda le guide ad aspettarli ad Anto­na, l’attraversamento del passo del­l’Altissimo con la neve e il terreno minato, i mortai tedeschi che li ber­sagliavano. «Giunti fuori dal loro ti­ro, trovammo dei soldati neri ameri­cani che, dopo averci frugato, ci ca­ricarono su un carro bestiame, di­retti nei centri di raccolta profughi». Bruno Brizzi, "Nino", il 29 novem­bre non era sul territorio, tornò il 2 dicembre per trovare la sua gente al­lo sbando, ma anche per continuare le sue azioni notturne in compagnia dell’amico "Carlin", Nello Masetti. «Ci vestivamo da tedeschi, con ve­stiti presi ai nemici catturati, poi an­davamo a fare puntate fin sull’Aure­lia. Eravamo in giro così ogni notte. Roba da farsi ammazzare!».
Intanto, tra i civili, si stava consumando l’altro aspetto, l’altra trage­dia del rastrellamento: i catturati, dopo essere stati radunati, venivano scelti in base all’età e alle condizioni di salute; per chi superava questa prima selezione, c’era l’ex colonia "Italo Balbo" di Marinella trasfor­mata per l’occasione in centro di permanenza temporaneo; da E, se non si veniva giudicati fin troppo giovani da un tedesco o da una Bri­gata Nera (ma era un rischio remo­to, dato che i quindicenni erano già arruolati), si ripartiva alla volta di Genova dove, una volta caricati su carri bestiame, si veniva spediti in Germania, a Turkheim, nei pressi di Monaco e di Dachau, per diventare la nuova forza lavoro del Terzo Reich.
Guglielmo Pucci all’epoca aveva sedici anni, era di Massa e aveva do­vuto sfollare nella Val d’Isolone. Ri­corda ancora quando, nella piazza centrale di Castelnuovo Magra, du­rante la prima selezione lo separaro­no da suo padre, e ricorda i vani tentativi di sua madre per convince­re le guardie della "Italo Balbo" a rilasciarlo, perché troppo giovane. Avrebbe fatto ritorno a casa soltan­to nel giugno del ’45.
Il 29 novembre 1944 segnò una svolta per la Resistenza apuana e lu­nigianese.
Ripresasi dal trauma, durante l’inverno la "Muccini" cominciò a rico­stituirsi «riallacciando i rapporti con la popolazione, recuperando chi era andato a nascondersi e trovando nuove leve per sostituire chi aveva superato il fronte», spiega Paolo Ambrosini, "Gurj", uno dei pochi a fermarsi, «il tutto sotto la guida del nostro nuovo Comandante "Walter"».
«Sembrava che tutto fosse finito, in­vece poi scoprimmo che non tutto era finito», fa ancora in tempo a di­re "Volga" prima che Wanda Bian­chi, "Sonia" il suo nome da staffet­ta, chiuda così: «Mio padre mi dice­va che non dovevo perdermi d’ani­mo – vedrai che ce la facciamo –continuava a ripetermi. Io, per la ve­rità, dopo il rastrellamento mi ero un po’ persa. Il giorno dopo, però, quando sono tornata ai monti ho vi­sto che qualcuno c’era ancora, e che stavano cercando di riorganizzarsi. Allora ho pensato che forse aveva ragione lui. Certo, la lotta dopo è diventata più dura, i rastrellamenti erano sempre più frequenti e le Bri­gate Nere … chi prendevano … li massacravano sempre di più. Però, alla fine, ce l’abbiamo fatta».
È con queste parole che termina "Un popolo alla macchia’, iniziato con quelle di un messaggio speciale di Radio Londra che esortava il po­polo italiano a tener duro, poiché per quanto potesse esser difficile. la situazione ne sarebbe uscito certa­mente vittorioso.
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Patria Indipendente

Nel Valdarno partigiano La macchina non parte: scontro con i nazisti di Francesco Lelmi

Patria indipendente

pergamena libertà

Nel Valdarno partigiano

La macchina non parte:

scontro con i nazisti

di

Francesco Lelmi

“Cecco

Dev’essere stato un inferno quella sera a S. Maria.

Quando la staffetta giunse al comando partigiano per segnalare che vi erano delle armi da recuperare a Bruscosa, si decise di mandare “Cecco” a preparare l’azione. “Cecco”, il giovane marinaio antifascista che da poco tempo si era trasferito a San Giovanni e per questo sconosciuto ai fascisti locali. Quando scendeva dalla montagna e si metteva il vestito a doppio petto che teneva in serbo dal contadino di sotto, sembrava un altro.

L’appuntamento era per le 21,00 al ponte sull’Arno, ma Oliviero, il “Cocco”, quando c’era da fare contro i tedeschi e i fascisti aveva sempre furia; il suo entusiasmo era dovuto sì al suo antifascismo, ma molto dipendeva dalla dura lezione che a suo tempo gli avevano impartito i fascisti quando l’avevano arrestato, e solo Dio sa come aveva fatto ad uscirne vivo. Per questo la macchina della pattuglia partigiana arrivò all’appuntamento con mezz’ora di anticipo.

Aveva una storia quella Peugeot a sei posti, vanto dell’industria francese, nonostante le

svastiche e le insegne del comando nazista che gli rattristavano l’aspetto, era veramente una bella macchina. “Cecco” la riconobbe subito. Pensò che probabilmente i tedeschi (prima che la prendessero i partigiani della “Sinigaglia” con a bordo un colonnello e un maggiore della Whermacht con una stazione radio, più carte geografiche inerenti la linea difensiva Gotica) l’avevano presa a qualche ricco signore. “Cecco” ricordò che i due alti ufficiali erano stati scambiati con degli ostaggi in mano ai tedeschi. La macchina ora era lì sul ponte, ma quante scorribande per le strade del Valdarno e quante raffiche di mitra contro le colonne tedesche! Valeva un bel po’ quell’automobile; su di essa vi era una taglia di 500.000 lire, qualcosa come 50 milioni di oggi. Un volo in Arno di tutta la complessa segnaletica stradale scritta in tedesco e via, verso Bruscosa.

Il cielo era nero e si preparava una grossa tempesta; alla luce dei lampi che si facevano strada nel buio della notte, fra le prime gocciole d’acqua, si potevano intravedere i

partigiani di pattuglia. “Ragù”, un francese, era al volante con l’immancabile rivoltella dall’enorme tamburo ed una grossa bomba anticarro alla cintola. Anche gli altri: il “Cocco”, “Cecco”, “l’Arrapato”, “Dario”, “Memo”, “l’inglese”, “Annibale” il sudafricano, erano armati chi con lo Sten, chi con lo Schmeisser, la “machinepistole”, chi con il 91, chi con la Beretta.

Il “Cocco”, “Annibale” e “Memo”, nel loro travestimento da ufficiali tedeschi, spiccavano fra gli altri per le loro greche e i gradi.

Al ponte di S. Maria la strada si fa più stretta: da una parte un torrente colmo d’acqua, a monte una scarpata e i campi verdi verso la fattoria. La macchina dei partigiani avanzava alla fioca luce dei fanali schermati quando improvvisamente un segnale ondeggiante indicò la presenza di un posto di blocco tedesco. “Ragù” fermò la macchina ed il motore si spense. Il “Cocco”, con addosso l’impermeabile da ufficiale nazista, scese per rendersi conto dell’ostacolo. Imprevedibilmente, una colonna di SS della Hermann Goering si era

accampata da poche ore nella zona. Gli automezzi bloccavano la strada. Una sentinella salutò il “Cocco” sull’attenti. Questi tornò verso la macchina per riferire. Si decise di tornare indietro. Un cenno a “Ragù” che capisce ed aziona subito la messa in moto, ma invano. 1, 2, 3, 10 volte… le batterie sono scariche.

I partigiani scendono provando a mettere in moto a spinta, mentre la sentinella rivolge alcune parole ai partigiani in uniforme tedesca, ma questi non capiscono e la ignorano. La macchina entra finalmente in moto ma è troppo tardi e la sentinella, insospettita, sta gridando l’allarme. Lo scontro è inevitabile. È difficile dire cosa avvenne in quei pochi ma lunghissimi istanti: i tedeschi accorrono da tutte le parti, si accende una mischia furibonda, sparano all’impazzata, ma a causa della macchina con le insegne tedesche e dei partigiani travestiti hanno le idee confuse. I partigiani invece riconoscono bene chi è il nemico e dopo aver esaurito le munizioni si sganciano eclissandosi nella notte tempestosa. Alcuni si gettano nel torrente in piena e si lasciano trasportare a valle dalla corrente, gli altri si lanciano tra i campi.

Gli sfollati alla Badiola, soprastante S. Maria, parleranno dopo di una notte d’inferno, di centinaia di raffiche di mitra, del terrore dei tedeschi per i partigiani e dei tentativi di rappresaglia. Tre tedeschi restano uccisi nel combattimento e molti altri feriti. I partigiani nel giro di tre giorni rientrano tutti alla loro base.

Questo è il bilancio di un’azione che ha del romanzesco. I superstiti si ritrovano, parlano della più spericolata azione partigiana fino allora mai fatta. “Ragù” riceve le congratulazioni mentre era in corso il combattimento lui aveva continuato imperterrito a guidare a marcia indietro prima di dover abbandonare la macchina. Il “Cocco” è stato il più impegnato ed è anche il più malconcio; è stato colpito al torace con il calcio di un fucile, il che gli ha procurato una terribile contusione che lo farà soffrire per molti anni e che sarà in futuro causa della sua morte.

Una domanda corre alla mente. Come fecero i partigiani e in particolare gli stranieri ad orientarsi, a sfuggire alle maglie dei rastrellamenti e a tornare in formazione? Furono aiutati, nascosti e sfamati dagli abitanti della zona che, pur sapendo quale sorte avrebbero subito se fossero stati scoperti dai fascisti, non esitarono a dare tutto il loro aiuto ed an-

che a rischiare la loro vita per la causa della libertà.

È questo il motivo più forte del successo della Resistenza. Una grande comunione di intenti, le stesse speranze, gli uguali propositi dei partigiani e di tutto il popolo per scacciare i nazifascisti, per creare per tutti un avvenire migliore. I tedeschi ed i fascisti sapevano e capivano quanto fosse per loro pericolosa la grande solidarietà che legava i partigiani al popolo e fecero di tutto perché questa solidarietà venisse a mancare.

I miserandi, efferati, barbari delitti, le stragi come quella di Castelnuovo e di Meleto, non trovano una giustificazione se non si ricollegano all’opposizione dei lavoratori del Valdarno al sorgere del fascismo. Come il glorioso affermarsi della Resistenza è stato possibile grazie al contributo di tutto il popolo, degli alleati, dei partigiani anche stranieri, così i delitti dei nazifascisti sono stati una barbara e feroce reazione di fronte alla ostilità mostrata nei loro confronti dal popolo italiano.

La presa di Monterotondo Marittimo

La presa di Monterotondo Marittimo

di Giovanni Baldini, 27-9-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Il mattino del 10 giugno 1944 a Monterotondo Marittimo un grosso gruppo di partigiani della III Brigata Garibaldi entrò in paese e disarmò la Guardia Repubblicana.

L’intento era di forzare il Consorzio Agrario e distribuire le scorte alla popolazione.

L’azione era stata pianificata con largo anticipo e aveva l’appoggio di tutta la popolazione del paese: i carabinieri si erano da tempo messi a disposizione della brigata partigiana e gli abitanti avevano cucito e regalato ai partigiani delle camice rosse. I partigiani distribuirono volantini di saluto ma dopo uno scontro fra una pattuglia e un automezzo tedesco il progetto di restituire l’ammasso dei viveri ai civili venne fermato e cominciò un’opera di fortificazione.

Vennero abbattuti alberi sulle strade e furono scavate fosse di protezione. Difatti nel corso della mattina le SS si riavvicinarono in forze, si trattava di SS italiane, ovvero truppa volontaria italiana con ufficiali tedeschi (la colonna motocorazzata faceva parte di un’operazione più ampia con centro a Castelnuovo Val di Cecina e che nei giorni successivi giorni coinvolgerà tragicamente anche la miniera di Niccioleta). Dopo un primo attacco a sorpresa dei partigiani i soldati delle SS assediarono il paese con mortai e mitragliatrici pesanti.

I partigiani ingaggiarono battaglia e riuscirono a resistere per alcune ore dando così il modo alla popolazione di disperdersi nella campagna e infine si ritirarono nel primo pomeriggio lasciando cinque caduti e portando con se numerosi feriti.

Il tenente Alfredo Gallistru, che aveva organizzato le strategie difensive, venne gravemente ferito e trasportato nascosto in un carro di paglia fino al vicino podere di Piaggia al Tufo. Le cure di un medico russo, prigioniero dei tedeschi poi riuscito a fuggire, non riuscirono però a salvarlo.

Anche i nazifascisti ebbero numerose perdite.

All’ingresso in paese i tedeschi incontrarono pochissime persone, essenzialmente anziani, e non procedettero a ritorsioni. Ma la strana mitezza rientra con tutta probabilità nel piano preordinato di rimanere nella zona per del tempo e farne una base di spedizioni antipartigiane.

Giovanni Baldini – La presa di Monterotondo Marittimo

La presa di Monterotondo Marittimo

di Giovanni Baldini, 27-9-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.

Il mattino del 10 giugno 1944 a Monterotondo Marittimo un grosso gruppo di partigiani della III Brigata Garibaldi entrò in paese e disarmò la Guardia Repubblicana.

L’intento era di forzare il Consorzio Agrario e distribuire le scorte alla popolazione.

L’azione era stata pianificata con largo anticipo e aveva l’appoggio di tutta la popolazione del paese: i carabinieri si erano da tempo messi a disposizione della brigata partigiana e gli abitanti avevano cucito e regalato ai partigiani delle camice rosse. I partigiani distribuirono volantini di saluto ma dopo uno scontro fra una pattuglia e un automezzo tedesco il progetto di restituire l’ammasso dei viveri ai civili venne fermato e cominciò un’opera di fortificazione.

Vennero abbattuti alberi sulle strade e furono scavate fosse di protezione. Difatti nel corso della mattina le SS si riavvicinarono in forze, si trattava di SS italiane, ovvero truppa volontaria italiana con ufficiali tedeschi (la colonna motocorazzata faceva parte di un’operazione più ampia con centro a Castelnuovo Val di Cecina e che nei giorni successivi giorni coinvolgerà tragicamente anche la miniera di Niccioleta). Dopo un primo attacco a sorpresa dei partigiani i soldati delle SS assediarono il paese con mortai e mitragliatrici pesanti.

I partigiani ingaggiarono battaglia e riuscirono a resistere per alcune ore dando così il modo alla popolazione di disperdersi nella campagna e infine si ritirarono nel primo pomeriggio lasciando cinque caduti e portando con se numerosi feriti.

Il tenente Alfredo Gallistru, che aveva organizzato le strategie difensive, venne gravemente ferito e trasportato nascosto in un carro di paglia fino al vicino podere di Piaggia al Tufo. Le cure di un medico russo, prigioniero dei tedeschi poi riuscito a fuggire, non riuscirono però a salvarlo.

Anche i nazifascisti ebbero numerose perdite.

All’ingresso in paese i tedeschi incontrarono pochissime persone, essenzialmente anziani, e non procedettero a ritorsioni. Ma la strana mitezza rientra con tutta probabilità nel piano preordinato di rimanere nella zona per del tempo e farne una base di spedizioni antipartigiane.

La morte del giovane “Boscaglia”

La morte del giovane "Boscaglia"
di Giovanni Baldini, 27-9-2004, Creative Commons – Attribuzione 3.0.
Questa storia si svolge nel comune di Montieri (GR).

La mattina dell’8 maggio 1944 la squadra della XXIII Brigata Garibaldi comandata da Marcello Vecchioni venne inviata a sabotare le linee elettriche e telefoniche per disturbare l’azione del nemico.

Dopo aver fatto saltare un traliccio dell’alta tensione ed avere interrotto i cavi del telefono i partigiani vennero a sorpresa ingaggiati da militi fascisti. Nello scontro a fuoco furono gravemente feriti il giovane Guido Radi, detto "Boscaglia", e Alvaro Betti, detto "Ciocco".
Guido Radi venne dapprima colpito alle gambe e impossibilitato alla fuga. Raggiunto dai fascisti venne accerchiato e gli fu imposto di rivelare i nomi dei compagni, per risposta esplose l’ultimo colpo del moschetto sui fascisti e questi lo finirono.

La squadra partigiana rientrò velocemente alla base e "Ciocco" venne affidato alle cure del medico partigiano Giorgio Stoppa, ma non riuscì a salvarlo: morì alle 4 del mattino del giorno successivo.
Il corpo di Guido Radi venne sepolto sul posto dello scontro dai fascisti, successivamente però i tedeschi recuperarono il cadavere e lo straziarono nel trasporto verso Massa Marittima.
Il nome "Boscaglia" verrà successivamente ripreso dalla 23° Brigata, cui apparteneva Radi, che continuò a operare fra le province di Pisa, Siena e Grosseto per tutta la durata della guerra.

Rappresaglie di San Giustino

Rappresaglie di San Giustino
di David Irdani, 24-4-2010,
Questa storia si svolge nel comune di Loro Ciuffenna (AR).
Sul Pratomagno operavano alcune compagnie della Brigata “Lanciotto” dislocata in diverse zone del territorio. Una di queste aveva la sua base in località Roveraia ed un’altra nella zona a monte del paese di Anciolina.
Nei primi giorni di Luglio 1944, un nutrito gruppo di partigiani si recò in località San Giustino con l’intento di andare a rifornirsi di cibo in un ammasso pubblico per il grano e l’olio.
L’azione fu rapida e curata in ogni particolare. A fine azione fu deciso di lasciare le porte aperte del deposito per dare modo alla popolazione di prendere anche loro del cibo per le proprie necessità. Al termine dell’azione, quando i partigiani stavano rientrando sul Pratomagno, ci fu uno scontro a fuoco con un piccolo gruppo di soldati tedeschi incrociato casualmente sulla via. Due soldati (di nazionalità polacca) furono uccisi. La reazione del comando tedesco non si fece attendere, e il 3 Luglio, in località La grotta, furono fucilati per rappresaglia 6 civili. Ma la scia di sangue non si fermò. La notte fra il 5 e il 6 Luglio, sulla strada fra Castiglioni e San Giustino, un camion cisterna tedesco carico di benzina, esplose causando l’uccisione dell’equipaggio formato da 4 soldati tedeschi.
Pensando che l’ordigno fosse stato piazzato dai Partigiani, il Comando tedesco, che aveva occupato la fattoria del Borro e ne aveva fatto propria la base, ordinò di prelevare dal paese di San Giustino alcuni uomini e ne ordinò la fucilazione nei pressi del fiume Oreno. I cittadini uomini “prescelti” caricati sui camion furono 32. solo uno si salvò (Piero Sottani) fingendosi morto sotto i corpi degli altri 31 fucilati. Solo nei giorni successivi, le donne del paese poterono dare giusta sepoltura a quei corpi.
Per molti decenni, questo avvenimento, ha diviso la comunità locale, tra chi vedeva nell’azione partigiana un pretesto da dare ai tedeschi per l’uccisione di massa. Solo negli anni ’90, con la fruizione pubblica dei registri di guerra inglesi, la vicenda fu in parte chiarita;
In realtà a piazzare la mina sulla strada furono gli “alleati” (Caporale inglese Bos ed i tenenti francesi Pape e Condler) impegnati in azioni di sabotaggio ad alcuni tralicci telefonici.
Una curiosità emersa dai carteggi (War Office 204/11484) è che il sopradescritto gruppo di sabotatori non doveva trovarsi a Castiglion Fibocchi ma a Castiglion Fiorentino. Fu un errore dell’equipaggio dell’aereo a paracadutare i militari alleati in questa zona. Lo stesso comune di Loro Ciuffena ha porto le scuse ai partigiani locali (che sempre avevano denunciato l’estraneità dei fatti) perchè più volte negli opuscoli rievocativi dell’eccidio aveva accreditato loro la responsabilità, anche indiretta, della morte dei propri cittadini.

La macchina non parte: scontro con i nazisti

I diari, le storie, le memorie
Nel Valdarno partigiano
La macchina non parte: scontro con i nazisti

Dev’essere stato un inferno quella sera a S. Maria. Quando la staffetta giunse al comando partigiano per segnalare che vi erano delle armi da recuperare a Bruscosa, si decise di mandare “Cecco” a preparare l’azione.
“Cecco”, il giovane marinaio antifascista che da poco tempo si era trasferito a San Giovanni e per questo sconosciuto ai fascisti locali. Quando scendeva dalla montagna e si metteva il vestito a doppio petto che teneva in serbo dal contadino di sotto, sembrava un altro.
L’appuntamento era per le 21,00 al ponte sull’Arno, ma Oliviero, il “Cocco”, quando c’era da fare contro i tedeschi e i fascisti aveva sempre furia; il suo entusiasmo era dovuto sì al suo antifascismo, ma molto dipendeva dalla dura lezione che a suo tempo gli avevano impartito i fascisti quando l’avevano arrestato, e solo Dio sa come aveva fatto ad uscirne vivo. Per questo
la macchina della pattuglia partigiana arrivò all’appuntamento con mezz’ora di anticipo.
Aveva una storia quella Peugeot a sei posti, vanto dell’industria francese, nonostante le
svastiche e le insegne del comando nazista che gli rattristavano l’aspetto, era veramente
una bella macchina. “Cecco” la riconobbe subito. Pensò che probabilmente i tedeschi (prima che la prendessero i partigiani della “Sinigaglia” con a bordo un colonnello e un maggiore della Whermacht con una stazione radio, più carte geografiche inerenti la linea difensiva Gotica)
l’avevano presa a qualche ricco signore.
“Cecco” ricordò che i due alti ufficiali erano stati scambiati con degli ostaggi in mano ai tedeschi. La macchina ora era lì sul ponte, ma quante scorribande per le strade del Valdarno e quante raffiche di mitra contro le colonne tedesche! Valeva un bel po’ quell’automobile; su di essa vi
era una taglia di 500.000 lire, qualcosa come 50 milioni di oggi. Un volo in Arno di tutta la complessa segnaletica stradale scritta in tedesco e via, verso Bruscosa.
Il cielo era nero e si preparava una grossa tempesta; alla luce dei lampi che si facevano
strada nel buio della notte, fra le prime gocciole d’acqua, si potevano intravedere i partigiani di pattuglia. “Ragù”, un francese, era al volante con l’immancabile rivoltella dall’enorme tamburo ed una grossa bomba anticarro alla cintola. Anche gli altri: il “Cocco”, “Cecco”, “l’Arrapato”,
“Dario”, “Memo”, “l’inglese”, “Annibale” il sudafricano, erano armati chi con lo Sten, chi con lo Schmeisser, la “machinepistole”, chi con il 91, chi con la Beretta.
Il “Cocco”, “Annibale” e “Memo”, nel loro travestimento da ufficiali tedeschi, spiccavano fra gli altri per le loro greche e i gradi.
Al ponte di S. Maria la strada si fa più stretta: da una parte un torrente colmo d’acqua, a monte una scarpata e i campi verdi verso la fattoria. La macchina dei partigiani avanzava alla fioca luce dei fanali schermati quando improvvisamente un segnale ondeggiante indicò la presenza di un posto di blocco tedesco. “Ragù” fermò la macchina ed il motore si spense. Il “Cocco”, con addosso l’impermeabile da ufficiale nazista, scese per rendersi conto dell’ostacolo. Imprevedibilmente, una colonna di SS della Hermann Goering si era accampata da poche ore nella zona. Gli automezzi bloccavano la strada. Una sentinella salutò il “Cocco” sull’attenti. Questi tornò verso la macchina per riferire. Si decise di tornare indietro. Un cenno a “Ragù” che capisce ed aziona subito la
messa in moto, ma invano. 1, 2, 3, 10 volte… le batterie sono scariche.
I partigiani scendono provando a mettere in moto a spinta, mentre la sentinella rivolge alcune parole ai partigiani in uniforme tedesca, ma questi non capiscono e la ignorano. La macchina entra finalmente in moto ma è troppo tardi e la sentinella, insospettita, sta gridando l’allarme. Lo scontro è inevitabile. È difficile dire cosa avvenne in quei pochi ma lunghissimi istanti: i tedeschi accorrono da tutte le parti, si accende una mischia furibonda, sparano all’impazzata, ma a causa della macchina con le insegne tedesche e dei partigiani travestiti hanno le idee confuse. I partigiani invece riconoscono bene chi è il nemico e dopo aver esaurito le munizioni si
sganciano eclissandosi nella notte tempestosa.
Alcuni si gettano nel torrente in piena e si lasciano trasportare a valle dalla corrente, gli altri si
lanciano tra i campi. Gli sfollati alla Badiola, soprastante S. Maria, parleranno dopo di una
notte d’inferno, di centinaia di raffiche di mitra, del terrore dei tedeschi per i partigiani e dei tentativi di rappresaglia.
Tre tedeschi restano uccisi nel combattimento e molti altri feriti. I partigiani nel giro di tre
giorni rientrano tutti alla loro base.
Questo è il bilancio di un’azione che ha del romanzesco. I superstiti si ritrovano, parlano della più spericolata azione partigiana fino allora mai fatta. “Ragù” riceve le congratulazioni mentre era in corso il combattimento lui aveva continuato imperterrito a guidare a marcia indietro prima di dover abbandonare la macchina. Il “Cocco” è stato il più impegnato ed è anche il più malconcio;
è stato colpito al torace con il calcio di un fucile, il che gli ha procurato una terribile contusione che lo farà soffrire per molti anni e che sarà in futuro causa della sua morte.
Una domanda corre alla mente. Come fecero i partigiani e in particolare gli stranieri ad orientarsi, a sfuggire alle maglie dei rastrellamenti e a tornare in formazione? Furono aiutati,
nascosti e sfamati dagli abitanti della zona che, pur sapendo quale sorte avrebbero subito se fossero stati scoperti dai fascisti, non esitarono a dare tutto il loro aiuto ed anche a rischiare la loro vita per la causa della libertà.
È questo il motivo più forte del successo della Resistenza. Una grande comunione di intenti, le stesse speranze, gli uguali propositi dei partigiani e di tutto il popolo per scacciare i nazifascisti, per creare per tutti un avvenire migliore. I tedeschi ed i fascisti sapevano e capivano quanto fosse per loro pericolosa la grande solidarietà che legava i partigiani al popolo e fecero di tutto perché questa solidarietà venisse a mancare.
I miserandi, efferati, barbari delitti, le stragi come quella di Castelnuovo e di Meleto, non trovano una giustificazione se non si ricollegano all’opposizione dei lavoratori del Valdarno al sorgere del fascismo. Come il glorioso affermarsi della Resistenza è stato possibile grazie al contributo
di tutto il popolo, degli alleati, dei partigiani anche stranieri, così i delitti dei nazifascisti sono stati una barbara e feroce reazione di fronte alla ostilità mostrata nei loro confronti dal popolo italiano.

Tratto da
patria indipendente l 22 maggio 2005

La famiglia Einstein

La famiglia Einstein
di Paolo Chiti, 10-4-2008, Tutti i Diritti Riservati.
Questa storia si svolge nel comune di Rignano sull’Arno (FI).
Era l’estate del 1944 e tedeschi battevano in ritirata per attestarsi sulle rive dell’Arno.

Anche alla villa del Focardo si vivevano giorni di apprensione: l’ingegner Robert Einstein, ebreo e cugino del famoso fisico Albert Einstein, convinto dagli amici si era nascosto nei boschi limitrofi, lasciando alla villa la moglie Cesarina Mazzetti e le due figlie, Anna Maria detta "Cici" e sua sorella Luce.

Il giorno 3 agosto alla villa si attestò un reggimento dell’esercito tedesco. Alla fine di una giornata che li aveva visti mangiare e bere senza sosta, due militari chiesero della famiglia Einstein, si presentarono sette donne: la moglie dell’ingegner Einstein con le due figlie, che all’epoca dei fatti hanno 58, 27 e 18 anni; le due sorelle Mazzetti, nipoti degli Einstein, da tempo ospiti alla villa dopo essere rimaste orfane; oltre ad una signora francese con la figlia, amiche di famiglia.

Chiesti i nomi presero le prime tre portandole in una stanza della villa, venne inscenato una specie di processo dopo il quale la moglie venne portata ai confini del bosco per chiamare il marito, che i tedeschi immaginavano nei dintorni.

L’ingegnere, convinto dai partigiani che si trattava di un tranello, restò nel bosco.

Invece la moglie venne riportata nella villa e dopo poco risuonò il crepitio dei mitra, poi i soldati lasciarono la villa, incendiandola.
Neanche otto ore dopo gli alleati giungevano alla villa.

Robert Einstein dal quel giorno non si riprese più.

Decise di farla finita il 13 luglio dell’anno successivo, giorno dell’anniversario di matrimonio, distrutto dal dolore e deluso perché i responsabili non erano stati trovati, si ritirò nella stessa sala del martirio e ingerendo del veleno si uccise.

Nel 1962 esce il libro autobiografico "Il Cielo Cade" di Lorenza Mazzetti, una delle due nipoti prima citate, che ripercorre i giorni della tragedia.

Da questo libro l’omonimo film del 2000, dei fratelli Andrea e Antonio Frazzi.

Lo scontro alla “Casa del Pastore”

“per dignità, non per odio”
Scontro alla "casa del Pastore"
di Alessandro Bargellini, 29-4-2006, Tutti i Diritti Riservati.
Questa storia si svolge nel comune di Bagno a Ripoli (FI).
La notte tra l’1 ed il 2 agosto 1944 cinque partigiani della XXII/bis Brigata Garibaldi "A. Sinigaglia", agli ordini di "Greco", si recano da un contadino poco lontano da Montisoni per ritirare della farina.

La zona è ancora occupata dai tedeschi ed occorre muoversi con prudenza, inoltre, per essere più agevolati nel trasporto e per correre minor rischio nel caso di un "fermo", hanno lasciato le proprie armi nell’accampamento.

Sulla strada del ritorno, alla casa detta "del Pecoraio" o "del Pastore" nei pressi di Lonchio, la pattuglia è sorpresa da una compagnia tedesca in fase di ripiegamento. Sono circa le 1:00 del 2/8/1944 e si accende una breve sparatoria. Solo tre partigiani riescono a scampare all’agguato: "Greco" (probabilmente da identificarsi in Emilio Morandi) si salva dai colpi grazie al sacco di farina che tiene sulle spalle.
Emilio Martini ("Balena", nato a Greve in Chianti il 15/3/1922, caposquadra, coniugato) cade ucciso colpito al ventre da una raffica sparatagli a bruciapelo e Ivo Lazzeri ("Giannetto", nato a Firenze il 15/8/1920), che chiudeva la fila, viene considerato disperso.
"Greco" raggiunge la base partigiana ed avvisa i compagni dell’accaduto.
Così, sul far del giorno, Angiolo Gracci ("Gracco"), comandante la Brigata, Mario Spinella ("Parabellum") ed altri garibaldini si portano sul luogo per raccogliere il corpo di "Balena". Qui giunti trovano due donne, visibilmente provate, a cui chiedono dove sono i loro compagni. Ma gli viene indicato solamente dove si trova il caduto: in un campo, sotto la scarpata della strada, vicino al proprio sacco di farina.
Dopo aver sostato in raccoglimento dinanzi al compagno ucciso, i partigiani prendono una porta scardinata, vi depongono il cadavere e lo seppelliscono in un vicino boschetto, segnandone la fossa con una croce di legno. Ne hanno prelevato il portafoglio e gli scarponi, preziosissimi, che saranno donati ad un compagno bisognoso: Aldo Fagioli ("Fagiolo"). Poi, a "Gracco" e agli altri non resta che rientrare all’accampamento con il sacco di farina impregnato del sangue di "Balena". Anche Lazzeri, sebbene non si abbiano al momento notizie su di lui, viene considerato caduto.
Il 3/8/1947, nei pressi della villa di Lonchio, in Via Rimaggina, sarà inaugurato un monumento ai caduti partigiani della zona di Fonte Santa, tra cui "Balena" e "Giannetto", eseguito da Osvaldo Fantini e Stelvio Botta.

Il monumento odierno è un recente restauro-rifacimento.