L ‘agguato del Ponte alle Grazie 2° parte

Parte seconda 

Lo spostamento giudicammo più sicuro farlo dopo il calar del sole. u fatto alle ventuno.Nel tardo pomeriggio, Paolo Cavicchi, Agostino Venturi e Tellini di Grassina andarono sul Monte Maggio, per vedere cosa era successo e per rendersi conto se c’era del pane. Il pane veniva cotto in un primo momento a Casa al Monte, ma dopo che il forno si era rovinato Bologna ed i suoi aiutanti lo cuocevano a Monte Maggio nel forno del colono Agostino Venturi, mezzadro della fattoria di Badia Monte Scalari di proprietà della famiglia Rosselli del Turco.Entrati nella casa salirono al piano superiore, lì si trovarono di fronte ad una vera tragedia: Surien era a sedere sul letto ove era stato messo da ferito. Le mani serrate sulle gambe. Vani furon gli sforzi per aprire quelle mani.

Gli occhi gli erano stati strappati, sul torace avevano messo della lana presa dal materasso e avevano acceso quel braciere (sappiamo tutti come la lana delle materasse bruci lentamente). Colpi di pugnale e di baionetta da tutte le parti compreso il viso. All’altezza del ginocchio la lingua che gli era stata strappata.

Novo non sembrava torturato, era stato ucciso da due colpi di arma da fuoco al torace.

Il trio andò a vedere il forno ove era stata lasciata l’infornata di pane fatta per la nostra Brigata, ma la trovarono tutta bruciata. L’attacco delle SS tedesche aveva impedito di togliere il pane dal forno.

Uscirono e video il vecchio Carlo Bani di sessantatré anni della famiglia Bani Banchi di Badia Monte Scalari seduto ancora su quella sedia, con il bastone in mano, allora gli dissero: “Carlo, venite via con noi, i tedeschi potrebbero tornare.”

Lo toccarono ma cadde da una parte. Carlo Bani, che ci stimava per quello che noi facevamo non c’era più, un colpo di pistola alla nuca lo aveva assassinato.

Quel giorno fu tragico per i nostri fratelli contadini.

A Casa Nuova di Guidelli (zona di Pian della Vite) furono catturati altri tre contadini: Parigi di Strada, Michelacci di S. Martino a Grassina e Bernacchioni anche lui di S. Martino a Grassina. Catturati dai nazisti mentre si cuocevano un pollo, furono portati via per condurre i cavalli catturati ai partigiani fino alla Panca dove c’era il grosso delle forze naziste. Per ringraziamento i tre contadini furono fucilati.

La famiglia colonica di Umberto Banchelli, che lavorava per la fattoria di Badia Monte Scalari, una quindicina di giorni prima mi aveva chiesto se poteva rimanere alla fattoria per terminare insieme ai suoi familiari certi lavori. Gli concessi una settimana come avevo detto a tutti i coloni; dopo si sarebbero dovuti nascondere nel più folto del bosco, con le cibarie per almeno una decina di giorni, perché soltanto verso quel periodo sarebbero stati liberi del tutto.

Verso il 17 luglio ero al posto di blocco vicino alla fattoria, quando si sentirono grida d’invocazione.

“Qui alla mitraglia rimanga uno che sa usarla, gli altri sei vengano  con me.” Corremmo alla disperata e già scegliemmo mentalmente a quale tedesco sparare; il sottufficiale aveva afferrato la caviglia della bambina, che non aveva ancora quattro anni, la sollevò come per schiacciarle la testa sul muretto che aveva davanti.

Fu un attimo, una piccolissima frazione di tempo nel quale sempre correndo mi dicevo: “Gli sparo con lo Sten? No, a questa distanza fa la rosata e posso colpire quell’angelo biondo”, allora gli sparai con la pistola, tre colpi al viso e prima che cadesse in avanti schiacciando la bambina, fui lì, presi la bimba illesa e la consegnai alla madre, che mi abbracciò piangendo. I miei compagni nel frattempo uccisero tutti e sei i tedeschi.

Purtroppo fu in questa azione che Novo e Surien rimasero feriti. Venerdì 21 luglio fu il giorno del grande attacco a Monte Maggio. Nick e Vladimiro erano andati a comprare un vitello perché la Brigata potesse mangiare; non trovandolo tornarono indietro e si fermarono a riposarsi a Monte Maggio.

Fin da giovedì 20 luglio varie squadre tedesche cominciarono a premere dal sud e dall’est dello Scalari. In un’imboscata presso la Fonte del Gallo vennero uccisi da una pattuglia della II Compagnia quattro tedeschi.

Un’altra pattuglia della II Compagnia con Nick, Romola, Sugo, Leopardo ed altri conquistò sul terreno una mitragliatrice tedesca.

Il grosso della I Compagnia che era stato inviato all’alba su di una posizione avanzata verso sud–est rimase tutto il giorno in quella zona isolata e ricevette solo verso sera l’ordine di rientrare al campo.

Iniziò l’operazione di avvicinamento a Firenze. La V Compagnia riuscì nel frattempo a prendere contatto con le forze alleate a circa due chilometri dal paese di S. Donato in Poggio.

Segnalammo al Comando Americano, postazioni, campi minati, batterie di cannoni, ecc. Gli alleati trattennero ancora in servizio per vari giorni questi nostri partigiani. Nick e Vladimiro erano ancora in giro per comprare un vitello, non trovandolo si misero in cammino per tornare al campo; stanchi, passando per Monte Maggio si fermarono a sedere su quel barroccino dietro al noce e lì trovarono: Rori, Giaguaro e Moro.

Tutto ad un tratto sentirono sparare con le mitragliatrici da 13 mm e da 20 mm: dovevano essere pallottole esplosive perché tronchi d’albero cadevan giù come frutti maturi. Vennero via di lì e raggiunsero Chimico, Nick, Jan e Leopardo. La prima autoblinda si fermò, forse perché Chimico, che sparò alle feritoie, probabilmente colpì l’autista.

Intanto anche noi modificammo tutto. La I, la II Compagnia, il Comando di Brigata e la sua squadra, le concentrammo tutte presso il Poggio della Noè, in preparazione dello spostamento verso il nord per raggiungere Poggio Firenze (Fonte Santa) dove dovevamo ristabilire in contatto con il Comando di Divisione.

I colpi delle artiglierie alleate che controbattevano quelle tedesche cadevano fitte fitte intorno a noi, come cadevano pure con un tremendo fragore le bombe lanciate dagli aerei angloamericani sulle artiglierie germaniche. Fu rafforzato in quel periodo il nostro sistema di “informazioni a catena”, che nel modo più lodevole riuscì a far sì che il Comando di Brigata e la “Delegazione per il recupero delle opere d’Arte” rubate dai tedeschi, fossero segnalate a chi di dovere.

Tali importanti informazioni venivano subito trasmesse al Comando di Divisione e per quelle che riguardavano l’arte a Rodolfo Siviero tramite il compagno Guerriero Berti, fratello di Berto.

Quel giovedì 20 luglio durante l’ora politica, ad ognuno vennero date direttive riguardo al cambiamento che sarebbe avvenuto nel combattere in una città rispetto alla guerriglia nei boschi. In relazione a questo demmo i compiti riservati ad ognuno durante la discesa verso Firenze e in Firenze stessa.

Fu una riunione molto positiva, nella quale ogni intervento fu sempre fatto in senso unitario e portò sempre un contributo al chiarimento per tutti.

Il secondo punto all’O.d.G. suscitò la sorpresa della maggioranza dei compagni, sì, perché dopo aver insistito sul valore politico e morale che avrebbe avuto, rispetto agli alleati l’entrata dei partigiani a Firenze prima di loro, informai i partigiani che bisognava prepararsi ad una lotta senza quartiere, specie perché i fascisti, non smentendo mai i loro metodi criminosi nel fare la guerra, in ossequio al ministro repubblichino A. Pavolini, avevano preparato nelle città reparti di franchi tiratori che già avevano provato la precisione del loro tiro su donne e bambini.

Era chiaro per tutti noi che i repubblichini si preparavano per una difesa disperata che si sarebbe svolta strada per strada, casa per casa; il primo ordine rivolto ai cittadini da parte nostra sarebbe stato: persiane spalancate e vetri chiusi.

È pacifico che ogni casa sarebbe stata perquisita dalle cantine ai tetti, con la collaborazione degli inquilini. Entro ventiquattr’ore dal nostro ingresso in città le armi dovevano esser consegnate ai nostri comandi. Sarebbero state comunque rilasciate precise ricevute per una loro successiva restituzione. Mentre ero seduto con la schiena appoggiata ad un grosso albero, un giovane partigiano si avvicinò domandando:

“Dimmi, Gianni, saranno tanti i franchi tiratori a Firenze?”

“Non lo so”, risposi guardandolo a lungo negli occhi quasi a frugare lo scopo che aveva dettato quella domanda, “però il loro numero non conta.”

“Loro”, continuai, “non sono i soldati del popolo, non si battono per la libertà come noi, ma per la più brutale dittatura. Non sono che dei ‘senza patria’, degli esseri che hanno tradito il loro paese e continuano ancora a tradirlo.”

Ad un certo punto mi disse: “Posso mettermi a sedere accanto a te?”

“Non ci vogliono permessi, perché io sono te e tu sei me…

“Noi partigiani insieme al popolo fiorentino libereremo Firenze, strapperemo palmo a palmo il suolo della nostra patria e raggiungeremo a nord l’invasore hitleriano, aprendo così, con la nostra azione la via agli eserciti alleati, dimostrando chiaramente al mondo intero, che l’Italia non è la terra dei morti e dei mandolini…”

Quel partigiano mi guardava, poi piano quasi pregando, mi disse: “Ti prego Gianni parla ancora; tu dici delle cose che io sento dentro di me, ma che non so dire, eppure quando tu parli e ci spieghi tante cose, mi sembra che sia io stesso a parlare… Ti prego Gianni parlami ancora…”

Ed io continuai…

Lo spostamento verso Poggio Firenze a Fonte Santa fu veramente molto più duro di quanto avevamo preventivato. Lasciammo il massiccio del Monte Scalari dove venimmo sostituiti dal 6° Battaglione, The blackwatch royal highland regiment.

Appena attraversata la rotabile ci trovammo di fronte ad un monte che era quasi una parete verticale; tutti eravamo carichi di munizioni, di armi e materiale per le tende, per la cucina e tutto quello che avevamo racimolato. Avevamo scelto quella sera perché non c’era luna, ad un certo momento sentimmo una grossa pietra rotolare giù ed il CM di Compagnia Otto la prese in pieno petto.

Mi domando ancora come abbia fatto Otto ad arrivare su ma è certo che è stata la sua grande volontà, la sua fede nella causa, il suo amore verso gli ideali che fin da ragazzo aveva professato.

La mattina quando arrivammo stanchi morti e ci buttammo di schianto a terra, ci guardammo le mani e ci accorgemmo che erano tutte ferite, le dita di tutti quanti facevano pietà, quelle di Otto sembrava che fossero uscite da una sala operatoria senza che nessun chirurgo le avesse fasciate.

Era tanto caro, capace, affettuoso quel comandante della I Compagnia, che quando penso a lui anche a cinquantaquattro anni di distanza mi commuovo ancora.

Era sabato 22 luglio e per quanto fossimo stanchissimi, Gracco ed io andammo al nostro Comando di Divisione. Gracco fece un preciso rapporto che io approvai.

“Scalammo Monte Muro”, continuò Gracco, “con tre dei nostri feriti che vollero marciare in testa alla colonna per essere d’esempio ed incitamento agli altri compagni.”

Potente lo interruppe. “Qui si sente la mano di un esperto Commissario Politico. “Sei stato tu vero Gianni?”

“Si”, risposi.

“Bravo!”

Potente proseguì: “Sapevamo già dell’attacco di ieri, ora siamo contenti di sapere che la Brigata Sinigaglia è ancora viva e forte. Noi crediamo che tu e Gianni abbiate saputo fare il vostro dovere. “Non appena avrete ricondotto l’altra metà della formazione, vi lasceremo in questi luoghi e noi ci sposteremo più a nord. “Tutto lascia prevedere, che l’ora della liberazione di Firenze sia più vicina di quanto sembri.

“Avvisate i partigiani che tra un’ora avremo una minestra calda, delle pere e del pane.”

“Un giorno foste voi”, aggiunse sorridente, “a rinunciare alla vostra razione quando, passato l’Arno, giungemmo dal Pratomagno allo Scalari. “Fatemi comunicare subito i nomi dei tre feriti. Desidero che essi vengano additati come esempio a tutti i partigiani della Divisione.”

Ci alzammo e salutammo, poi Potente e il Colonnello Bertorelle mettendomi una mano sulla spalla mi dissero: “Bravo, grazie.”

Lì a Poggio Firenze in Fonte Santa facemmo la conoscenza con una donna, moglie di un maresciallo dei Vigili Urbani di Firenze, che aveva una casa vicino al nostro bosco. La donna espresse tanta felicità per averci trovato.

“Oh, se avessi potuto incontrarvi prima! Invece non ho mai avuto la possibilità di incontrarvi!” Si chiamava Dina Stefanini. A Raspa e a me domandò subito come poteva essere utilizzata. Le risposi subito: “Nel ramo dell’informazione.” Così le spiegai che di giorno per le strade, non si vedeva più un carro armato, un’autobotte di benzina e certi camion con uno specifico contrassegno che le consegnai. Non si vedevano perché viaggiavano di sera, ma soprattutto di notte, e quando era giorno si nascondevano nel bosco.

Era necessario sapere dove erano nascosti, così potevamo farli bombardare. Ogni informazione doveva esser riferita soltanto a me!

Donna intelligente, dopo un paio di giorni tornò consegnandomi degli appunti su carta velina per fare le sigarette, come le avevo insegnato io, informazioni molto precise. Dopo poco che mi consegnò il materiale, i cacciabombardieri a volo radente colpirono tutti i bersagli.

Giovedì 27 luglio, la compagna (voleva essere chiamata così) Dina Stefanini arrivò al nostro campo con l’inseparabile borsa piena di verdure. Ero con Raspa a studiare le vie di San Frediano dove dovevamo colpire tutti i franchi tiratori.

Dina tirò fuori da sotto la verdura due bombe tedesche di quelle con il manico di legno. “Tenete”, disse, “le ho prese a un motociclista tedesco, la motocicletta era ferma davanti al paese: il tedesco beveva alla fonte e non si è accorto di nulla.”

Volevamo rimproverarla, ma come non ammirare il suo coraggio e la sua audacia? Insieme a Raspa facemmo con lei una lunga conversazione, cercando di farle capire d’essere più cauta. Ma ella, con un luminoso sorriso ci interruppe:

“No ragazzi, proprio voi non potete farmi questa predica; io non dovrei espormi, e siete voi, proprio voi a dirmelo; voi che ogni secondo esponete la vostra vita… No ragazzi, non ditemi nulla. Lasciatemi fare così, come mi suggerisce il mio istinto ed il mio cuore…

“Oh se avessi potuto incontrarvi prima!… Invece non ho mai avuto la possibilità di trovarvi!”

Ed essa continuò così a lavorare audacemente e ad essere utile alla Brigata, fornendo informazioni della massima importanza, ammirata ed amata da tutti i partigiani.

Ogni partigiano attendeva la sua visita con ansia e dopo si sentiva più calmo e più audace, pieno di spirito emulativo. “Lei che è donna ha tanto coraggio, non teme né fascisti né tedeschi!”

“Perché dovrei temerli io, che differentemente da lei ho un’arma in pugno e so difendermi?” Questo pensava dentro di sé ogni partigiano. Però la vita di questa donna del popolo, di questa madre italiana doveva essere breve. Scoperta dai nazifascisti, venne uccisa il giorno stesso della ritirata nazista insieme al suo sposo.

Dina Stefanini morì serenamente: i suoi grandi occhi usi a guardare in faccia la realtà, non si abbassarono neanche di fronte alle belve assetate del suo sangue e la sua bocca luminosa di sorrisi, si rivolse per l’ultima volta al suo compagno che la seguì nella morte.

Essa è rimasta sempre viva nel cuore e nel ricordo di tutti i partigiani che l’hanno sempre amata e rispettata, come l’esempio più puro del sacrificio e dell’abnegazione dato dalla donna italiana per la libertà del nostro e di tutto il mondo intero.

Il Comando di Brigata annotò commosso nel ruolino dei suoi caduti il nome di Dina Stefanini e di suo marito caduti in servizio, additando il loro esempio a tutti gli italiani!

Frattanto alla Brigata già provata e stremata da tanti mesi di lotta, si congiunsero le Squadre d’Azione Patriottiche dell’Antella, Grassina e Ponte a Ema, comandate dagli intrepidi compagni Greco, Astro (Silvano Peruzzi) e Tigre; questo dette modo di rinforzare i plotoni già provati con elementi freschi e di costituirne di nuovi.

All’Antella da mesi era funzionante il locale Comitato di Liberazione Nazionale attivo fin dalla fine del 1943, aveva sempre svolto una funzione importante. Era composto da Alfonso Morelli (PCI), Roberto Becattini (DC), Ezio Cammilli (PCI), Roberto Bartoli (DC), Redentore Alinari (PSI), Agostino  Crebilli (Partito d’Azione), Virgilio Riffoli (PLI).

Astro era uno dei due eletti per tenere i collegamenti politici con i partigiani, l’altro era il parroco Don Leone. Così Astro venne più volte su in Brigata partecipando anche ad importanti azioni di guerriglia. C’è da tener conto che l’organizzazione delle SAP ed il compagno Astro avevano per mantenere i collegamenti quattro staffette veramente eccellenti e cioè le compagne: Mirella Acciai, Eva Poggesi, Bruna Fantini, Rina Magnelli Peruzzi.

Luglio volgeva alla fine, sotto il cielo vivo di azzurro limpidissimo. Firenze attendeva la liberazione di giorno in giorno. Da vari giorni i viveri scarseggiavano e questo, unito alla grave tensione nervosa, logorava duramente il morale e il fisico degli uomini.

I tedeschi negli ultimi due giorni di luglio avevano bombardato con le loro artiglierie la zona di terreno tenuta saldamente dai partigiani, forse perché ci avevano individuato. Di notte e di giorno giungevano anche i colpi vaganti dell’artiglieria alleata che sollevavano nuvole di terra e di sassi, mentre le schegge schizzavano ovunque e gli aeroplani sganciavano le loro bombe micidiali, senza soluzione di continuità.

Il nostro campo ormai era sempre in continuo allarme e il Comando di Brigata, per ragioni di sicurezza, decentrò qua e là i vari reparti. I colpi delle batterie inglesi battevano ora quasi ininterrottamente; moltissimi colpi cadevano sulle nostre zone. Ogni poco un colpo faceva sussultare i nostri compagni e anche noi del Comando. I tedeschi erano solo a centocinquanta–duecento metri: era martedì 1° agosto 1944!

Nella serata di martedì 1° agosto, Greco e Balena furono incaricati insieme a Lotar e Giannetto di portare la farina presso un contadino vicino, che era incaricato di farci il pane. Nella tarda nottata, cominciava già a farsi giorno, sentimmo sparare non lontano due machine–pistol, erano riconoscibili per il loro caratteristico gracidare; poi la voce chiara di due Sten.  Comprendemmo subito che i nostri ragazzi avevano incontrato i tedeschi.

Subito Gracco ed io corremmo in direzione della sparatoria, fu una frazione di pochi secondi e ci incontrammo con Lotar e Marino che si erano sganciati per portarci notizie e la farina bianca.

Le notizie purtroppo erano queste: Balena, carico del sostentamento per tutti i compagni, camminava felice, la missione era stata quasi portata a compimento quando si scontrò con un gruppo di tedeschi usciti fuori improvvisamente dalla strada che costeggia il bosco. Balena cadde subito ucciso, Lotar e Marino si gettarono di corsa con quei 25 kg di farina ciascuno, per portare la farina e le notizie al Comando. Greco e Giannetto rimasero lì a proteggere la ritirata dei due partigiani; fu a quel punto che i tedeschi catturarono Giannetto e che Greco si ritirò.

Sapemmo poi che Giannetto fu ucciso con un colpo alla nuca. Recuperammo le due salme e Gracco ed io facemmo la cerimonia con le nostre due orazioni.

Tutti piangevamo, anche noi che dovevamo parlare. Addio Balena, addio Giannetto, vi giuriamo: noi combatteremo per la libertà, per la pace, per i deboli, per la nostra patria.

Le ore sembravano più lunghe, eternamente lunghe, nell’aspettativa del giorno e nella speranza che questo portasse qualcosa di nuovo che riuscisse a toglierci da quell’apatia e da quella snervante attesa.

I più pensavano a Balena e Giannetto… Ed il nuovo giorno sopraggiunse…

Eravamo ancora sdraiati, parlando sottovoce tra noi, quando giunsero di corsa al campo due staffette, Tinti e Stecchino, che erano partiti prima dell’alba per osservare i movimenti dei nemici. Tutti ci alzammo in piedi: le due staffette ritornarono al campo con quasi tre ore di anticipo sul previsto, considerando questo, e guardandoli bene in viso, tutti si convinsero che qualcosa di nuovo doveva essere accaduto.

Qualcuno cercò di fermarli, ma i due sempre di corsa, sudati e scalmanati, con la faccia arrossata dall’emozione e dalla corsa, con gli occhi che brillavano di una luce strana, continuarono il loro cammino verso noi del Comando di Brigata. Quando arrivarono davanti a Gracco, a Vittorio, a Chimico, a Vladimiro e a me, tutto d’un fiato ci dissero:

“San Polo è liberata!”

“Ci sono gli inglesi, abbiamo parlato con loro”, e come per dimostrare che non ci facevano un brutto scherzo ci mostrarono dei pacchetti di Camel. Allora ci fu un momento di gioia, di commozione, di entusiasmo e ci abbracciammo felici.

Riavutomi dalla bella sorpresa, d’accordo con i compagni del Comando pregai i due compagni di non far trapelare la buona notizia a nessuno perché prima dovevo svolgere un lavoro particolare in preparazione dei compiti che la Brigata avrebbe dovuto ancora superare. Prima che essi tornassero nella loro squadra dissi: “Vladimiro, prendi nota che nella prima riu ione della nostra ‘ora politica’ Tinti e Stecchino sono passati di grado per meriti conquistati sul campo.” I compagni del Comando li abbracciarono commossi, poi quando furono alla mia altezza mi abbracciarono dicendomi: “È tutto merito tuo, perché quando li abbiamo visti, ci siamo detti: ‘In questo caso, cosa avrebbe fatto Gianni…?’”

“Ragazzi, grazie della fiducia.”

Radunai tutti gli uomini e dopo essermi cortesemente informato come funzionavano gli intestini di tutti i compagni, a causa della diarrea prodotta dalle pere (unico rancio giornaliero), annunciai con aria seria, che eravamo quasi circondati da preponderanti forze di fanteria e da mezzi blindati, i soliti paras della IV Divisione SS.

“Ora come ora una via di scampo per uomini sparpagliati c’è, ma anche questa falla sarà chiusa entro un’ora. “Chi vuole andarsene vada via subito perché poi sarà impossibile. Noi comprenderemo anche se rimarremo soli. “Chi invece vuole restare con il Comando di Brigata, che aveva già deciso di rimanere fino all’ultimo è libero di farlo e può così prepararsi a combattere sino alla fine.

“Tanto”, conclusi con aria tragica, “se ci pigliano vivi è peggio.”

Fumo, il combattente generoso, antifascista perseguitato, che insieme al compagno ed amico Parabellum era evaso dalla prigionia tedesca e aveva raggiunto la nostra Brigata ove si era fatto onore (era CP di distaccamento) mi guardò fisso negli occhi mentre (come mi disse in un secondo tempo) in quel momento pensò: “Capperi, la cosa è grave, se proprio lui che ha tanta esperienza, tanta capacità, tanti mesi di macchia sulle spalle, dice che questa volta ci si lascia la pelle, la cosa si mette male sul serio.”

Nessuno volle andarsene.

Allora, commosso da quelle risposte, tra lo stupore di tutti: “Compagni!”, dissi, “vi ho fatto uno scherzo, un brutto scherzo, ne convengo ma dettato da un preciso scopo. “Sono orgoglioso, onorato e felice di essere il vostro Commissario Politico. Lo sapevo che avreste risposto così, ma ho voluto provare non di fronte a me, ma di fonte a voi tutti, la vostra comune volontà e la vostra decisione affinché la fiducia fra partigiano e partigiano sia sempre più rafforzata senza alcun dubbio, e serva a superare tutte le difficoltà, anche quelle che a volte sembrano insormontabili.

“Volevo che nessuno avesse dubbi su questo o quel compagno. “Questa prova di decisa volontà servirà a consolidare maggiormente la Brigata, che fra poco si troverà di fronte gravi problemi da risolvere.”

Vidi che tutti mi guardavano sbalorditi e aggiunsi:

“Per il momento non siamo circondati, anzi, grazie ai compagni Tinti e Stecchino, siamo in contatto con gli Alleati; ma se tutto questo ci riempie di gioia, dovete pensare che con gli alleati a San Polo, vuol dire che fra poco i tedeschi saranno qui ad attaccarci, perché questa è per loro l’ultima posizione da difendere alle porte di Firenze; noi abbiamo i dati per credere che lo faranno!

“Domani mattina 4 agosto scenderemo a Firenze ad ogni costo e ci apriremo con la forza o con l’astuzia la strada. “I nostri compagni delle SAP, i gappisti, i fiorentini combatteranno insieme a noi, ci aspettano.”

La staffetta Fagiolo, partita per raggiungere il Comando di Divisione non riuscì a passare data la grande sorveglianza germanica e fece ritorno al campo. Fagiolo partì nuovamente nel tentativo di passare per un’altra strada; dopo parecchie ore di ritardo sull’orario previsto, non era tornato. Ore piene di febbrile tensione! Poco dopo mezzogiorno, mentre stavamo consumando il nostro magro pasto di pere, per lo più guaste, un grosso pattuglione tedesco entrò nella fattoria di Gamberaia, a poche centinaia di metri dal nostro campo e rubò buoi e vitelli.

Sulla via del ritorno però incontrarono noi che li mettemmo in fuga! Le bestie, tutte recuperate, furono restituite ai contadini. L’attacco definitivo all’accampamento nostro era ormai atteso di minuto in minuto; fino allora erano stati attacchi di pattuglie per constatare la nostra consistenza. Verso le ore sedici la staffetta Acciai accompagnato da sua sorella arrivò trafelato all’accampamento:

“Ragazzi, a Villa Belvedere di Tavarnuzze di San Donatino è arrivato un battaglione inglese e lì ha installato un comando. “Il Comando chiede di voi. Ci hanno mandato qui per darvi questo messaggio e per farvi da guida.”

Ci guardammo in viso, era come se finissero tutte le pene. Non eravamo più soli.

Momenti di gioia indimenticabile, fugaci e lunghi; ore in frazione di attimi, sembrava che tutta la vita vissuta passasse avanti ai nostri occhi e sembrava che il mondo si fermasse un attimo, per poi riprendere veloce la sua corsa nello spazio.

Quante ore erano passate? Non ore, pochi attimi! Gli ordini si ripeterono in lontananza, tutti entusiasti, eccitati, ci preparavamo per lo sganciamento impegnando il nemico fino all’ultimo momento. Ad un tratto un fuoco infernale di armi automatiche, di mortai, mitragliatrici pesanti, bombe a mano, “ta–pum” si ripercosse e si moltiplicò attraverso l’eco della valle, mentre lunghe lingue di fuoco dei lanciafiamme incendiavano il bosco.

Forse quei brevi attimi di entusiasmo passati avevano allontanato da noi il pensiero dei tedeschi vicini e pronti all’attacco, ora quel fragore che si intensificava maggiormente ci richiamò alla dura realtà. I tedeschi ci attaccavano con grandi forze da tutte le parti e il fuoco delle mitragliatrici passava sopra le nostre teste, mentre le schegge delle pallottole esplosive ronzavano vicine ai rami degli alberi. Un acre e soffocante odore di fumo e di resina attanagliò le nostre gole e il caldo di agosto divenne più intenso.

Il bosco ardeva! Una lingua di fuoco avanzava minacciosa sulla nostra sinistra decisa a snidarci per sempre. I tedeschi della H. Goering, della IV paracadutisti e delle SS, protetti dalle mitragliatrici pesanti avanzavano con i loro lanciafiamme da due parti: anche la parte destra del bosco ardeva e le due tenaglie di fuoco e di morte si stringevano sempre più minacciose.

Gli ordini si incrociavano rapidi:

La I Compagnia Mario Pagni, dietro il nostro ordine, si ritirava verso Villa Belvedere di Tavarnuzze là dove c’era il battaglione inglese. La I Compagnia era già quasi passata dalla tenaglia nazista. La II invece facendo prodigi di valore sosteneva tutto il peso dell’attacco. Salda, con uomini che avevano superato tante prove. Attraversando zone bruciate ridotte in polvere dall’incendio dei lanciafiamme, raggiunsi la II Compagnia per andare a parlare con Gigi, Bastiano, Lella, Zuppa, Benelli, Pinzauti e Gamannossi.

La tenaglia di fuoco si era ormai chiusa. Correndo basso raggiunsi il CM Bastiano e il CP Gigi. “Luciano, Gigi, siete stati magnifici, bravi. Non possiamo star divisi nei momenti più duri e difficili.” Bastiano disse: “Compagni, ve l’avevo detto: Gianni non ci lascerà soli, eccolo qui, tedeschi se volete rompervi le corna lo potete fare, qui c’è la Stella Rossa che è sempre riuscita a farvi passare per cretini.” “Compagni”, dissi calmo, “vi ricordate come riuscimmo ad uscire dall’accerchiamento del Monte Falterona?”

“Con un rettangolo di fuoco, fingendoci tedeschi.”

“Qui non c’è bisogno di sembrare tedeschi.

“Son sicuro che se qui facciamo un rombo di fuoco con le armi automatiche all’esterno e i fucilieri all’interno noi passeremo. Non fate economia per le bombe tanto gli alleati ce ne forniranno di nuove. “Non c’è tempo per discutere, basta una votazione per dire sì o no.”

Tutti furono per il sì. Dopo pochi istanti Bastiano con il suo vocione gridò: “Compagni, per Firenze, per l’Italia libera avanti!”

Il rombo di fuoco andò avanti. La battaglia divenne furiosa; ogni partigiano combatté bene e meglio  dell’altro.

I tre fratelli Nick, Jan e Leopardo compivano veri atti di valore. Vladimiro, ed il bravo e coraggioso Tito, gareggiando tra loro sparavano furiosamente con i loro Sten, Dinamite alternava raffiche e bombe a mano.

Un partigiano polacco che con altri tre suoi compagni si era da poco aggiunto a noi fu colpito da un proiettile al petto che gli trapassò il polmone; Nick se lo caricò sulle spalle mentre il povero polacco che perdeva sangue dalla bocca gli bagnò tutta la camicia.

Incrociati dal tiro preciso del Brent di Breda, il miglior mitragliere della Brigata e grazie alle bombe inglesi che avevamo tenute di riserva, i tedeschi che cercavano di impedire il passaggio alla nostra compagnia, ruzzolarono giù nel fosso.

Grazie ad un fuoco d’inferno facemmo vuoto davanti a noi, Leopardo  col suo Mauser ci copriva ai lati, così come Garibaldi. Il bosco ardeva come una fornace e la II Compagnia passò oltre i tedeschi senza altri danni.

Le fiamme del bosco si propagavano di albero in albero, di ramo in ramo con scricchiolii sinistri. I rami infiammati precipitavano giù propagando il fuoco agli sterpi ed ai rovi che a quel calore tremendo si seccavano e bruciavano istantaneamente.

Usciti da quella trappola infuocata, ci sentimmo sicuri; tra pochi istanti saremmo stati al cospetto degli alleati, poi ci saremmo diretti verso il nostro obiettivo: Firenze!

Le nostre due compagnie si riunirono nei pressi di Villa Belvedere di Tavarnuzze di S. Donatino e con la bandiera in testa che Vittorio aveva salvato più volte, entrammo in paese. Il distaccamento che tentò di spezzare la tenaglia tedesca a Fonte Santa era comandato da Chimico, Vice Comandante Frana, CP Libero. Con coraggio ammirevole riuscì ad uscire dal tentativo dei nazisti di circondarlo completamente con i  lanciafiamme  e mitragliatrici Chimico e Libero in testa e Frana ultimo per non perdere nessuno cercarono di riagganciarsi alla formazione, ma visto ormai che era materialmente impossibile, decisero autonomamente di scendere a S. Polo che fin dal mattino sapevano che era stata liberata dagli alleati.

Giunti in paese si unì al loro distaccamento il compagno Apo con altri due partigiani addetti ai collegamenti. La mattina dopo iniziarono la discesa su Firenze attraverso Grassina e Ponte a Ema. Al Paradiso incontrarono la compagna Miranda Scacciati (staffetta del CLN), verso sera si fermarono a Villa Stupani dove Frana conosceva il contadino Lorenzini, e poi il mattino dopo si misero in marcia per Firenze giungendo alle Due Strade dove si congiunsero con gli altri compagni della Brigata.

La popolazione era impazzita dalla gioia, vecchi, contadini, donne, ragazze e ragazzi correvano incontro a noi e ci chiamavano fratelli. Avevano sentito tutti i rumori, il frastuono della battaglia e avevano pensato che i tedeschi ci avessero uccisi tutti.

Quando gli dicemmo che avevamo avuto un solo ferito, che gli inglesi avevano inviato subito in un loro ospedale da campo, fummo fatti oggetto di un boato di applausi.

Il Comando Inglese aveva preso stanza a Villa Belvedere e lì Gracco, io e il poliglotta Parabellum ci presentammo. Villa Belvedere era una bella villa contornata da campi nei quali riposavano i biondi soldati che con i visi sorridenti facevano festa ai nostri partigiani, dando loro biscotti, cioccolata e sigarette; soprattutto sigarette. La voglia di fumare non si esauriva mai nei partigiani; eravamo stati tanto tempo senza aspirare l’aroma di una eccellente sigaretta, ed ora che potevamo farlo non ci facevamo pregare.

La Brigata sostò ordinatamente nei pressi della Villa. Tutti i garibaldini erano commossi, si sentivano scrutati da occhi benevoli ma indagatori e cercavano di contenere la loro gioia, benché questa sprizzasse da tutti i pori. Sul volto di tutti era evidente la felicità, si leggeva negli occhi limpidi che avevano guardato per mesi e mesi la morte e che si chiedevano sbigottiti se quella realtà viva, non fosse che un sogno vano. No, non era un sogno: i soldati inglesi erano là, e c’erano là le piccole jeep e gli innumerevoli mezzi motorizzati e cingolati che prima di quel giorno non avevamo mai visto.

Un’altra cosa guardarono anche con curiosità i nostri partigiani: le armi dei soldati inglesi, e allora tra inglesi e italiani si cominciarono a scambiare le prime parole. Erano fratelli, legati dall’umano vincolo della solidarietà universale. Non erano nemici anche se prima erano stati gettati gli uni contro gli altri, per appagare gli interessi egoistici e criminosi del nazifascismo. Ognuno, in una lingua stentata che non era né inglese né italiano, fece all’altro fraternamente gli elogi; ognuno fece vedere e spiegò all’altro il funzionamento delle proprie armi, e così si scambiarono le proprie idee sulla guerra e si sentirono così ancor più affratellati nella lotta che insieme combattevano!

Intanto Gracco, Parabellum ed io, ci dirigemmo verso la villa del Comando Inglese. Un sottufficiale britannico ci precedette per annunciarci. L’ingresso era una grande stanza quasi rettangolare, dove numerosi ufficiali in perfetta divisa estiva, erano seduti intorno a un lungo tavolo sul cui piano erano state fissate delle carte topografiche, protetti da grandi fogli di celluloide trasparente. Lungo le pareti della stanza, soldati impassibili di fronte a degli apparecchi radio, intenti a ricevere e a trasmettere dispacci su dispacci.

Ci avvicinammo agli ufficiali, i quali si alzarono in piedi. Noi salutammo militarmente e ci presentammo: Gracco, Comandante Militare, Gianni, Commissario Politico di Brigata, Parabellum, ufficiale addetto al Comando. Parabellum traduceva calmo: i suoi occhi sempre così espressivi, erano più vivi.

Il Comandante del Battaglione, un maggiore, si presentò a sua volta, e strinse cordialmente le nostre mani, imitato subito dagli altri ufficiali. Il maggiore inglese s’informò subito dello stato fisico dei nostri compagni. “Sono più di dieci giorni che ci sfamiamo con dieci pere al giorno. Tutti gli uomini hanno fame.” Ordini rapidi furono dati perché fossero preparate delle buone razioni di carne per tutti i partigiani.

Il Maggiore chiese poi a Gracco e a me se conoscevamo le posizioni tedesche della zona e la risposta particolare di Gracco fu di grande soddisfazione; trasmise subito l’ordine ai suoi ufficiali. Quando si rivolse a me tirai fuori dalle grandi tasche due quaderni e quattro blocchi notes, il tutto pieno di dati: giorno, ora, coordinate…

A quella vista il Maggiore non seppe trattenere la sua curiosità e tramite Parabellum mi domandò: “Perché tante notizie più di quelle che ha il comandante? Perché una parte sono registrate in quaderni e l’altra in blocchi notes?”

Risposi senza imbarazzo:

“Ho più informazioni io perché è da più mesi che sono in montagna. Sui quaderni ci sono registrate notizie che potranno servire a voi ed al vostro esercito, tant’è vero che ve le consegno. “Sui blocchi notes ci sono registrate notizie e dati per la delegazione italiana per il recupero delle opere d’arte. L’organizzazione è presieduta dal Prof. Rodolfo Siviero con un comitato composto da grosse personalità della cultura, da me e dal capitano Reginald Stenphe Wright dell’VIII Armata. Ad ogni buon conto se lei vuole dare un’occhiata.”

“No, no”, rispose, “sono argomenti che per disciplina non mi devono interessare!

“Piuttosto i quaderni mi interesserebbero perché dimostrano come si muovono questi tedeschi.”

“I quaderni li consegno a lei per farne l’uso che crederà giusto.”

Si alzò di scatto e mi strinse forte la mano.

“Ebbene”, chiese poi il maggiore, “cosa intendete fare? Volete restare con noi?”

“No, grazie”, rispondemmo noi. “Noi intendiamo arrivare domani a Firenze.”

“L’Ottava Armata non è giunta ancora e ci vorranno giorni”, continuò guardandoci negli occhi.

“Ed è per questo che vogliamo arrivare presto. La popolazione ci attende, attende ansiosamente la liberazione…”

Il Maggiore inglese ci guardò ancora più fissamente, poi esplose:

“All right! Adesso voglio vedere i vostri partigiani”, e svelto si incamminò fuori.

Al cancello della villa si fermò un attimo.

Accanto alla bionda sentinella inglese, irreprensibile nella pulita e linda divisa era montato un partigiano che contrastava enormemente con l’aspetto del soldato inglese. La sua faccia era sporca di sudore, di polvere di carbone e la sua abbronzatura dava alla pelle una tinta ancora più scura; la sua camicia era strappata in più punti. Da uno strappo sul petto si scorgeva la carne abbronzata e sporca. I pantaloni laceri erano troppo corti per essere lunghi e troppo lunghi per essere corti. Una scarpa con la suola staccata dalla tomaia era tenuta insieme da una grossa corda; dal berretto unto e bisunto uscivano lunghe ciocche di capelli castani.

Su tutta quella roba lacera e sporca le sole cose che brillavano per nitore e per lucentezza erano le sue armi: una bella pistola ed un fucile Mauser catturati ai tedeschi, due nastri di cartucce Mauser a doppia bandoliera e varie bombe a mano infilate nella cintura.

Truciolo, il bravo Truciolo, irrigidito sull’attenti, sosteneva impassibile e fiero lo sguardo indagatore dell’ufficiale inglese, che sorpassatolo passò in rivista tutti i partigiani.

Informai il maggiore inglese che mancava un distaccamento di quarantotto uomini divisi in quattro squadre di dodici combattenti, che per le vicissitudini del combattimento erano scesi a S. Polo dandoci l’appuntamento a Firenze nel quartiere di Gavinana. Altre tre compagnie che difendevano la popolazione mineraria del Valdarno, appena la zona sarà liberata, scenderanno anche loro a Firenze.

“Siete preoccupato per questo?”, mi domandò il Maggiore inglese.

“Non tanto, perché hanno dei buoni ufficiali come CM e Commissari

Politici esperti e rotti a tutte le prove.”

“Bene”, disse, finita la rivista della Brigata il Maggiore inglese, “constato che la Brigata Sinigaglia è una formazione partigiana disciplinata, ben organizzata ed efficiente: ciò mi fa piacere perché so che darete ancora da fare ai tedeschi.

“Per me andate pure a Firenze, presto verremo anche noi!”

Era già buio, per riposarci ci mettemmo a dormire vicino ai carri armati inglesi. La staffetta del distaccamento che era accampata più a nord, giunse di corsa al Comando.

“È tornato Otto! È tornato Otto! L’avevano fatto prigioniero, ma lui è riuscito ad uccidere le sue sentinelle e a scappare!”, disse d’un fiato con gli occhi lucenti di gioia il partigiano.

Gracco, Raspa, Moro ed io, felici andammo incontro all’uomo che avanzava verso di loro tra le acclamazioni festose dei partigiani e della gente del luogo, che era lì anch’essa accanto ai suoi ragazzi. Ma Otto non era lieto, stralunato ed assente percorreva la sua strada senza badare alla festa che i compagni gli facevano. Giunto alla nostra altezza si buttò nelle nostre braccia.

“È stato tremendo, compagni”, ripeteva, “è stato tremendo!”

Tornò anche Fagiolo che ci dichiarò che non c’erano più sentieri e vie per mantenerci in contatto con il Comando di Divisione.

Otto nel combattimento del bosco, circondato e sopraffatto dai tedeschi era stato fatto prigioniero e a forza di spintoni, calci e bastonate era stato spinto fino a Troghi. Qui, dopo aver sostenuto fieramente da vero patriota italiano uno stringente interrogatorio, insieme ad altri contadini prigionieri, fu messo dinanzi ad una corda che penzolava da un albero. I tedeschi legarono ai quattro prigionieri le mani dietro la schiena, poi fattisi vicino al primo contadino incominciarono lo scempio.

Otto era l’ultimo: era un partigiano Otto, e per questo era un boccone prelibato che doveva essere servito per ultimo. Tra le grida strazianti dei disgraziati, i tedeschi, con la brutalità e la ferocia più impossibile, strapparono con un lungo pugnale gli occhi al primo e poi lo impiccarono.

La stessa sorte toccò al secondo.

Lo spettacolo spaventoso, le grida orribili dei poveri infelici, grida che non avevano più nulla di umano, si ripercossero in Otto facendolo sussultare volta a volta di terrore, di pietà, di sdegno. Ma troppo forte era lo spettacolo orribile che aveva sotto gli occhi e il suo essere si ribellò.

Con la forza della disperazione in un attimo riuscì a slegarsi le mani e sferrare un violento e potente pugno al tedesco che minaccioso gli stava davanti, poi strappata di mano la pistola all’altro tedesco, gli tirò una revolverata in un occhio e approfittando della confusione creata scappò via sparando al tedesco superstite fuggendo insieme all’altro contadino.

Avevano fatto poche decine di metri quando i tedeschi riavutisi spararono loro contro, con le loro machine–pistol; il contadino ebbe una raffica nella schiena e cadde di schianto Otto proseguì la sua corsa pazza e veloce, mentre le pallottole gli miagolavano vicino. Vagò disperato e ansioso per i boschi finché non ritrovò salvi e pronti alla lotta i suoi compagni.

Noi lo abbracciammo e lo baciammo commossi. Il nostro Otto era tornato, era lì con noi! Era molto scosso, ed i suoi nervi richiedevano riposo. Lo spettacolo funebre al quale era stato forzato spettatore e di cui sarebbe dovuto essere vittima lo aveva sconvolto. Noi del Comando lo volemmo lì con noi perché si calmasse e potesse prender sonno.

“Gli hanno strappato gli occhi!”, ripeteva concitato mentre cercavamo di calmarlo.

“Li ho visti io, capito Giannino?

“Gli hanno strappato gli occhi quei miserabili e li hanno impiccati!”

“Lo so”, risposi io cercando di dare ad Otto una po’ della mia calma e di allontanare il suo pensiero da quella tragica scena, “riposa ora. “Otto, domani è un gran giorno, scenderemo in città, con la nostra gloriosa bandiera in testa, e tu come Comandante Militare della I Compagnia dovrai guidare i tuoi centoquaranta uomini. Gracco, Moro, Raspa ed io saremo ad un metro da te, pronti ad aiutarti se ci saranno difficoltà.

“I tuoi compagni ti adorano. Tutti ti vogliono bene. “Domani nessun partigiano sarà fatto prigioniero. Noi faremo prigionieri quelle belve.

“Domani saremo invincibili, con noi marceranno tutti i nostri caduti, tutti quelli che loro hanno assassinato.

“Riposa Otto, la tua opera è necessaria per il Paese, la nostra Patria!”

“Grazie”, mi disse Otto. “Li vendicheremo vero?”

“Faremo giustizia.”

Già si era fatto buio e Gracco prima di addormentarsi mi domandò:

“Gianni che te ne sembra di oggi?”

“I compagni, Gracco, hanno saputo fare un buon lavoro!” Non avevo finito che già mi ero addormentato.

L’alba del nuovo giorno, svegliò i partigiani dal dormiveglia gioioso nel quale molti di noi erano stati fino a quel momento.

Erano appena le ore cinque del 4 agosto 1944.

Vladimiro e lo Zio ci distribuirono le razioni che gli inglesi ci avevano abbondantemente offerto. Dal Comando inglese ottenemmo definitivamente il permesso che la Brigata potesse marciare in avanguardia verso Firenze e in Firenze.

Cinque partigiani pratici del luogo, che stavamo abbandonando, vennero lasciati presso gli inglesi per far loro da guida. I cinque ci avrebbero raggiunto dopo una settimana a Firenze. I partigiani erano entusiasti, eccitati: “il giorno bello” di una nostra canzone era arrivato. Sgranocchiando gallette inglesi, fumando ottime sigarette, ci preparavamo per la partenza.

Tutte le armi furon pulite e oliate.

Alle ore sei precise, fatta l’adunata, inviati cinque partigiani in avanguardia, dopo due minuti la Brigata si mise in marcia verso Firenze. Abbandonata la linea alleata ci inoltrammo nella “terra di nessuno” e scendemmo disciplinatamente per il nastro serpeggiante della strada che conduce a Firenze. Scendevamo allegri nell’aspetto e i nostri cuori cantavano disordinatamente una canzone di gioia. I nostri occhi erano fermi e sereni, ma brillavano di una felicità senza pari.

Firenze era la nostra meta verso la quale erano diretti i nostri passi e a Firenze quasi tutti avevamo la mamma che ci aspettava piangendo e pregando, a Firenze vi erano tutti i nos ri cari, verso i quali ci incamminavamo fiduciosi come fanciulli.

Una pattuglia di sei compagni precedeva in avanguardia ad una cinquantina di metri le due lunghe file, una al lato sinistro a l’altra a quello destro, il Comando della Brigata in testa e al centro della strada, con la gloriosa bandiera portata da Vittorio, circondata dai più provati partigiani e dagli ufficiali del Comando.

Tutti i nostri garibaldini stringevano con forza, pieni di entusiasmo le armi con le quali avevano combattuto e con le quali volevano ancora combattere. La strada campestre che ora percorrevamo era tutta buche. Più grosse, più piccole, sparse qua a là, indicavano che la guerra feroce aveva toccato anche quel lembo di terra. Qualcuna era stata fatta dalle cannonate, altre più grosse e profonde, veri crateri, erano state fatte dalle bombe sganciate dagli aerei alleati, alcuni squarci profondi parlavano di mine tedesche.

Avremmo voluto correre, volare per arrivare nella nostra città, ma procedevamo adagio, cauti nel timore delle mine e dei tedeschi che potevano essere in agguato. Tutto parlava di guerra, gli alberi schiantati e sbranati, le continue buche della strada, i mezzi motorizzati e blindati abbandonati ai margini, montagne di bossoli vuoti d’ottone dei cannoni squarciati ad abbandonati nei campi, le case diroccate dalle cui macerie si sentiva venir fuori un fetore di morti in decomposizione ne erano le prove più evidenti.

C’era gioia e tristezza, nel cuore di noi partigiani. Quel giorno essi non se ne rendevano conto; però era evidente nel loro modo di guardare le distruzioni, nei commenti, nelle esclamazioni che serpeggiavano nelle due lunghe file. Sempre più avanti però. Alle ore sette raggiungemmo il villaggio La Capannuccia, mezzo distrutto dalla ferocia hitleriana. Vecchi, donne, bambini, tutta la popolazione superstite di quei luoghi, sulle cui facce si leggeva ancora il terrore, esclamarono gioiosi “Viva i partigiani”.

Una donna molto vecchia, che aveva in bocca un solo dente tentennante, mi abbracciò dicendomi: “Torneranno?” “Guardi quanti siamo noi, tanti vero? “Da altre vie centinaia di partigiani vengono giù. È finita per loro.” “Benedetti! Benedetti!”, gridavano le donne piangendo, nell’abbracciarci, e noi rendevamo i baci, le benedizioni, commossi e felici! E la marcia continuò, il partigiano Siciliano si era comportato sempre bene ed era stato eletto Comandante Militare di squadra, si avvicinò a me e mi disse ufficialmente: “Gianni, posso stare sempre vicino a te?” “Certo”, risposi io, “sei qui per questo.” “Grazie Gianni.” Lo abbracciai.

E ci rimettemmo a marciare. E la marcia continuava. A un tratto, ad una svolta della strada polverosa, scorgemmo le prime case di Grassina, allora un coro poderoso echeggiò nella vallata verso il cielo. Era il nostro inno di guerra, erano parole note che sgorgavano solenni dal cuore di tutti. Era la nostra canzone di guerra, che altri patrioti italiani avevano come noi cantato, circa un secolo prima, quando come noi, avevano lottato contro l’invasore, per la libertà e per l’indipendenza d’Italia!

“Va’ fuori d’Italia, va’ fuori che è l’ora Va’ fuori tedesco, va’ fuori stranier…”

Cantando con tutta la passione che animava la nostra fremente giovinezza, entrammo nel paese di Grassina, tra le più vive acclamazioni della popolazione che, come se avesse dimenticato i propri dolori, i morti che ancora avevano nelle case, acclamava entusiasta ridendo e piangendo dalla gioia i partigiani, i loro figli migliori.

Gracco ed io parlammo alla folla gioiosa che salutò le nostre parole con ovazioni immense. Qui prendemmo contatto con elementi delle Squadre d’Azione Patriottiche di Gavinana, che erano venuti incontro ai partigiani, poi ci rimettemmo in marcia.

Firenze ci attendeva!

La gente era come impazzita. Voci gioiose si intrecciavano nell’aria ad annunziare l’arrivo dei partigiani:

“Scendono i partigiani!” “Arrivano i ribelli!” “Scendono! Fra poco quei ragazzi saranno qui!” “Eccoli, eccoli si vedono!” “Dio quanti sono!” La gente gridava a distanza la sua gioia e preparava tutto affinché la nostra marcia procedesse spedita e sicura verso Firenze.

Ogni tanto, incontravamo contadini con acqua, vino, pane, pronti per noi. Oppure li incontravamo intenti a rimuovere massi, tronchi dalla strada da percorrere o a gettar  tronchi d’alberi massicci sui corsi d’acqua da attraversare. La marcia procedeva veloce. Tutti lavoravano per i partigiani.

Vecchi, con la faccia rugosa abbronzata dal sole aiutavano i più giovani a rimuovere gli ostacoli lungo la strada. Bambini e bambine correvano qua e là affannati a riempire le mezzine d’acqua presa dai pozzi.

Grossi tini erano stati messi dai loro padri per rinfrescare e dissetare i partigiani. Tutti lavoravano febbrilmente: era proprio quello il nostro popolo. Quel popolo lavorando sotto il sole, aspettava i suoi figli e il loro canto sembrava congiungersi al canto potente che veniva verso di loro…

“Va’ fuori d’Italia, va’ fuori che è l’ora Va’ fuori tedesco, va’ fuori stranier…”

Alle nove e trenta raggiungemmo Ponte a Ema, anche qui, prima ancora delle pattuglie alleate. Le feste, i baci, gli abbracci erano uguali dappertutto. Mai in vita nessuno di noi era stato baciato tante volte. Avevamo bisogno di tanto amore e tutto il popolo era pieno di questa gioia di amore che si riversava sui suoi figli migliori. Il locale CLN ci offrì delle guide che si sarebbero dimostrate preziose per proseguire la nostra avanzata sul terreno cosparso di mine.

Eravamo da poco usciti da Ponte a Ema, quando il patriota Nello, rappresentante della Delegazione Regionale del CTLN ci venne incontro congratulandosi felice:

“Bravi ragazzi, c’è proprio bisogno di voi. I tedeschi hanno fatto saltare i ponti sull’Arno e spadroneggiano nei quartieri fiorentini sia quelli a sud che a nord. “Oltrarno è infestata da franchi tiratori. La linea tedesca è tutta stesa lungo l’Arno. Sono già molti i nostri caduti.”

La marcia a quelle parole si fece ancora più rapida e la Brigata Sinigaglia entrò nel quartiere fiorentino di Gavinana tra il tripudio della popolazione che sembrava impazzita e che accorreva da tutti i luoghi per acclamare i partigiani.

Le finestre erano tutte imbandierate e dalle finestre cadeva una continua pioggia di fiori. La folla si accalcava sempre più e offriva fiori, vino, sigarette!

“Sono i partigiani! Sono i nostri! Sono quelli della Sinigaglia!” Gridavano e singhiozzavano dalla gioia. Ovunque era un continuo scroscio di battimani e una continua pioggia di fiori. La folla era diventata una marea. Noi eravamo contenti perché quello era il nostro popolo felice della libertà che noi portavamo ed eravamo commossi fino alle lacrime.

Laceri, sporchi, con le armi impugnate, avanzavamo disciplinati reparto per reparto, con passo cadenzato e militare. Centinaia e centinaia di uomini si irrigidivano sull’attenti al passaggio della bandiera portata da Vittorio, con al fianco Gracco e me.

Le donne gettavano fiori e baci.

Le squadre d’azione della zona riuscivano a fatica in quell’enorme calca a tenere libero uno stretto corridoio di strada per farci passare. La gente voleva restar lì a vedere i suoi ragazzi, i suoi figli per toccarli e per baciarli. Le donne piangevano, sui loro volti segnati dai patimenti della guerra scorrevano libere le lacrime che non si curavano di asciugare. Facevano bene quelle lacrime, perché cancellavano più d’un ventennio di persecuzioni, di prepotenze, di dolore e aprivano un avvenire più bello, più gioioso e umano.

Anche gli uomini piangevano ma cercavano di nascondere la loro commozione con l’eccitazione dei gesti e con il modo brusco di infondere coraggio alle donne piangenti.

“Basta adesso! A che giova piangere, se sono qui?”

Ma nessuno smetteva: era un’atmosfera nuova, quella del 4 agosto 1944 e chi l’ha vissuta, non potrà mai dimenticarla. Una tenerezza nuova era nell’aria, dopo tanti dolori, dopo tante distruzioni era venuto finalmente il giorno tanto invocato: sembrava che fossero finiti gli odi, le divisioni, le cattiverie umane e che tutti gli animi fossero tornati buoni. Sembrava di rivivere uno dei giorni gloriosi del primo Risorgimento Italiano; certo le grandi ombre d’Italia volavano solenni nel bel cielo limpido per gioire della stessa gioia di tutti.

“Oh giornate del nostro riscatto Oh dolente per sempre colui che da lunge, dal labbro d’altrui come uomo straniero le udrà!”

E quella giornata fremente il popolo la viveva e con il popolo tutti noi partigiani, che di quei momenti sublimi eravamo gli artefici. Prima di arrivare in piazza Gavinana, un uomo armato con la fascia tricolore al braccio, si precipitò verso di me, ci abbracciammo e ci baciammo poi mi disse: “Puntuale, sei il primo!”

4-agosto-la-sinigaglia-entra-in-firenze

4 agosto 1944. Porta Romana: i partigiani della Brigata Sinigaglia entrano in Firenze. Gianni è il primo da sinistra.

Era Ricciolo, il bravo Ricciolo che aveva il comando delle SAP della I zona, che ci aveva mandato la mattina presto quei bravi compagni, che come guide ci fecero scansare zone minate.

Ricciolo, mentre noi marciavamo fece l’atto di distaccarsi: “No, io  non son degno di stare alla testa della Brigata accanto a te.” “Guarda Ricciolo, se non stai al mio fianco fermo la marcia e chiedoa tutti i compagni se ti vogliono qui accanto a me. Voteranno sì all’unanimità.” Ricciolo mi guardò poi mi disse: “Solo uno come te avrebbe avuto questa sensibilità.”

Qualche partigiano nella folla ritrovò il padre, la madre, i fratelli, le sorelle, i parenti.

Alcuni baci, degli abbracci e poi di corsa riprendevano il loro posto nella nostra marcia. I parenti fieri e commossi li seguivano col cuore e con gli occhi.

Diverse madri dei nostri partigiani vennero da me o Gracco per raccomandare che il loro figlio non cadesse combattendo.

“Farò di tutto per restituirli sani e salvi a voi, ma non dipende solo da me, la morte ci colpisce quando meno te lo aspetti. Stiamo facendo una guerra per liberare il territorio nazionale e quindi una parte di noi (speriamo pochi) cadrà combattendo!”

Entrammo in piazza Gavinana e già la manifestazione si faceva delirio, quando dai tetti vicini, furono sparati dei colpi di fucile:

“I franchi tiratori! Attenti ragazzi!”, urlava spaventata la folla, fuggendo.

“Nelle porte! Entrate nelle porte!”, gridavamo alla folla, mentre noi ci appostavamo dietro gli angoli delle strade, dietro gli stipiti delle porte, reagendo immediatamente al fuoco del nemico. La folla scappò spaventata. La piazza in un attimo rimase deserta.

I colpi continuarono accompagnati da alcune raffiche di machine–pistol. “Incomincia la musica eh”, mi disse Jan mentre una raffica scortecciava l’angolo dietro cui eravamo rifugiati. “Già”, risposi io, “incominciano a piovere confetti! E uno di quei figli di ‘buona donna’ mi ha rotto un tacco della scarpa.”

Zio qualche metro più su sparava, calmo come di consueto, col suo Sten contro una finestra da cui i franchi tiratori ci prendevano d’infilata. Dopo aver neutralizzato l’azione dei franchi tiratori, la Brigata Sinigaglia riprese la sua marcia verso Villa Tasso, ove il comandante di una pattuglia inglese giunta in quel momento sin là, aveva chiesto di noi. .

La pattuglia formava l’estrema punta dell’avanguardia inglese ed il suo giovane capitano, informato della presenza dei garibaldini della Sinigaglia, aveva creduto opportuno stabilire un contatto con noi.

Mentre i garibaldini si riposavano all’ombra nel giardino della villa, Gracco, io ed il nostro inseparabile e tanto utile Parabellum, entrammo nei locali e ci presentammo all’ufficiale alleato.

Soldati inglesi, sporchi e polverosi stavano appostati alle finestre, altri, intorno ai loro apparecchi radio da campo erano intenti a ricevere e trasmettere messaggi, alcuni si riposavano. Il capitano fu lieto della nostra venuta e ringraziò noi e tutta la Brigata per le informazioni che gli demmo (in base alle sue richieste), specialmente quelle riguardanti i possibili guadi dell’Arno. Subito trasmise le notizie, sempre per radio chiese premurosamente viveri anche per noi tutti.

Però quel giorno non si attesero i viveri degli alleati. Eravamo da pochi minuti nel giardino pronti a riprendere la marcia, mentre tutt’intorno cadevano fragorosamente i proiettili delle artiglierie tedesche quando una lunga fiumana di popolo, di donne, di vecchi, di giovani affluirono là portando ognuno la sua offerta: pane, frutta, vino. Noi volevamo rifiutare ma di fronte a quell’insistenza accettammo commossi.

C’era poco nelle case in quei tempi e molti si privarono del puro necessario per darlo ai partigiani. Alcuni, specialmente i più giovani, rimanevano a vederci mangiare con occhi vogliosi; allora proposi ai miei partigiani di dividere a metà con i giovani il cibo e così mangiammo tutti insieme. Benedetta gente, che dava con la loro generosità la prova più chiara che non tutti erano egoisti e malvagi in Italia, anche se negli ultimi tempi, la follia sanguinaria aveva invaso l’animo dei traditori.

Alle ore quindici la Brigata, dopo aver stabilito saldi contatti con il CTLN, con il Comando Militare del CVL, nonché contatti tattici con i diversi comandi militati delle SAP, si rimise in marcia diretta verso Porta Romana. Il fuoco dei cannoni e dei mortai germanici era aumentato d’intensità. Pareva che i tedeschi volessero sfogare la loro rabbia! Dopo un lungo giro per scansare la zona che era sotto il fuoco nazista ci trovammo, dopo tanto tempo, a calpestare con i nostri scarponi chiodati l’asfalto del Piazzale Michelangelo. Qui le nostre file si ricomposero e la marcia riprese ordinata, con un passo cadenzato ed uniforme, che dava un aspetto ancora più marziale alla Brigata.

La folla era tanta e in mezzo ad essa vi erano pure alcuni soldati alleati che con i loro mezzi meccanizzati erano giunti da poche ore nei quartieri sud occidentali di Firenze provenienti da altra via. Autoblinde e grossi carri armati Sherman erano appostati qua e là nei punti più strategici, e i soldati alleati ci salutavano gioiosi al nostro passare. Staffette cicliste e motocicliste ci facevano strada mantenendo ai lati della stessa il popolo che affluiva, mentre la Brigata ordinata sfilava e i corrispondenti di guerra alleati, fotografi, giornalisti, cineasti, con le loro macchine da ripresa e fotografiche consumavano metri e metri di pellicola.

Finalmente la Sinigaglia con la sua gloriosa bandiera in testa entrò nel Piazzale di Porta Romana fra lo scroscio degli applausi e una continua pioggia di fiori e di manifestini che al nome del CTLN e del PCI davano il benvenuto ai fratelli partigiani elogiando le nostre gesta ed il fatto che con la nostra presenza nei quartieri a sud dell’Arno avevamo sviluppato e dato il via all’insurrezione che fomentava! La confusione nel vasto piazzale era indescrivibile, il popolo si stipava commosso e felice. Abbracci, baci, complimenti che a volte erano dei veri e propri pugni che facevano male, mazzi di fiori, caramelle, vino.

Sembrava un sogno.

Anche qui i corrispondenti alleati dall’alto delle loro macchine, dalle finestre, giravano la scena con le loro macchine da presa. Molte madri con gli occhi pieni di gioia e di angoscia giravano come impazzite, gridando un nome, cercando un figlio. Donne giovani cercavano i fratelli, gli sposi. Lo spettacolo, se così lo vogliamo chiamare, era spettacolo di felicità, di bellezza, di sogno ma anche di dolore.

Ad un certo punto misero in mezzo alla gente un tavolino ed Antonio Roasio, dirigente comunista, in rappresentanza del CTLN parlò con parole chiare ed impegnative per il popolo, per noi partigiani e per tutti coloro che in un modo o in un altro erano legati alla Resistenza. Il suo fu un discorso breve ma pieno di contenuti senza alcun  spetto di settarismo e questo me lo rese più caro.

Dopo Roasio parlò un rappresentante del PCI che seguì o tentò di seguire le linee che aveva descritto il caro Antonio, ma il suo fu un discorso più chiuso e schematico. Intanto le ragazze del “Movimento Giovanile Comunista” ci appuntavano  addosso dei bellissimi fiori multicolori. All’abbassarsi del sole, la vidi lì, bella, sorridente, felice, con un fiore rosso fra i capelli; quando mi appuntò addosso quei variopinti fiori, provai un senso di vergogna: puzzavo di petrolio, di acido muriatico, di benzina, la polvere nera sollevata dai lanciafiamme mi rendeva sudicio in modo vergognoso.

Cercai di dirle il mio disagio ma ella con un dito sulle labbra mi disse:

“Non dire nulla.”

Poi mi disse: “Tu sei il Commissario Politico di Brigata vero?”

“Sì”, risposi.

“È una grandissima responsabilità la tua… i tuoi compagni ti amano perché sei il primo all’attacco e l’ultimo in ritirata.

“Quando c’è il rancio sei l’ultimo della fila.

“I partigiani di San Frediano mi hanno detto che sei buono, gentile, sai parlare ai loro cuori e ai loro cervelli. Non hai niente da vergognarti.”

Mentre mi parlava i suoi occhi grandi e belli mi sorridevano. Quando venne il distacco da Porta Romana provai un senso di amarezza, di vuoto, di dolore, perché mi allontanavo da lei.

Allora rivolgendomi al Vice Commissario Raspa che conosceva San Frediano come le sue tasche gli dissi:

“Raspa, vedi quella ragazza là?”

“La vedo sì, è la più bella!”

“Per domani a quest’ora voglio sapere chi è, chi sono i suoi genitori, che cosa fa, se è libera da impegni amorosi, tutto insomma.”

“Domani ti faccio sapere tutto. Suo padre è un compagno che ha fatto cinque anni di confino politico e lei, sua figlia, lo ha raggiunto lì.”

Lasciata Porta Romana, salimmo la strada che ci portò al Galluzzo che ufficialmente e praticamente liberammo, poi ripresa la strada in discesa ci fermammo alle Due Strade dove ci era stata riservata la sede del Fascio: c’era un locale abbastanza grande perché era appunto la platea del cinema–teatro da dove erano state tolte le sedie e le poltrone. C’era tanto posto per sdraiarci. Noi del Comando, affinché le nostre staffette ci potessero trovare anche al buio, ci mettemmo sotto il palcoscenico. Ero felice di sapere che anche Potente era in marcia  verso Firenze, con il Comando e le due compagnie della Lanciotto, che procedevano sulla direttrice di Bagno a Ripoli, Villa Margherita, Villa Cora che fu raggiunta nella nottata tra il 4 e il 5 agosto.

Prima di addormentarmi, con Gracco buttammo giù tutto un servizio di guardia, di staffette che dovevano spingersi vicino all’Arno per controllare i movimenti tedeschi. Le parole d’ordine e le controparole le avevamo già concordate con il CM ed il CP delle SAP che ci avevano guidati fin lì.

La sala era buia e si stava bene su quell’impiantito così liscio. Avrei voluto dormire ma i tanti pensieri che avevo mi impedivano di prender sonno. Poi mi resi conto che il quel buio salone, se stavo ad occhi aperti vedevo gli occhi di lei che mi parlavano e che non mi avevano mai lasciato.

La stanchezza vinse tutto e mi addormentai profondamente.

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  1. massimo cecchi

    sono curioso di sapere per quale motivo la prima compagnia si chiamava “mario pagni” e se era una persona, chi era?oppure se conoscete un certo pagni mario morto a figline in quei giorni

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