Archivi categoria: Poesie di Libertà

Jaroslav Seifert – Canzone sulla guerra

Jaroslav Seifert
Canzone sulla guerra

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare così rapidamente
come invecchiano le armi.
*
La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi
*
Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!
*
E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio
*
come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità
*
Ma noi – e questa speranza
Possiamo ancora un attimo
Ancora un breve attimo
Possiamo riflettere
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Beppe Chierici e Daysi Lumini – Il condannato a morte

Beppe Chierici e Daysi Lumini

Il condannato a morte

Il consiglio di guerra
su due piedi sentenziò
E ad essere fucilato
ahimè mi condannò
*
Legato e a spintoni
sulla piazza fui portà
Dai miei commilitoni
Il plotone era formà
*
Voi che foste i miei fratelli
Vi hanno fatto diventar
I miei boia ma vi perdono
Non mi fate più aspettar
*
Il mio corpo crivellato
Nella polvere cadrà
Questa lettera al mio amore
Fate avere per pietà
*
Con gran cura e diligenza
Queste righe scrivo a te
Per le strade di Provenza
Ora andrai senza di me
*
L’anello che ti diedi
No non sfoggiarlo più
A un altro amore chiedi
La mia gioventù

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Anonimo – Coro dei superstiti

Anonimo
Coro dei superstiti

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
*
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
*
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Beppe Clerici e Daisy – Eravamo tre compagni

Beppe Clerici e Daisy

Eravamo tre compagni

*

Eravamo tre compagni

e partimmo un dì soldà

eravamo tre compagni

e partimmo un dì soldà

*

il più vecchio andò in Olanda

in Piemonte l’altro andò

e io che ero giovanetto

mi arruolai con i dragon

*

però prima di partire

noi andammo a salutar

però prima di partire

noi andammo a salutar

*

con un bacio le ragazze

che piangevano per noi

e tra tutte Giuseppina

disperata mi abbracciò

*

su non piangere la bella

fra sett’anni tornerò

su non piangere la bella

fra sett’anni tornerò

*

quando finirà la guerra

nei paesi dove andrò

avrò fatto anche fortuna

e mia sposa ti farò

*

ti farai la tua fortuna

con un colpo di cannon

ti farai la tua fortuna

con un colpo di cannon

*

che ti staccherà la testa

le tue gambe taglierà

ed allor la baionetta

da stampella ti farà

*

loro erano tre compagni

che partirono un dì soldà

loro erano tre compagni

che partirono un dì soldà

*

non tornò dalla Olanda

dal Piemonte non tornò

e lui che era giovinetto

non tornò con i dragon.

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Giuseppe Bartoli – I MORTI ASPETTANO

Giuseppe Bartoli

I MORTI ASPETTANO

Udimmo il tonfo delle rane 
negli alti silenzi dei meriggi 
e il respiro lieve dei cavalli 
nelle estese vele delle notti 
gonfie di lucciole e di fremiti 
Sulle nostre tavole di fieno 
abbiamo mangiato 
lacrime e canti 
fra grappoli di rondini 
in giostra nel cielo 
Udimmo la scure abbattersi 
sui letti deserti dei boschi 
mentre carri di ricordi 
si trascinavano lenti 
Poi arrivò l’alba 
d’una rossa primavera 
con brezze di mandorli avvolte 
nell’immemore pianto della terra 
Tornammo dalle nostre madri 
dopo una lunga notte insonne 
intonando canti senza dolore 
Le culle delle foglie 
che ci furono compagne 
raccolsero il vagito 
della rinata libertà 
e sui crateri di sangue 
– scavati - 
dalla nostra lotta 
mani nude di orfani 
sfidarono il cielo 
Dal buio delle fosse 
vergini di croci 
gli occhi spalancati 
dei partigiani caduti 
si chiuderanno solo 
se la loro speranza 
diventerà la nostra.

Dylan Thomas – Questo pane che spezzo

Dylan Thomas

Questo pane che spezzo

Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.
In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.
Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
E’ il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.

Anonimo – Il Sopravvissuto

Anonimo
Il Sopravvissuto

Uscì il sangue dalle ferite sporche
di terra e di ferro arrugginito.
Sangue rosso, nero, denso e opaco.
Si guardò intorno alla ricerca
di qualcuno, ma vicino c’era solo morte.
Morte che era volata sopra ognuno,
rapendo giovani, donne , vecchi.
Morte arrivata all’ improvviso
nascosta dentro una piccola scatola,
posta accanto a quel mercato,
per fare male e dolore più intenso.
Vide il suo braccio a dieci metri
da lui, come fosse di un altro,
e la sua gamba poco distante.
Capì che non sarebbe morto, ma che
l’angoscia non l’avrebbe più abbandonato.
La sua anima volò via da lui per sempre
non volendo raccontare ad altri
cosa era successo al suo corpo.

Izet Sara – Nati nel ventitré, fucilati nel quarantadue

Izet Sara

Nati nel ventitré, fucilati nel quarantadue

Stasera ameremo per loro.

Erano 28.

Erano cinquemila e 28,

erano più di quanto amore fosse mai stato in una poesia.

Ora sarebbero padri.

Ora non ci sono più.

Noi, che sui binari di un’epoca abbiamo sofferto la solitudi­ne

di tutti i Robinson del mondo,

noi, che siamo sopravvissuti ai carri armati senza mai uccidere,

piccola mia grande,

stasera ameremo per loro.

E non chiedere se potevano tornare.

Non chiedere se potevano ritornare mentre per l’ultima vol­ta, rosso

come il comunismo, si spegneva l’orizzonte dei loro desideri.

Attraverso i loro anni puri, trafitto e retto,

è trascorso il futuro dell’amore.

Non c’erano stati segreti sull’erba schiacciata.

Non c’erano stati segreti sulla camicia sbottonata.

Non c’erano stati segreti sulla mano spossata col giglio colto.

C’era la notte, c’era il filo spinato, c’era il cielo

visto per l’ultima volta, c’erano i treni

che tornavano vuoti, c’erano

i treni e i papaveri,

quei tristi papaveri di un’estate

militare, c’era grande senso

di ispirazione, ricordando il loro sangue.

E su Kalemegdan, su Nevskij Prospekt,

sui Viali del sud e sulle Rive degli Addii,

sulle Piazze dei Fiori e sui Ponti di Mirabeau,

belle anche quando non amano

aspettavano tante Anne, Zoe, Jeannette.

Aspettavano che tornassero i soldati.

E se non fossero tornati, le loro spalle bianche e

non acca­rezzate avrebbero dato ai ragazzi.

Non sono tornati.

Sui loro occhi spenti sono passati i carri armati.

Sui loro occhi fucilati.

Sulla loro Marsigliese non cantata.

Sulle loro illusioni crivellate.

Ora sarebbero padri.

Ora non ci sono più.

Non luoghi d’appuntamento d’amore ma sepolcri.

Piccola mia grande,

stasera ameremo per loro.

Anonimo – Il lamento del Partigiano

Anonimo

Il lamento del Partigiano

I tedeschi erano a casa mia

Dice rassegnati

Ma non ce l’ho fatta

E ho preso il fucile

Un vecchio in un solaio

Ci ha nascosto per una notte.

I tedeschi l’hanno preso

È morto senza sofferenze

Nessuno mi ha chiesto

Da dove vengo e dove vado.

E voi che lo sapete

Cancellate il mio passaggio

Ancora ieri eravamo in tre

Resto solo io

E giro in tende

Nella prigione delle frontiere.

Il vento passa sulle tombe,

la libertà ritornerà

Ci si dimenticherà di noi

E rientreremo nell’ombra

Achille Serrao – Fosse Ardeatine –

Achille Serrao –

Fosse Ardeatine –

Tutti risolti  i problemi: 

per ogni voglia che si sottace
restano appesi al muro manifesti;
al muro
ordini perentori di arruolamento;
al muro
uomini, pelle vereconda;
è un senso avverso di vene
Iincordate alle vene,
tacchi chiodati
mutilati
dalla fretta della stagione
immersa nelle foglie;
appena secca una lacrima di verde
verde smorto
catene, rappresaglia
presunto vespertIno
occhiataccia di sole
me ne infischio
mi sdraio nudo:
ha sapore di pelle .
l’aria
e colore di pelle anche le brecce.
Amen.