Archivio mensile:febbraio 2012

Il canto dei Gap Fiorentini

 

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Il Canto dei Gap

Anonimo

:

Noi siamo quei gappisti

spuntiamo all’improvviso

con la pistola in pugno

e sorridenti in viso

colpiamo l’obiettivo

col piano ben studiato

che il popol ci ha affidato

e non vuole pietà

 

Su, su lottiam gappisti

finché ci son fascisti

che di capitalisti

non ne vogliamo più.

 

Son delle nostre file

Chianesi e Fanciullacci

e tanti ne abbiamo d’altri

« eroici nazional »

con il loro sacrificio

molto abbiamo imparato

lor ci hanno dimostrato

come si deve agir

 

Su, su lottiam gappisti

finché ci son fascisti

che di capitalisti

ne ne vogliamo più.

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Firenze alla guerra – Giorgio Querci

 

piccolino

FIRENZE ALLA GUERRA

(LUGLIO-AGOSTO 1944)

I manifesti tedeschi che la mattina del 30 luglio ordinavano alla popolazione di Firenze di sgombrare in tre ore larghe zone della città a partire dalle due sponde dell’Arno, col paterno consiglio di indirizzarsi verso altri quartieri e magari nelle chiese, ridestarono ad un tratto la vita delle strade in un modo così tumultuoso e smarrito da far quasi dimenticare che quel segno stava a dimostrare che ormai, in un modo o in un altro, ce n’era davvero per poco, dopo tanto patire.

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Carretti a mano carichi di sacchi, di valige, di mobilio; roba bella trasportata da gente che aveva come l’aria di vergognarsene, poveri oggetti inutili tenuti col riguardo di chi non ha altro; frotte di bambini, vecchi sorretti a braccia, malati adagiati in cima al carico in pose tragiche; e tutto un correre, un aiutarsi a vicenda, ma senza parole, con un sordo trambusto da schiera in rotta infinitamente più impressionante del cannoneggiamento alleato che si faceva sempre più alto e dei proiettili tedeschi che passavano rigando il cielo di sibili.

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La fuga

Fino a quel giorno, chi avesse voluto rendersi conto del numero di persone che dalle campagne si erano riversate in città e specialmente nelle case del centro ritenute più sicure, moltiplicando la popolazione in misura incredibile, non avrebbe dovuto guardare per le strade o alle finestre, ché, anzi, le strade parevan quasi deserte e alle finestre pochi si affacciavano per dare un’occhiata e ritirarsi subito. Sui tetti, doveva salire, e guardarsi intorno. Era lassù, in quell’intrico di tegole, di terrazze, di aeree scalette, di abbaini, di strapiombi, su quel mare scomposto di un colore così morbido e nobile dal quale spuntavano i monumenti che non erano mai stati così nostri come allora, che avrebbe visto risorgere, come capovolta, la vita della città, che aspettava, senza riuscire ancora a capacitarsene, d’esser raggiunta dalla battaglia.

 

Gente a grappoli sui tegoli in pendio(un volto in ogni abbaino) si scambiavano incoraggiamenti e notizie.

-“Sono a quindici chilometri, ma u’un si movano”

-“O icchè fanno? Ma che guerra è questa?”

-“ La li lasci fare! Passan da Pontassieve e gli pigliano alle spalle”

-“Cominciano a scendere i partigiani “

– “Ohé! I tedeschi marcano le strade con le frecce rosse. Tagliano la corda… ».

« I ‘ccollo, maledetti!,».

 

Una mattina, sulla fine di luglio, da un tetto di Via dell’Oriuolo, sul quale bisognava camminare con cautela per una pioggerella che lo aveva reso scivoloso, si vide uno spettacolo curiosissimo.

Lontano, verso Santa Croce, un uomo scamiciato porgeva con misurato garbo, nel buio d’un abbaino, delle manciate di fieno. Aveva dei gesti pazienti come se imboccasse un bambino. Guardai a lungo per rendermi conto di quel che facesse e finalmente, dal buio, spuntò un muso marrone, enorme, e poi un largo collo proteso. Non c’eran dubbi: era un cavallo che per non correr rischi, era salito per chissà quali scale e scalucce, proprio come un uomo, e si era tranquillamente sistemato sotto il tetto, in attesa di tempi migliori.

* * *

 

Ma insieme a queste scenette che sollevavano improvvisamente lo spirito, passavano davanti agli occhi, in quei giorni, ben altri spettacoli e si sentivano delle cose sulla sorte della città che a ripensarle oggi sembrano incubi di sogno.

Voci ottimistiche, quasi tutte, per la verità, di assai dubbia provenienza, sussurravano che Firenze era città aperta perché si eran mossi certi signori che- si credevano ormai spariti per sempre e i cui nomi, invece, riapparivano, fra la gente disorientata, come se la salvezza dovesse dipendere soltanto da loro; voci di fonte onesta assicuravano invece l’imminente impiego delle divisioni partigiane prima che i tedeschi passassero l’Arno, in modo da impedire la distruzione dei ponti ma accendendo così la battaglia per le vie di Firenze, che era dominata dalle artiglierie tedesche piazzate sulle colline a nord della città.

E intanto, a tratti, salivano gli scrosci delle prime lontane distruzioni, le strade cominciavano a riempirsi di cumuli di spazzatura, le code ai negozi di pane, formate per lo più da donne, all’apparire di qualche tedesco col mitra imbracciato, si disperdevano in trafelati fuggi-fuggi, per ricomporsi poco- dopo, appena le tute mimetiche di quei predoni scomparivano dietro la cantonata.

E, ogni tanto, grida strazianti e mute scene d’orrore. Un ferito portato di corsa con un barroccino a mano e una donna che gli corre accanto come impazzita: un mare di sangue e urli da raggelare. Poi i morti, distesi sugli antichi cataletti scoperti come nei trasporti medievali; e su tutto l’afa di un luglio polveroso che faceva riguardare alle provviste di viveri, generalmente ormai scarsissime, come se quella po’ di roba fosse stata largamente sufficiente agli svogliati bisogni di ciascuno.

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Fratelli della misericordia

In un palazzo quattrocentesco di Borgo degli Albizi, in certe stanze immense, ciascuna delle quali potrebbe contenere comodamente una casetta Fanfani, i padroni di casa avevano dato generosa ospitalità, un po’ alla volta, ad una trentina di amici, arrivati con i loro bravi materassi e con qualche provvista.

La notte dal 3 al 4 agosto, quando tutti si erano già distesi sui loro giacigli e si intrecciavano discorsi fra stanza e stanza nell’oscurità più completa, la prima terrificante esplosione squassò paurosamente il palazzo.

Firenze era davvero città aperta, ma aperta alle distruzioni, corsa dal saccheggio, insidiata dai franchi tiratori che non si peritarono poi a sparare persino alle donne raccolte intorno alle fontanelle per far provvista d’acqua. Si sparava a chi si fosse affacciato alle finestre che dovevano restar chiuse, si sparava sempre, specialmente la notte. Agli uomini, proibizione assoluta di uscir di casa.

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Si prende un poca di acqua dalle tubazioni

Una notte Borgo degli Albizi fu rintronata da un cupo sferragliare di un carro armato che si fermò proprio sotto le nostre finestre.

Una voce gridò degli ordini. Una vampa illuminò la stanza, un colpo assordante, poi un altro ordine e il carro riprese a sferragliare verso via del Proconsolo.

Capimmo poi, la mattina dell’11 agosto, quando uscimmo tutti in strada piangendo di gioia mentre Palazzo Vecchio suonava certi solenni rintocchi da rivolta ma leggeri, senza rimbombo, come se le campane fossero state d’argento, capimmo perché era stata sparata la cannonata notturna. Il disco rotondo che indicava, sulla cantonata di Via del Proconsolo, il divieto di transito in Borgo degli Albizi, era stato centrato e penzolava dal suo braccio. Gli uomini del carro armato, alla luce delle stelle d’agosto, dovevano aver creduto che la strada, verso il centro della città, fosse difesa da chissà quale insidia partigiana, forse addirittura dalla bocca di un cannone, -e si erano gloriosamente aperti il passaggio.

* * *

Una mattina, all’alba, fummo sorpresi da un insolito scalpiccio che saliva dalla strada e da certi richiami fatti a bassa voce, con concitazione. Tre o quattro persone passarono di corsa, altre ne sopraggiunsero, sostarono un attimo come per decidere in fretta il da farsi e si sparpagliarono, anch’esse di corsa, in varie direzioni.

•-“Che succede? I tedeschi? dove? ».

•-“No! in Via dell’Anguillara (una stradetta lì prossima) ne hanno ammazzato uno ».

« È lì per terra in mezzo alla strada. Se se ne accorgono. salta tutto il quartiere, come hanno fatto al Campo di Marte ».

Un’ora di ansia, impiegata a studiare il modo di uscir di casa senza esser visti, dalla parte dei giardini (ma per rifugiarsi poi dove?) e finalmente, da un passante, la rassicurante notizia che un abitante di quella strada aveva salvato la situazione con un rimedio che era stato una vera e propria trovata: aveva trascinato in casa sua il’ cadavere del tedesco, l’aveva spogliato della divisa rivestendolo con una bella tuta da meccanico e l’aveva poi delicatamente riadagiato in mezzo di strada: dopo di che, fatti sparire la divisa, le armi e i documenti del paracadutista predone, era, andato personalmente ad avvertire la Misericordia che in Via dell’Anguillara, santo Dio, c’era uno dei soliti morti che ogni notte si trovavano per la città e al quale bisognava pur dare una sepoltura.

* * *

L’11 agosto, verso le 12, una pattuglia di tre canadesi si fermò sul portone del palazzo di Borgo degli Albini, più per sottrarsi alle manifestazioni di entusiasmo da parte della folla che per concedersi un po’ di riposo. Eran tre giovanottoni pieni di salute, attorniati da ansiosi volti disfatti e guidati da un borghese che agitava una pistola fuor di misura. Distribuivano intorno sorrisi, strette di mano, manate sulle spalle e sigarette ma, nello stesso tempo, giravano ininterrottamente lo sguardo sospettoso verso l’alto, alle finestre degli ultimi piani e tenevano le armi alla mano. Qualcuno arrivò con un miracoloso fiasco di vino che rimase vuoto in un attimo e la pattuglia, fattasi largo, s’incamminò verso il mercatino di S. Piero, a ridosso del marciapiede, in fila indiana, con i mitra imbracciati, in un atteggiamento che in quel momento in cui tutti credevano alla riacquistata libertà e all’ormai avvenuta liberazione di Firenze, parve proprio di inutile circospezione.

« Alla grazia, come fanno perbenino ».

* 0 di che gli hanno paura con que’ po’ po’ di tromboni fra le mani? ».

Fu proprio allora, nell’aria di questi commenti, quando la gente, sbucata nel sole dai nascondigli, credeva d’averla scampata definitivamente e andava’ ritrovando l’arguto, bonario motteggio, che si sentirono fischiare dei proiettili senza rendersi conto di ciò che stesse accadendo. Si sparava fitto, questo era certo, ma da chi e da dove e con che animo su quei soldati che combattevano per noi, su quella folla inerme e festosa, nessuno poteva riuscire a capirlo. I proiettili rimbalzavano sul lastrico.

« I fascisti! Sparano da una finestra di Via Pietrapiana! ».

I canadesi, stesi a terra, rispondevano al fuoco, ma improvvisamente furono affiancati da tre partigiani i quali, in piedi, rasentando il muro lungo il marciapiede fra gli urli furibondi dei presenti, si portarono di corsa sotto un caseggiato e si diedero a sparare, verso le finestre, sventagliate di mitra.

Il franco tiratore non fu scovato che il giorno dopo, all’ultimo piano di quella casa e fu fucilato in piazzetta.

Da un gruppo di partigiani che sostavano sul luogo, dopo la sommaria esecuzione del franco tiratore, seppi di un episodio accaduto la mattina in quella stessa strada. Da una casa ben individuata eran partiti vari colpi che avevano ferito dei passanti e i partigiani erano saliti a perquisire tutti i quartieri, piano per piano, senza risultato. I primi quattro piani erano abitati da persone insospettabili, e all’ultimo non c’era che una povera donna che per due volte era andata ad -aprire la porta sulle scale tenendo in braccio una creatura di pochi mesi. Era stupita e indignata del sospetto: ma come? era sola in casa con quel bambinuccio, del marito lontano, sotto le armi, non ne aveva notizie da un anno; avevano già visitato la casa da cima a fondo; cercassero, frugassero ancora, se credevano, ma poi, per carità, la lasciassero in pace perché non aveva che fame e disperazione.

Dunque, niente neanche all’ultimo piano, niente sul tetto che era stato ispezionato con ogni cura. E allora i partigiani ritornarono sulla strada per cercar di orientarsi e stavano considerando la possibilità che i colpi provenissero dalla casa di fronte, quando furono richiamati da grida d’allarme e da un colpo di fucile.

« E lei, è lei, ha sparato da quella finestra Eccola lì ».

Era proprio lei. Ritta sopra un tavolo nel centro della stanza, sparava colpo su colpo con un lungo fucile che riponeva subito dopo in una fessura del soffitto, proprio sotto i tegoli, per presentarsi poi supplichevole alla porta, col bambino in braccio, armata soltanto di innocente stupore.

* * *

L’11 agosto, che segnò effettivamente la liberazione del centro della città, non fu, come è noto, che il principio della battaglia per i quartieri verso il Mugnone, lungo la ferrovia nei pressi del Pino, a Porta al Prato e per la piana dell’Arno. A momenti, nel centro, giungeva così distinto e serrato l’eco dei colpi di mitragliatrice e, di quando in quando, cosi vicino quello del cannone che tutti cominciarono a temere d’esser travolti in una mischia generale fra le stesse case. Passavano di corsa, diretti alla periferia, certi fieri reparti vestiti di pochi cenci (ma avevano sguardi di selvaggia risoluzione) e si incrociavano con i feriti. Le notizie erano sempre più confuse. Gli Alleati, dopo l’apparizione di qualche pattuglia, pareva si ostinassero a rimanere inerti di là d’Arno. Solo le colline a nord della città, dalle pendici di Fiesole a Settignano, erano continuamente costellate dalle bianche fumate dei loro colpi. In cielo, scarrocciate e fragori senza posa.

Salimmo ancora sui tetti per vedere dall’alto; e mentre con i miei figlioli ci stavamo accorgendo con un nodo alla gola che la nostra casetta di Settignano non era più seminascosta dal verde ciuffo dei cipressi e appariva stranamente nuda con delle insolite aperture sulla bianca facciata, sentimmo fischiarci vicino dei sibili e le tegole, qua e là, crosciare con dei secchi schianti.

Poi, giù in casa, le ultime notizie portate affannosamente da un amico partigiano che era venuto in centro per trasmettere degli ordini. In Piazza Cavour, in Via Masaccio, al Viale dei Mille, sull’Affrico, tutte le formazioni partigiane erano impegnate in combattimenti durissimi, le perdite non si contavano, ci volevano rinforzi, munizioni, medicinali. I tedeschi, appoggiati da un carro armato, cercavano di forzare in Piazza Beccaria forse per riprendere il centro della città; e gli inglesi, di là d’Arno, seguitavano tranquillamente ad aspettare…

 

 

Gli Alleati entrano in Firenze

* * *

Ma il ricordo che anche oggi domina tra tutti la memoria, rifuggendo dai più penosi particolari come fortunatamente accade per la benignità del tempo che corre, il ricordo che non si cancella dal cuore di chi ha visto con i propri occhi, senza averlo potuto immaginare, lo spettacolo più atroce, rimane quello delle immani macerie che serravano l’Arno dall’altezza delle poche torri rimaste in piedi fino al pelo dell’acqua.

Firenze non c’era più. Gli Uffizi avevano retto ma le mura eran piene di crette paurose ;il Lungarno degli Archibusieri senza selciato, con un ammasso di fili intervallati da larghi ordigni a forma di padella, era ingombrato in ogni senso e pareva lo squallido cantiere delle rovine: e al di là, fra gli archi della loggia che fiancheggia il fiume, tutto era sparito in un fumante ammasso biancastro, le vecchie case pezzate di antichi colori, il ritmo dei contorni, l’atteggiamento più intimo e familiare del nostro paesaggio, il volto della nostra città, la nostra infanzia, la nostra vita, la stessa anima nostra.

Dal parapetto di fronte agli Uffizi, una folla raccolta guardava e piangeva senza ritegno. Allora, veramente, non c’era altro da fare.

 

 

GIORGIO QUERCI