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Prospero Duc

per la libertà

Per la Libertà

Nel nome di Dio

Prospero Duc

Valle d’Aosta

Nato a Chatillon (Aosta) il 1° gennaio 1915, assassinato a Chésallet (Aosta) il 19 aprile 1945, sacerdote.

Don Prospero aveva svolto la sua opera pastorale nel piccolo villaggio di Chésallet, oggi frazione di Sarre, a quei tempi ancora incorporato nel comune di Aosta. Conosceva uno ad uno i suoi parrocchiani, anche se qualcuno, nella chiesa di Sant’Eustachio, lo vedeva soltanto in occasione della festa del Patrono. Durante la Resistenza, particolarmente attiva nella zona, aveva stretto, naturalmente, i legami con i suoi giovani paesani. Molti si erano dati alla lotta armata, altri avevano semplicemente scelto di darsi alla macchia. Pochi giorni prima della Liberazione, don Prospero Duc seppe che i fascisti di Aosta avevano catturato una ventina di giovani, tra i quali molti del suo villaggio: li trattenevano come ostaggi, con l’evidente intenzione di trucidarli. Don Prospero si precipitò presso i vari Comandi, implorando la scarcerazione degli arrestati. Ciò gli attirò l’odio della Brigata Nera, resa più feroce dalla consapevolezza della fine imminente. Il 19 aprile alcuni militi bussarono alla porta della casa parrocchiale. Andò ad aprire Rosy, la sorella del prete. Facendosene scudo, i fascisti irruppero nella parrocchia e senza dir parola abbatterono il sacerdote a raffiche di mitra.

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Mons. Giuseppe Maria Palatucci

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Nel nome di Dio

Mons. Giuseppe Maria Palatucci

Nato a Montella (Avellino) il 25 aprile 1892, deceduto a Campagna (Salerno) il 31 marzo 1961, vescovo,

Medaglia d’oro al merito civile alla memoria.

Accolto nel 1906 dai frati francescani di Ravello, nel 1912 conseguiva la laurea in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. A ventitré anni, il 22 maggio 1915, l’ordinazione a sacerdote a Montella e, lo stesso giorno, la partenza per il fronte. Dopo la guerra nuova laurea in teologia, seguita da tre anni di insegnamento nel suo Ordine, e quindi il rettorato nel Collegio francescano di Ravello. Eletto vescovo della diocesi di Campagna, tra le più povere del Sud, ebbe modo di manifestare appieno il suo spirito umanitario quando, nel giugno del 1940, il regime fascista fece allestire nella zona due campi di concentramento per ebrei. Il vescovo aveva un nipote, Giovanni Palatucci, funzionario di polizia a Fiume. Si accordarono per far affluire a Campagna i perseguitati, che Giovanni non riusciva a far espatriare. Così molti poterono salvarsi. Nel dopoguerra, padre Palatucci si oppose con molta determinazione al Fronte popolare, ma il suo comportamento altruistico (quando morì, fu un problema persino trovargli vestiti adatti alla cerimonia funebre), lo fece rimpiangere anche dagli avversari politici. Alla memoria del vescovo francescano, il 25 aprile 2007, il Presidente della Repubblica ha assegnato il massimo riconoscimento al merito civile.

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Luigia Maria Pucheria

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Nel nome di Dio

Luigia Maria Pucheria

Nata a Saonara (Padova) il 7 settembre 1898, morta a Ravensbruck nella primavera del 1945, suora laica.

Faceva parte della Compagnia di Sant’Orsola e aveva accettato con convinzione l’invito di Fra’ Placido Cortese a collaborare alla "rete di solidarietà", da lui organizzata a Padova. Luigia Maria si dedicò soprattutto ai prigionieri inglesi fuggiti dal campo di Saonara (per i quali i nazifascisti avevano posto una taglia di 1.800 lire per evaso) e si fece aiutare anche dai suoi famigliari, soprattutto dalla nipote sedicenne, Delfina Borgato. Le due donne furono tradite da un individuo, che si era spacciato per un prigioniero fuggito dal campo. Arrestate, Luigia Maria e Delfina finirono in due distinti Lager. Delfina riuscì a sopravvivere; la zia fu eliminata.

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Giacomo Leone Ossola

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Giacomo Leone Ossola

Nato a Vallo di Caluso (Torino) il 12 maggio 1887, deceduto a Brescia il 17 ottobre 1951,  frate cappuccino.

Di famiglia modestissima, a dieci anni fu mandato nel "Collegio Serafico" di Sommariva Bosco. Compì poi il noviziato a Racconigi, studi teologici a Busca e Revello sino  a Torino nel 1909. Laureatosi in Lettere e Filosofia, si dedicò all’insegnamento in provincia di Cuneo sino a che, nel 1919, fu chiamato a ricoprire l’incarico di vicesegretario generale dell’Ordine dei Cappuccini. Nel 1922, Ossola era a Roma, al governo patriarcale della Basilica di San Lorenzo in Verano, che lasciò nel 1937 allorché Pio XI lo consacrò vescovo e lo nominò vicario apostolico per la Missione Galla. Padre Ossola restò in Etiopia sino al 1943, quando Pio XII lo richiamò in Italia e lo nominò, in seguito alla morte del vescovo di Novara, Amministratore apostolico della Diocesi novarese. L’incarico fu affidato a Monsignor Ossola pochi giorni dopo la costituzione della Repubblichetta di Salò, ma il prelato, non essendo "vescovo residenziale", non dovette prestare giuramento al governo della RSI. Giunto tuttavia a Novara con la nomea di fascista (per le opere che col finanziamento del regime aveva realizzato in Africa), Monsignor Ossola, nei diciotto mesi che videro imperversare nel Novarese tedeschi e fascisti, seppe guadagnarsi l’appellativo di "vescovo dei partigiani", grazie al suo comportamento in difesa delle popolazioni della Diocesi. Molto importante fu poi l’opera di mediazione che il prelato seppe svolgere durante le trattative che portarono alla resa dei nazifascisti e alla liberazione di Novara. Nel dopoguerra, per questa ragione, l’amministrazione comunale ha proclamato Giacomo Leone Ossola – nominato vescovo di Novara il 9 settembre 1945 – Defensor Civitatis.Ossola, gravemente malato, rinunciò nel 1950 all’incarico di vescovo di Novara (la città lo ricorda ora con un monumento) e, poco prima della morte, Pio XII lo innalzò alla dignità arcivescovile di Geropoli di Frigia, in Siria.

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Fra’ Placido Cortese

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Fra’ Placido Cortese
Nato a Cherso (Quarnaro) il 7 marzo 1907, morto a Trieste nel novembre del 1944,
frate francescano.
Il 29 gennaio 2002, al Vescovado di Trieste, è cominciato il "processo di beatificazione", postulatore padre Tito Magnani, di Fra’ Placido Cortese, morto sotto tortura in una cella della Gestapo a Trieste e probabilmente cremato nella Risiera di San Sabba. Viene così sollevata la coltre di silenzio che per quasi sessant’anni ha gravato su una luminosa figura della Resistenza. Nel 1937 Fra’ Placido era giunto a Padova per dirigervi il "Messaggero di Sant’Antonio". Proprio dagli editoriali del giornale di quei tempi si capisce che il giovane religioso era perfettamente "allineato": invettive contro la "Russia comunista", appoggio ai fascisti spagnoli. Nel 1942 Frate Placido è incaricato dell’assistenza religiosa ai civili sloveni internati nel campo di Chiesanuova. Non lo fa volentieri, convinto che fossero tutti "partigiani comunisti", ma proprio in questa attività, non si sa come e quando e per quali passaggi, matura il cambiamento del frate francescano. Dopo l’8 settembre 1943, Frate Placido diventa il motore di un’organizzazione che tiene contatti con gli Alleati – le ricetrasmittenti sono nascoste all’Antonianum -, organizza la fuga di prigionieri americani, mette in salvo ebrei destinati ai campi di sterminio, fornisce di documenti falsi gli uomini delle Resistenza. Gli occupanti tedeschi sospettano; sospetta anche il "provinciale", che prospetta al frate la possibilità di tornarsene al sicuro a Cherso. Ma Fra’ Placido resta a Padova sino a quando, l’8 ottobre 1944, tradito da due doppiogiochisti, non viene prelevato fuori della Basilica del Santo e sparisce. Dai suoi confratelli nient’altro che una "denuncia di scomparsa", mentre Fra’ Placido nelle mani della Gestapo subisce il martirio, senza dire un solo nome dei suoi collaboratori. Ora, finalmente, il "processo di beatificazione", dopo che per anni i suoi confratelli sembravano averlo "cancellato", nonostante le medaglie e i riconoscimenti del generale Alexander, del presidente cecoslovacco Benes, benché una via fosse stata dedicata a Placido Cortese nel dopoguerra a Padova.
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Fra’ David Maria Turoldo

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Fra’ David Maria Turoldo
Nato a Coderno di Sedegliano (Udine) il 22 novembre 1916, deceduto a Fontanella di Sotto il monte (Bergamo) il 6 febbraio 1992, frate dell’Ordine dei Servi di Maria e partigiano.
È stato un punto di riferimento dell’opposizione cattolica al nazifascismo. Con l’amico Camillo De Piaz, aveva partecipato alla Resistenza e con lui aveva lavorato alla pubblicazione, durante l’occupazione nazifascista, del foglio clandestino L’Uomo. Anche padre Turoldo, alla cui nascita era stato imposto il nome di Giuseppe, nel dopoguerra fu fondatore e animatore della "Corsia dei Servi" che, presso il Convento di San Carlo svolse a Milano un’intensa attività culturale. Questa valse nel 1957, a lui e al suo amico, l’intervento del Sant’Uffizio e l’allontanamento dal capoluogo lombardo, dove nel 1946 si era laureato in Filosofia. Fra’ Turoldo è stato attivo nel 1955 a Firenze e nel 1964, trasferitosi a Sotto il Monte, vi è restato sino alla morte, avvenuta dopo quattro anni di sofferenze.
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Don Primo Mazzolari

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Don Primo Mazzolari

Nato a Boschetto (Cremona) il 12 novembre 1890, deceduto all’ospedale di Cremona il 12 aprile 1959, sacerdote e scrittore.

Di famiglia contadina, Primo Mazzolari fu consacrato sacerdote nell’agosto del 1914. Dopo una breve esperienza pastorale, come coadiutore dei parroci di Spinadesco e Boschetto, allo scoppio della Prima guerra mondiale, fu mobilitato come soldato di Sanità. All’ospedale militare di Cremona rimase poco perché, su sua richiesta, fu mandato in prima linea come cappellano. Tornò nel Cremonese soltanto nel 1921, dopo aver seguito, in conseguenza dell’armistizio, il Corpo di spedizione italiano in Alta Slesia. Tra la poverissima popolazione bracciantile della riva sinistra del Po, don Primo si prese cura d’anime (in gran parte socialiste), a Bozzolo e poi a Cicognara. Ebbe così modo di assistere alle scorribande squadristiche delle bande fasciste di Roberto Farinacci e divenne, ben presto, quello che è stato definito "un prete scomodo": rifiutò di esporre il tricolore in occasione della marcia su Roma; respinse il pressante invito a cantare il "Te Deum!" in chiesa, quando Mussolini sfuggì all’attentato del 1925; non volle partecipare alla farsa elettorale del 1929. La sua coerenza civile e religiosa valse a don Mazzolari un grande prestigio tra la popolazione, la simpatia dei democratici, non poche incomprensioni tra i confratelli e, soprattutto, l’odio dei fascisti. Questi – oltre a sollecitare l’invio al confino, per le sue prediche e per i suoi articoli giornalistici, di colui che, sino alla morte, sarebbe stato, dal 1929, il parroco di Bozzolo – giunsero a prendere a rivoltellate la canonica. Don Primo dovette vedersela anche con il Santo Ufficio, che lo sospese dalla celebrazione della Messa e dalla predicazione, quando, dopo la pubblicazione di La più bella avventura, una riflessione sul Figliol prodigo che è stata definita una "teologia ecumenica", uscì nel 1935 il libro del sacerdote, intitolato Impegno con Cristo. Don Primo Mazzolari teorizzava una "rivoluzione cristiana" in una convivenza secondo giustizia, nella quale doveva realizzarsi l’egualitarismo economico. Con tali idee, dopo l’8 settembre del 1943, il sacerdote partecipò attivamente alla lotta di liberazione, portandovi quei giovani che erano cresciuti al suo fianco. Finì per essere arrestato dalla polizia, ma venne rilasciato. Visse in clandestinità fino al 25 aprile del 1945, sottraendosi ai fascisti che avevano deciso di eliminarlo, come avevano fatto ventidue anni prima, nel Ferrarese, le squadre di Italo Balbo con il suo amico don Giovanni Minzoni. Dopo la Liberazione l’ANPI di Cremona riconobbe al sacerdote, a pieno titolo, la qualifica di partigiano. Nei mesi in cui visse nascosto, don Primo, con altri testi per alimentare la Resistenza, ebbe modo di scrivere La rivoluzione cristiana, un libro nel quale erano tracciate le grandi linee che avrebbero dovuto guidare l’impegno cristiano nell’Italia democratica. Con la riacquistata libertà, don Primo Mazzolari cominciò a lavorare a fianco della Democrazia cristiana divenendo, dopo il 18 aprile del 1948, la coscienza critica del partito cattolico. Nel 1949 iniziarono le pubblicazioni di Adesso, un giornale progettato da don Mazzolari per dare spazio alle "avanguardie cristiane". Il foglio ebbe non pochi problemi, sia con i governanti sia con le gerarchie ecclesiastiche; lo si accusò anche di essere finanziato dai comunisti. Ma quando don Primo riuscì, nonostante gli ostacoli frapposti da alcuni personaggi di Curia, ad incontrare il Papa, Giovanni XXIII lo ricevette molto calorosamente, appellandolo "tromba dello Spirito Santo".

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Don Pasquino Borghi

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Don Pasquino Borghi

Nato a Bibbiano (Reggio Emilia) nel 1903, fucilato a Reggio Emilia il 30 gennaio 1944, sacerdote,

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Don Pasquino, quel 21 gennaio del 1944, mentre scendeva da Tapignola a Villa Minozzo, dove era stato richiesto per una predica, non immaginava che non avrebbe mai più rivisto la sua parrocchia. Non si allarmò nemmeno quando incrociò un gruppo di una ventina di militi fascisti. Non pensava che fossero diretti verso la sua canonica. Credeva nessuno sapesse che, proprio nella parrocchia, don Pasquino nascondeva un buon numero di prigionieri alleati. Invece qualcuno aveva intuito e aveva fatto la spia.
Così, proprio mentre il sacerdote arrivava a Villa Minozzo per la predica, i fascisti giungevano a Tapignola e bussavano alla porta della canonica. Andò ad aprire un cugino del parroco che nulla sapeva. I militi entrarono e cominciarono la perquisizione. Ispezionarono il pianterreno e le stanze del piano superiore senza trovare nulla. Stavano per andarsene, quando un vano in fondo al corridoio li incuriosì. Si avvicinarono e furono accolti da un lancio di bombe a mano, che li indusse alla fuga. Ma ormai avevano avuto la conferma della fondatezza della segnalazione e si ricordarono di quel prete che avevano incrociato lungo la strada.
Don Pasquino Borghi fu rintracciato nella serata a Villa Minozzo e subito arrestato. Non era stato per caso che il sacerdote, dopo l’armistizio, per prima cosa si era dato ad aiutare i prigionieri alleati: conosceva bene l’inglese, che aveva imparato in sette anni da missionario nell’allora Sudan anglo-egiziano.
Era tornato in Italia nel 1940 ed aveva retto prima la parrocchia di Canolo (Correggio), poi quella di Coriano (Villa Minozzo) e infine, per pochi mesi, proprio quella di Tapignola. Sinceramente democratico, subito dopo l’8 settembre, si era messo a disposizione del CLN provinciale di Reggio Emilia, diventando un prezioso collaboratore e un partigiano combattente. Era stato in contatto, proprio per l’assistenza ai prigionieri, anche con i
fratelli Cervi.
Dopo l’arresto, di questi suoi rapporti con la Resistenza non disse nulla, nonostante le torture. I fascisti lo fucilarono, con altri otto patrioti, dieci giorni dopo la cattura

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Don Paolo Liggeri

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Don Paolo Liggeri

Nato ad Augusta (Siracusa) il 12 agosto 1911, deceduto a Milano il 3 settembre 1996, sacerdote.

Nel gennaio del 1935, a Milano, era stato ordinato sacerdote. Nel settembre del ’43, dopo i bombardamenti che avevano colpito il capoluogo lombardo, don Liggeri organizza, in via Mercalli, un centro di assistenza sociale chiamato "La casa". Simbolo dell’iniziativa: due colombi che cercano rifugio a ridosso, appunto, di una casa. Ma don Paolo non si limita ad assistere coloro che avevano avuto distrutta la propria abitazione; a poco a poco si aggiunge anche l’ospitalità offerta ai perseguitati politici e razziali e, in collegamento con Radio Vaticana, la registrazione e l’inoltro di messaggi ai familiari di militari prigionieri o dispersi. È stato calcolato che da "La casa" siano stati trasmessi (fungeva da antenna della trasmittente clandestina un filo che pendeva da un parafulmine), oltre 172.000 messaggi. Il 24 marzo don Liggeri finisce nelle mani dei fascisti e per lui, dopo una sosta nel carcere di San Vittore, comincia la trafila campo di Fossoli, campo di Bolzano, lager di Mauthausen, di Gusen, di nuovo di Mauthausen e, infine, lager di Dachau. Liberato dalle truppe americane il 29 aprile 1945, il sacerdote torna in Italia e riprende la sua opera a "La casa". Al tempo stesso pensa alla creazione di quello che, nel 1948, diventerà il primo Consultorio familiare prematrimoniale e matrimoniale costituito in Italia. Il Consultorio, nel 1977, sarà accreditato dalla Regione Lombardia per ottenere, nel 2001, l’autorizzazione ad operare sul territorio dell’ASL Città di Milano. Nel 1970, per incarico del prefetto di Milano, don Liggeri divenne presidente dell’Opera Cardinal Ferrari, presidenza che il sacerdote avrebbe mantenuto sino alla morte. Appena rientrato dai Lager della Germania, don Liggeri scrisse un libro sulla sua esperienza di deportato: Triangolo rosso. Dalle carceri di San Vittore ai campi di concentramento e di eliminazione di Fossoli, Bolzano, Mauthausen, Gusen, Dachau. Marzo 1944 – maggio 1945, pubblicato dall’Istituto "La casa" in diverse edizioni. Nel 1998, per le Edizioni Paoline, Giuliana Pelucchi ha pubblicato su don Paolo Liggeri il libro Un prete per la famiglia.

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Don Paolino Daglia

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Don Paolino Daglia

Nato a Santa Maria di Curino (Vercelli) nel 1876, morto a Biella il 2 aprile 1945, sacerdote.

Parroco di Flecchia (Vercelli), durante la Guerra di liberazione sostenne la Resistenza, sino al punto di mettere la propria casa a completa disposizione del comando della XII Divisione Garibaldi "Nedo Pajetta". In seguito ad una spiata, il 16 febbraio del 1945 don Paolino fu arrestato dai fascisti, che lo portarono prima a Masserano e poi a Vercelli. Qui il sacerdote fu sottoposto a brutali torture, ma i suoi seviziatori non riuscirono a carpirgli informazioni di sorta. Lo trasportarono quindi nella carceri Nuove di Torino. Rilasciato per l’intervento dell’arcivescovo monsignor Fossati, don Paolino, per le percosse ricevute, morì alcune settimane dopo all’ospedale di Biella.

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