Archivio mensile:maggio 2016

Anonimo – Uno che gli fu amico Pancio

Anonimo
Uno che gli fu amico

Pancio
Berretto alla spagnola, riccioli fuggenti
Un viso un poco altero, occhi sempre ardenti
Noi ti ricordiamo sempre più:
Pancio, dove sei tu?
Piangemmo un dì l’amara tua sorte
Quel tenebroso dì della tua morte
Fu un terribil destino e nulla più
Pancio, cosa fai tu?
Sarà per sempre a noi il tuo bel volto
E non lo vedemmo più nemmen da morto
Or non ti avremo più quassù
Pancio, perchè non torni più?
La giovinezza tua che il sol cercava
Che libertà e vita un dì sognava
Tace muta ora quaggiù
Pancio, perché non senti più?
All’ombra di un cipresso ti nascondi
E al richiamo nostro più non rispondi
E una voce che t’invoca di lassù
Pancio, perché non rispondi più?
Ma libertà e vita presto avremo
Perché il nemico nostro fugheremo
A guidarci sarai proprio tu
O nostro amato Pancio di lassù.
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Carmine Nastri – Storia di un giovane partigiano taciturno

Carmine Nastri
Storia di un giovane partigiano taciturno
Giuseppe Lopresti, romano di origini calabresi: la cospirazione, la lotta clandestina, i GAP. E poi via Tasso, la tortura, fino alla morte nel massacro delle Ardeatine. Il ricordo di Claudio Pavone
Nel prezioso libro “LA MIA RESISTENZA – Memorie di una giovinezza”, edito da Donzelli nel 2015, Claudio Pavone ci rende partecipi dei suoi ricordi, delle sue riflessioni. Nelle memorie del periodo 25 luglio 1943-25 aprile 1945 di giovane militante antifascista e partigiano, emergono indimenticabili personaggi che con lui hanno condiviso scelte, dubbi, paura, carcere. Alcuni sono stati per lui guida, maestro.
Più volte ricorre nel libro il nome, il ricordo di Giuseppe Lopresti: un suo caro amico, compagno fraterno di studi e di banco, già dalle prime classi del ginnasio Tasso di Roma ed ancora allo stesso liceo. Poi, all’Università di Roma alla Facoltà di Giurisprudenza. Con lui condivise momenti e difficili scelte nei 45 giorni dal 25 luglio all’8 settembre del 1943, quindi l’adesione alla militanza clandestina romana. Claudio Pavone definisce Giuseppe Lopresti “un giovane di straordinaria nobiltà e di finezza d’animo”. A venticinque anni fu ucciso alle Fosse Ardeatine insieme ad altre 334 vittime della ferocia nazista. È stato insignito della medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Era consapevole Giuseppe Lopresti di ciò che irrimediabilmente gli sarebbe accaduto. Ce lo rivela in poche righe, su un foglietto scritto a matita, senza data, ritrovato tra le sue carte: “Questa notte il respiro si è fatto più faticoso, il battito del cuore più debole. Con uno sforzo sono riuscito ad alzarmi dal letto, ad avvicinarmi al tavolo e a sedermici davanti: il gatto, svegliato dai miei movimenti, ha stirato svogliatamente le zampe anteriori, incominciando a fare le fusa; …forse continuerà anche dopo. Prima di arrivare alla poltrona ho battuto contro lo spigolo del tavolo, ma non ho avvertito alcun dolore. Sono certo che non durerà molto, per questo ho ceduto all’impulso di venire a scrivere, scrivere per non dare un ultimo saluto alla vita, il che non m’interessa, bensì perché mi tormenta l’idea di scomparire completamente dal mondo: ho speranza che, facendo questo, riuscirò a far sopravvivere qualcosa di me, dopo che sarà accaduto ciò che irrimediabilmente deve accadere. Ma questa mia speranza non sarà soltanto follia?”. La redazione (tra i suoi componenti Claudio Pavone) del periodico Incontri, mensile politico culturale, volle pubblicare nell’ottobre 1954 quelle poche righe; nel leggerle, i tanti redattori avevano riscontrato che “il senso umano che le pervade e lo stato d’animo da cui appaiono ispirate le mettono vicino alle lettere dei condannati a morte della Resistenza”.
Giuseppe Lopresti era un giovane romano di origini calabresi (il padre Antonio, colonnello medico del Regio Esercito, era nato a Palmi in provincia di Reggio Calabria). L’8 settembre 1943, senza esitazione alcuna, fu tra i primi ad intraprendere la lotta per la liberazione di Roma. Operò nell’organizzazione militare clandestina del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, tra le “Brigate Matteotti”, al comando di Giuliano Vassalli, Giuseppe Gracceva. Nonostante la sua giovane età gli venne affidata ben presto la responsabilità di comando della 6ª zona di Roma che comprendeva i quartieri Appio, Esquilino e Celio. Aveva dimostrato da subito una maturità che sorprese dirigenti e capi militari del Partito Socialista cui aveva aderito. La sua zona fu una delle più organizzate ed efficienti e tutte le azioni che vi si svolsero videro Lopresti affrontare la propria parte di rischio. Lo storico Peter Tompkins ricorda Giuseppe Lopresti eroico capo zona, insieme ad altri 21 partigiani, quasi tutti romani e morti alle Fosse Ardeatine e alla Storta, che diedero con le loro azioni di informatori un considerevole contributo alle forze alleate anglo-americane nel gennaio 1944. Il 13 marzo 1944 Giuseppe Lopresti fu arrestato dalle SS tedesche a piazza Indipendenza. Era sfuggito altre volte alla cattura, anche quando aveva compiuto azioni rischiose. Rimase vittima di un falso appuntamento al quale non aveva voluto sottrarsi. Portato a via Tasso insieme al suo compagno Paolo Possamai, fu torturato e con il suo atteggiamento e silenzio riuscì a salvare la vita a questi. Il partigiano Possamai in un articolo pubblicato sull’Avanti! giovedì 24 aprile 1947, il giorno dopo la concessione a Lopresti della medaglia d’oro, così ricordò la sua salvezza ed il martirio del giovane eroe: “Entrati a via Tasso, fu torturato in una maniera bestiale. Dopo aver rivendicato a sé tutte le responsabilità cercando di scagionare gli altri, non una parola, non un lamento uscì dalle sue labbra. Si ridestò dal suo mutismo quando gli chiesero chi ero. Giurò che non c’entravo affatto con la lotta clandestina. Ero un suo compagno di Università incontrato casualmente dopo tanto tempo. E solo quando si accorse che l’avevano creduto, solo quando fu sicuro di avermi salvato la vita, rientrò nel suo silenzio”.
Da via Tasso Lopresti, sfigurato, “irriconoscibile in quell’ammasso di carne il bel viso ispirato”, fu tradotto al carcere di Regina Coeli. Pochi giorni dopo, il 24 marzo, fu portato alle cave Ardeatine, luogo del martirio di 335 vittime, uccise per rappresaglia dalle belve naziste. Si concludeva così il suo lungo cammino: la lotta clandestina, la tortura di via Tasso, il terzo braccio di Regina Coeli e quindi le Fosse Ardeatine.
Eugenio Colorni – figura eccelsa di partigiano ebreo, medaglia d’oro della Resistenza, morto il 30 maggio a Roma a seguito di un agguato fascista – gli dedicò un necrologio apparso postumo il 19 agosto 1944 sull’Avanti! (Colorni ed i compagni di redazione decisero di rinviare la stampa del ricordo del partigiano Lopresti per non far apprendere ai familiari, preoccupati ed in apprensione per le sorti del congiunto, dal giornale clandestino che leggevano che Giuseppe era tra le 335 vittime dell’eccidio delle Ardeatine) iniziava con queste parole: “Egli era veramente – e non solo oggi dopo il suo martirio – il migliore, il più serio, il più sensato, il più profondamente puro dei nostri giovani. Aveva 25 anni”. Il martirio, l’eroismo, l’ardore giovanile gli valsero la medaglia d’oro che fu consegnata alla madre il 25 aprile1947, secondo anniversario della Liberazione, dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.
Motivazione della medaglia d’oro al valore militare alla memoria (Museo storico di Via Tasso – Roma)
Quel giorno un altro compagno della lotta clandestina, anche lui compagno di studi al Liceo Tasso, lo storico Ruggero Zangrandi, volle ricordare il suo amico Beppe con il seguente scritto, apparso sul giornale La Repubblica d’Italia il giorno dopo: “Quando domandai cosa era successo dei compagni, non riuscii a sapere di tutti. Di Lopresti seppi solo dopo alcuni mesi che era morto alle Ardeatine. Poi seppi il perché. Non dico che mi sorprese, perché la sorpresa non è più dei nostri anni. Mi colpì, tuttavia, la strada che aveva fatto. Lo avevo visto l’ultima volta, nella primavera del 1942, all’Università, sottotenentino in licenza esami. Parlammo un poco di politica, e capii che aveva capito da un pezzo, anche se parlava poco. Parlava sempre poco, per natura. Lo lasciai bruno, smilzo, alto ma quasi disarmato, pur nella bella divisa da ufficiale. Pensai che avrebbe camminato molto, ma che doveva armarsi. Ora mi sono detto quanto ha camminato, da quella mattina di primavera, per una strada che io avevo cominciato solo a percorrere: cospirazione, lotta clandestina, GAP. È saputo andare fino in fondo: via Tasso, la tortura, le Ardeatine. Restando sempre, io credo, oltre che taciturno, disarmato. Anche oggi, che gli danno la medaglia d’oro, Lopresti se ne sta nella povera bara, laggiù alle Fosse, scarno, disarmato – se fosse per lui – taciturno. Non è colpa sua se lo sentiamo parlare di più, dentro di noi, da due anni”.
Claudio Pavone aveva detto dell’amico Giuseppe che aveva lasciato di sé una testimonianza non affidata a scritti, ma solo allo svolgimento esemplare della sua breve esistenza. In essa è anche compresa una delicata storia d’amore con Graziella Ferrero. La signora Graziella ha oggi 93 anni. Vive a Roma nel quartiere Testaccio. Vedova, è madre di due figli e nonna di tre nipoti. Custodisce caramente i ricordi della loro gioventù tragicamente stroncata. Oggi, si fa ancora accompagnare alle Fosse Ardeatine dalla nipote di Giuseppe Lopresti, signora Stefania, e lascia ogni volta sul sarcofago numero quattro un fiore.
La storia del nostro partigiano dimora certo nei ricordi di chi lo conobbe, ma essa, così densa di eventi e di sentimenti, come le storie di tanti altri partigiani, poco conosciute, quasi anonime, ha bisogno di essere memoria e diventare patrimonio delle nuove generazioni di partigiani, consapevoli del debito di riconoscenza verso chi ha sacrificato la propria vita, con l’impegno quotidiano di rigenerarla costantemente.
Carmine Nastri, dell’ANPI di Reggio Calabria

Vittorio Sereni – Normandia

Vittorio Sereni

Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.

Ho risposto nel sonno: — È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta —.

Campo Ospedale .127, giugno 1944•

Ulisse – Ballata dei tre morti.

Ulisse
Ballata dei tre morti.
Lasciata la mamma per la Montagna andavano
non ancora ventenni in cerca di libertà.

Dove sono i patrioti?
E’ la notte c’è la luna
che li guarda con sgomento.
Patrioti? Lassù in alto
nella baita color paglia,
fate presto – questa notte
sul sentiero han fatto fuoco.

Or la luna inargentata
già li guarda come mamma
già li guida alla montagna
da una balza all’altra balza.
Alto là! Patrioti; sentinella.
Han vent’anni. La lor voce
è ancora fresca come l’aria
alla montagna.

Avanti, avanti patrioti
tutti sopra quel sentiero.
Trema dentro qualche cosa
batte forte ma la baita
è l’Italia.
E’ l’Italia quella baita
dove sono altri compagni
che han lasciato vigna e campo
che han lasciato amore e mamma
per avere quel fucile.
Quella notte passa lenta
all’addiaccio di montagna
e domani sarà guerra
che ci vengono a scovare.
Or la luna li abbandona
lenta, lenta, nella baita.
Fate presto, già è l’alba
su ragazzi alla mitraglia.
Già dal fondo l’eco arriva
del cannone.
Miei ragazzi è la guerra
a braccetto con l’Italia
a braccetto con la mamma.

Anonimo – Dalle rive dell’Arno un mattino

Anonimo

Dalle rive dell’Arno un mattino

Se ne andava alla macchia Beppino
con la fede a fa’ il partigian…
Lei gli disse Beppin non partire
con il volto sconvolta dal pianto

*
la sui monti potresti morire
se muori tu pure io morirò
la sui monti potresti morire
se muori tu pure io morirò.
*
E da Pian d’Albero al Pratomagno
da Monte Giovi a Monte Morello
per Beppino divenne il suo regno
e su ogni monte il suo nome segnò
per Beppino divenne il suo regno
e su ogni monte il suo nome segnò.

*
Dopo mesi di combattimenti
tra la neve, la pioggia e gli stenti
superati i rastrellamenti
con Potente a Firenze arrivò
superati i rastrellamenti
con Potente a Firenze arrivò

Cefalonia: la battaglia

Cefalonia: la battaglia

Alle ore 12 il Comando Divisione consegna in Argostoli al comando tedesco la seguente risposta:
"per ordine del Comando Supremo italiano e per volontà degli ufficiali e dei soldati, la Divisione Acqui non cede le armi. Il comando tedesco farà conoscere le sue decisioni entro le ore 9 del giorno 15 settembre."
Ormai non c’è più tempo da perdere, il Comando Divisione, il Comando Artiglieria e il Comando Genio si trasferiscono presso il Comando tattico in località Procopata.
Alle ore 10.45 le batterie contraeree aprivano il fuoco contro due idroplani da trasporto e una batteria del 33′ Artiglieria affondava un pontone carico di tedesche tentava di accostarsi alla riva.
Ha così inizio la grande battaglia di Cefalonia che trova le forze in rapporto di disparità perché nel frattempo i tedeschi, durante le trattative facevano influire sull’isola 5 battaglioni di fanteria e 2 Gruppi di artiglieria da montagna.
La battaglia di Cefalonia si protrasse aspra e sanguinosa dalle ore 14 del 15 Settembre alle ore 16 del 22 Settembre, sotto il fuoco interrotto (24 ore su 24 ore) di bombardamenti aerei di Stukas in picchiata che mitragliavano a vista d’uomo. I nostri fanti, nonostante il martellamento aereo, reagiscono con indicibile accanimento non cedendo di un sol palmo.

Nel corso della battaglia gli Stukas oltre a bombardare e mitragliare, lanciarono manifestazioni invitanti alla resa e alla diserzione a nome del Generale di Corpo d’Armata Libert Lanz.
Il testo era il seguente:
"Italiani di Cefalonia, camerati italiani, ufficiali e soldati perché combattere contro i tedeschi? Voi siete stati traditi dai Vostri capi, voi volete ritornare nel Vostro paese per stare vicino alle vostre donne, ai Vostri bambini, alle vostre famiglie? Ebbene la via più breve per raggiungere il Vostro paese non è certo quella dei Campi di Concentramento inglesi. Conoscete già le infami condizioni imposte al Vostro paese con l’armistizio anglo americano. Dopo avervi spinto al tradimento contro i compagni germanici, ora vi si vuole avvilire con lavoro pesante e brutale nelle miniere d’Inghilterra e d’Australia che scarseggiano di mano d’opera. I Vostri capi vi vogliono vendere agli inglesi, non credete a loro Seguite l’esempio dei Vostri camerati dislocati in Grecia, Rodi e nelle altre isole, i quali hanno tutti deposto le armi e già rientrano in Patria; come hanno depositato le armi le divisioni di Roma e delle altre località del Vostro territorio nazionale. E voi invece proprio ora che l’orizzonte della Patria si delinea ai vostri occhi, volete proprio ora preferire morte e schiavitù inglese. Non costringete, no, non costringete gli Stukas germanici a seminare morte e distruzione. Deponete le armi! La vita della Patria vi sarà aperta dai Camerati tedeschi.
Camerati dell’Armata italiana
Col tradimento di Badoglio, l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista sono state abbandonate nella loro lotta fatale. La consegna delle armi dell’armata di Badoglio in Grecia è terminata completamente, senza spargere sangue.
Soltanto la Divisione Acqui al comando del Gen. Gandin, partigiano di Badoglio dislocata sulle isole di Cefalonia e Corfù è isolata dagli altri territori, ha respinto l’offerta di una consegna pacifica delle armi e ha cominciato la lotta contro i camerati tedeschi e fascisti. Questa lotta è assolutamente senza speranza. La Divisione, divisa in due parti, è circondata dal mare senza alcun rifornimento e senza possibilità d’aiuto da parte dei nostri nemici. Noi camerati tedeschi non vogliamo questa lotta.
Vi invitiamo perciò a deporre le armi e ad affidarvi ai presidi tedeschi delle isole.
Allora anche per voi come per gli altri camerati italiani è aperta la via verso la Patria, se però sarà continuata l’attuale resistenza irragionevole sarete schiacciati e annientati fra pochi giorni dalle forze preponderanti tedesche che stanno raccogliendosi.
Chi verrà fatto prigioniero allora, non potrà più tornare in Patria perciò camerati italiani appena otterrete questo manifesto passate subito ai tedeschi.
È l’ultima possibilità di salvarsi
Il Generale Tedesco di Corpo d’Armata"
È inutile dire che tali manifestini hanno fatto l’effetto contrario riaffermando in tutti i soldati la più ferma volontà di vincere e di scacciare i tedeschi dall’isola. Il Gen. Gandin dopo aver letto tale manifesto, in presenza del suo Stato Maggiore si strappò dal petto la croce di ferro gettandola sul tavolo e disse: Se perdiamo ci fucileranno tutti. Fu la convinzione di tutti, ma nessuno vacillò nessuno esitò, bisogna andare fino in fondo e così fu.

Cefalonia: la resa e l’eccidio

Tra la sera dei 21 settembre e l’alba del 22 l’intera Divisione veniva decimata, e il Gen. Gandin convocò per un’ultima volta il Consiglio di Guerra, il quale decise di chiedere la resa senza condizioni. La riunione durò circa 2 ore; quindi gli ufficiali del Comando Divisione deposero le loro pistole di ordinanza, diventando da quel momento prigionieri di guerra.
Nonostante la bandiera bianca issata in segno di resa sul Comando tattico, non finivano però le fucilazioni dei reparti che deponevano le armi.
Alle 16 del 22 settembre la battaglia di Cefalonia era finita, ma le fucilazioni continuarono per tutta la giornata del 23 durante i rastrellamenti effettuati dai tedeschi.

Dopo le esecuzioni sommarie in massa sul campo di battaglia nel corso delle quali avevano incontrato la morte 155 ufficiali e 4.750 uomini di truppa, sembrava che l’impeto di bestiale ferocia sanguinaria fosse giunto al suo epilogo. E invece tra il 23 e il 28 settembre i tedeschi massacrarono altri 5.000 uomini di truppa e 129 ufficiali, compreso il Gen. Gardin. I rimanenti 163 ufficiali, accantonati presso la palazzina del l’ex Comando Marina e all’ex caserma Mussolini, vennero caricati su autocarrette e trasferiti a punto San Teodoro nella famigerata "casetta rossa". Qui, dopo un sommario processo, vennero avviati al supplizio a 4 per volta.
Compiuto l’orrendo crimine bisognava fare scomparire le tracce: ad eccezione di alcune salme lasciate insepolte o gettate in cisterne, la maggior parte furono bruciate, e i resti gettati in mare.

Secondo i più recenti accertamenti (non facili) le perdite complessive della Divisione Acqui e della Marina ammontarono a 390 ufficiali su 525, e a 9.500 uomini di truppa su 11.500. I superstiti furono in tutto 2135 ufficiali e circa 2.000 uomini di truppa. La maggior parte di essi fu deportata in Germania e poi in Russia, da dove molti non sono più tornati.

A ricordo della Divisione Acqui è stato eretto un monumento a Verona, e il 21 settembre di ogni anno viene commemorato l’eccidio alla presenza di autorità civili e militari.

Terminato l’eccidio le truppe tedesche sbarcarono a Corfù. Il piccolo presidio italiano resistette qualche giorno, ma alla fine, sopraffatto dall’ingente forza tedesca, dovette cedere le armi, lasciando sul campo di battaglia parecchi uomini.
Alla resa la rappresaglia tedesca si accanì in particolare sugli ufficiali, che vennero fucilati in massa, e i loro corpi – appesantiti con pietre – gettati in mare.
L’epopea della Divisione Acqui era giunta al suo epilogo.

Emilio Parisotto – Palestina

Emilio Parisotto

Palestina

Palestina, sui tetti fucilati stagna l’ombra dei corvi.
Hanno intinto il rostro nel tuo sangue Palestina,
ma non lo beve l’ulivo che tende al mezzodì le radici divelte,
non il grano vinto dai cingoli,
non la cenere dei morti dissepolti,
non il cedro dilaniato dal ferro.

Hanno steso filo spinato sulle tue ossa, Palestina,
hanno versato asfalto sulla polvere dei tuoi templi,
hanno colato piombo nelle ferite di Ismaele.
Dove sono i tuoi aedi, Palestina?
Chi canterà l’urlo delle pietre divise?
Chi dirà il furore del sasso nella mano spezzata di tuo figlio?
Orfano bela al deserto l’agnello, e cerca la fonte predata.
Lontano, sulla soglia della tenda, la vecchia fila il suo lamento perpetuo:

Gerusalemme, Gerusalemme…

Bruciavano i morti, ad Auschwitz, e il mondo tacque.
Bruciano i vivi, a Gaza, e il mondo tace.
Tu paghi ancora per Auschwitz, Palestina.
E non c’eri.

Chi c’era pagherà per Gaza?

Maurizio Orrù – Quel comandante partigiano venuto dal Sud

Maurizio Orrù

Quel comandante partigiano venuto dal Sud

Nino Garau, “Geppe”, cagliaritano, comandante della 13ª Brigata partigiana “Aldo Casagrandi” che operava nel Modenese, a capo di tante azioni e della liberazione di Spilamberto

La memoria è una straordinaria fonte di Storia, nel senso di racconti e testimonianze, di particolari percorsi autobiografici, che permettono di ricostruire fedelmente avvenimenti, accadimenti e contesti storici. Partendo da questi presupposti è doveroso citare la bella figura di Nino Garau, che deve essere ricordato come esempio di generosità, di spirito democratico e antifascista, che tutti dovremo conoscere e apprezzare. Infatti molti sardi, come Nino Garau, sono ricordati per il profondo spirito di abnegazione e sacrificio, con cui parteciparono alla guerra di Liberazione tra le file della Resistenza, ma purtroppo molti di loro sono rimasti in ombra per scarsità di documentazione o per riserbo assoluto. Infatti Nino Garau, (nome di battaglia Geppe) dopo 67 anni di silenzio, ha qualche tempo fa deciso di raccontare una parte della sua vita, che risulta essere un pezzo di storia italiana, di cui è stato un importante protagonista. Scrive Sergio Naitza, giornalista dell’Unione Sarda: “(…) Certo, nella ristretta cerchia degli storici si sapeva del passato di Garau, il suo nome è citato in vari saggi. Ma tante storie, particolari e dettagli inediti erano chiusi a doppia mandata nel forziere della sua memoria (…)”.

Facciamo un passo indietro. Nino Garau è oggi un anziano signore di novantatré anni, cagliaritano verace, figlio di una agiata famiglia della borghesia. Allievo ufficiale dell’Accademia aeronautica di Caserta, dopo il fatidico 8 settembre del 1943 entra nelle file della Resistenza italiana, partecipando e dirigendo gruppi e squadre di azione patriottica nel Modenese, diventando, in seguito, comandante della 13° Brigata partigiana “Aldo Casagrandi”. Furono tante le azioni che Geppe condusse contro i tedeschi, e le azioni contro i distaccamenti di repubblichini nella zone verso l’Appennino. Fino alla liberazione di Spilamberto il 23 aprile, prima dell’arrivo degli Alleati. Scrive Giorgio Pisano nell’Unione Sarda: “(…) Memoria lucidissima, protagonista appassionato e non pentito, alla fine si è lasciato convincere a vuotare il sacco davanti ad una videocamera. Senza censure, tutto: orrori, torture, violenze. Per sé ha tenuto soltanto il privatissimo gelo dell’anima nel vedere gli occhi di un uomo che muore: “Era gente come me, magari padri di famiglia: Ma non c’era scampo: o io o loro (…)”. Fortunatamente Geppe, ha voluto lasciare, attraverso un film a lui dedicato “Geppe e gli altri – Storia di vita di un comandante partigiano sardo”, diretto da un ristretto gruppo di persone, facenti capo all’Istituto sardo per la Resistenza e l’Università di Cagliari, la sua vita da partigiano. Geppe è stato aiutato da una memoria lucidissima e straordinaria. Questo film-documentario, realizzato dopo un anno di riprese, vuole essere un modo straordinario di raccontare le vicende personali di un partigiano, attraverso una profonda riflessione del valore etico di una comunità. Il Comune di Spilamberto non ha dimenticato Nino Garau, tanto da conferirgli la cittadinanza onoraria del Comune. Anche la pubblicistica emiliana, ricorda attraverso il libro “Ci siamo liberati”, le tante storie e vicissitudini di partigiani, (tra questi spicca Geppe) e uomini comuni, che hanno portato la liberazione di tutta la cittadinanza dall’assedio nazi-fascista. Nino Garau è stato membro del Consiglio Superiore della Pubblica Amministrazione ed è stato insignito della Stella d’argento al Merito Sportivo.

Una suggestiva immagine di Spilamberto (Modena) oggi (da http://www.minniti.info/main/immagini/0655.jpg)

Una suggestiva immagine di Spilamberto (Modena) oggi (da http://www.minniti.info/main/immagini/0655.jpg)

Il profilo di Nino Garau, la sua testimonianza di vita, merita attenzione tra l’opinione pubblica, spesso travagliata da un imbarbarimento dell’etica e della morale. I giovani devono conoscerlo, apprezzarlo e scoprirlo. Nino Garau, in uno dei suoi tanti interventi ha affermato: “Rispetto per chi ha perso la vita; essendo sopravissuto, io posso soltanto dire di aver agito modestamente. Oggi, voi che avete idee e valori di equità, democrazia e giustizia, prendetevi cura delle nuove generazioni perché sono l’unica speranza per risollevare le sorti di un’Italia che ha trascorso gli ultimi anni a grattare il fondo del barile”. Ancora una volta, le associazioni antifasciste e resistenziali, devono unire le forze affinché, il patrimonio culturale, ideale e politico espresso dagli uomini della Liberazione non cada nell’oblio. Sarebbe la fine delle libertà e della democrazia.

Maurizio Orrù – giornalista, Segretario regionale ANPPIA-Sardegna

La Resistenza dei militari italiani in Grecia

La Resistenza dei militari italiani in Grecia

La Grecia era stata occupata da italiani e tedeschi dopo una sanguinosa campagna nell’aprile 1941. L’8 settembre 1943 vi si trovavano circa 80.000 tedeschi del gruppo Armate Sud eEst in formazione di massicci distaccamenti motorizzati e l’XI Armata italiana composta da circa 7000 ufficiali e 165.000 militari di truppa, suddivisi in otto divisioni disseminate in innumerevoli e statici presidi sia nel continente che nelle isole.
La notizia dell’armistizio colse anche qui di sorpresa il comando dell’armata. Soltanto la sera prima un dispaccio raccomandava di riunire rapidamente le forze in vicinanza dei porti e di usare verso i tedeschi un prudente atteggiamento. Purtroppo era da poco che lo stesso Comando Supremo Italiano aveva posto l’XI Armata alle dipendenze dirette dei tedeschi, impedendole di fatto iniziative autonome. Così dopo l’8 settembre i tedeschi misero in atto un piano, preparato per tempo, che prevedeva il disarmo immediato dell’XI Armata e, con l’ingannevole promessa del rimpatrio, il suo internamento.
Catturati o resi inoperanti i suoi maggiori comandi l’armata, che nelle previsioni di Badoglio era ormai da considerare sacrificata, dovette accettare il disarmo. Così le sue divisioni nella quasi totalità non ressero agli eventi e si sfaldarono, con l’unica eccezione della Pinerolo.
Diversa reazione vi fu invece in molte unità italiane dislocate nelle isole, che diedero vita a episodi di eroica resistenza ai tedeschi soprattutto nel Dodecaneso e a Cefalonia.

La Resistenza dei militari a Cefalonia e Corfù

L’8 settembre 1943 la Divisione Acqui che, forte di 525 ufficiali e 11.500 soldati, presidiava le isole di Cefalonia e Corfù agli ordini del generale Antonio Gandin, si trovò di fronte alla consueta alternativa: o arrendersi e cedere le armi ai tedeschi o affrontare la resistenza armata, sapendo di non poter contare su alcun aiuto esterno. Tra il 9 e l’11 settembre si svolsero estenuanti trattative tra Gandin e il tenente colonnello tedesco Barge, che intanto fece affluire sull’isola nuove truppe. L’11 settembre arrivò l’ultimatum tedesco, con l’intimazione di cedere le armi.
All’alba del 13 settembre batterie italiane aprirono il fuoco su due grossi pontoni da sbarco carichi di tedeschi. Barge rispose con un ulteriore ultimatum, che conteneva la promessa del rimpatrio degli italiani una volta arresi. Gandin chiese allora ai suoi uomini di pronunciarsi su tre alternative: alleanza con i tedeschi, cessione delle armi, resistenza. Tramite un referendum i soldati scelsero all’unanimità di resistere.
Il 15 settembre cominciò la battaglia che si protrasse sino al 22 settembre, con drastici interventi degli aerei Stukas che mitragliarono e bombardano le truppe italiane. I nostri soldati si difesero con coraggio, ma non ci fu scampo: la città di Argostoli distrutta, 65 ufficiali e 1.250 i soldati caduti in combattimento.
L’Acqui si dovette arrendere, la vendetta tedesca fu spietata e senza ragionevole giustificazione. Il Comando Superiore tedesco ribadì che "a Cefalonia, a causa del tradimento della guarnigione, non devono essere fatti prigionieri di nazionalità italiana, il generale Gandin e i suoi ufficiali responsabili devono essere immediatamente passati per le armi secondo gli ordini del Führer".
Il 24 settembre Gandin venne fucilato alla schiena; in una scuola 600 soldati italiani con i loro ufficiali furono falciati dal tiro delle mitragliatrici; 360 ufficiali furono uccisi a gruppetti nel cortile della casetta rossa. Questi gli ordini del generale Hubert Lanz, responsabile dell’eccidio: "Gli ufficiali che hanno combattuto contro le unità tedesche sono da fucilare con l’eccezione di: 1) fascisti, 2) ufficiali di origine germanica, 3) ufficiali medici, 4) cappellani. 5) fucilazioni fuori dalla città, nessuna apertura di fosse, divieto di accesso ai soldati tedeschi e alla popolazione civile. 6) nessuna fucilazione sull’isola, portarsi al largo e affondare i corpi in punti diversi dopo averli zavorrati".
Alla fine saranno 5.000 i soldati massacrati, 446 gli ufficiali; 3.000 superstiti, caricati su tre piroscafi con destinazione i lager tedeschi, scomparirono in mare affondati dalle mine. In tutto 9.640 caduti, la Divisione Acqui annientata.
Molti dei superstiti dell’eccidio si rifugiarono nelle asperità dell’isola e continuarono la resistenza nel ricordo dei compagni trucidati e si costituirono nel raggruppamento Banditi della Acqui, che fino all’abbandono tedesco di Cefalonia si mantenne in contatto con i partigiani greci e con la missione inglese operando azioni di sabotaggio e fornendo preziose informazioni agli alleati
Dopo l’8 settembre anche l’isola di Corfù, presidiata da un reggimento della Divisione Acqui, fu esempio di resistenza. Gli uomini del colonnello Luigi Lusignani (1896-1943) dettero filo da torcere ai tedeschi e per giorni si opposero ai loro tentativi di sbarco fino allo scontro aperto lungo tutta l’isola.
La fine del presidio fu tragica, i tedeschi non volevano prigionieri: venti ufficiali e 600, tra sottufficiali e soldati, persero la vita negli scontri o vennero in seguito fucilati.

Cefalonia: le forze in campo

La Divisione "Acqui" l’otto settembre 1943 presidia l’isola di Cefalonia con la maggior parte dei suoi effettivi ad eccezione del 18" Regg. Fanteria del IIII Gruppo del 33^ Regg. Artiglieria e della 333^ batteria 2Om/m dislocati nell’isola di Corfù.

L’organico della Divisione Acqui all’8 settembre a Cefalonia è così composto: 17 Reggimento Fanteria – 317 Reggimento Fanteria – 33 Reggimento Artiglieria – 33 Compagnia Genio T.R.T – 31 Compagnia Genio Artieri – 3 Ospedali da Campo.

Negli ultimi tempi sono stati aggregati come rinforzo due compagnie mitraglieri di Corpo d’Armata – una compagnia Genio Lavoratori.

Dalla Acqui dipende pure il Comando Marina di Argostoli dotato di tre batterie per la difesa costiera, una flottiglia di MAS e una flottiglia di Dragamine, un reparto di Carabinieri e un reparto di Guardia Finanza.

Il totale delle truppe italiane si aggira su undicimilacinquecento uomini fra sottouffíciali e truppa e su 525 ufficiali.

Nel mese di Agosto 1943 a integrare il presidio Italiano è sbarcato nell’isola un contingente di truppe tedesche costituite da un Reggimento granatieri di fortezza con 9 pezzi di artiglieria. Tale contingente ammonta complessivamente a 1800 uomini fra cui 25 ufficiali al Comando del Ten. Col. Hans Barge.

Cefalonia: disposizioni

Nella notte dall’8 al 9 Settembre giunge al Comando Divisione il primo radiogramma del Gen. Vecchiarelli Comandante generale delle truppe in territorio greco, che deforma nella lettera e nello spirito il proclama del maresciallo Badoglio condizionando l’atteggiamento della truppa alla linea di condotta assunta dai tedeschi, additati come nuovo nemico contro il quale bisogna tempestivamente premunirsi.

Il giorno 9 si incomincia a notare un gran movimento di alcuni autocarri tedeschi dalla penisola di Lixuri, dove sono dislocati, verso Argostoli la capitale dell’isola. Questo movimento ha lo scopo di apportare rinforzi al proprio presidio di Argostoli.
Alla sera il Gen. Gandin, Comandante 1a Divisione, invita a rapporto il Ten.Col. Barge per comunicargli il testo del primo radiogramma del generale Vecchiarelli. Il Barge assicura che non ha fìno a quel momento ricevuto alcuna direttiva dal comando superiore tedesco, pertanto continua a collaborare con la Divisione nel senso di evitare che sorgano incidenti tra italiani e tedeschi.
Il Gen. Gandin invita a colazione il Ten. Col. Barge, il quale se ne esime, inviando come suo rappresentante il Ten. Fanth, il quale al brindisi si leva augurando all’Italia, tanto provata da una lunga guerra sfortunata, un avvenire migliore e per chiarire che qualunque sviluppo avesse potuto assumere i rapporti italo tedeschi, sarebbero improntati a cavalleresca lealtà.

Nella notte perviene il secondo radiogramna emesso dal Gen. Vecchiarelli con il seguente testo: "Seguito mio ordine 0225006 dell’otto corrente. Presidi costieri devono rimanere attuali posizioni fino al cambio con reparti tedeschi non oltre le ore 10 del giorno 10 Settembre. In aderenza clausule armistiziali truppe italiane non oppongano da questa ora resistenza ad eventuali azioni forza anglo americane. Reagiscano invece ad eventuali azioni forza ribelli.Truppe italiane rientreranno al più presto in Italia, una volta sostitutite grandi unità si concentreranno in zone che mi riservo fissare unitamente modalità trasferimento. Siano portate al seguito armi individuali ufficiali e truppa con relativi minuzionamenti in misura adeguata a eventuali esigenze belliche contro ribelli. Siano lasciate a reparti tedeschi subentranti-armi collettive tutte artiglierie con relativo munizionamento. Conseguiranno parimenti armi collettive tutti altri reparti delle forze armate italiane in Grecia, avrà inizio a richiesta comandi tedeschi a partire da ore 12 di oggi."
Firmato Generale Vecchiarelli.

Questo telegramma determina lo sbandamento delle Divisioni in Grecia e desta nel comando della Acqui un doloroso stupore. Esso pone il Gen. Gandin, Comandante della Acqui, dinanzi ai seguenti interrogativi:
come cedere le armi ai tedeschi, cioè ai nemici degli alleati, quando l’ordine del governo imponeva di cessare le ostilità contro gli alleati e di reagire ad atti di violenza tedesca?
Bisogna ubbidire al governo o disubbidire al Comandante dell’armata o viceversa?

Da questo tragico dilemma ha inizio il dramma di Cefalonia.

Allo Stato Maggiore della Divisione a rapporto con il Gen. Gandin sorge un dubbio sul secondo radiogramma, tanto in contrasto con il proclama del Governo da poter essere apocrifo, perché a conoscenza che sin dall’8 Settembre parecchi comandi in Grecia hanno deposto le armi ad i rispettivi cifrari sono caduti in mano tedesca.
Pertanto il radiogramma viene respinto al comando d’Armata come parzialmente indecifrabile.

In sostanza tale radiogramma paralizza l’iniziale orientamento anti-tedesco del comando Divisione.

Cefalonia: gli ultimatum tedeschi

Il giorno 10 di mattina verso le ore 8 si presenta al Comando Divisione il Ten. Col. Barge che a nome del comando superiore Tedesco, chiede la cessione completa delle armi compresa quelle individuali definendo come termine le ore 10 dell’11 Settembre e come località di consegna la piazza principale di Argostoli alla presenza della popolazione.
Il Gen. Comandante risponde chiedendo una dilazione dei termini, facendo presente di avere ricevuto dal Comando d’Armata un solo radiogramma e che è stato costretto a respingerlo perché indecifrabile, chiedendo altresì di consegnare solamente le artiglierie e l’armamento collettivo scartando la piazza di Argostoli al fine di evitare al soldato italiano una così aperta umiliazione dinanzi alla popolazione greca.
Il Ten.Col. Barge si congeda promettendo di prospettare ogni cosa al proprio comando. Nel frattempo il Gen. Gandin convoca a rapporto il Gen. Gherzi Comandante della Fanteria e tutti i comandanti dei Reggimenti nonché il Comandante delle forze navali per esporre la situazione e sentire i rispettivi pareri.

In questo primo Consiglio di guerra prevale il parere di cedere le armi collettive, ma non le armi individuali. La notizia dell’ingiunzione di cedere le armi si è diffuso come un baleno nei reparti che manifestavano un acceso risentimento antitedesco. I soldati della Acqui non intendono sottostare alla grave umiliazione di fronte alla popolazione di Cefalonia. Dello stesso parere sono la maggior parte dei giovani ufficiali.

I tedeschi infrangendo lo "Status quo"conseguente alle trattative in corso, attuano numerosi spostamenti di truppe facendo altresì affluire rinforzi dal continente. Ma la Acqui è ben decisa a non lasciarsi sopraffare. A rafforzare questa situazione contribuisce la solidarietà del popolo greco che si unisce spiritualmente al soldato italiano compresi gli ufficiali dell’esercito popolare greco di liberazione, che opera sulle montagne, i quali si presentano ai nostri comandi chiedendo armi ed offrendo generosamente la loro collaborazione.

Nella notte del 10 e 11 Settembre si rinnovano i colloqui tra il Gen. Gandin e il Ten. Col. Barge venendo ad un accordo in linea di massima della consegna esclusiva delle armi collettive.
Nella mattina dell’11 Settembre però il Ten. Col. Barge invita repentinamente il Gen. Gandin a definire chiaramente il suo atteggiamento, sottoponendogli la scelta tra i seguenti punti:

1. con i tedeschi
2. contro i tedeschi
3. cedere tutte le armi -anche quelle individuali.

Termine della risposta: le ore 19 del giorno.
I tedeschi è chiaro che non intendevano perdere tempo, e verso le ore 17 puntano un semovente su un nostro dragamine che isolato è costretto a ritirarsi dopo aver consegnato gli otturatori delle due mitragliatrici al comando artiglieria.
Il Generale comandante a questo punto riunisce nuovamente a Consiglio tutti i comandanti di corpo, ma prima di trasmettere al comando tedesco la risposta definitiva ha riunito i sette cappellani della divisione per sentire il loro definitivo parere. I Cappellani ad eccezione di uno consigliano la cessione delle armi.

Cefalonia: Plebiscito fra i soldati

La giornata del 12 Settembre si profilava molto burrascosa e densa di eventi. Fin dalle prime ore venne notato un intenso via vai di aerei che paracadutavano rifornimenti ai tedeschi. Vennero pure segnalati sbarchi di uomini e mezzi nelle baie rimaste isolate per la partenza dei mezzi navali che avevano ricevuto ordine di partire per nuove basi.

Il giorno 14 Settembre alle 2 antimeridiane, il Generale Comandante mediante fonogramma urgente pregava i comandanti di reparto di invitare le truppe ad esprimere il proprio parere sui seguenti 3 punti prima di prendere di fronte a Dio e agli uomini la suprema decisione:
1. contro i tedeschi
2. insieme ai tedeschi
3. cessione delle armi.
All’alba ogni comandante raduna i suoi uomini e commenta con serenità obbiettiva la drammaticità della situazione. Alle prime ore del giorno 14 il Comando Divisione raccoglie l’esito del plebiscito. La risposta che prorompe unanime, concorde, è una sola: il primo punto ha riscosso il cento per cento delle adesioni: "Guerra al tedesco".
Contemporaneamente perviene dal comando supremo italiano un cifrato a firma "Gen. Francesco Rossi" che ordina di resistere alle richieste tedesche, confermando l’ordine governativo dell’8 Settembre 1943.
A questo punto la posizione della Acqui è ormai chiara. L’ordine del comando supremo elimina ogni dubbio.

Arthur Rimbaud, – L’addormentato nella valle

Arthur Rimbaud,

L’addormentato nella valle

E’ una gola di verzura dove il fiume canta
impigliando follemente alle erbe stracci
d’argento: dove il sole, dalla fiera montagna
risplende: è una piccola valle che spumeggia di raggi.

Un giovane soldato, bocca aperta, testa nuda,
e la nuca bagnata nel fresco crescione azzurro,
dorme; è disteso nell’erba, sotto la nuvola,
pallido nel suo verde letto dove piove la luce.

I piedi tra i gladioli, dorme. Sorridente come
sorriderebbe un bimbo malato, fa un sonno.
O natura, cullalo tiepidamente: ha freddo.

I profumi non fanno più fremere la sua narice;
dorme nel sole, la mano sul suo petto
tranquillo. Ha due rosse ferite sul fianco destro.