Archivio mensile:luglio 2011

Ricordi – Stuart Hood

Ricordi di Stuart Hood

Capitano di Stato Maggiore

Scozzese fra i Partigiani Toscani

Monte Morello

Sarebbe troppo lungo narrare l’intera storia della mia vita e come mi sono ritrovato nel dicembre 1943 sulla Calvana. Non credo nel destino secondo le leggi dell’oroscopo e dei segni zodiacali o nell’idea secondo la quale le nostre vite sono tutte predestinate fin dalla nascita, ma accetto il fatto ovvio che noi tutti siamo nati in seno ad una società particolare che ci ha formato,invitandoci ad accettare l’ideologia dell’essere “naturale” e l’importanza del “senso comunitario” e per questa ragione non si può discutere.

Il motivo che mi ha spinto verso la Calvana è stata la ribellione contro i principi sociali che mi hanno circondato quando ero un adolescente. Proprio per questo è più indicato che io descriva alcuni dettagli della mia infanzia e gioventù.

Mio padre, un giovane lavoratore che ha conseguito la laurea dopo anni di duro lavoro, era il Direttore di una piccola scuola in un piccolo paese in Scozia che abbandonammo più tardi per stabilirci in una cittadina di pescatori dell’Est dove io sono cresciuto. In termini sociali sono nato in un clima piccolo borghese, assorbendo l’etica del Protestantesimo e la tradizione scozzese di egualitarismo. La mia famiglia però, non ha mai messo in discussione questo tipo di società

nella quale noi occupavamo un posto sicuro anche se eravamo lontani dall’essere considerati dei ricchi.

Era una cosa certa il fatto che io avrei dovuto studiare e seguire le orme di mio padre nell’insegnamento. Di politica non si discuteva molto a casa. La politica era qualcosa che andava avanti con il mondo, qualcosa adatto alle altre persone e non per noi. Una mattina all’alba nel luglio 1943 da una finestra del Campo PG 49 a Fontanellato di Parma, vidi un giovane soldato andare nell’ufficio del comandante, prendere il ritratto del Duce che era posto inevitabilmente sopra la scrivania, e gettarlo a terra saltandoci sopra. Sapevo che era accaduto qualcosa di importante. Infatti Mussolini era stato spodestato. Le pagine dei giornali cominciarono ad apparire con le colonne bianche nelle quali le notizie erano state censurate, ma essi parlavano di eventi quali una riunione comunista presieduta da Giovanni Roveda, dell’attività politica dei socialisti ed altro. Questo era un periodo curioso sotto il governo del generale Badoglio e un momento di paralisi nei ranghi della classe governativa italiana e delle forze armate. Gli Alleati erano sbarcati in Sicilia. Noi sedemmo e aspettammo notando il crescente numero delle truppe tedesche.

Campo di concentramento

Poi il 9 settembre fummo chiamati per una parata dal nostro trombettiere e ci disse che il comandante italiano era dispiaciuto perché non aveva armi sufficienti da darci per combattere i tedeschi, ai quali lui voleva resistere, e che ci avrebbe lasciato uscire fuori dal filo spinato. Così ci ritrovammo in mezzo ai campi in Emilia, senza sapere dove andare e cosa fare. Dopo un paio di

giorni passati nei canali, nelle macchie punti dalle zanzare, non lontano da Busseto, Ted – Edward Muniford, un capitano dell’esercito indiano che avevo conosciuto da poco, disse che avremmo potuto trovare la salvezza nelle colline. Ted sarebbe diventato un solido e coraggioso compagno nei mesi che seguirono, anche se la nostra estrazione sociale e la nostra educazione, in special modo le nostre idee politiche, erano così diverse.

Dopo aver trovato degli abiti civili, una giacca, pantaloni e una camicia, da una famiglia di contadini per la quale svolgemmo alcuni lavori nei campi, ci incamminammo, con lo scopo di arrivare, passando dalle vette più alte dell’Appennino, fino al sud dove avremmo dovuto trovare gli Alleati e che, pensando in maniera ottimistica, saremmo potuti arrivare vicino a Grosseto. Si prospettava un cammino molto duro e disagiato, con molti fiumi da guadare Il Taro era in piena e l’acqua ci arrivò fino sotto le ascelle non appena vi entrammo.Solitamente dormivamo “nella stalla” di alcune famiglie di contadini. Dovevamo conoscere e rispettare i mezzadri che abitavano nell’Appennino; essi vivevano in un modo che mi sembrava non fosse cambiato dal Medio Evo. Avevano solitamente, ma non sempre, cibo a sufficienza e dovevano lavorare come i loro stessi buoi. Anche noi lavoravamo con loro arando e dissodando la terra con la zappa, raccogliendo le castagne, aiutando nella vendemmia, imparando, come nel mio caso, a capire il dialetto dell’Appennino Tosco Emiliano. Ciò che ci colpì maggiormente era che venivamo accolti positivamente e non eravamo trattati come ex nemici bensì come uomini che avevano qualcosa da offrire, il nostro lavoro, e, d’altra parte, con delle necessità umane di cibo e riparo. C’è da tener conto che offrendoci un rifugio essi rischiavano severe punizioni quali ad esempio la morte o la prigione. Le donne contadine, in particolare, erano assistenti e caritatevoli, ci portavano il cibo nei boschi o nelle colline quando c’era un rastrellamento. Se io domandavo perché rischiavano tutto ciò, loro rispondevano che speravano che nel mondo ci fossero altre persone che avrebbero fatto lo stesso per i loro figli, mariti, fidanzati, che erano prigionieri o dispersi. Dopo la guerra, un italiano che era sopravvissuto dal CSIR, mi ha raccontato di aver ricevuto lo stesso trattamento dai contadini russi ed anche che questa era la loro carità cristiana.

Soltanto in pochi giornali, che trovavamo occasionalmente, potevamo leggere invettive contro gli Anglo-Americani. Dagli italiani non abbiamo mai ricevuto alcun segno di xenofobia. In novembre attraversammo il passo dell’Abetone in mezzo alla neve alta. Indossavamo soltanto i vestiti che avevamo ricevuto dai contadini e ci chiedevamo se sarebbe stato possibile sopravvivere a quel freddo e se saremmo mai potuti arrivare in Toscana: “Sì, ce la facciamo!”. Ce l’abbiamo fatta. Facemmo un piano per arrivare a Pratomagno, che significava, lo sapevamo dalla nostra cartina geografica, una mappa delle ferrovie italiane, che avremmo in qualche modo raggiunto una località vicino a Prato, percorrendo la ferrovia Firenze-Bologna e camminando lungo il fiume che pareva scorrere lungo questa.

Ci incamminammo con alcuni timori, cioè che una così importante linea ferroviaria poteva essere difesa. Era un giorno di dicembre al crepuscolo facemmo un giro per evitare un paese proprio davanti alla ferrovia, si trattava infatti di Migliana, lì incontrammo un tale che ci chiese di farci riconoscere poichè ci aveva identificato dagli stivali dell’esercito inglese.

Quello fu un momento molto particolare, carico di tensione, che l’uomo subito dissipò mettendoci a nostro agio. Si chiamava Maurilio Franchi e ci persuase ad entrare nel paese. Rimanemmo in questo luogo per alcuni giorni. Poi con lui e sua moglie Gina, ci incamminammo una notte verso il Bisenzio, in direzione della linea ferroviaria, poi ci dirigemmo verso la Calvana ed infine arrivammo in una fattoria sul Monte Morello.

Lì mi ritrovai in mezzo ad un gruppo di partigiani armati di fucili ed una mitragliatrice. Da ciò che sapevo del movimento antifascista e del ruolo degli italiani nelle Brigate Internazionali in Spagna, avevo sempre immaginato che ci poteva essere un movimento partigiano in Italia formato dallo stesso tipo di persone. Ora ero felice di essere in contatto con loro. Dal mio punto di vista non era importante a fianco di chi si combatteva il Fascismo, l’importante era combatterlo. Ciò che trovai fu una formazione prevalentemente italiana ma che aveva anche persone jugoslave e russe.

Era veramente un’organizzazione internazionale ed anche nel modo di pensare politicamente. Non eravamo considerati stranieri o ex-nemici, non eravamo guardati con sospetto, ma fummo accolti con calore, come combattenti e compagni.

L’accoglienza che ricevetti a Monte Morello confermò la mia fede nei legami internazionali che attraversavano le frontiere; avevo sempre ritenuto questo come uno dei principi fondamentali del Socialismo. Fu proprio con questi compagni che imparai a cantare Bandiera Rossa e il suo ritornello per “il comunismo e la libertà”, che era ed è uno slogan utopistico, ma ogni persona ha bisogno di utopie era quello che Marx chiamava “il sogno di una cosa”. Era chiaramente difficile per me orientarmi e capire quale relazione intercorresse tra i membri dell’associazione.

Oggi conosco qualcosa della loro storia ma nel dicembre 1943 lo ignoravo. Tuttavia non c’erano malintesi su quale fosse il ruolo di Lanciotto. Egli si imponeva (quasi) con la sua presenza fisica, il suo impeto, e il suo incredibile coraggio. Ricordo un tale, il cui nome era Ferdinando Puzzoli, il commissario politico col quale ebbi una lunga discussione riguardo alla politica. C’era un Sardo, Luigi Ventroni, che aveva l’incarico di occuparsi della mitragliatrice. Quando provava l’arma sulle colline, essa funzionava veramente bene. Poi c’erano dei ragazzi di Sesto Fiorentino e altri che ricordo vagamente eccetto i loro nomi di guerra ma che adesso conosco incluso Guglielmo Tesi, Campeggiano,Vandalo Valoriano di Sesto Fiorentino, Guzzon Benito e Lorenzo Barinci. C’erano due russi il tenente Vladimiro con il suo piede infetto, aveva bloccato un convoglio tedesco, e uno ucraino, un uomo melanconico che era  convinto che non sarebbe mai tornato a casa. Dato che parlavo il russo potevo parlare con loro e ricordo che quando cominciò a nevicare Vladimiro disse che in quel momento sarebbe stato facile per i fascisti ritrovare le tracce dei partigiani. Dei due jugoslavi, Thomas era un ragazzo grosso, che poteva caricarsi sulle spalle grandi pesi, l’altro era Toni che credo fosse uno studente di Belgrado.

Ero con loro a Valibona ad aspettare altri che dovevano arrivare. Ted era andato da un altra parte per prendere, se ricordo bene, altre munizioni ed armi. Una volta scesi giù con il gruppo attraverso la Briglia, dove si diceva ci fosse una casa di un industriale inglese. Forse quella poteva essere una possibilità per avere soldi e un po’ di cibo. Lungo la strada scorgemmo una pattuglia di carabinieri ma loro non fecero caso a noi.

Ho alcuni ricordi delle mie passeggiate con Lanciotto verso la Croce della Calvana aspettando i messaggi che dovevano arrivare da Campi, immagino. La notte dormivamo bene distesi sul fieno, che sapevo essere un materiale caldo e un letto confortevole. I contadini erano sempre gentili con me. Ero tuttavia preoccupato del fatto che avrei dovuto persuadere il gruppo, per il fatto che si doveva mettere una sentinella. La sera del 1 gennaio ci fu una festa con balli e canti in una casa. Il giorno dopo una maestra, che sembrava conoscesse le ragazze della casa, arrivò. La sua presenza disturbava Lanciotto; parlammo insieme a lei, fuori dalla casa, avvertendola di non fare la spia. C’era anche un uomo che suonava la fisarmonica, ma non lo conoscevo. Il freddo era molto intenso nella notte del 2 gennaio. Ricordo che guardai fuori nell’oscurità e vidi il tetto del fienile bianco dalla brina e la costellazione di Orione che risplendeva sopra di noi. Non posso guardare questa costellazione senza ricordare quella notte e ciò che accadde la mattina dopo. Fu l’ucraino che la mattina del 3 gennaio, andò fuori e tornò dicendo che i fascisti erano li.   Il combattimento è sempre una specie di caos. Qualcosa si delineò nella mia mente da quella confusione, vidi il sardo con la mitragliatrice che sparava ai fascisti, al di là dell’aia, che erano arrivati da Vaiano. Lanciotto mi disse di andare fuori con lui e di coprirgli le spalle con il fucile mentre lanciava le bombe ai fascisti che tentavano di trovare un riparo tra i massi sul versante della collina. Trovammo difficoltà a rientrare dentro per i colpi della mitragliatrice. Dopo trascorse quello che sembrò un tempo interminabile nel quale sparammo da dentro il fienile a quelli che si avvicinavano con molta cautela, salendo da tutte le parti; calcolai che dovevano essere una cinquantina. Mi ricordo che le possibilità di sfuggire al loro accerchiamento erano poche. Nel frattempo la mitragliatrice cominciò ad incepparsi – credo per il fatto che il sardo aveva inserto nel nastro pallottole traccianti ogni cinque colpi. Poi Lanciotto ci disse di andare verso l’entrata in basso e di inoltrarci verso la collina. Potevamo vedere che i fascisti erano vicini alla fattoria. Vladimiro aveva un piede malandato e poteva camminare a fatica. Le sue possibilità di fuga erano limitate.

Sulla collina sopra il fienile mi acquattai e sparai mirando ad un ufficiale fascista che stava in piedi ed incoraggiava i suoi uomini ad avanzare. In un punto realizzai che le pallottole rimbalzavano sul terreno, vicino a me, mi alzai per andare più in alto. Fu in questo momento, credo, che dovetti saltare sopra il corpo di un giovane partigiano che giaceva rivolto in avanti con la faccia che era una maschera di sangue. Mi dissi che sicuramente doveva essere morto. Era, infatti, come sapevo, Loreno Barinci, che per un miracolo si salvò. Dopo aver sparato più colpi, realizzai che il mio fucile era inceppato. L’unica persona che si trovava vicino a me e che si muoveva, era lo jugoslavo Toni. Insieme decidemmo di trovare una via di scampo sulla collina e poi di scendere lungo la valle del Bisenzio nella quale ci riparammo nel bosco.

Là incontrammo un ragazzo il cui fratello lavorava in una fattoria nella vallata. Venne a vedere in quale modo avrebbe potuto aiutarci. Quella notte Toni ed io ci  incamminammo verso Migliana. Egli non vi voleva rimanere a lungo. lo venni ospitato dalla famiglia Santi sotto consiglio di Maurilio Franchi che aveva preso contatto con me. Rimasi lì per alcune settimane finché una mattina, quando ci fu un’incursione fascista contro un gruppo di partigiani presso “I Faggi”, mi decisi di andare via da solo, attraversando il Bisenzio e la Calvana per poi continuare verso sud. Più tardi mi ritrovai in un distaccamento del Raggruppamento Monte Amiata, così continuò il mio lavoro nella Resistenza.

Alcuni giorni prima della liberazione della città, ebbi l’ordine di entrare a Siena dove mi vennero consegnati i documenti che mi facevano apparire membro della Polizia Urbana. Rimasi lì e vidi le ultime truppe tedesche che abbandonavano la città, e presi contatto con le truppe Alleate che entravano nella città subito dopo.In questo modo, agli inizi di luglio, io ero “nel Campo” quando gli abitanti di Siena festeggiarono la Liberazione con le bandiere delle contrade del Palio e la campana della torre del Mangia suonò, cosa che accadeva soltanto in occasioni speciali. Nei miei ricordi ho cercato di non essere contraddittorio: è il coraggio di quei giorni. Il coraggio non soltanto dei miei compagni della Resistenza in Toscana, ma di tutti coloro che in un certo modo rischiavano qualcosa ostenendoci e dandoci un aiuto decisivo. Mi ricordo una donna in particolare che mi passò davanti in un sentiero di un campo mentre stavo camminando per arrivare alla Sieve. Lei disse soltanto “Se sei uno di quelli non andare di là”. Infatti, dall’altra sponda del fiume c’era una pattuglia proprio nel punto in cui io sarei dovuto arrivare attraversandolo da quella parte, così scesi più sotto e lo guadai da un altro punto. In quella stessa sera, dopo essere arrivato ad un ponte ferroviario sopra l’Arno, scoprii che c’era una sentinella sul ponte. Camminai un po’ lungo la banchina pensando a cosa avrei dovuto fare. In quell’attimo sentii qualcuno che chiamava Ps! Ps!” e vidi che si trattava di un uomo in una barca. Lo raggiunsi,egli mi fece salire e mi portò al di là del fiume. Trascorsi la notte in una casa e la mattina seguente mi incamminai verso il Chianti, dove gli uomini della Resistenza mi presero nei loro ranghi. Sarò debitore per tutta la vita a quegli uomini e a quelle donne.
Monumento ai Caduti della battaglia di Valibona

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Ferdinando Puzzoli – La battaglia di Valdibona e la morte di Lanciotto

La Battaglia di Valibona e la morte di Lanciotto

di Ferdinando Puzzoli

 L’accerchiamento di Valibona, frutto della delazione di spie fasciste, dimostrò di quale tempra erano forgiati i nostri uomini. Eravamo 17, dodici italiani, due sovietici, due slavi e un capitano dello Stato Maggiore inglese, ex prigionieri fuggiti dal carcere o da campi di prigionia.

Il 3 Gennaio 1944 alle sei del mattino, noi dormivamo in un fienile di muratura adiacente a tre case coloniche, raggruppate in località Valibona. Ad un tratto mi sento violentemente scuotere un il braccio. E’ il sovietico Mirko che montava la guardia e che, con voce emozionata, mi dice -Commissario siamo accerchiati! Tanti e tanti fascisti con mitraglie in pieno assetto di guerra-

Mi alzo, scuoto Lanciotto e gli riferisco l’accaduto ed egli silenziosamente si alza. Mi rivolgo sottovoce al sovietico e gli dico che svegli tutti gli uomini. Il sardo Ventroni, addetto al fucile mitragliatore, piazza la sua arma verso l’entrata del fienile. Le nostre armi erano moschetti con circa dodici caricatori ciascuno e una sessantina di bombe a mano, rivoltelle ed un fucile mitragliatore “Breda”. Prendo il moschetto e mi avvio verso l’ingresso del fienile seguito da Lanciotto che invita tutti gli altri a seguirci.

Alle prime luci dell’alba, un’alba fredda di gennaio, una voce dal di fuori con tono autoritario grida: –Arrendetevi, o sarete tutti morti –

Per tutta risposta, Lanciotto ordina al sardo Ventroni di aprire il fuoco con la mitragliatrice.

Tutti gli uomini stesi a terra all’entrata del fienile sparano con il moschetto. Lanciotto, con

un salto, ha scavalcato l’entrata del fienile e del cancello. Lancia bombe, Rosolino (Matteo Mazzonello) salta anche lui per seguirlo. Gli ordina di rientrare.

Fra una pioggia di proiettili che fischiano rabbiosamente, i due rientrano. Con la coscienza della drammatica situazione in cui ci trovavamo,Lanciotto grida rivolto a me – Tu tieni forte costì,

io vado in fondo al fienile a scardinare la porta laterale –

In quel momento una bomba scoppia nel retro del fienile con un fracasso infernale. Dopo qualche attimo Lanciotto dotato di una forza non comune, riesce a scardinare la porta e con voce ferma grida: -Scendete tutti, giù! Venite presso di me. Rimanga solo il sardo con il bipiede. Portatemi tutte le bombe disponibili –

Gli uomini hanno un attimo di indecisione, sono pallidi, comprendono la lotta impari da affrontare. Egli intuisce quell’attimo di indecisione e grida – Fai scendere tutti e a chi non vuole sparagli –

Mi rivolgo ai compagni dicendo loro: – Avanti ragazzi, scendiamo tutti –

Allora tutti scendono, portando le bombe, e Lanciotto se ne riempie le tasche e la camicia gridando – Al mio ordine uscite tutti, sparate calmi e risparmiate le munizioni. Tentiamo di rompere l’accerchiamento –

Con rapidità fulminea scaraventa la porta lanciando bombe fuori. Quindi usciamo tutti dietro a lui. Scorgiamo gruppi di nemici fuggire. Guidati da Lanciotto giungiamo dietro al fienile.

A balzi attraversiamo una piccola aia per raggiungere un fosso laterale ed un secondo fienile.

Sparano. Sparano con la mitragliatrice. A questo punto Lanciotto vede circa cinquanta guardie

“repubblichine” con i mitra imbracciati che scendono dalla collina verso di noi. Con voce tonante

grida: – Tutti dietro a me. Avanti ragazzi! –

E con una bomba in bocca ed una in mano si slancia verso i nemici lanciando bombe in mezzo ad essi con una velocità eccezionale e con una precisione eccelsa gridando: – Squadra “A” a destra, fuori le mitraglie pesanti. Squadra “B” a sinistra, fuori i mortai d’assalto –

Siamo uno contro cinquanta. Ma i nemici sono terrorizzati e si sparpagliano in fuga disordinata, inseguiti dai nostri colpi. L’accerchiamento era rotto verso Est, ma nessuno di noi, trascinati dall’audacia di Lanciotto, sentì la voglia di fuggire. Lanciotto in testa raggiunse il comandante della formazione nemica e in una lotta corpo a corpo lo investe come un uragano, colpendolo alla testa con il calcio della rivoltella e gettandolo a terra. Vandalo, partigiano di vent’anni di Sesto Fiorentino, spara cantando Bandiera rossa, Tesi Guglielmo, Barinci Antonio e tutti gli altri compagni si battono con furia. Ai nemici giungono continuamente rinforzi. Il fuoco accelerato delle armi automatiche ed il miagolio caratteristico delle pallottole fende l’aria.

Sembra trovarsi avvolti in una bolgia infernale. Lanciotto, ritto, come sfida alla morte, si lancia verso una mitraglia nemica per catturarla. Ma, a circa dieci metri da essa è colpito da una raffica e rimane fulminato, sono circa le nove e la lotta continua impari.

LANCIOTTO BALLERINI

Medaglia d’Oro al

Valor Militare

«Comandante dal settembre 1943 la la Formazione

Toscana, la guidò valorosamente per 4 mesi nelle sue molteplici

di guerra. Con soli 17 uomini affrontava preponderanti forze nemiche e dopo aver inflitto fortissime perdite, si da costringerle a ritirarsi su posizioni retrostanti, assaliva arditamente da solo, a lancio di munizioni a mano, l’ultima posizione che ancora minacciava la sorte dei suoi uomini Cadeva, nel generoso slancio, colpito in fronte dal fuoco nemico,

Monte Morello, 3 gennaio 1944

Anonimo – Rastrellamento del lunedi di Pasqua

Rastrellamento del lunedì di Pasqua

L’alba del 10 aprile 1944 partì da Firenze un vasto rastrellamento ordinato da Kesselring per testare l’efficacia delle nuove unità antiguerriglia con lo scopo di “bonificare” dai partigiani le pendici orientali di Monte Morello e di mandare un chiaro messaggio agli abitanti delle cascine che spalleggiavano la Resistenza.

Difatti le attività partigiane in zona si erano fatte sempre più intense, ad esempio con l’attacco alla stazione di Montorsoli, e i contadini offrivano riparo ai partigiani come già avevano fatto per i prigionieri di guerra fuggiti dai campi di prigionia, organizzando un vero e proprio campo di raccolta nei pressi di Cerreto Maggio: due famiglie di contadini, i Biancalani e i Sarti che abitavano in località Morlione, e un guardiacaccia, Gabriello Mannini di Cerreto Maggio, si occuparono per tutto l’inverno ’43 – ’44 di sostenere gli ex-prigionieri.

Per il rastrellamento ai 450 soldati specializzati alla guerra contro i partigiani si aggiungevano parte della divisione Goering, 50 soldati repubblicani e 755 militi della Guardia Nazionale Repubblicana che salivano da più direttrici per accerchiare la zona.

In mattinata i soldati arrivarono a Cercina dove arrestarono gli uomini che assistevano alla messa del Lunedì di Pasqua e subito dopo, seguendo una delazione del pievano della canonica, irruppero in casa del dottor Brunetto Fanelli e arrestarono il dottore e sei giovani.

Verranno immediatamente portati nei campi poco lontano e passati per le armi.

I soldati semineranno morte anche poche centinaia di metri più sopra uccidendo un boscaiolo, Silvio Rossi originario di Cerreto Maggio, falciandolo mentre era dentro al proprio capanno non lontano da Ceppeto.

Contemporaneamente il rastrellamento veniva condotto anche sull’altro versante della montagna, a Morlione, con tutta probabilità seguendo precise indicazioni di qualche spia: Gabriello Mannini venne ucciso davanti ai suoi familiari e gli uomini di casa Sarti (Aurelio e Fortunato) e Biancalani (Giovanni e Savino) subirono la stessa sorte. Le case delle tre famiglie vennero poi date alle fiamme.

Sempre a seguito di questi fatti viene ucciso a Cerreto Maggio anche Cesare Paoli.

Il rastrellamento portò inoltre più di trecento innocenti alle galere fasciste della Fortezza da Basso, in attesa della deportazione.

I parenti dei giovani uccisi verranno ingannati per giorni dai secondini della Fortezza, che continueranno a farli credere vivi e imprigionati per ricevere “regali” in cambio di informazioni false sui congiunti.

Al quinto giorno, insospettita, la madre di Renzo Lamporesi cominciò a cercare nei pressi di Cercina trovando il figlio e i suoi compagni sbrigativamente mal sepolti sotto un fine strato di terra e sassi.

Il giorno 30 maggio quattro gappisti fiorentini salgono a Cercina e uccidono a colpi di pistola il pievano responsabile della delazione

Massimo Fabbroni – Le foglie volano

“Le foglie volano” – di Massimo Fabbroni,

Questa storia si svolge nei comuni di

Pontassieve (FI),

Rufina (FI),

Vicchio (FI).

Febbraio 1944.

Quel giorno la neve cadeva su tutto il Monte Giovi. L’accampamento che avevamo nascosto fra i pini ed i quercioli del poggio “Gaicoli” era sparito sotto quel pungente lenzuolo di neve. Anche giù nella piana della Val di Sieve e la provinciale sulla quale passavano veloci le macchine tedesche, che i nostri occhi seguivano con insistenza.

Eravamo accoccolati attorno ad un grande fuoco ed ascoltavamo “Ugo” il compagno commissario, che rimproverava un po’ tutti perché troppo spesso avevamo fatto delle capatine ad Acone, alla vicina borgata. Vi andavamo volentieri: là, trovavamo gente che ci accoglieva con entusiasmo e potevamo ragionare con le ragazze. Si era giovani e non erano mai bastanti le prediche dirette a farcelo dimenticare. Ed “Ugo” lo sapeva e redarguiva il Comandante perché non metteva delle punizioni.

Di questo parlavamo, mentre la neve cadeva e le nostre tende non erano altro che cumuli più alti, e la grossa caldaia bolliva colma di patate. Poi la sentinella chiamò il Comandante e fu silenzio, attesa.

Il compagno si avvicinò, parlò sottovoce. Un uomo al fianco di “Tito” fu fatto inoltrare nell’accampamento. Avanzò tenendo le mani nelle tasche di un grande giubbotto di pelle. Sorrideva guardando tutti noi che lo fissavamo con occhi interroganti.

Lo riconobbi subito: era il compagno Ciro Fabbroni. Gli avevo steso la mano e stavo commettendo l’imprudenza di chiamarlo per nome, quando sentii le mie dita strette dalla sua mano forte che mi costrinsero a guardarlo negli occhi, e disse ad alta voce: “Mi chiamo Marcello”.

Il Comandante lo presentò ai compagni e per alcuni giorni “Marcello” rimase sul Monte Giovi. Non tutti compresero la grande missione che egli portava a termine.

Gli alleati si eran decisi a mandare le armi automatiche. “Marcello” aveva portato a noi la parola d’ordine per intercettare il lancio delle armi, e si era con noi accordato sul luogo del lancio stesso e le modalità da comunicare nell’Italia libera affiché l’aereo non dovesse sbagliare: la vasta pianura a sud dei “Prati Novi”, sulle alture del Monte Giovi, doveva essere il campo del lancio. Tre grandi fuochi a treppiede avrebbero indicato il luogo, e tre razzi: rosso-rosso-verde, dovevano rassicurare il pilota che noi eravamo ad attendere.

La parola d’ordine positiva era Le foglie volano e la negativa Le foglie non volano.

“Marcello” ci lasciò e per il nostro gruppo succedettero giorni di ansia.

Radio Londra, che ascoltavamo col respiro strozzato in gola ci deluse per ben sette giorni, ma poi … ecco il grande avvenimento. Il Comandante, “Schillo”, “Gambero” e “Ugo” hanno gli orecchi tesi. Già molte parole d’ordine erano volate ai partigiani di tutta l’Italia ed ecco la nostra: Le foglie volano.

Era notte, la neve alta; sotto le tende già molti compagni dormivano.

Sveglia per tutti; “Le foglie volano, le foglie volano” ripetevano con gioia incredibile, correndo tutti i posti che il piano per la raccolta aveva stabilito. Mezz’ora più tardi, l’accampamento era sprofondato nel silenzio e noi eravamo saliti nella piana del lancio. La notte era profonda, ma il grande manto di neve riluceva e ci aiutava; i tre grossi fuochi furono accesi e tutti tacevamo tenendo gli orecchi. I minimi rumori ci facevano sobbalzare, cento e cento volte fummo per gridare: “Eccolo, eccolo”.

Solo nel cuore della notte, quando il freddo ci faceva ballare come marionette, udimmo giungere da lontano un brusio sordo, che si avvicinava … e si avvicinò presto, distinto, nel cielo cupo. I fuochi furono ravvivati … ed il brusio divenne rombo distinto; presto il nostro primo razzo guizzò nell’aria … l’attesa si era fatta spasmodica, i nostri occhi si cacciavano nel cielo ad individuare l’aereo che aveva risposto al segnale … e nell’area sfrecciarono gli altri razzi … poi, presto, l’aereo fu sopra a noi, rispose ancora, poi parve allontanarsi, ma un minuto dopo, eccolo, col suo rombo assordante, bassissimo, sfiorava quasi le cime degli abeti, con la sua meravigliosa sagoma che si stagliò nel cielo grigio … una ventata, sopra il nostro capo ed un suono nuovo, sibilante. Ed ecco nel cielo aprirsi i paracadute che posarono nella neve i grossi cilindri pieni di armi automatiche e di pallottole.

Corremmo a raccoglierli strozzando in gola le nostre grida di gioia; e gioioso fu l’ultimo nostro razzo rosso che lanciammo nel cielo come una folgore.

E la gioia di quell’avvenimento ci pervase incontrastata fino al giorno 5 marzo quando ci raggiunse la triste notizia che il compagno “Marcello” era caduto, tradito dalle spie, in Firenze.

Egli doveva tornare da noi … e noi demmo il suo nome “Ciro Fabbroni” ad una nuova formazione.

Un Partigiano

Premessa

 4 Agosto 1944 i Partigiani della brigata Sinigaglia entrano in Firenze

« Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione. »

Benvenuti in un blog dove si parlerà di cose vecchie di 70 anni

ma che io ritengo se ne debba parlare, perchè il rischio di dimenticanza incombe su questi tristi e magnifici momenti della nostra storia.

Pubblicherò un certo numero di “Lettere di condannati a morte della Resistenza Europea”

e tante cose sulla Resistenza Italiana, ma in particolare su quella Toscana e Fiorentina che conosco bene per aver vissuto quel tempo.

Spero che gli scrtti siano apprezzati e chi li legge venga invogliato a farli leggere a gli amici

Toscano

Ringrazio tutti coloro che con lo scritto

e la parola hanno contribuito a darmi un aiuto

 

Hubert Howard – Entrata a Firenze

 Entrata a Firenze

 Gli eserciti alleati entrarono nella parte sud di Firenze la mat­tina del 4 agosto 1944. La prima linea di combattimento si era spo­stata avanti lentamente negli ultimi tempi incontrando gli ostacoli e la resistenza consueti, ma quel giorno l’opposizione del nemico im­provvisamente sembrò paralizzarsi e i nostri eserciti balzarono in avan­ti così rapidamente che la loro avanzata somigliava piuttosto a una corsa.

Quella mattina di buon’ora mi ero trattenuto con alcuni ufficiali miei colleghi su una collina fra la Val di Pesa e la Val d’Arno, stu­diando carte e ricevendo rapporti. Alcuni combattimenti avevano luo­go sotto di noi, ma intorno a noi l’aria era assolutamente tranquilla, con quella fresca nebbiosa quiete di un’alba estiva. Dietro a noi c’era una chiesina con colonne e un porticato in cui dei portatori stavano parlando i feriti e anche i morti coperti con coperte da campo. Allora, un po’ come le notizie di estrema importanza si diffondono con una certa nervosa vibrazione entro un’ impaziente alveare di api, così, mi parve, non meno per telepatia che per ordini diretti, sentimmo che era giunto il momento del nostro improvviso balzo in avanti, proprio alle calcagna del nemico in ritirata.

 Sulla strada di Firenze

Le rumorose colonne armate sollevavano grandi nuvole di pol­vere via via che passavano dinanzi all’austera Certosa, quieta e si­lenziosa sul suo colle, e accelerando il passo per la strada in discesa verso Poggio Imperiale raggiungemmo l’antica porta fortificata che si apre nelle mura a sud di Firenze: Porta Romana. La nostra avanzata per questa via divenne una processione trionfale. Grida di benvenuto, saluti e applausi accompagnavano il nostro passaggio attraverso le strette strade. Fiori e rami festosi venivano gettati lungo il percorso delle mostruose e rumorose macchine da guerra. Non passò molto che graziose ragazze ridenti erano sedute accanto ai soldati polverosi e incoronati di fiori sui nostri tanks, i nostri affusti di cannone e le nostre carrette.

Scendendo da Porta Romana mi vennero incontro i rappresentanti del Comitato Fiorentino di Liberazione. Questo Comitato era stato costruito al principio della guerra per collegare e organizzare la diffusa opposizione esistente contro il fascismo. Era composto di uomini pieni di patriottismo che rappresentavano tutte le gamme di opinioni dai comunisti ai liberali. Questi uomini avevano previsto le disa­trose, della politica fascista in Italia. Con grave rischio personale e sotto la minaccia di severe rappresaglie, erano riusciti a organizzare, con l’aiuto di forze partigiane, un’efficace opposizione alle forze armate fasciste e tedesche.

La maggior parte dei membri del Comitato erano ancora nascosti a nord dell’Arno nel territorio nemico, ma avevano inviato alcuni dei membri più giovani oltre la linea del fuoco per darci preziose infor­mazioni e consigliarci in questioni civili e militari. D’allora in poi ri­manemmo in strettissimo collegamento con il Comitato di Liberazione, che era organizzatissimo e in grado di fornirci nel minimo tempo poss ibile tutte le informazioni su Firenze e il territorio circostante.

Il nostro primo incontro con il Comitato fu breve: uno scambio di saluti con la promessa di un colloquio più tardi. Desideravamo an­dare avanti e vedere se le forze tedesche e fasciste tenevano vera­mente ancora la linea dell’Arno. Perciò in una jeep protetta da una coppia di tanks avanzammo cautamente lungo le antiche mura della città per il Viale Petrarca fino a San Frediano e poi nel Lungarno So­deríni. Qui, come ci aspettavamo, i tanks cominciarono a incrociare il fuoco con il nemico al di là del fiume. Tuttavia rimanemmo tutti sorpresi per un’improvvisa aggiunta di spari che caddero su di noi dall’alto di Bellosguardo. Fu immediatamente evidente che per orga­nizzare la nostra sicurezza e la nostra posizione sulla riva meridionale dovevamo prima ripulire le zone intorno e dietro a noi dagli avampo­sti nemici e dai nidi di mitragliatrici.

Quasi immediatamente giunse l’ordine dal Quartier Generale di ritirare le, truppe regolari. Quest’ordine sollevò costernazione e delusione fra i nostri amici e tutta la popolazione in festa. Non potevano credere che li abbandonassimo così presto. Dopo avere spinto i tedeschi dinanzi a noi, stavamo ora per permettere loro di ritornare?
‘Con suppliche quasi disperate eravamo invitati non a ritirarci, ma a continuare la nostra avanzata e a liberare madri e padri, fratelli e sorelle amici che costituivano la grande massa della popolazione sulla riva nord dell’Arno tutta quella gente stava aspettando la liberazione. Ci veniva detto che era impossibile piantarli in asso.
Naturalmente era era noto a tutti noi che Firenze al di là dell’Arno era in condizioni pietose. La popolazione era stata sottoposta da un certo tempo ai rigori di un severo coprifuoco; non aveva acqua, perché, gli acquedotti erano stati fatti saltare dai tedeschi; non poteva ricevere viveri perchè il coprifuoco aveva paralizzato tutti i trasporti e i movimenti in città.

I malati e i feriti negli ospedali erano privi della necessaria assistenza medica e talvolta diveniva perfino impossibile seppellire i morti.

 Funerali a Firenze

Così,a tutta la gente del luogo parevava che noi stessimo per ritirarci ed esitare al momento della vittoria e, così facendo riducessimo

Firenze ad uno spaventoso campo di battaglia sottoponendo la sua popolazione ed i suoi incomparabili tesori a tutti gli orrori della distruzione.

Questi furono i lamenti e le accuse che dovettero affrontare coloro che fra noi restarono indietro, e che riflettevano l’improvvisa disperazione di migliaia di persone intorno a noi.

Tuttavia alla luce della storia l’ordine di ritirata può essere considerato uno degli atti più umani e previdenti che siano mai stati compiuti da un comandante. Fu evidente fin da principio che le forze tedesche e fasciste intendevano tenere la linea dell’Arno per un certo tempo se fosse stato necessario combattere con le retroguardie nella stessa città. Questo era già accaduto a Pisa, portando alla rovina della città. L’intenzione del generale Alexander era di risparmiare Firenze, se poteva, e con questo fine decise di respingere il nemico dai due, lati della città lasciando che il centro divenisse una specie di terra di nessuno. Intendeva di occuparlo soltanto quando le forze avanzanti su due lati si fossero incontrate sul di dietro della città. Tuttavia queste questioni militari non potevano essere spiegate o discusse, da coloro di noi che ne erano allora al corrente. Sulla riva sud venne la­sciato soltanto un avamposto per rimanere in contatto con il Comitato di Liberazione e con i notevoli gruppi di partigiani che operavano sulle due rive del fiume.

La prima azione che dovemmo fare con l’aiuto delle formazioni partigiane fu un rastrellamento per rendere sicura la nostra posizione. Questa azione fu necessaria perché, oltre a nidi di mitragliatrici sulle alture di Bellosguardo e nei giardini di Boboli, franchi tiratori conti­nuavano a sparare nelle, strade dalle finestre più alte e dai tetti. Deci­demmo di ridurre al silenzio questa sporadica opposizione con un’unica operazione ampia ed efficace.

 A caccia di “Cecchini”

Collaborò con noi una formazione partigiana entusiasta e bene organizzata, guidata da un giovane di notevoli qualità il cui nome di guerra era « Potente ». Potente era rapido nelle sue decisioni e nei suoi propositi, molto rispettato dai suoi e molto abile nell’adattare se stesso e i suoi uomini alle esigenze sempre nuove della guerra partigiana.

Tuttavia i tedeschi dovevano avere saputo tutto sui nostri piani e sulle nostre intenzioni perché la sera in cui ebbe luogo il rastrellamentoi mortai su Piazza Santo Spirito, dove aveva sede il Quartier Generale dell’operazione e dove i vari comandi partigiani stavano riunendo e ponendo in moto i loro gruppi. La piazza era perciò tutta un brusio di folla in piena attività. Potente e alcuni dei suoi partigiani insieme ad un membro delle nostre truppe di collegamento furono uccisi e molta gente ferita. Nonostante questa tragedia il rastrellamento continuò con pari energia e fu portato a termine.

Aligi Barducci “Potente”

Molti prigionieri e molti sospetti vennero portati nei chiostri della Chiesaesa e tenuti là sotto vigilanza finchè non furono consegnati alle forze di polizia da allora in poi potemmo circolare nella parte, meridionale della città provando un senso di libertà e di sicurezza.

Giunse il giorno di passare l’Arno. Una mattina presto, quando l’aria, era ancora fresca e il mondo sembrava addormentato e in pace, i partigiani entrarono segretamente in movimento. Sapevano che un altro gruppo di partigiani, che si riteneva di circa duemila, era accerchiato a Monte Morello a nord di Firenze e stava per tentare di spezzare l’accerchiamento del nemico e congiungersi con loro nei dintorni della città. I tedeschi avevano a quest’epoca ritirato la maggior parte dei loto uomini sulla linea del Mugnone un fiumiciattolo che circonda la parie settentrionale di Firenze, dividendo all’ingrosso la città vecchia dai suoi sobborghi settentrionali. Senza attendere ordini i partigiani decisero, di avanzare immediatamente e di impegnare il nemico per impedire alle truppe di paracadutisti tedeschi che costituivano la re­troguardia dell’esercito tedesco di concentrare tutta la loro azione sui loro compagni circondati. 1 nostri ordini erano che i partigiani non entrassero a Firenze per altri due giorni. Eppure non ci si op­pose a quello che fu un popolare e quasi spontaneo attacco contro il nemico. Così io passai il fiume con loro.

Fra il ponte alla Carraia e il suo vicino, il ponte della Vittoria, .ponti che erano stati fatti saltare cona gli altri ponti di Firenze dai te­deschi in ritirata, c’è una diga diagonale, detta la pescaia di Santa Rosa, che trattiene le acque dell’Arno. Quelle acque erano basse in agosto e passavano sulla diga a quell’epoca con una profondità di circa un piede o un piede e mezzo. In lunga fila indiana, molto esposti al fuoco nemico se ve ne fosse stato, passammo per questa via di fort­una sollevando alte le gambe per sottrarle alla pressione, della corrente e passando con la massima cautela al di là di due grandi mine inesploseche erano ancorate li

 A guado sull’Arno

Non vi era anima viva nelle piazze e nelle strade per salutarci sul’altra riva. Un silenzio minaccioso, si stendeva sulla città e, via via che si riunivano nei loro gruppi, i partigiani avanzavano con il cauto passo ovattato di bestie della giungla, per prendere i loro posti lungo la frontiera del Mugnone. Per parte mia. con uno o due altri, volsi a est e mi diressi verso la grande piazza del municipio, del Palazzo della Signoria, che mi era stato detto esser divenuto la sede fortificata. del Comitato di Liberazione e di un’ altro piccolo gruppo di partigiani. Qui allora avvenne il mio secondo ingresso ufficiale a Firenze. Come diverso dal primo! Camminavamo piano e con intima preoccupazione per le deserte, strette, ombrose vie della città medioevale, per Via del Parione il fino a piazza Santa Trinita e di lì per via delle Terme a Por Santa Maria

I palazzi e le vecchie case avevano ripreso la loro triste prerogrativa di costituire altrettante fortezze private e parevano grandi dietro le loro massicce facciate di pietra, le loro grandi porte sbarrate e le loro finestre dallepersiane oscura Tuttavia, via via che avanzávamo), mi accorsi che la parte inferiore di queste persiane veniva sollevata• di qualche centimetro e sentivo centinaia di occhi fis­sati su di me con sguardi penetranti. Che impressione avrebbe fatto questo primo esiguo gruppo di inglesi che entravano a Firenze senza compagnia e virtualmente senza armi? Quindi colpì i nostri orecchi uno strano e mirabile suono che probabilmente non udremo mai più.

Dietro alle persiane avvertimmo gentili attutiti applausi di centinaia di mani nascoste e anche voci di benvenuto bisbigliate appena da centinaia di gole invisibili, che ci seguirono per le vie deserte e ci dimo­strarono l’approvazione dei nostri invisibili testimoni.

Piazza della Signoria

Fu con sollievo che giungemmo alla fine nella luminosa magnificenza di Piazza Signoria uscendo dalla paurosa e densa ombra delle vie buie, vidi ad un tratto una delle più belle creazioni dell’arte umana. Dinanzi a me l’alta, slanciata e merlata, torre, del palazzo del municipio si er­geva nel cielo sereno con intatta maestà. Ecco la grande aperta piazza adorna della sua loggia, delle sue statue, della sua fontana,

Piazza della Signoria “Il Biancone”

il tutto dominato dalla grandezza di un unico edificio. Ecco anche il David di Michelangelo trionfante su Golia.

 Piazza della Signoria “Il David”

Quella piazza famosa aveva visto alcuni fra i più drammatici e terribili episodi della sua storia, ma quella mattina era piena di un senso di spazio, di libertà e di luce.

Hubert Howard

 Ufficiale di Collegamento delle Forze Armate Inglesi

al tempo della Liberazione di Firenze

 

Paolo Benucci – Fontesanta

Paolo Benucci

FONTESANTA

Paolo Benucci, noto sotto il nome di battaglia di Fumo, è stato commissario politico di un distaccamento della I Compagnia della 22 bis Brigata Sinigaglia. Perseguitato per la sita attività comunista, é stato in prigione donde è evaso per raggiungere la sua brigata. Ha venticinque anni, è laureato in legge.

Questo fatto è successo a Fontesanta, a pochi chilometri da Firen­ze, dove erano attestati i partigiani della mia Brigata, in attesa dell’or­dine di marciare su Firenze.

‘Gli inglesi erano ormai a pochi chilometri, ma non accennavano ad avanzare da qualche giorno. Quache loro, randagia cannonata arriva. va, anche vicinissima agli accampa­menti, con conseguenti acrobatiche spanciate in terra tutte le volte che si sentiva il fischio. Una pattuglia inviata a prender contatto con gli alleati due giorni prima non aveva fatto ritorno.

Da nove giorni il rancio di due, genio partigiani era così composto: cinque pere la mattina, dieci a mez­zogiorno, dieci la sera. Niente car­ne. Una squadra inviata a trovare farina era tornata senza farina e con due uomini in meno. Fra l’altro erano proprio uomini miei, e dei migliori.

La mattina del quattro Agosto verso le sette la mia compagnia, la 1° Mario Pagni » che era accam­pata a circa un chilometro dal co­mando di Brigata, stava brontolan­do per la faccenda delle cinque pe­re a testa quando arrivò improvvi­samente Gianni, Commissario politico di Brigata; riunì Otto, Libero, Ciccio, Fiorello e me, si infor­mò cortesemente di come andava la diarrea causata dalle pere e, alle nostre rimostranze per la medesima, annunciò con aria serena che prima di sera non avremmo più avuta al­cuna sofferenza dato che eravamo abbondantemente circondati da fanterie e mezzi meccanizzati tedeschi e entro qualche ora ciascuno di noi avrebbe senza dubbio avuto addosso quei pochi grammi di piombo sufficenti ad abbandonare questa valle di lacrime.

« Tanto — concluse con aria consolatrice – se ci piglian vivi è peg­gio ».

Poi dette ordine di radunare gli, uomini e di comunicare la lieta no­vella.

Ora la cosa era piuttosto triste perchè Gianni aveva undici mesi di macchia sulle spalle, il che significava varie diecine di rastrellamenti, rastrellamenti dai quali era sempre uscito con onore, e se proprio lui diceva che questa volta ci si lasciava la pelle effettivamente le cose, si do­vevano metter male.

Comunque, radunammo gli uomini e gli e raccontammo come stavano le cose. Non sò se in altri eserciti a simili notizie la gente si mette a ballare, ma posso assicurare che li non ci furono scomposte manifestazioni di eroica allegria.

 Sirio Ungarelli –

Commissario Polico della Brigata Sinigaglia

E neppure manifestazioni compostissime. Nulla, assolutamente. Misero tutti un muso lungo dieci metri e cominciarono a dire che proprio non ci voleva. Specie con gli inglesi a pochi chilometri.

Allora ci mettemmo a interrogare gli uomini uno per uno per sentire se qualcuno voleva andarsene dato che qualche isolato avrebbe forse potuto íorzare il blocco. Dissero tutti che rimanevano, levato un paio che affermarono di volerci pensare. Dopo due minuti dichiararono di rimanere anche loro.

Fu ordinato lo state di allarme, assegnate le vedette, preparate le pattuglie d’assalto e quando tutto fù pronto Gianni disse:

– Fermi tutti, ho scherzato per vedere come vi sentivate. Non è ve­ro nulla che siamo accerchiat:, ma è vero invece che da stamattina sia­mo a contatto con gli inglesi, a sera si va a Firrenze.

L’essere uscito dall’accampamento senza che nessuno gli tirasse una raffica Gianni lo deve al fatto che si allontanò mentre gli uomini non si erano ancora riavuti.

Arrivarono le nove di quella in­teressante mattina. E con le nove ar­rivò di volata anche una delle guardie dei posti di blocco dicendo che pattuglie tedesche venivano dal basso.

Grandi risate in tutta la Compagnia, drastiche affermazioni che ormai puzzava ecc. ecc.

Qualcuno propose di tirare una raffichetta di « sten » alle sentinelle per insegnargli a vivere e a non fare brutti scherzi.

Comunque il tipo insisteva sui tedeschi e allora Otto prese due uo­mini e andò a vedere

C’erano effettivamente. Una pattuglia di sei uomini, verosimilmente S. S. Paracadutisti; erano ad una casa colonica a cinquecento metri dall’accampamento. Sembrava non sospettassero di nulla.

Si deliberò rapidamente di aspet­tarli al varco e toglierli di mezzo Anche per quei due che la sera prima non erano tornati da prendere la farina

Si organizza la cosa, si mandano staffette alla seconda Compagnia « Faliero Pucci » che stava in cima a un altro cocuzzolo boscoso a dieci minuti, per metterla a conoscenza di quelle che stava per succedere, io vado ad avvertire il Comando di Brigata e Otto si apposta con Libero e una ventina di uomini per li­quidare i tedeschi appena usciti di casa.

Arrivo al comando, avverto, sba­digliano un po’ perchè era cosa di normale amministrazione e mi dico­no di tenerli al corrente in seguito. Indi mi avvertono che vanno a conferire con una Squadra d’Azione dell’Antella accampata a pochi chi­lometri.

Torno e trovo Otto sempre appostato in un campo di grano che guardava la viottola del contadino. I tedeschi si vedevano distintamente a duecento sull’aia, ma noi si poteva tirare perchè erano fram­mischiati a donne e bambini dei contadini. Mi parvero più di sei.

Verso le undici Otto si scoccia di aspettare, dichiara che voleva liquidare la vertenza prima di pranzo e approfittando del fatto che i tede­schi sembrano incamminarsi verso una fonte poco distante dalla casa va all’accampamento prende una diecina di uomini armati di « Sten » e si di­rige verso la fonte.

Passa un quarto d’ora e comincia

la sparatoria. Una quindicina di raffiche, non si capisce se di « Sten » o di « Machine Pistol »», un paio del mitragliatore bipiede tedesco e si­lenzio.

Passa una mezz’ora e arrivano due uomini della pattuglia di Otto- Chie­diamo dove sono gli altri e ci dicano che devono esser sempre’ giù. Ci in­formiamo dei tedeschi della casa :

Che tedeschi della casa ? ci rispondono, quelli non li abbiamo vi­sti, ci hanno tirato da un’altra parte ed erano almeno un quarantina S. S. Paracadutisti, questa volta hanno visti bene.

La faccenda si faceva seria. Tornammo all’accampamento. Erano ar­rivati altri sei uomini della pattuglia. Raccontano di essere andati più avanti di quelli tornati prima. Dico no anche che hanno visto il bosco bruciare verso nord, che i tedeschi sono in numero imprecisato e che hanno avuto sensibili perdite. Di Otto nessuna sa nulla

 Angiolo Gracci (Gracco)

Alle due arriva Gracco, Comandante di Brigata per sentire come è andata.

Ci chiama a rapporto e noi gli comunichiamo che la Compagnia ave­va verosimilmente perso il Coman­dante.

Non è un allegro rapprto; soprat­tutto per me. Otto è mio intimo amico e fra noi vige un patto per il quale io dovrei morire poche ore dopo di lui.

Gracco è addolorato, non c’è tem po di fare ricerche, bisogna andare a congiungersi con gli inglesi e c’è anche il pericolo che i tedeschi attac­chino in forze. Questa volta davvero.

Comunque mi da un’ora di tempo per trovare Otto o almeno accertarne la morte e recuperare il suo < Sten ».

Non mi dà più di tre uomini. Prendo Triglia, Formica e Sugo.

Si arriva senza danni in fondo al borro. Ci sono un paio di morti te­deschi, disarmati. Si procede e su un roccione si trovano tracce di sangue, due metri più in là lo « Sten » di Otto.

Il roccione è inclinato, in fondo c’è un piccolo burrone di tre o quattro metri che sfocia nel borro. Mi affaccio e vedo una dozzina di morti. Contadini, mi sembra.

Si scende per accertarsi. Per quanto io non sia nuovo lo spettacolo non è allegro. Fa caldo e ci sono nuvoli di mosche. Si rivoltano i morti uno per uno : sono tutti colpiti in fronte, probabilmente raffiche della mitragliatrice tedesca. Otto, non c’è.

Verso il borro ci sono tracce di sangue, si seguono, forse si è allon­tanato ferito. Ci spingiamo avanti fin­chè a un certo punto ci sparano addosso, raffiche di mitragliatrice dal fianco sinistro. Si tenta di retrocede, raffiche davanti. Intanto ci accor­giamo che più in basso sul fianco op­posto il bosco brucia. Ci si incammi­na verso il fuoco per ritirarci fra mezzo al fumo, ma ci accorgiamo a nostre spese che noi, è fuoco benevolo. Sono alcuni lanciafiamme tedeschi che rastrellano.

Devono esser passate due ore buone, finalmente si trova un canaletto, incassato e coperto di vegetazione, scavato dalla pioggia nel fianco del monte. Si prende su per quello e si arriva felicemente all’accampamento della prima Compagnia. Vuoto.

Intanto sentiamo che verso Fontesanta si combatte accanitamente.

Decidiamo di andare là e con una corsa di tre o quattrocento metri allo scoperto ci arriviamo. Ci tirano qualche raffica distratta e troppo corta.

 Nella palina di Fontesanta trovia­mo, schierata in ordine di battaglia, la seconda Compagnia. La comanda Gigi, il Commissario Politico.

Ci informiamo della situazione: siamo in presenza di un attacco portato da forze superiori, forse molte centinaia di S. S., con mitragliere da venti millimetri, lanciafiamme e forse mezzi corazzati.

Gracco con Gianni ha preso la prima compagnia e si è spostato a Nord, Bastiano, il Comandante militare della seconda è avanti di una paio di centi­naia di metri, al Quadrivio, e lì sta, duro, con pochi uomini e una mitra­gliatrice, a reggere il peso dell’at­tacco.

Passano alcuni minuti e soprag­giunge una pattuglia della prima. Sono una venticinquina, tra loro è Libero, Marco e Frana. I secondi due Comandanti del primo e terzo distac­camento. Sono rimasti tagliati fuori dal resto e non sanno gran che. Ap­paiono stanchissimi, non hanno avuto perdite ma combattono da cinque ore.

E’ tardi, le mitragliatrici tedesche si avvicinano, devono essere a poche diecine di metri da Bastiano che spara come un disperato.

L’ordine è di ripiegare verso gli in­glesi, ma Gigi non se la sente. Ordi­na a noi di ripiegare e si scusa:

Voi siete stanchi, i miei sono ancora freschi.

Siamo quasi al tramonto.

La lunga, scarna, quella sera quasi spettrale figura di Gigi ,si leva da terra. Brandisce con la destra il piccolo micidiale « Sten ». Gli è particolar­mente caro, è uno dei primi che fu­ron buttati a Monte Giovi molti mesi prima. Lo « Sten » è in alto, come una bandiera. Comanda:

— Avanti « Faliero Pucci »Gli risponde il loro vecchio grido:

Stella Rossa! ! Stella Rossa! !

E partono come novanta diavoli con quel loro lungo Commissario in testa che non si capisce come faccia a star ritto fra tante raffiche.

Bastiano spara sempre rabbiosa. mente. In breve la compagnia si allinea accanto al suo Comandante.

La battaglia si riaccende furiosissima e solo alle prime ombre Bastiano e Gigi decidono di ritirarsi.

Sempre combattendo la « Faliero Pucci » ripiega sugli inglesi. Più in alto, parallelamente, ci ritiriamo noi. A sera si arriva.

Ottime accoglienze, beef, biscotti, thè sigarette. Dopo tanti mesi non par vero.

Otto lo ritrovai a Firenze. Si era ricongiunto con la Prima che aveva preso confatto qualche chilometro più avanti unitamente alla Seconda.

L’avevan fatto prigioniero i tedeschi perchè tutti quei morti che avevo trovato io gli eran caduti addos­so e gli avevan fatto perdere l’equilibrio e lo Sten ». Quando si era rialzato un tedesco gli aveva messo una e Machine pistol « sotto il naso e altri tre o quattro a spinte e calci l’avevan incamminato verso Troghi unitamente a tre contadini due vecchi e uno giovane

I due vecchi dopo centinaia di me­tri erano stati liquidati con un colpo di pistola nella nuca, lui e il giova­ne erano stati portati a Troghi. Qui avevan prese due corde e stavano mettendogliele al collo con intenzioni poco caritatevoli quando Otto, che era riuscito a slegarsi le mani, prese la pistola a un tedesco, tirò una revolverata in un occhio al medesimo e scappò approfittando della confusione col contadino. Fatto poche die cine di metri i tedeschi si ripresero e spararono. Il contadino prese una raffica nella schiena e cadde. Otto raggiunse illeso la prima Compagnia. Dopo ventiquattr’ore, alla testa del­la medesima entrava in Piazza Ga­vinana dove trovava i suoi genito­ri che non Io vedevan da dieci mesi, ma non aveva tempo di salutarli per­chè subito i tedeschi cominciavano a sparare dall’altra parte dell’Arno.

Ma ormai la liberazione di Firen­ze era in atto. Dopo poche ore arrìvarono anche gli inglesi e finalmente i rastrellamenti cominciammo a farli noi.

Il che era molto giusto, come si diceva con Otto quando la Sinigaglia rastrellava San Frediano, perchè nella vita quel che è fatto è reso.

 

Note

La Brigata “Sinigaglia” nacque il 6 giugno 1944 dalla fusione di sei distaccamenti. Ebbe come base il Monte Scalari e le principali zone di operazione andavano dal Valdarno e il Chianti fino alla periferia di Firenze. Era intitolata al dirigente e fondatore dei GAP fiorentini Alessandro Sinigaglia (Vittorio), ucciso dai fascisti in uno scontro a fuoco nel gennaio 1944

Della Brigata Sinigaglia, che faceva parte della Divisione Garibaldi-Arno guidata da Aligi Barducci (Potente), furono comandante militare Angiolo Gracci (Gracco) e commissario politico Sirio Ungherelli (Gianni)

Nei suoi ranghi militarono anche numerosi ex prigionieri di guerra stranieri, di cui 23 sovietici, tre polacchi, tre jugoslavi e due statunitensi

La brigata Sinigaglia entra a Firenze

Egidio Verga – Armi fra i colli



Egidio Verga

Armi fra i colli

L’autore, conosciuto in periodo clandestino col nome di Valeva, è catanese, nipote del grande Verga. Volontario negli Arditi a -16 anni nella guerra 15-18, (ha quattro medaglie al valore. E stato per molti anni in Francia e in Africa; fa il commercialista. Commissario politico della « Brigata Buozzi ». Presentiamo alcuni frammenti del suo vivace diario.

Altro potrei narrare di quella bella « Buozzi », compagine fra le più salde dei gruppi partigiani. Ma essa ha liberato Fiesole, e credo che nulla meglio dei racconto di quella vicenda possa concludere la mia rievocazione.

L’azione fu decisa da sera del 31 agosto. Già da troppo si pazientava. Il Comando Alleato agiva secondo un preciso piano prestabilito, che rispondeva a criteri tattici non discutibili. Soprattutto, economia d’uomini. E’, la cam­pagna d’Italia, come è stato dimostrato dagli eventi successivi, non era im­postata su strategie frettolose: allora di ciò, confessiamolo, si brontolava. Poi abbiamo veduto che ha significato la salvezza del Settentrione.

Ma alla « Buozzi » non si poteva restare pazienti e rassegnati. Da Fiesole giungevano, a rischio della vita, messi angosciati: riferivano delle ruberie, delle .prepotenze, delle viltà di ogni genere commesse dai tedeschi e dai loro accoliti. Ci attendevano, ci supplicavano di far presto. A notte, di fronte ai piccoli posti nemici, i partigiani fremevano per l’inazione loro imposta.

Il 31 agosto, Giorgi, il Comandante della Brigata, convocò presso di sè alcuni esponenti del P.S.I. Aveva fatto preparare un pranzetto molto fru­gale, che fu liquidato rapidamente. In quelle riunioni non ci si perdeva in ossequi, non si battevano i tacchi, non si stava impalati. Capi e gregari, uniti da uno stesso ideale liberamente sentito, venuti alle armi per spontanea decisione dalle più disparate attività della vita civile, si rispettavano e so­pratutto si amavano, sdegnosi di greche e di galloni.

C’era un, dovere da compiere: poi sarebbero ritornati tranquilli al banco dell’officina, al tavolo dell’ufficio, allo sportello della banca, amici per la vita.

La pattuglia si avvia.— La liberazione di Fiesole era nello spirito di tutti, e non occorse perciò di chiacchierare molto. Bruno, un uomo di fegato, fu incaricato formare una pattuglia scelta, uomini d’assalto, con l’incarico di saggiare la resistenza tedesca in Fiesole.

Bruno fece presto. In quelle circostanze, fra quella gente, i volontari erano sempre troppi. Partì alle 16, erano in 18: si era unita alla pattuglia anche una donna, Aurora, coraggiosa, utilissima staffetta. L’armamento non era potentissimo: oltre le piccole armi personali, la pattuglia disponeva di due mitragliatrici leggere, due fucili mìtragliatori, due pistole mitraglia­trici e un bel carico di bombe a mano.

Alla barriera di Maiano, un uomo fu spedito a prendere contatto con la seconda compagnia, che era in posizione nelle vicinanze delle cave : occorreva avvertire queste truppe di rincalzo a tenersi pronte per balzare avanti non appena il pattuglione fosse impegnato sotto Fiesole. Nella località Quattro Vie, Bruno e i suoi presero contatto con le truppe Alleate, che offrirono armi e munizioni e distaccarono complementi.

Il primo scontro con i tedeschi avvenne alle Cave di Maiano: un posto di osservazione, che ripiegò rapidamente lasciando nelle mani dei partigiani prigionieri. Subito dopo una pattuglia accertò la presenza di nazifascisti nel paesetto di Borgunto. Bruno si predispose all’attacco, mai tedeschi non l’attesero e si ritirarono in Fiesole. Da informatori immediati si ebbe con­ferma di quanto si sospettava: la cittadina era stata posta in munito assetto di difesa, ogni accesso normale era abbondantemente minato, nelle vie sorgevano barricate di mobili prelevati dalle abitazioni.

Lo sgombero di Borgunto porto al rafforzamento della pattuglia Bruno in quanto una diecina di volontari appartenenti alle squadre di azione ope­ranti nella località, ben armati, vollero unirsi al gruppo. Nelle prime ore della notte il Comandante, portatosi con due uomini nell’immediata vicinanze di Fiesole, si rese conto degli appostamenti nemici e delle ostruzioni predisposte dal nemico.

Fu quindi tentato di riprendere contatto con le pattuglie alleate, per averne ]’eventuale appoggio al momento decisivo: ma quelle, in difetto di ordini diretti, si erano ritirate su Maiano. Il che, se spiacque al momento, accrebbe tuttavia la determinazione dei partigiani in azione. Il motto fu: riuscir da soli.

Alle 4 del mattino del primo settembre, dopo una marcia di avvicinamento per vie inusitate, guidati abilmente da coraggiosi del posto, gli uomini della « Buozzi » piombarono sui tedeschi conpletamente di sorpresa. Il nucleo, guidato personalmente da Bruno, con manovra ag­girante, si issò sui tetti a mezzo di scale preparate da elementi della po­polazione; e di lassù, sfruttando in pieno le armi automatiche, iniziò un fuoco tale da far supporre ai tedeschi di essere, in presenza di forze molto ingenti.

E’ da credere che il comando germanico non doveva essersi allarmato per le notizie che il piccolo presidio di Borgunto, ritiratosi, aveva portato. Pensò ad una pattuglia dai compiti limitati, e non credette ad un attacco deciso.

Comunque, la sorpresa riuscì perfettamente e non ci fu possibilità di seria resistenza. Il primo sole sfolgorò su Fiesole finalmente liberata per mani italiane, mentre la popolazione rimasta nascosta nelle cantine e i reli­giosi del convento, festeggiavano, ebbri di gioia, i partigiani.

I quali, diciamolo, poichè anche i valorosi sono uomini di carne ed ossa, si sarebbero volentieri distesi in un qualsiasi Tettuccio di fortuna per un sonno riparatore. Ma chi poteva escludere un ritorno del nemico? ‘Per di più, gli Alleati, che non erano ancora a conoscenza dell’avvenimento imprevisto, ripresero a cannoneggiare il paese, come solevano per far la vita dura ai germanici.

Fiesole : Teatro Romano

Maria Luigia Guaita – La campana del Bargello

 

LA CAMPANA DEL BARGELLO

da giorni e giorni, sei per la storia, ma sembravano mesi, le strade vi erano fatte deserte, la città sembrava vuota, piena di sole, di caldo, di puzzo. Le persiane tutte chiuse, i portoni sprangati, le saracinesche dei negozi abbassate. Il sole d’agosto batteva spietato sopra le pietre, sopra l’asfalto che sembrava liquefarsi e sopra grossi mucchi di spaz­zatura che sorgevano qua e là per le strade e che ogni giorno cresce­vano insieme all’odore terribile di marcio, di cadavere, di fogna. Si cercava di passare più lontano possibile da questi mucchi tanto era violento ed insopportabile l’odore che appestava intorno, ma anche da lontano l’aria ne era impregnata, sembrava che tutta la città, ne fosse piena o che addirittura fosse dentro di noi.

Sole, caldo, puzzo, non c’era dunque più nulla, Firenze sembrava vuota, ma ogni tanto in qualche strada, accanto al marciapiede do­v’erano le bocchette dell’acqua potabile (poiché le tubature erano state fatte saltare, un gruppetto di donne che rapido si scioglieva per ri­comporsi poco dopo, dimostrava chiaramente che non tutti erano andati via e che dietro quei portoni sprangati, dietro quelle persiane chiuse la, gente viveva silenziosa e spaurita, tutta tesa nella speranza di finire presto quell’incubo terribile. Gli uomini che giravano, pochi, radi, guardinghi, e tutti forniti di bracciali della Croce-Rossa, erano quasi tutti partigiani, così come lo erano tutte le donne che non si dedicavano al solo rifornimento dell’acqua.

Anche se non ci si conosceva, anche se non si apparteneva allo stesso partito o alla stessa brigata, mentre ci s’incrociava rasentando i muri ci guardavamo con simpatia, quasi con affetto, sicuri che anche l’altro era uno dei nostri.

Ma che pena camminare da un Comando ad un distaccamento, dal C.L.N. in Via Condotta al Comando Militare in piazza Strozzi, ,dal Comando di Città in Via Roma, alle Gap di, Piazza D’Azeglio. Per quelle strade deserte rasentavamo il più rapidamente possibile i muri caldi di sole, i portoni chiusi, desiderosi di un nascondiglio, ma certi che non un portone si sarebbe schiuso, non una saracinesca sarebbe stata alzata per noi…. Ogni tanto una pattuglia tedesca o un piccolo bivacco; ce n’erano un po’ dappertutto formati in genere da soldati armati, o con i mitra appoggiati accanto, il giorno erano spesso incuranti di tutto, ormai avviliti e stanchi anche, loro. La notte invece non facevano che sparare forse per farci stare fermi e zitti, per tenere tutta la città calma e morta, forse per coraggio.

La notte non passava mai, ma ogni mattina risorgeva la speranza nella giornata si sarebbe avuto l’ordine d’insorgere: gli americani avrebero attaccato, i tedeschi se ne sarebbero andati; ma ogni sera c’invadeva lo sconforto di un’altra notte da passare.

La notte del 10 agosto, dopo aver dato insieme alla Lea l’ultíma occhiata da una terrazza su via Tosinghi, al piccolo bivacco dei cinque o sei tedeschi che si era accampato con pentole e scatolame ed armi dentro il portone dell’UPIM e che noi vedevamo d’infilata attraverso Via dei Medici, ci sdraiammo per terra su di un logoro tappeto (dalla prima sera dell’emergenza non ci spogliavamo più).

_Lea, domani è il mio compleanno, vedrai che domani se ne andranno ».

«-Speriamolo, non ne posso più ».

E il suo viso grassoccio ed in­fatile ebbe una smorfia di pianto.

Nel profondo sonno qualcuno ci destò. Era Alfio, ave­va una voce strana, quasi un falsetto:

– Ragazze i tedeschi sono andati via ».

« Come, davvero’? » fatemi vedere dal terrazzo ». Ci affacciammo tutti e tre, il portone dell’UPIM era vuoto. Mentre Lea svegliava tutto il Comando, io ed Alfio ci precipitammo fuori in ispezione; era ormai giorno chiaro ma l’aria era ancora fresca e la luce rosata dell’alba.

Non sentii più il puzzo, mi sembrò che anche quello fosse sparito con i tedeschi.

Ed Alfio si avviò lungo l’Arcivescovado mentre io correvo lungo la facciata del Duomo. Mi ricordai che in Piazza San Lorenzola sera prima c’erano tanti tedeschi ma Alfio non vedeva più. Corsi lungo Via Martelli, nessuno all’altezza di Via dei Pucci sull’angolo di Piazza San Lorenzo, Alfio mi fece cenno di proseguire per Via Cavour, lo ritrovai sull’angolo di Via degli Alfani, ci .abbracciammo commossi mormorando:

« Liberi, liberi ».

Si tornò correndo insieme fino in Via Roma al Comando di Città, Albertoni mi mandò al Comando Militare in Piazza Strozzi, dal Colonnello Niccoli. Da lui ebbi gli ordini da portare in Palazzo Vec­chio, di nuovo mi misi a correre: Piazza Strozzi, Via Monalda, Via Porta Rossa, Via Calzaiuoli, Piazza Signoria, Via della Ninna… per le strade deserte tutto era fermo, vuoto, silenzioso; i miei passi, mal­grado i sandali sottili, risuonavano sul selciato suscitando echi da città morta che mi davano uno strano senso di paura.

In Via della Ninna la porta mi fu subito aperta: finalmente una divisa non tedesca, quasi caddi addosso ad una guardia di città che Mi portò da Stagni ancora mezzo addormentato.

Il Bargello

«-La campana del Bargello si deve far suonare subito, si deve alzare il tricolore su Palazzo Vecchio ».

Io dovevo correre ancora ad avvertire il Comitato di Liberazione in Via Condotta erano già passate le cinque. Di nuovo spiccai la corsa, ma non ce la facevo più il mio cuore sembrava volesse scoppiare mi sentivo disperata e felice, affranta e piena di energia. Davanti alla saracinesca abbassata della Farmacia Bizzarri mi arrestai smarrita la campana del Bargello, ferma da quattro anni, aveva dato un rintocco che in quel silenzio sembrava magico, ecco… il secondo, alzai gli occhi verso l’alto ed un altro miracolo mi apparve: lentamente sulla torre di Palazzo Vecchio si alzava il tricolore. M’inginocchiai piangendo sul marciapiede mentre ad una ad una le persiane della piazza si spalancavano, una donna da una finestra bassa mi chiese urlando:

Se ne sono andati? ».

« Siamo liberi, liberi », risposi singhiozzando ed allargando le braccia… un rumore di chiavistelli, un portone si apre, ed un altro ancora, una donna esce correndo da una porta mi si butta tra le brac­cia gridando: « Sono andati via, sono andati via! ». Lo grido anch’io senza quasi rendermi conto di abbracciarla piangendo. È commovente, meraviglioso, sublime, ma io non posso godere più a lungo della gioia di questa gente che ha finito di aver paura della morte, che crede di nuovolla gioia e nella libertà, io devo correre al C.L.N. Devo an­dare a dire che facciano presto che si facciano tutti belli che vadano subito a Palazzo Riccardi

Il CTLN entra nel Palazzo Medici Riccardi

Poi potrò guardare, ridere, cantare, dormire; no, poi ci sono an­cora tante cose da fare!

Ma che confusione tra i membri importanti del C.L.N.! La notizia della liberazione era giunta ancor prima di me, infatti rapidissima da Piazza Signoria si era propagata per mille rivoli insieme all’onda sonora della campana del Bargello. Al mio ingresso mi si parò davanti l’onorevole Martini, così buffo e simpatico che scoppiai a ridere, girava per le stanze del piccolo appartamento, sbracato, con le bretelle ciondoloni dietro, cercando come farsi la barba e stringendosi sul cuore una catinella. L’Adina, la loro bravissima staffetta, era già pronta, elegante, fresca, fresca, pettinata, pulita. Era stata sempre per me fonte di continua ammirazione ed anche d’invidia per come riusciva ad essere sempre fresca ed elegante malgrado quella maledetta vita che si faceva e con tutta la strada che anche lei ogni giorno era costretta a percorrere.
Enzo era il più calmo. Uno del Comitato forse a causa di quella irriverente e risata in faccia a Martini, mi disse con una nota di disappunto nella voce: « Lei, signorina, ora dovrebbe mettersi il bracciale ». Fu la nota stonata di quella giornata (ma presto ne seguirono altre per via di quel benedetto bracciale m’impedirono di entrare in Palazo Riccardi. Ne avevo confezionati tanti di quei bracciali, nei momenti d’ozio, che proprio non avevo pensato a tenerne uno per me.
Albertoni me ne dette uno e con gesto un po’ melodrammatico, me lo mise al braccio scesa così in istrada notai che la gente mi guardava; erano ancora pochi ad adornarsi del bracciale con il “Cavallino” e suscitava ammirazione e curiosità.

Una ragazza mi fermò per chiedermi come avrebbe fatto d averne uno anche lei: «Bisognava guadagnarselo prima » le risposi asciutta, poi mi vergognai, mi tolsi il bracciale, lo iposi i tasca tasca e non lo misi più.

lnfatti poche ore dopo ero di nuovo dove erano ancora i tedeschi; tornai in centro dopo parecchi giorni il bracciale con il caval­lino era giù passato di moda.

Nella stessa mattinata mi trovai a Palazzo Vecchio quando tornava Carlo Ludovico Ragghianti da oltrarno dove era andato a prendere accordi con il Comando alleato, insieme a due ufficiali del Comando inglese. Ragghianti mi presentò loro, ed il più giovane mi disse: « Guaita, proprio Guaita? Allora tanti saluti da suo fratello ».
Mio fratello!… Sei mesi prima, Nino, passando le linee, ci aveva portato una sua fotografia con la moglie ed il bambino nato in quei mesi; da allora non avevamo saputo più nulla, e questa notizia così inaspettata mi rese ancora più sensibile e più scoperta a tutte le emozioni di quella meravigliosa giornata. Erano troppe per sopportarle da sola, dovevo, volevo, vedere mia madre che, pur malata di cuore, aveva in quei lunghi mesi divise con me e per me molte ansie e paure.
Albertoni, il comandante delle squadre di città, doveva darmi il permesso di andare a casa, così tornai in Via Roma. Le strade formicolavano di folla; folla anche sul portone di Via Roma. Mi scontrai in Adriano che traversava di corsa il marciapiede per salire su una macchina insieme a Gigi e ad altri partigiani armati fino ai denti. « Andiamo a fare un’azione sul Mugnone » mi gridò eccitatissimo, già dall’auto in moto. Dio mio, pensai, purchè, non muoiano proprio ora, alla fine!…

Ecco Alfio:” Abbiamo preso tre spie, vuoi vederle? ».

Mi accompagnò al portone accanto, lì nel cortile si fermò davanti ad un grosso canile: accucciato al posto del cane, con l’aria anche lui di un cane rabbioso, c’era un giovanotto biondo con occhi chiarissimi pieni di odio e paura, aveva, stretto ad una coscia, un collare da cane, rinforzato da una catena con lucchetto. Dalla camicia aperta fino alla cintura si vedeva un petto bianco, molliccio, quasi femminile, sul quale luccicava, appesa ad una catena d’oro, una grossa croce, che ogni tanto con gesto nervoso si toccava quasi ad assicurarsi che ci fosse ancora.

« Ma Alfio, che strana idea! ».

« Oh, non vorrai mica che si sprechi un partigiano combattente per stare a guardia di questo qui. E poi in serata verrà la polizia in­glese a prenderseli. Le altre sono due ragazze, vuoi vederle? ».

“No, basta così ».

La stanza d’Albertoni era piena di staffette e di comandanti, Al­bertoni, serio, davanti ad una gran carta di Firenze piena di croci rosse e blù, sembrava quasi un generale vero.

Tutte le staffette chiedevano la stessa cosa, munizioni e rinforzi alla, periferia di Firenze, sul Mugnone e sull’Africo si stava combattendo e le munizioni erano poche.

Albertoni aveva per tutti la solita risposta ” Gli inglesi hanno promesso di darci le munizioni e di entrare in azione anche loro ».

Alberto qui non ho più nulla da fare, posso andare a casa? Non c’è più niente da fare? E pari come ci vai? Sulla ferrovia; sia alle Cure che al Campo di Marta, si combatte

Passerò dal Ponte del Pino ». Uhm, hanno ferito anche il dott. Horloch molto
gravemente, pare sia morto. Anche Baratti è stato ferito ».
Come arrivavano presto le notizie “Ho bisogno di sapere cosa è successo a mia madre, non posso resistere più ».

Albertoni si tolse la pipa di bocca, mi guardò con quella sua aria assente:

« Va bene, al Ponte del Pino c’è la squadra di Gigi Belli, ap­pena verrà la sua staffetta andrai con lui, ti farà passare ».

« Va bene, grazie, addio ».

Ma non ebbi pazienza di aspettare. Col cuore un po’ peso, ma con un enorme desiderio di abbracciare stretta mia mamma, mi recai al giardino dei Semplici,

Giardino dei Semplici

 
diventato il cimitero della città, sicura di tro­vare lì qualcuno con cui passare il famoso Ponte del Pino, sul quale i tedeschi sparavano di continuo.

Non mi ero sbagliata, potei subito accodarmi ad una carovana capitaata da Don Poggi, il bravo prete di S.Gervasio che malgrado il suo graan buzzo fu in quel periodo instancabile e coraggiosissimo.

Gran stendardo bianco, due crocerossine, il sagrestano di S. Gervasio un altro vecchio, sei, sette donne. Fu un vero viaggio, a fare mezz’ora di strada ci si mise due ore, ero esasperata ed affranta, le mitragliatrici di Piazza Savonarola e quelle dei Molini Biondi mi facevano più paura di tutti i bombardamenti passati.

Il gruppo di Don Poggi

Trovai mia madre in Via Marconi, era ferma con altre donne ad una di quelle bocchette dalle strade a prendere acqua. Mi vide da lontano, io cominciai a cor­rere e lei pure, sembrava una ragazzina, ma poi stretta contro di me non 1e riuscì parlare tanto il cuore, povera vecchina, le batteva forte in gola. Divisi la cena con mio padre e mia madre: come tanta altra gente in quei giorni non avevamo che un po’ di piselli secchi lessati nell’acqua.

Anche noi in Via Roma non avevamo molto di più da mangiare, e qualche volta anche meno, all’infuori del giorno nel quale Olìviero (l’oste della Ceviosa la cui cucina dava sul nostro stesso cortile) ci offrì a caro prezzo una testa di vitello. Non contrattammo neppure tanto eravamo preoccupati di dar qualche cosa da mangiare ai partigiani di Didon che erano arrivati, passando diversi blocchi tedeschi,da Monte Giovi per partecipare all’insurrezione di Firenze, e si erano accampati nel cortile dello stabile con grande paura e preoccupazione dei diversi inquilini. La testa di vitello risultò formicolante di vermi, io quasi mi sentii male al solo vederla; la brava Noemi, con la forza della disperazione, aiutata dalla portinaia, la lavò a lungo nell’aceto e la, cucinò … Ma Alberto era furioso di essere stato giuocato e, quale capo responsabile della Sussistenza, decise di far man bassa nottetempo, nella cantina dell’oste. Non c’erano vettovaglie, ma casse e casse di vini pregiati e di liquori di marca. Fu preso tutto e fu tutto distribuito. Furono date delle bottiglie anche, agli inquilini dello stabile che per l’occasione smisero di avere paura. L’indomani ogni staffetta che– arrivava, ripartiva ben provvista di liquori, ritornava dove era par­tita più contenta, non c’era da mangiare, ma almeno si sarebbero scaldati il cuore per i momenti della lotta con qualche cosa di forte. Anche noi si seguiva così, grazie alla cantina d’Oliviero, la tradizione degli eserciti regolari.

Ora, davanti a quei disgustosi piselli secchi, pensavo che anche a loro, poveri vecchi, una bottiglia di vino vecchio avrebbe fatto tano bene…..

Finalmente ero nel mio letto: come ci si stava!…

Ma ecco da Fiesole cominciò a sparare il cannone, o forse aveva già cominciato, pur io nell’emozione di quei primi momenti non avevo avuto il avuto il modo di sentirlo. Il colpo partiva con un sibilo ed arrivava con un tonfo, si sentiva partire non si sapevadove arrivava.

Non so come avvenne, qualcosa crollò dentro di me, forse fu il sen­tire ehe ormai non ero più con quelli che perdevano sempre perché erano troppo pochi, e con i quali bisognava resistere fino alla fine. Ormai tutti noi, quelli che erano rimasti di noi, erano uniti a quelli che vincevano perciò io non avevo più niente da fare, io mi potevo per­mettere di avere paura.

Ed ebbi paura, tanta paura, tutta la paura arretrata di mesi e mesi, restai per giorni sdraiata a letto, non, riuscivo né a mangiare né, a bere e neppure a dormire, ero lì intenta ad ascoltare le bombe che arriva­vano da Fiesole, la partenza e l’arrivo, incapace di pensare e di die altro, altro che:

«E’ partita… è arrivata… è partita… è arrivata… ».

Maria Luigia Guaita

Giorgio Laurati – Pattuglia


Giorgio Laurati

PATTUGLIA

Giorgio Laurati è un commerciante ventiseienne, che ha combattuto a Firenze con la Brigata Buozzi. Dopo la liberazione di Firenze moltissimi partigiani continuarono la lotta contro i Tedeschi: alcuni si arruolarono nei Gruppi di Combattimento, altri andarono a rinforzare le brigate modenesi e bolognesi che da un anno combattevano sull’Appennino. Laurati fu di questi ultimi e fece parte della Il Brigata Matteotti della Divisione Bologna. Il racconto che pubblichiamo si riferisce a questo periodo.

« Ormai non andiamo più! » pensai. Veniva giù un’acqua che faceva rabbia. Le cose grondavano e l’umidità entra­va nelle ossa dando un males­sere insopportabile. Dopo po­chi minuti però, mi sento chia­mare da Nino che mi dice: « Pronti, fra mezz’ora, quelli di stanotte ». Feci un salto dal­la gioia. Mi precipitai nelle varie stanze adibite a camerate, dove si trovavano a riposo i compagni gridando : « fuori la pattuglia ». Nella camerata « Modello » trovai Ferruccio come sempre, tranquillo, che a pancia all’aria stava leggendo Dio sa quale giornale, vecchio al minimo di tre anni; Oreste invece stava facendo una delle sue solite dissertazioni sulle doti della sua vecchia 12/7 americana, che, secondo lui, quando sentiva puzzo di tede­schi in giro, si prendeva il disturbo di dar loro delle noie anche senza mirino.

Intanto il Toscanino, aven­domi già sentito urlare, se ne scendeva la scala col suo passo caratteristico, e tutto azzimato come se andasse a Baragazza a ballare. Perfino al mitra egli aveva dato il tono da festa, intagliandovi sul calcio una donnina nuda. Diceva che quella donnina non era di gra­dimento dei tedeschi, perchè lui trovava gusto ad appog­giarci sopra la guancia e di conseguenza i tedeschi si buscavano sempre qualche raffi­ca in più.

Poi fu la volta di Venturi, di Natale é di Carli ad uscire dal guscio. Anche io ero anda­to nella mia camerata per fini­re di prepararmi e qui come al solito, c’era ricevimento. Il mio povero posto per dormire era divenuto il passatempo di Lampo (cane bastardissimo), il quale si divertiva ad infilarsi sotto la paglia da una parte e poi ad uscirne fuori da un’altra, magari con un caricatore di Thompson in bocca, per poi rituffarsi di nuovo alla ricerca di chi sa quale altro ordigno.

Stracchino e Canguro, due vecchi della ( Buozzi ), invece stavano, al solito, litigando perché non si trovavano per­fettamente d’accordo su chi doveva pulire le stoviglie in vista del pasto serale.

In due minuti fui pronto e poco dopo eravamo già sulla « Jeppy » in marcia verso il Comando Americano per pren­dere gli ultimi ordini e la dire­zione di marcia. Si trattava di una di quella solite pattuglie che avevano un triplice scopo: scoprire le posizioni del nemico, saggiare le sue forze, co­stringerlo a rivelarsi: in fon­do noi eravamo, un po’ l’esca che gli americani offrivano al pesce tedesco.

Dopo, una lunga discussione sull’itinerario appunto perché la parte dell’esca non era igie­nica, partimmo in macchina per l’ultima postazione ameri­cana. Intanto la pioggia non accennava a cessare e l’acqua ,giá cominciava ad infiltrarsi giù per il collo dietro la schie­na facendo diventare inutili anche gli impermeabili. Ini­ziammo la discesa dal Monte Sterlese alle ore 20,30 e pian piano, ci inoltrammo nella ter­ra di nessuno. Intorno silen­zio completo, solo di tanto in tanto gli Americani inviavano in segno di affetto qualche col­po di artiglieria ai tedeschi, i quali, zitti, zitti, si…. lecca­vano le legnate prese durante la giornata. Poi l’acqua cessò ed apparve la luna. Come d’in­canto le « Frou-frou » tede­sche e le 12/7 americane si sa­lutarono per poi cessare di colpo. Seguitammo a scendere fino all’ultimo limite del costo­ne e ci trovammo, al margine di un campo ove si intravede­vano dei filari che una volta dovevano sorreggere le viti.

A 150 metri c’era una fatto­ria in ottime condizioni, « La Casella » ma nessun segno di vita. Piano piano ci avvicinam­mo in ordine sparso per vede­re se il silenzio era fittizio; ma, dopo una lunga ascolta­zione capimmo che la via era libera ed allora decidemmo fra noi di puntare direttamente su l’obbiettivo : vale a dire a quo­ta 197. Un gruppo di case alla periferia di Pioppe di Salvano.

Durante la marcia, al solito, il Toscanino, non rispettando più i posti assegnati, prese la testa della pattuglia e con la sua maniera spavalda ben pre­sto sparì alla mia vista.

I tedeschi erano ignari di tutto ciò ed ormai eravamo ar­rivati al punto. Ci disponem­mo a ventaglio e comínciam­mo l’osservazione. Dopo un poco riuscirono a percepire che quelli là stavano febbril­mente lavorando ad opere di difesa. Si udiva distintissimo il trascinare del filo spinato ed il rumore caratteristico dei chiodi sui ciottoli; di tanto in

tanto i rumori cessavano per ricominciare quasi subito : si vede che non si sentivano tranquilli. Ascoltando, il mio sguardo vagava all’intorno. Notai subito Oreste, alla mia destra, che col suo B.A.R. sembrava un…. palo telegra­fico abbattuto: Ferruccio in­vece, lungo disteso in un vec­chio solco, stava piazzandosi sul naso gli occhiali delle « grandi occasioni » a scanso di qualsiasi sorpresa.

Finalmente ad una ventina di metri più avanti mi riuscì distinguere una forma scu­ra, nella quale riconobbi il To­scanino che se, ne stava tranquillo seduto in mezzo ad un ciuffo di erbacce.

Tutti gli altri erano fuori della mia portata visiva.

Da parte dei tedeschi nien­te. Ad un tratto sulla nostra sinistra gli americani comin­ciarono a tirare, con più fre­quenza, colpi di artiglieria su Pioppe di Salvaro, i proiettili amici ci sfioravano la testa ed andavano ad esplodere sulle case poco lontane con degli schianti orribili. A volte il si­bilo di qualche proiettile più corto ci faceva ritirare la testa dentro le spalle come delle tartarughe; a questi fuochi di arti­ficio, quasi subito si aggiunse una mitragliera pesante che con regolarità cronometrica ogni 4 secondi spediva nelle li­nee avversarie un proiettile esplosivo. I tedeschi non parvero, gradire molto l’omaggio e lo si capì quando, ad un trat­to, poco distante da noi delle urla di dolore ci avvertirono che gli americani non tiravano solamente per tenersi in esercizio

Nel frattempo anche i tedeschi si erano svegliati. Le loro armi automatiche annaffiavano allegramente tutto intorno di proiettili, intercalando di tanto con qualche colpo di mortaìo. Ormai non c’era altro, da vedere né da sentire. I nidi di mitragliatrice e di mortai nemici si erano scoperti, quindi il nostro compito era finito. Detti l’ordine del ritorno an­che perchè non volevo perdere del tempo prezioso, preveden­do che con quel concerto la passeggiata non sarebbe sta­ta tranquilla.

Infatti, quando già eravamo risaliti alla metà dello Sterle­se ed in cuor mio pensavo che gliel’avevamo, fatta in barba, sentimmo sfarfallare un colpo mortaio che, lì per lì credevo diretto alle postazioni america­ne, ma subito uno schianto e poi un altro ed infine una gran­dine tutta intorno, ci fecero capire che ci avevano visti e che l’oggetto di tanta materna attenzione, eravamo proprio noi. A terra, schiacciati come lucertole, le nostre menti va­gavano. Pensavo già se mi avrebbe donato di più una ma­gnifica fasciatura alla testa op­pure un bel paio di stampelle. Pensavo anche con quella chia­rezza propria ,di quei momenii, che prima di venir via dal Co­mando americano mi ero di­menticato di bere il caffè e già mi stavo convincendo che que­sto mi avrebbe portato scaro­gna, quando ad un tratto tutto cessò. I tedeschi credevano di averci levati di mezzo.

Pian piano fui in piedi e co­minciai a chiamare i compagni sparsi all’intorno; tirai un so­spiro di sollievo quando tutti ebbero risposto; anche questa volta gliel’avevamo fatta a quei porci.

Senza altri incidenti fummo alla prima postazione dove i soldati americani ci attendeva­no con trepidazione. Avevano seguito, passo passo, tutta la scena, e quando ci videro al completo un bell’« okei » di soddisfazione scaturì dalle lo­ro bocche: in fondo, a modo loro, ci volevano bene.

Facemmo brevemente il no­stro rapporto al comandante della zona e poi in macchina, stanchi, ma contenti del lavo­ro fatto, ci dirigemmo a casa.

Mentre correvamo, le arti­glierie americane cominciaro­no un tambureggiamento ser­ratissimo sulle posizioni rilevate poc’anzi dalla nostra pattu­glia. Pensai a quelle urla udite poco prima ed immaginai che non dovevano essere state le ultime di quella notte.